striscia rossa 29.5.10
Ciò che tutti noi vorremmo è una disobbedienza civile di massa. Ma questa non può essere forzata, deve essere spontanea per meritarsi tale nome edavere successo
Mahatma Gandhi
striscia rossa 30.5.10
Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone
Martin Luther King
Obiezione di coscienza
(immagine: NO)
l’Unità 30.5.10
Disubbidire subito
di Giovanni Maria Bellu
In Gran Bretagna, la perfida Albione, come direbbe il nostro Duce, succedono cose incredibili. Si scopre che un viceministro ha messo nella nota spese l’affitto di una casa dove non abita e scoppia uno scandalo colossale. Tanto che il poveretto deve scusarsi davanti alla nazione, giurare che rimborserà le casse pubbliche fino all’ultima sterlina e avviarsi a capo chino verso la Commissione Etica del Parlamento.
È davvero singolare che un popolo che ha la parola “privacy” nel suo vocabolario la tenga in minor considerazione di noi che abbiano solo quei desueti “privatezza” e “riservatezza”. Eppure è proprio così: solo qua, nel felice regno di Berlusconia , la privacy è davvero sacra. Per dire: due terzi dei parlamentari non giustifica in alcun modo l’utilizzo dei 4000 euro (al mese e a cranio) destinati alla retribuzione degli assistenti e nessuno ci fa caso. Anche se il danno erariale è di 20 milioni di euro e non di 40.000 miserabili sterline.
Ma, dobbiamo riconoscerlo, sopravvive anche tra noi una minoranza di moralisti che si scandalizza se un ministro riceve in regalo un appartamento da un imprenditore che lavora per il suo ministero, o se un presidente del Consiglio va a puttane, o se uno dei suoi principali collaboratori è anche collaboratore part time di Cosa Nostra. Durerà poco. La maggioranza del nostro Parlamento che annovera alcune delle più autorevoli vittime di questo residuale ma feroce giustizialismo comunista sta per risolvere definitivamente il problema. Tra l’altro con garbo e delicatezza. Noi giornalisti (e a dire il vero anche i nostri familiari) abbiamo appreso con sollievo che non finiremo in galera, come annunciato in un primo tempo, ma semplicemente sulla strada per le sanzioni economiche inflitte agli editori, se incorreremo in quella forma di violazione della privacy che si sostanzia nel dare le notizie. E i magistrati, sempre al contrario di quanto comunicato in un primo tempo, potranno proseguire le intercettazioni telefoniche anche oltre i 75 giorni se stanno cercando un latitante. Decisione che, al dire il vero, un po’ viola la privacy di Osama Bin Laden e Matteo Messina Denaro, ma non si può avere tutto dalla vita.
In più per noi giornalisti è previsto l’aggiornamento professionale gratuito attraverso una serie di esercitazioni che affineranno la nostra padronanza della lingua italiana. Come il “riassunto degli atti giudiziari”. Se ci troveremo davanti a uno di quei giganteschi incartamenti di migliaia di pagine nei quali i magistrati giustizialisti raccolgono le loro accuse, magari per sostenere che un certo uomo politico, chissà anche un presidente del Consiglio, va rinviato a giudizio, non dovremmo più fare la fatica di descriverne il contenuto nel modo più chiaro e onesto possibile, come faticosamente facciamo oggi, ma dovremmo limitarci a riassumerne il senso. In poche parole. Ma quali? “Presunto delinquente” va bene?
Stiamo suscitando nel mondo civile un sentimento che oscilla tra la compassione e la paura. Ci consola e ci rafforza il sostegno dei colleghi delle principali democrazie occidentali. Disubbidiremo subito.
Repubblica 30.5.10
Sit-in in molte città per fermare la legge-bavaglio
ROMA - Mobilitazione in tutta Italia contro la legge-bavaglio sulle intercettazioni. Ieri si sono svolte manifestazioni sponsorizzate dal Popolo Viola. Migliaia di persone in piazza a Milano, Torino, Udine, Bologna, Cagliari, Napoli, Salerno e Cagliari. Anche a Londra il popolo della Rete ha radunato i suoi davanti alla sede della Bbc. In settimana proteste e presidi andranno avanti. Tra le altre iniziative quella di editori e librai con una serie di letture. Parteciperanno anche Camilleri, Sartori, Travaglio, Rodotà, Augias, Pace e Carofiglio.
Corriere della Sera 30.5.10
Gli enti culturali pronti alla piazza
di Antonio Carioti
Corriere della Sera 29.5.10
Niente trapianti ai disabili mentali
Accuse al Veneto
di Margherita de Bac
Corriere della Sera 29.5.10
Un rene è un diritto, l’intelligenza non c’entra
di Giuseppe Remuzzi
Repubblica 30.5.10
La nostra giustizia e quella di Dio
di Adriano Prosperi
Monsignor Charles J. Scicluna ha il titolo di «promotore di giustizia» presso la Congregazione per la dottrina della fede. In termini di giustizia laica è il pubblico ministero.
In quanto tale ha il compito di trattare i «delicta graviora», cioè quelli dei sacerdoti colpevoli di pedofilia e di uso della confessione per indurre penitenti a rapporti sessuali. In questa veste ha raccontato di aver esaminato circa 9.000 casi di religiosi accusati di quei crimini (in una intervista al quotidiano «Avvenire» del 13 marzo scorso). Lo ha fatto nel corso di procedure segrete, sulla base delle norme canoniche.
Il dilagare della questione dei pedofili sulla stampa mondiale e nei tribunali laici ha spinto il «promotore di giustizia» ad assumere una nuova veste, quella di pubblico e spietato accusatore dei preti pedofili. La voce che è risuonata in San Pietro è stata l´arringa del pubblico ministero che chiede la condanna più dura. Quella chiesta ieri da Scicluna è una condanna a morte eterna: secondo lui sui colpevoli grava la minaccia dell´Inferno, dell´eterna dannazione. Ma non può sfuggire il fatto che questa retorica giudiziaria di accusatore dei delinquenti svolge la funzione di coprire le responsabilità dell´istituzione.
Scicluna è il difensore d´ufficio dell´autorità ecclesiastica in generale e di quella della Congregazione in particolare. Tanto più forte l´accusa di quelli quanto più netta la difesa di questa. Non è la prima volta che vediamo ricorrere a un doppio registro di questo genere: già ai tempi del rito della «purificazione della memoria» di papa Wojtyla, le colpe del passato di cui chiedere perdono erano state quelle di singoli cristiani restando santa la Chiesa con i suoi pontefici. Quanto alla minaccia dell´Inferno proferita ieri da monsignor Scicluna, si può immaginare il tormento di un uomo di Chiesa mentre pronuncia una sentenza del genere.
Tuttavia resta il fatto che quella pur tremenda sentenza rimanda ad altro e remoto giudizio, diverso da quelli terreni, un giudizio del quale ognuno è libero di pensare quel che vuole. Da molto tempo l´immagine dell´Inferno come luogo di perenne sofferenza oltre la morte è entrata in crisi anche tra i cristiani, come ha dimostrato la ricerca dello storico inglese D. P. Walker. Declino irreversibile. Da secoli si è andata diffondendo sempre più la convinzione che il vero inferno è qui tra gli uomini, sulla terra. E contemporaneamente si è affermata la distinzione fondamentale della giustizia moderna: quella tra reato e peccato: una distinzione che è all´origine delle legislazioni e delle culture moderne. Il peccato riguarda la coscienza del credente e può essere trattato nel segreto della confessione. Il reato riguarda la giustizia. Per i crimini c´è il codice penale, c´è l´obbligo della denunzia da parte di chi ne è a conoscenza.
Nei riti segreti della Congregazione vaticana questa distinzione fondamentale per ora non si è affermata. Nell´intervista già citata il monsignore ammetteva che nei paesi di cultura anglosassone e in Francia i vescovi a conoscenza di quel tipo di reati sono obbligati a denunziarli all´autorità giudiziaria. In Italia no, perché qui la legge dello stato non lo impone: e in questi casi le autorità della Congregazione vaticana non obbligano i vescovi a denunciare i propri sacerdoti. Ecco il problema che gli anatemi di questi giorni non riescono a nascondere. Un problema per noi cittadini, per lo stato italiano colpevole di tollerare nel suo sistema giudiziario infrazioni come questa al principio dell´uguaglianza davanti alla legge. A noi cittadini corre l´obbligo di ricordare che lo Stato ha le sue leggi e che i suoi inferni sono le prigioni. È allo Stato che spetta obbligare per legge i vescovi e qualunque autorità ecclesiastica a denunziare delitti come questi.
Quanto alla Chiesa, anch´essa ha la sua colpa, diversa da quelle dei singoli religiosi ma non meno grave: quella della connivenza, del segreto con cui ha coperto finché ha potuto i casi dei preti pedofili. E non possiamo nascondere lo sconcerto davanti alle parole di monsignor Scicluna quando chiede la nostra comprensione per le sofferenze della Chiesa e dei vescovi nel denunziare i religiosi colpevoli: «Questi vescovi – ha detto nell´intervista a Avvenire – sono costretti a compiere un gesto paragonabile a quello compiuto da un genitore che denuncia un proprio figlio». E´ una scelta di linguaggio veramente singolare in una storia in cui ci sono veri inferni, veri e terribili dolori: e soprattutto figli veri.
Repubblica 28.5.10
Pedofilia, lo scandalo travolge i gesuiti
Prime ammissioni: in Germania l´ordine ha tenuto nascosti centinaia di casi
Crisi di credibilità per la Chiesa tedesca: in un anno registrati 125 mila fedeli in meno
di Andrea Tarquini
BERLINO Centinaia di bambini e ragazzi sono stati violentati o brutalmente percossi per decenni nelle istituzioni scolastiche dei gesuiti in Germania, e per decenni l´ordine ha sistematicamente coperto e insabbiato le denunce. Lo hanno denunciato ieri la dottoressa Ursula Raue, la studiosa incaricata dalla Chiesa stessa di indagare sullo scandalo degli abusi sessuali nelle scuole dei gesuiti, e padre Stefan Dartmann, il provinciale della Compagnia nella Repubblica federale.
Il rapporto della signora Raue rivela che l´orrore ha avuto dimensioni ancor più vaste di quanto si pensasse. E coincide con un esodo in massa dalla Chiesa cattolica in Germania: 125 mila fedeli l´hanno lasciata, un record storico che denuncia la gravissima crisi di credibilità del cattolicesimo nel paese del Papa, e lo espone anche a serie difficoltà finanziarie, con il venir meno dei contributi fiscali dei fedeli.
«È scandaloso, è una realtà che ci copre di vergogna e disonore, chiedo perdono a tutte le vittime», ha detto padre Dartmann. Ha condannato i decenni di silenzio, «frutto di una cultura di solidarietà con i colpevoli anziché con le loro vittime, una cultura non solo scelta da singole persone ma ben radicata nell´ordine, allora e, temo, ancora oggi». Dartmann non ha voluto però precisare se si pensa a indennizzi finanziari o materiali per chi subì il martirio.
«I casi accertati sono 205, ma temo che la cifra reale sia ancora più grande», ha spiegato Ursula Raue. Molte vittime, teme l´investigatrice ufficiale, probabilmente non hanno ancora trovato il coraggio di superare la vergogna e denunciare il loro caso, mentre altre potrebbero essere già morte. E secondo i media, almeno altri 50 casi sono stati accertati in istituzioni cattoliche non dipendenti dai gesuiti.
Nella sua relazione, la dottoressa Raue ha offerto testimonianze agghiaccianti. Almeno 12 sacerdoti, sei dei quali deceduti, sono colpevoli diretti; altri 32 tra religiosi e assistenti laici sono fortemente sospettati. C´era padre Eckhart, del prestigioso collegio Canisius di Berlino, che «picchiava spesso e volentieri», o padre Michael, «che amava percuotere i bimbi sul sedere nudo in presenza di altri minori, e poi controllava chi degli altri piccoli aveva un´erezione». Un altro religioso, di cui non viene fatto il nome, è accusato di aver violentato nel confessionale una bimba di 9 anni e una di 14. «Il confine tra stupro e percosse era spesso labile, spesso i padri si eccitavano picchiando i minorenni», ha spiegato Ursula Raue. La lista delle scuole religiose coinvolte è una mappa di tutto il Paese: il Canisius a Berlino, Sankt Blasien, il collegio Aloisius a Bonn, Sankt Ansgar ad Amburgo, istituzioni a Goettingen, il collegio dell´Immacolata a Bueren, in Westfalia, dice la lista parziale diffusa ieri sera da Spiegel.
il Fatto 29.5.10
Cei, azione zero sui pedofili
di Marco Politi
Abusi. La Chiesa italiana fa la sua scelta: azione zero. Sugli stupri del clero l’assemblea dei vescovi decide che un intervento collettivo non serve. Niente “tolleranza zero” come negli Usa, niente Linee guida come quelle che autorizzano in Germania a chiamare a rapporto il singolo presule disattento, niente commissione d’inchiesta come in Austria, niente numeri verdi né referenti cui possa rivolgersi la vittima.
L’esempio inglese citato dal direttore dell’Osservatore Romano – una task force in ogni parrocchia – viene definito “non un’indicazione per l’Italia”. Troppo persino per una giornalista cattolica, che in conferenza stampa ha chiesto al cardinal Bagnasco: “Scusi Eminenza, ma allora uno deve chiamare il centralino della diocesi dicendo: sono una vittima, mi passi il vescovo?”.
Il comunicato dell’assemblea esalta il “coraggio della verità che, anche quando è dolorosa e odiosa, non può essere taciuta e coperta”: proclamazione surreale mentre i vertici ecclesiastici negano chiarimenti all’opinione pubblica su chi sono e che fine hanno fatto i cento preti delinquenti (numero fornito dalla Cei) già coinvolti in un procedimento. È un fossato tra l’invito di papa Ratzinger all’azione per dare voce a quanti per decenni non sono stati ascoltati, portando i colpevoli in tribunale, e l’inazione della Cei come organismo collettivo. Evidentemente prevale nelle gerarchie la paura di scoperchiare il vaso delle violenze. Sostiene Bagnasco che, date le autorevoli indicazioni dei testi vaticani, “non è necessario né opportuno” prendere altri provvedimenti. Tutto è lasciato al “discernimento” dei singoli vescovi. Esattamente ciò che per secoli ha prodotto insabbiamenti e ritardi, che lo stesso Bagnasco ammette “possibili”. Riproporre questo sistema è attendismo e si paga sempre.
Corriere della Sera 29.5.10
L’incubo (non solo cattolico) dell’abisso senza luce
di Armando Torno
Corriere della Sera 29.5.10
Le Goff: «Questa mia Europa laica»
«L’amo profondamente ma nego che le sue radici siano cristiane»
di Nuccio Ordine
Il Fatto 29.5.10
Luciano Canfora: “Vuole più poteri, come il Duce”
di Wanda Marra
N on è casuale e ha anche una sua pertinenza storica la citazione di Mussolini fatta da Berlusconi giovedì al vertice dell’Ocse (“non ho nessun potere, forse ce l'hanno i gerarchi, ma non io”). Parola di Luciano Canfora, filologo, storico, studioso dell’antichità. Che pur ricordando che i diari in cui è contenuta l’affermazione sono “una patacca” spiega che la tradizione orale racconta che il Duce spesso faceva dichiarazioni simili. Professore, il riferimento di Berlusconi agli oligarchi fascisti è una gaffe casuale o un’osservazione che vuole significare qualcosa di preciso? Rivela un obiettivo molto chiaro: ottenere più poteri al Premier rispetto a quelli del presidente della Repubblica. Anche Mussolini ha avuto questo problema: lo Statuto albertino dava pochi poteri al presidente del Consiglio rispetto al Re. Mussolini è riuscito a rovesciare la situazione, sbilanciando il rapporto a suo favore, con le leggi eccezionali del ‘26. L’affermazione di non avere in realtà nessun potere che scopo ha?
Rivela un altro lato del mussolinismo. Anche il Duce spesso attribuiva ai livelli intermedi la responsabilità dei problemi, pilotando così lo scontento verso altri. Insomma, io credo che il paragone a Berlusconi sia stato suggerito, e con abilità, da qualcuno.
Non è certo la prima volta che Berlusconi cita il fascismo... Nella sua visione il fascismo è stato in parte un fatto positivo, fino al 1938: lo disse nel '94, quando cercava l’alleanza con Fini. Oggi invece il suo riferimento al ventennio ha anche l’obiettivo di togliere al presidente della Camera il consenso dei suoi compagni di partito.
Ma crede sia possibile che Berlusconi sia fatto fuori dai suoi, in una sorta di versione contemporanea del Gran Consiglio del Fascismo che mise in minoranza Mussolini?
Non vedo all’orizzonte figure capaci di sostituirsi al capo. Siamo all’interno di in un regime o viceversa in un sistema che può trasformarsi in una dittatura?
Siamo in un periodo intermedio, equiparabile agli anni tra il 22 e il 26, prima delle leggi speciali. La storia prenderà un cammino che noi non possiamo prevedere. Penso che sia difficile il salto verso una forma aperta di dittatura. Ma la crisi può dare risultati imprevisti: se si aggravasse nessuno può prevedere le reazioni dell’opinione pubblica.
Perché Berlusconi ha scelto un palcoscenico internazionale per la sua citazione di Mussolini? Per avere maggiore risonanza internazionale. Le mosse più brusche e più forti, le ha fatte sempre parlando all'estero.
l’Unità 30.5.10
Gelmini regista del caos
di Fabio Luppino
L e riflessioni a mente fredda aiutano a trovare la verità. L’eccitazione diffusa di chi non si fa carico dei problemi delle famiglie rispetto alla posticipazione dell’inizio dell’an-
no scolastico serve a mascherare, in realtà, soprattutto da parte del ministro, la confusione di queste settimane. Stando ai fatti sarà quasi impossibile un inizio di anno regolare: s’intende con i professori ai loro posti, con le classi formate, con i trasferimenti effettuati, con le sforbiciate sulle ore sistemate a dovere, con il calcolo millimetrico che non dovrà consentire ad alcun precario di avere incarichi di alcuna sorta.
Nel mese di maggio i funzionari ministeriali stanno sottoponendo ad un ridicolo balletto le segreterie di tutti gli istituti. Vengono inviate le classi di concorso che potranno insegnare questa o quella materia. Ma c’è un continuo aggiornamento con circolari che smentiscono le precedenti, con mutamenti prodotti, a volte, nel giro di sole ventiquattr’ore. Per i profani della materia è bene spiegare. Attraverso queste determinazioni, con la certezza di chi potrà insegnare cosa, le scuole decideranno l’organico di diritto, quali e quanti insegnanti avere per il prossimo anno scolastico. Sembra facile, ma non è così. E, soprattutto, la macchina infernale messa in moto con la cosiddetta riforma delle superiori sta sfuggendo di mano ai suoi profeti. Dopo aver decretato la «morte sul lavoro» di 25mila insegnanti precari, il ministero non si può permettere di produrre scientemente altri soprannumerari o perdenti posto tra i prof di ruolo, destinati in poco tempo alla disoccupazione. Ma avendo ridotto le ore e alcuni insegnamenti, ogni giorno che passa si accorge che esistono classi di concorso senza materia da insegnare. Facciamo un esempio: gli ultimi docenti in stenografia e dattilografia (materie oggi archeologiche) sono stati riconvertiti ad una materia che si chiama trattamento testi, l’anticamera dell’informatica. Dal prossimo anno scolastico in molti istituti questa materia non ci sarà più. Cosa faranno gli insegnanti? I demiurghi del ministero stanno cercando di abbinare la loro classe di concorso alla materia informatica, di cui gli stessi sanno ben poco. Il trionfo delle tre I! Allo stesso modo procedono con le altre materie, in particolare quelle scientifiche. Ma bisogna stare attenti se non si consentirà l’insegnamento della matematica ad un laureato in Biologia marina...
Il problema resta, però, l’organico. Senza questo e le ore corrispondenti per professore non si può mettere in moto la macchina organizzativa relativa ai trasferimenti di quei prof che nel frattempo grazie ai tagli di Gelmini non hanno più le 18 ore su un’unica scuola. Così che al 15 settembre l’appuntamento è con il caos.
l’Unità 29.5.10
Rimettiamo in moto la politica
Il Pd, i radicali e un’agenda comune
di Valter Vecellio
H a risposto positivamente il segretario del Pd Bersani, dicendosi disponibile a un incontro ufficiale e non estemporaneo con i dirigenti della galassia Radicale per una messa a punto delle cose da fare, che si possono fare, e sul come farle. Ed è positivo che alla recente assemblea del Pd si sia deciso – almeno per quel che riguarda i propri dirigenti e amministratori – di aderire all’Anagrafe Patrimoniale degli Eletti. Ora, evidentemente, si tratta di scendere sul terreno pratico, scandire i tempi di una possibile agenda di lavoro; passare dalle intenzioni ai fatti, costruire e praticare l’alternativa riformatrice all’esistente. «Les temps des monts enragés et de l’amitié fantastique», dice René Char nel 142esimo dei «Fogli d’Ipnos». Versi non a caso dedicati ad Albert Camus: davvero, mai come oggi sono tempi di monti furenti, mai come oggi c’è necessità di “fantastiche amicizie”.
È stata, è, può essere “fantastica amicizia” – e perciò leale, fatta anche di aspre verità che ci si dice l’un l’altro – quella tra Pd e Radicali. “Amicizia fantastica” che ha già dato frutti: è grazie ai voti conquistati allo schieramento moderato dalla Rosa nel Pugno (Radicali e Socialisti) che Prodi ha sconfitto Berlusconi; e recentemente l’Istituto Cattaneo ha certificato che i Radicali sono in grado di strappare consensi da settori che ad altre forze del mondo progressista sono preclusi. Dunque, e nell’ottica di un Partito Democratico all’americana dove convivono molte “anime” in fecondo confronto, sarebbe un incomprensibile masochismo che i Radicali venissero esclusi dal progetto che faticosamente si cerca di costruire.
In queste ore parecchi (e parecchio interessati) suonano la campana a morto per il Pd. Il rischio esiste e c’è un solo modo per recidere gordianamente la questione: se si muore per mancanza di iniziativa politica, per vivere occorre fare di tutto per assicurarla, nutrirla, farla lievitare.
Quello dei Radicali è un invito, un appello a parlarsi e ascoltarsi; per analizzare la situazione di straordinaria gravità in cui la “democrazia reale”, italiana sta precipitando le nostre istituzioni”; per far vivere e rafforzare” l’alleanza con il Pd e riflettere insieme su come realizzare l’alternativa.
Per questo è urgente arricchire analisi e dibattito: premessa per poter mobilitare il popolo italiano e la comunità internazionale, e superare la drammatica condizione di fuorilegge delle nostre istituzioni, a cominciare da quella della giustizia e delle carceri italiane. E poi, per esempio, le riforme istituzionali, e il cruciale nodo di un’informazione negata, confiscata. Perché non discuterne?
l’Unità 30.5.10
«Stesso sangue, stessi diritti» Braccianti indiani in piazza
Per la prima volta un’intera comunità di immigrati fa sciopero e va in piazza. È accaduto ieri a Latina, dove i braccianti indiani hanno manifestato per reclamare gli stessi diritti degli italiani.
di Roberto Rossi
Stesso sangue, stessi diritti”. Tra piazza della Libertà e largo caduti di Nassirya, in una Latina deserta e indifferente, davanti al tetro palazzo della Prefettura e sotto un cielo coperto e afoso, per la prima volta nel nostro Paese la rappresentanza di un'intera comunità di immigrati, quasi tutti indiani e braccianti agricoli, ha scioperato e manifestato. Lo ha fatto per reclamare giustizia, dignità e, come recitava, lo striscione di apertura “stessi diritti” degli italiani. Lo ha fatto, sotto le insegne della Flai-Cgil, in modo ordinato e pacifico, per far capire a una città intera, e forse anche a una nazione che ignora o, peggio, tollera la loro condizione, di non volere mai più essere, come cantavano durante la marcia, “schiavi” o “animali” ma “delle persone normali”.
Eppure sciopero per “i nuovi cittadini”, come si definiscono, è una parola che ancora spaventa. Dei 500 presenti ieri in piazza, ci spiega Vicky, un giovane Sikh tra gli artefici della manifestazione, solo una fetta, circa il 70%, ha veramente incrociato le braccia. Il resto ha lavorato nei campi la mattina, come tutti i giorni, ad eccezione della domenica per pochi euro. “Il mio datore di lavoro mi ha fatto un contratto di otto euro l'ora – racconta Sing Amarg, in un italiano incerto ma poi ne ricevo tre”. Ed fortunato, altri arrivano a due, qualcuno fatica invece per 80 centesimi. Sono quelli più ricattabili, con il permesso di soggiorno scaduto o nelle mani di uno dei proprietari delle trentamila aziende della zona, delle quali solo un terzo denunciate regolarmente.
Per questo la parola sciopero incute timore. In verità non solo agli immigrati indiani – settemila regolari, il doppio, forse il triplo, a seconda della stagione, senza permesso di soggiorno ma anche a chi gestisce e sfrutta questo immenso traffico di uomini. Alcuni segnali sono stati eloquenti. Il primo, spiega Giovanni Gioia della Flai-Cgil locale, sono le retate effettuate dalla Polizia nei vari borghi che costellano l'agro pontino: “Otto solo negli ultimi giorni”. Una frequenza sospetta in una zona che tollera gli immigrati e che dal loro sfruttamento ricava il 19% del produzione locale. Il secondo un articolo, uscito a ridosso della manifestazione nelle pagine di Latina Oggi. Nel quale i Comitati agricoli riuniti, e cioè gli agricoltori della zona, criticavano fortemente il corteo mettendo anche in guardia dal parteciparvi. “E invece, nonostante le intimidazioni, è stata una scommessa vinta” ha detto il segretario generale della Flai-Cgil Stefania Crogi. “Da oggi – ha aggiunto Claudio De Berardino segretario Cgil Lazio nessuno potrà più dire di non sapere, di non conoscere. Da oggi tutti sanno e tutti conoscono”.
Anche la Prefettura, e cioè il governo. Alla quale sono state avanzate delle richieste ben precise. Come la creazione di un osservatorio permanente e un tavolo di discussione con i sindacati. Se questo riuscirà ad arginare o circoscrivere un fenomeno, come quello dello sfruttamento degli immigrati, meglio se irregolari, è tutto da vedere. Ieri i 500 hanno sfilato tra l'indifferenza generale. Questo perché Latina e provincia vivono di lavoro irregolare. In genere sono le mafie, come la Camorra o la 'ndragheta, qui fortissime, che alimentano il sommerso, ultimamente, invece, è stata anche la crisi. Che, nella zona, sta mietendo molte più vittime che altrove. Non è un case se a Latina e dintorni è presente un tasso di disoccupazione del 27%, cioè quasi tre volte superiore a quello nazionale. Molte fabbriche stanno chiudendo. L'ultima è la multinazionale francese Nexans (che produce cavi ad alta e media tensione). Dal primo giugno manderà a casa 300 operai. Che ieri hanno sfilato proprio accanto ai braccianti agricoli indiani. Come ricordava lo striscione: “Stesso sangue, stessi diritti”.
l’Unità 29.5.10
Vendola-Chiamparino idee per la sinistra che verrà «Ma non chiamatelo ticket...»
Sarebbe il terzo ticket per Nichi Vendola: con De Magistris, poi Veltroni, ora Chiamparino. Il governatore si schermisce: «In Puglia i ticket li ho tolti». Ma sulla sinistra che verrà molti punti in comune con il sindaco di Torino.
di Jolanda Bufalini
Sarebbe il terzo ticket, dopo quello con Veltroni e quello con De Magistris ma Nichi Vendola si schermisce: «Da governatore in Puglia i ticket li ho tolti». Confronto a due, organizzato e moderato dal direttore di Reset, fra Sergio Chiamparino e Nichi Vendola, il tema lo dà il titolo del nuovo numero della rivista: «Italia nelle mani di Bossi, a sinistra ancora nebbia». Due che più diversi non si potrebbe, ma niente affatto dissonanti e, anche, abbastanza divertiti e inclini all’amarcord fra Marx e Lenin. La crisi finanziaria è, per Vendola «crisi di un modello sociale di cui Tremonti è stato un protagonista» Un esempio: i derivati e la regione Puglia, accordi con la Merrill Lynch siglati sotto lo sguardo protettivo del ministro dell’economia. Il sindaco di Torino si spinge a dire «facciamo come in tutta Europa, chiamiamoci sinistra, una parola con una latitudine ampia. Centrosinistra contiene in sè già un' idea di subalternità e di chiusura, riassume l'idea per cui la sinistra non può governare i processi complessi della società contemporanea». E il presidente pugliese apre a sua volta nelle battute finali: «La mia storia e quella di Sergio devono essere portate in un luogo dove noi non proponiamo la replica dei nostri copioni, ma troviamo le parole giuste per parlare al nostro tempo. Non abbiamo nostalgia delle parolacce», punzecchia verso il segretario del Pd.
Giancarlo Bosetti sonda sulla leadership a sinistra, «nuovo contenitore o coalizione», Chiamparino non vuol fare il pierino ma: «Spetta al Pd avviare una discussione vera anche perché le questioni in ballo sono scottanti e non sono indolori». Chiede impegno su un programma essenziale evitando i «manuali», come fu quello che portò undici forze diverse a siglare l’accordo a sostegno di Prodi. Anche se il programma di Lenin, tutto il potere ai soviet, «magari era troppo sintetico».
Il refrein post-regionali della Lega nord «insediata nel territorio» non piace a Nichi Vendola: «Non vuol dire niente, sono molti anni che la Lega è insediata a covare uova di serpente come il razzismo. Ma è la globalizzazione e la sua crisi che hanno consentito alle uova di serpente di schiudersi». Opporre, dice, il governatore rosso «al territorio come regressione tribale o piccola patria il lavoro come diritto, alla comunità rancorosa una finestra aperta e cosmopolita sul mondo».
Analitico e concreto, Chiamparino fa qualche esempio per rispondere: «A Torino dove stiamo costruendo una nuova Moschea, noi siamo andati avanti e la Lega ha perso voti. Significa che è possibile operare per una comunità integrata e non del rancore». Secondo: «Gippo Farassino prese, agli esordi della Lega, il 23 per cento. Il suo nuovo successo è del 9%» Tre: «Il panettiere di Murazzano è orientato a sinistra ma, quando il sindaco di Barolo è andato a chiedere il voto per le regionali, lui gli ha risposto che lo avrebbe dato a Giordano, che lo aiuta sempre nelle pratiche per le pecore». Conclusione: la Lega sta mutuando dalla vecchia Dc l’intermediazione dei rapporti con le capitali, Torino, Roma.
l’Unità 29.5.10
Le navi di pace sfidano Israele
Lieberman: li fermeremo
I pacifisti non demordono: la «Flotta della solidarietà» proverà oggi a forzare il blocco navale israeliano per raggiungere Gaza. La tensione è altissima. La marina dello Stato ebraico è pronta all’abbordaggio.
di Umberto De Giovannangeli
I falchi di Gerusalemme «abbordano» la Flotta della solidarietà. Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, bolla come un atto di «propaganda violenta contro Israele» la spedizione della flottiglia multinazionale delle organizzazioni non governative di «Free Gaza» salpate in questi giorni con l'intenzione dichiarata di spezzare il blocco contro la Striscia.
AVIGDOR ATTACCA
«Nella Striscia di Gaza non c'è crisi umanitaria», sostiene Lieberman, in polemica con diverse istituzioni internazionali, nel corso di una riunione ad hoc durante la quale ha ribadito che il suo governo non permetterà ai battelli di raggiungere la meta. «Israele aggiunge si sta comportando nel modo più umanitario possibile e lascia passare migliaia di tonnellate di cibo e materiale verso Gaza, malgrado i crimini di guerra e i lanci di razzi di Hamas». L'iniziativa delle Ong rincara la dose è dunque solo «un tentativo di propaganda violenta contro Israele» cui Israele risponderà «non consentendo alcuna violazione della sua sovranità: in mare, nei cieli o a terra». Secondo voci riportate dai media delle regione, le forze di sicurezza israeliane hanno già provveduto a mettere in
campo sistemi di disturbo delle comunicazioni attorno alla Striscia sottoposta dallo Stato ebraico a una forte limitazione di accesso di merci e persone fin dall'ascesa al potere degli islamico-radicali di Hamas, nel 2007 e hanno predisposto tende e servizi attorno al porto di Ashdod (sud di Israele): dove hanno annunciato di voler dirottare la flottiglia, per poi provvedere al rimpatrio forzato degli attivisti e al trasbordo via terra dei loro aiuti sotto il proprio controllo. I moniti israeliani non hanno in ogni caso scoraggiato i responsabili della traversata, promossa da Ong registrate in Turchia, Svezia, Grecia, Cipro, Irlanda e Algeria, con la partecipazione anche di alcuni pacifisti italiani.
DETERMINATI A PROSEGUIRE
La tensione è altissima. La flottiglia internazionale ha rimandato a oggi la partenza, secondo quanto hanno reso noto gli organizzatori. «Abbiamo cambiato due volte i programmi perché gli Israeliani minacciavano di catturare l'imbarcazione turca e quindi abbiamo deciso di rinviare il raduno di tutte le imbarcazioni», spiega Audrey Bomse, una delle organizzatrici del movimento «Free Gaza», che guida l'iniziativa. Un altro problema, aggiunge Bomse, è stato un guasto tecnico che ha colpito uno dei natanti. Sette imbarcazioni cariche di aiuti umanitari si sono radunate nelle acque internazionali al largo di Cipro per fare rotta su Gaza. La «Flottiglia» trasporta tonnellate di medicinali, materiali da costruzione, generatori di corrente, carrozzine elettriche e materiale scolastico per la popolazione della Striscia (1,5milioni di persone, in maggioranza donne, bambini e adolescenti).
PALAZZO CHIGI ALLERTATO
La «Freedom Flotilla Italia» ha inviato-27maggioore19:42-unfaxal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. «Di sicuro saprà si legge nel messaggio che agenzie di stampa hanno riportato come il Governo di Israele ha ripetutamente minacciato di impedire al convoglio, denominato Freedom Flotilla, di giungere a Gaza ricorrendo anche alla forza ed all’arrembaggio. Non saprà forse, signor sottosegretario, che la Freedom Flotilla navigherà unicamente in acque internazionali e nella acque territoriali di Gaza, sicché qualsiasi azione della marina israeliana si configurerebbe come atto di pirateria, ciò che la comunità internazionale non può permettere...Ci rivolgiamo perciò a lei auspicando vivamente che il Governo Italiano svolga con immediatezza perché le navi giungeranno tra breve in vista della acque territoriali di Gaza – i passi necessari per invitare il Governo Israeliano al rispetto delle norme del diritto internazionale che non riconoscono ad Israele alcun diritto su Gaza da dove ha ritirato con scelta unilaterale il proprio esercito. Lo stesso assedio di Gaza che dura da un anno e mezzo è arbitrario ed illegittimo Restiamo in fiduciosa e vigile attesa, confidando in una sua risposta rassicurante...». La risposta, finora, è solo una: il silenzio. Inquietante. Complice.
Corriere della Sera 29.5.10
«Nucleare, secco no di Israele
al Trattato di non proliferazione
E non accetteremo di essere sottoposti a ispezioni»
Israele: «Non partecipiamo al Trattato
di non proliferazione nucleare»
Per Tel Aviv la risoluzione del Tnp «ignora la realtà del Medio Oriente e le vere minacce»
qui
http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_29/israele-trattato-nucleare_785c5330-6b5b-11df-9ae5-00144f02aabe.shtml
Repubblica “29.5.10
Israele denunci le atomiche", l´ira degli Usa
NEW YORK - I paesi arabi vincono il braccio di ferro alla Conferenza per la Non proliferazione nucleare di New York. Ieri, in chiusura di lavori, per la prima volta dopo 10 anni di impasse, la conferenza ha adottato un documento di revisione del Trattato entrato in vigore nel 1970: nel testo si auspica un Medio Oriente libero dalle armi nucleari e si fissa per il 2012 una conferenza internazionale che faccia il punto sul nucleare nella regione.
Il documento ha suscitato una dura reazione da parte dei rappresentanti americani, perché mette sul banco degli imputati Israele. Il testo auspica infatti che lo Stato ebraico aderisca al Trattato mettendo le sue testate nucleari sotto il controllo dell´Aiea, l´Agenzia internazionale per l´energia atomica. Israele non ha mai ammesso ufficialmente di possedere armi nucleari, ma sono pochi gli esperti che dubitano dell´esistenza di testate all´interno del suo territorio. Nè la Siria nè l´Iran, che avevano espresso riserve sulla dichiarazione finale, hanno bloccato il documento, che è stato fortemente voluto da Egitto ed altri Paesi arabi.