Adnkronos 27.5.10
LIBRI: AD ANCONA SARA' PRESENTATO DOMANI 'LOMBARDI E IL FENICOTTERO' DI PATRIGNANI
Ancona, 27 mag. - (Adnkronos) - Sara' presentato domani, alle 18, nella Libreria Feltrinelli di Ancona 'Lombardi e il Fenicottero', scritto dal giornalista Carlo Patrignani per i tipi de' L'Asino d'oro edizioni' e dedicato a Riccardo Lombardi, colui che e' stato definito il 'poeta del socialismo italiano', grande leader della 'sinistra socialista'. All'incontro partecipera', oltre all'autore, Antonio Giannotti, vice presidente del Circolo Lombardi. E' un testo, quello di Patrignani, ''scritto in onore di Riccardo Lombardi di cui sono stato in passato, come tantissimi altri -spiega l'autore-, un gran estimatore per l'intelligenza, la genialita', l'onesta' e la pulizia morale che ne hanno fatto uno dei migliori protagonisti della storia della Repubblica, di cui a breve ricorre il 64esimo anniversario. Il libro, per la prima volta, attraverso una lunga ricerca, parla della sua donna Ena Viatto su cui e' sceso un velo di silenzio lunghissimo da dopo la Liberazione alla sua morte, avvenuta l'11 novembre 1986. Nonostante fosse stata un fenicottero al pari di Rita Montagnana, Teresa Noce, le donne di Palmiro Togliatti e Luigi Longo, con il compito di distribuire materiale clandestino al di la' e al di qua delle Alpi''. Nel libro, ci sono inediti di Lombardi a partire dall'articolo scritto nel 1946 su quale Repubblica e Costituzione fare fino alla P2 e alla famosa affermazione ''un Psi cosi' non ha motivo di esistere''. (Ama/Pn/Adnkronos)
l’Unità 27.5.10
L’Inconscio è ancora come lo «vide» Freud? La Spi a congresso
A Taormina, da oggi al 30 le discussioni degli psicoanalisti
Il XV Congresso della Società psicoanalitica Italiana (Spi) si apre oggi a Taormina sul caposaldo della psicoanalisi: l’Inconscio. «Scoperto» da Freud è il fulcro e il motore della teoria che il padre della psicoanalisi elaborò. Il nostro inconscio è rimasto lo stesso che «vide» Freud o i cambiamenti sociali, culturali, ambientali lo hanno modificato? I lavori e la discussione che animeranno il congresso fino al 30 maggio saranno il punto di arrivo di un lungo lavoro di rivisitazione del concetto di inconscio che la società psicoanalitica, presieduta da Stefano Bolognini, ha compiuto in questi ultimi anni. Nel congrersso verrà posto l’accento non tanto sull’inconscio come «calderone ribollente», realtà ontologica, o regione della mente, ma sull’esplorazione dell’inconscio e del suo operare, tramite gli strumenti che la psicoanalisi si è data e con i quali si cimenta con la sofferenza umana: un metodo specifico di osservazione, una tecnica, una teoria. Siamo in pieno ambito della clinica e della ricerca a partire dalla clinica, dentro il lento e paziente lavoro nell’intimità dello spazio analitico come osservatorio privilegiato anche sulle trasformazioni sociali. Nel percorso del convegno si parlerà di persone con un funzionamento inconscio che risente della difficoltà dell’uomo di oggi a soffermarsi sulla propria realtà psichica. L’uomo di oggi rimuove meno, non tanto perché la rimozione non esista più, ma perché, stretto nell’illusione di una felicità rapidamente conquistabile, fatica ad avere accesso alla propria realtà psichica in cui fa capolino, non invocata, l’idea del proprio limite e quindi della propria morte. A sviluppare e confermare questa linea di ricerca e di discussione, i molti lavori dedicati all’espressione corporea del disagio psichico; si richiede all’analista di oggi un atteggiamento capace di accogliere, sviluppare e trasformare gli stati emotivi. Ampiamente rappresentata nel congresso la psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti, a testimonianza di un interesse crescente del mondo psicoanalitico rispetto al costituirsi del soggetto e delle identità.
Repubblica 27.5.10
Se le vacanze valgono più della scuola
risponde Corrado Augias
Gentile dottor Augias, ho letto su Repubblica le opinioni della professoressa Mastrocola favorevole alla riapertura dell'anno scolastico in ottobre perché «tanto, per come è la scuola adesso, meglio starci il meno possibile». Ritengo, invece, che la scuola, quand'anche dia "solo un'infarinatura" e non faccia "cultura" (ma è tutto da discutere!) sia ancora un presidio rispetto al ciondolare presso i muretti, alla nullafacenza ai tavolini di un bar. Le estati passate a "guardarsi dentro" sono stupende! Ma, forse, va coltivata prima l'attitudine a questo "guardarsi". Tra una infarinatura e l'altra può ancora essere il piccolo risultato di mesi e anni trascorsi in classe, con qualche insegnante ancora motivato che può aver trasmesso uno straccio di attitudine a riflettere e a pensare. Il vero problema della scuola sarebbe, semmai, di migliorarne la qualità (strutture, docenti, vita quotidiana). La scuola andrebbe ripensata senza questo assillo ogni anno di piccole riforme che confondono e basta. Men che meno la "riforma" Gelmini, una applicazione della legge finanziaria che ha impoverito in modo scandaloso la scuola pubblica.
Giulia Alberico g.alberico@fastwebnet.it
Il calendario scolastico è uno dei classici argomenti che andrebbero discussi con calma, ragionando insieme, tenendo conto delle speciali condizioni del nostro Paese che da Nord a Sud copre una distanza ortodromica di oltre milleduecento chilometri. Per cominciare, bisognerebbe mettere subito da parte le povere parole del ministro Gelmini che tira in ballo i benefici per le vacanze e il turismo. Mi ha scritto la prof. Laura Kocci (lkocci@tiscali.it): «L'uscita della Gelmini ha un merito: fa capire quale sia l'idea di scuola dell'attuale governo: le vacanze valgono più della scuola». Roberto Corbella, presidente dei tour operator di Confindustria ha suggerito (su Repubblica del 25 maggio) che si potrebbe forse migliorare la distribuzione delle vacanze nel corso dell'intero anno scolastico. La lettrice Elisabetta Bolondi (bolondi@tiscali.it) che ha insegnato a lungo "nella semiperiferia romana" e dunque sa di che parla, scrive: «La mia esperienza mi porta a dire che ci vuole più scuola, più presenza di adulti responsabili che siano un punto di riferimento per ragazzi sbandati, spaesati, disorientati dall'assenza delle famiglie». Forse qui è il punto: la scuola non solo per le lezioni "frontali" ma come centro di aggregazione, di allenamento alla socialità, di scoperta della propria città o regione. Tutto ciò che in famiglia si ha sempre meno spesso. Poiché al momento i soldi non ci sono, bisognerebbe supplire con la passione. E con un po' di competenza.
Repubblica 27.5.10
Quel che rende unico ogni individuo
Perché l´individuo è alle fondamenta della democrazia
di Gustavo Zagrebelski
Sappiamo adattarci e adeguarci alle condizioni di vita più diverse
La verità della nostra umanità non sta in una filosofia ma sta dentro ciascuno di noi
Anticipiamo una parte della lezione che il giurista terrà domani a Pistoia sul rapporto tra democrazia e identità personale
«Sull´uomo», sull´essere umano. Non so immaginare come altri, intervenendo in questi "dialoghi sull´uomo", interpreteranno l´espressione e intenderanno il loro compito. Da parte mia, non andrò di certo alla ricerca di qualcosa di essenziale, di ideale, di radicale circa l´essere-uomo. Nelle cose politiche e morali, è bene diffidare delle astrazioni e delle dottrine circa l´umanità autentica, vera, non corrotta, corrispondente all´ideale, un ideale che debba essere realizzato con ogni mezzo e a ogni costo. È prudente pensare che non esista "l´uomo" o che, se esiste, non l´abbiamo mai incontrato. Ci sono "gli uomini" e non uno è per natura uguale all´altro. Per nostra fortuna è così. Altrimenti saremmo pronti ad accettare l´uomo-massa, l´uomo-gregge, l´uomo in serie. La verità della nostra umanità non sta in una filosofia, in un´antropologia; sta dentro ciascuno di noi, in interiore homine, e tutti possiamo cercare di conoscerla seguendone le tracce profonde, senza mentire a noi stessi. Conosci te stesso! E non pensare che quello che hai trovato valga necessariamente nemmeno per chi ti sta più vicino.
La storia ci mostra però che questa realtà, tanto molteplice da non poter trovare un esemplare di per sé uguale a un altro, è tuttavia massimamente plastica, cioè capace di adattarsi, adeguarsi, combaciare alle condizioni nelle quali si trova a vivere. Nessun altro essere vivente ne è altrettanto capace. Per questo, gli esseri umani sopravvivono nelle condizioni ambientali, climatiche, sociali, politiche più diverse. Non solo gli individui, ma anche le loro società sono varie e sono capaci di cambiare, come nessun´altra società di esseri viventi. I viventi non umani ci appaiono programmati per vivere nella e solo nella struttura sociale che è loro propria.
Dalle società tribali arcaiche, studiate dagli etologi, alle odierne società della comunicazione, di cui si occupano gli informatici, quante varianti, quanti tipi umani diversi: cacciatori, agricoltori, nobili e plebei, liberi e servi, cittadini e contadini, corteggiani, cavalieri e borghesi, umanisti e tecnici, imprenditori ed esecutori, proprietari e proletari, uomini di religione e uomini di scienza, eccetera. Differenze, queste, che riguardano il lato esteriore degli esseri umani, quello che riguarda i rapporti sociali tra di loro. Ma che diremmo del lato interiore, quello che riguarda cose come le loro qualità morali, la loro sensibilità artistica, l´autocoscienza, la felicità e l´infelicità? Qui davvero ogni pretesa di generalizzare sarebbe ancora più arbitraria.
Forse però, potremmo già subito smentirci da noi stessi e dire che, allora, una natura dell´essere umano c´è, ed è la sua plasticità e irriducibilità ad unitatem. Ma è una smentita apparente, perché non ci permette di andare oltre, mentre è propriamente questo "oltre", o questo "altro" ciò che ci importerebbe di definire.
Orbene, è precisamente l´indefinibiltà di un´idea essenziale a priori che consente di dire qualcosa in modo indiretto, a partire dalle condizioni esterne che operano sugli esseri umani, conformandoli a determinati standard sociali e a determinate aspettative sociali. Ferma restando, peraltro, la sempre presente, residua e ribelle, loro irriducibilità integrale a tali standard.
Guardando alle condizioni odierne delle nostre società, troviamo impressionanti conferme di due profezie che risalgono, l´una, a Tocqueville e, l´altra, a Dostoevskij.
Tocqueville, osservando le condizioni della società americana orientata alla democrazia ugualitaria, previde «una folla innumerevole di uomini simili e uguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri, con cui soddisfare il proprio animo. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è come estraneo al destino degli altri: i suoi figli e i suoi amici più stretti formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, è vicino a loro, ma non li vede; li tocca, ma non li sente; vive solo in se stesso e per se stesso, e se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia patria. Al di sopra di costoro s´innalza un potere immenso e tutelare, che s´incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Assomiglierebbe al potere paterno, se, come questo, avesse per fine di preparare gli uomini all´età virile; ma al contrario, cerca soltanto di fissarli irrevocabilmente nell´infanzia» (La democrazia in America, 1840, libro II, parte IV, capitolo VI).
Dall´altra parte del mondo, qualche decennio dopo (1879-1880), Dostoevskij avrebbe scritto, presumibilmente senza conoscere il suo predecessore, quella che è stata definita la storia dei due secoli successivi, La leggenda del Grande inquisitore, capitolo centrale, somma del suo pensiero politico e vetta della sua arte, ne I fratelli Karamazov. Anche qui, l´umanità è vista divisa in due. I "tutori" di Tocqueville diventano gli "inquisitori" in Dostoevskij. La visione generale è la stessa: la massa addomesticata e i pochi che, al di sopra, l´addomesticano. Non tiranni feroci, ma benefattori che prendono sulle loro spalle il fardello di una libertà di cui, per lo più, gli esseri umani non sanno che farsi, anzi anelano di sbarazzarsi. La società dei grandi numeri, industrializzata, standardizzata, meccanizzata produrrebbe così una doppia, opposta umanità. La divisione ha a che fare con la distribuzione ineguale di tre risorse vitali, i beni materiali, le conoscenze, il potere: detto altrimenti, l´avere, il sapere, il potere, i tre pilastri d´ogni struttura sociale.
La democrazia in America è un testo che potremmo definire di sociologia politica; La Leggenda, di antropologia morale. Per questo, in un discorso sull´essere umano come è quello cui i "Dialoghi sull´uomo" ci invitano, è a Dostoevskij, innanzitutto, che ci rivolgiamo. Non con l´illusione di trovarvi tutto, ma almeno con la certezza di scorgervi qualcosa di ciò che cerchiamo, anzi forse non poco.