l’Unità 6.6.10
Tremonti chiede sacrifici e intanto La Russa acquista 131 cacciabombardieri dagli americani
Tagliano gli stipendi e comprano armi
Tremonti taglia gli stipendi e la spesa dei comuni, ma intanto il governo spende senza freni negli armamenti. Il governo compra 131 cacciabombardieri dagli americani. Entro il 2026 serviranno ben 15 miliardi di euro.
di Mariagrazia Gerina
Ammodernamento. Armi sofisticate, strumenti di guerra spese senza limiti
Eurofighter. Ottanta sono già in Italia, ma alla fine saranno ben 121
Fuori dai ministeri, tra gli statali che da qui ai prossimi tre anni dovranno sacrificare i loro stipendi per versare allo Stato 5 miliardi di euro contro la crisi, il grido pacifista si è già fatto largo: «Vendessero i cacciabombardieri di La Russa». In realtà più che di vendere si tratterebbe di non acquistarne di nuovi. Idea tutt’altro che peregrina. È quello che sta decidendo di fare la Germania in queste ore, per dire. Il Pd stima che si potrebbero risparmiare almeno 2 miliardi l’anno. Ovvero sei miliardi nei tre anni su cui opera la manovra. Una stima prudenziale, visto che la spesa in armamenti si aggira intorno ai 3,5 miliardi l’anno.
Nella manovra finanziaria di Tremonti, però, di tagli agli armamenti non ne troverete traccia. E sì che in programma il governo italiano non ha solo l’acquisto di nuovi cacciabombardieri. Sul bilancio dello stato, al momento, incombono ben 71 programmi di ammodernamento e riconfigurazione di sistemi d’arma, che ipotecano la spesa bellica da qui al 2026. Tutti passati inosservati sotto lo sguardo vigile del ministro dell’Economia.
CIFRE ASTRONOMICHE
Eppure parliamo di cifre astronomiche, che il governo si è impegnato a versare all’industria bellica per acquistare una varietà incredibile di nuove armi. La lista è lunga. Prendiamo solo qualche esempio. Partiamo proprio dai cacciabombardieri. Programma di ammodernamento numero 65. Un piano faraonico, che impegna l’Italia a comprare dagli Usa 131 cacciabombardieri F-35. Aerei progettati per essere invisibili ai radar (solo che nel frattempo i radar si sono evoluti). Roba da guerra fredda. Solo nel triennio interessato dalla manovra appena varata l’acquisto programmato sulle casse dello stato per circa 2,5 miliardi di euro. Totale della spesa prevista da qui al 2026: 15 miliardi. Che si sovrappone per altro alla spesa per l’acquisto, già programmato, di 121 Eurofighter (80 sono stati già comprati e c’è ancora un’ultima tranche). Ma andiamo oltre. Al programma numero 67, per esempio. Si chiama «Forza Nec»: serve a dotare le forze armate di terra e da sbarco di un sistema assai sofisticato di digitalizzazione. Roba da Vietnam, ovvero da conflitti ad
alta intensità la guerra in Iraq era considerata a media intensità. Per ora siamo alla fase di progettazione, che da sola costa circa 650 milioni di euro. L’esborso finale, non ancora formalizzato, si aggirerà intorno agli 11-12 miliardi. Ma andiamo oltre. Passiamo ai sommergibili. Difficile prevedere una battaglia navale nel Mediterraneo che li richieda, eppure nella lista dei futuri armamenti non mancano due sommergibili di nuova generazione. Costo stimato: circa 915 milioni. Più della metà da versare già nei tre anni della manovra. Una cifra minore ma non per questo più sensata sarà spesa invece per comprare nuovi sistemi di contracarro di terza generazione: 120 milioni di euro.
Cifre da capogiro. Tanto che lo stato italiano fa fatica a stare dietro agli impegni presi. E l’industria bellica è costretta a ricorrere alle banche. Con il risultato che l’indebitamento fa lievitare ulteriormente i costi. Negli ultimi tre anni, l’Italia ha speso in armamenti circa 3,5 miliardi di euro l’anno. Una cifra destinata a lievitare, tanto più che nemmeno la manovra prova a scalfirla.
Una cifra molto opaca, secondo il Pd, che domani in Commissione difesa del senato presenterà una risoluzione per chiedere che il governo iniziafareiconticonlearmieconi miliardi che i 71 fatidici programmi continuano a sottrarre al bilancio dello Stato. Sono tutti così indispensabili? Il Pd chiede di verificarne utilità, tempi d’attuazione e costi. E di adottare quella che definisce una «moratoria ragionata». Obiettivo: ottenere risparmi consistenti. E costringere il governo ad adeguare la spesa ai costi della crisi. E al modello di difesa adottato alla luce della Costituzione.
L’Italia ripudia la guerra, appunto. E però continua a buttare miliardi in armi, oltretutto (per fortuna) inutili. Negli ultimi 15 anni infatti le forze armate italiane sono state impegnate in 35 missioni di peacekeeping. «Ma se dobbiamo portare la pace, che ce ne facciamo dei bombardieri F-35?», osserva il capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero Scanu, primo firmatario della risoluzione, che illustrerà domani al senato: «Semmai aggiunge abbiamo bisogno di addestrare i militari, di provvedere alla manutenzione dei mezzi di trasporto che utilizzano».
Ecco appunto, di quelli invece la manovra si occupa: un taglio di quasi un miliardo in tre anni, che si aggiunge agli 1,5 miliardi di risparmi sul bilancio di esercizio già programmati dalla prima finanziaria del governo Berlusconi. Forse anche per questo quel grido d’allarme lanciato dal dipendente statale pacifista ormai comincia a diffondersi anche tra le forze armate. «Il rapporto difesa-industria va cambiato, ci sono costi e appetiti che lo rendono non ottimale, l’industria non può imporre ciò che vuole», ha denunciato pubblicamente lo stesso sottocapo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Maurizio Ludovisi.
«Fin qui il governo non ha ancora risposto: quale è il modello di difesa a cui finalizza la spesa?», osserva Roberta Pinotti, appoggiando l’iniziativa del capogruppo. «Non è che da domani debbano rientrare gli uomini in missione spiega Achille Serra, vicepresidente della Commessioni -, ma spendiamo soldi per armi inutili ed è doveroso tagliare davanti alla crisi è doveroso».
Repubblica 6.6.10
La cantante israeliana Noa: "Artisti, uniamoci per la pace"
"Ho il cuore spezzato il premier si dimetta"
Vorrei che il mio popolo usasse il voto per eleggere un governo in grado di porre fine all’occupazione
di Carlo Moretti
È la cantante israeliana più famosa al mondo. Ebrea di origini yemenite, Noa crede da sempre nella musica come strumento di pace e di dialogo tra i popoli, e per questo ha spesso collaborato con artisti arabi, tra questi l´algerino Khaled, l´israeliana Mira Awad, il palestinese Nabil Salameh, nato e cresciuto in un campo profughi in Libano. Noa dice che l´attacco ai pacifisti della Flotilla l´ha gettata nella disperazione: «Ho il cuore spezzato, sono così arrabbiata che non trovo le parole giuste per esprimere come mi sento» ha scritto, poche ore dopo il tragico arrembaggio, nel suo blog. Ora accetta di parlarne.
Noa, lei vive in Israele: qual è l´atmosfera che si respira oggi nel paese rispetto a questo tragico evento e quali sono i sentimenti tra le persone che lei frequenta?
«Sono sentimenti terribili, c´è moltissima rabbia e frustrazione, e pesa molto il rimorso per la perdita di vite umane. Nessuno però qui pensa che il governo israeliano volesse uccidere qualcuno su quella nave, ma la situazione è stata gestita in maniera davvero disastrosa. La strage ha scatenato aspre critiche e la demonizzazione dello stato di Israele e del popolo ebraico: fossi al posto del premier o del ministro della difesa mi dimetterei immediatamente, assumendomi le responsabilità per le conseguenze delle mie decisioni, che hanno messo a rischio la sicurezza del mio paese e danneggiato la sua immagine».
Cosa pensa dell´occupazione dei territori palestinesi?
«È sbagliato continuare a vedere nell´occupazione della Cisgiordania una risorsa piuttosto che un obbligo. L´idea che sia una risorsa ha reso per troppo tempo "tollerabili" le implicazioni umane e morali dell´occupazione, mentre io le considero intollerabili. L´occupazione è immorale e inumana, dovrebbe avere termine; e per la nostra sicurezza dovremmo contare invece sull´aiuto di nazioni amiche. Personalmente vorrei correre il rischio di un tentativo in questo senso e spero che gente come me, dall´altra parte, voglia correre lo stesso rischio contrastando la paura e il pregiudizio che coltivano nei loro cuori».
Cosa possono fare gli artisti, e in particolare quelli israeliani, per manifestare questo desiderio di una soluzione pacifica della crisi?
«Vorrei che tutti gli israeliani facessero una campagna di opinione e usassero il loro voto democratico per eleggere un governo in grado di porre fine all´occupazione iniziata nel 1967 e di firmare subito un trattato di pace con il governo democraticamente eletto dai palestinesi. Entrambi i governi potrebbero farsi così interpreti del desiderio dei due popoli di vivere in pace uno accanto all´altro. Farò sempre sentire la mia voce in campagne di questo tipo ed esorto tutti gli artisti, israeliani e palestinesi, a fare lo stesso».
Repubblica 6.6.10
Il processo
Urss, la fabbrica delle condanne perfette
di Nicola Lombardozzi
L´arresto avvenne anni dopo Tra le sue carte, una poesia giovanile: "Perché mai così poca musica? Perché mai un tale silenzio?"
Una sera di maggio del ´34 il poeta Osip Mandelshtam recitò davanti al funzionario della polizia segreta queste parole: "Viviamo senza fiutare più sotto di noi il paese". Firmò così la sua fine: Stalin non lo perdonò e lo mandò a morire in un gulag. Ora dagli archivi emergono i documenti degli interrogatori Che mostrano come si costruisce una sentenza politica senza appello
Mosca. Il poeta sapeva che il dittatore non l´avrebbe mai perdonato. Il poeta era stanco, rassegnato, sicuro che qualcuno tra i suoi amici più cari l´avesse tradito, consegnato alla macchina spietata del terrore staliniano. Mormorò un verso, il primo: «Noi viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese». Dall´altra parte della scrivania, in quel tetro ufficio della Lubjanka, il funzionario addetto agli interrogatori cominciò a scrivere su un foglietto di carta da quaderno con la sua penna blu. Lentamente, burocraticamente, senza cambiare espressione del viso. Il poeta continuò tutto di un fiato la sua confessione in rima: «I nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza…». Il funzionario annotava, e la voce del poeta si faceva sempre più sicura mentre il testo proibito che non aveva mai osato mettere per iscritto prendeva forma, tra tutte quelle informative e rapporti di polizia che servivano a dimostrare la sua pericolosità «per l´autorità dei Soviet» e segnare la sua fine. Il poeta lo firmò.
Quel testo, dettato in una sera di maggio del 1934, è l´unico manoscritto autografo del più famoso epigramma del poeta custodito per più di settant´anni negli archivi dell´allora Nkvd, la polizia segreta sovietica, in una cartellina beige con la scritta: "Fascicolo personale n.662 del detenuto Osip Emileevic Mandelshtam". Dentro c´è la storia della lotta senza speranza tra uno dei più grandi poeti di Russia e il potere. Un gioco di minacce, isolamento e repressione, che si concluse il 27 dicembre del 1938 con la morte di Mandelshtam nel gulag di Vtoraja Recka, alle porte di Vladivostok. Aveva quarantasette anni. La sua storia sta per apparire in un dossier della Fondazione Mandelshtam e dalla Novaja Gazeta, basato su documenti inediti.
Scomodo, Mandelshtam lo era stato da sempre e per tutti. I suoi primi arresti risalgono al 1920 e l´accusa è paradossalmente opposta a quella che lo avrebbe portato al gulag. La prima volta fu interrogato a lungo a Feodossia, nella Crimea che resisteva al comunismo. Fu torchiato dagli agenti del generale Vranghel, uno dei comandanti della Guardia Bianca, che lo sospettavano di collaborazione con i bolscevichi. «Spirito ribelle. Tendenze anticonformistiche», erano l´unica fonte di sospetto. Di sicuro turbava la sua biografia: ebreo nato a Varsavia, studente prima a Parigi, poi a Heidelberg e infine a San Pietroburgo. Scagionato in qualche modo dalle guardie bianche fu arrestato pochi mesi dopo a Batumi, in Georgia. Questa volta furono i menscevichi georgiani ad accusarlo di essere una spia bolscevica. Accuse che avrebbero dovuto valere in seguito come medaglie al merito nell´Unione Sovietica del dopo guerra civile. Ma non fu così.
Protagonista dei circoli letterari, amico della poetessa Akhmatova, fondatore con lei del Movimento Akmeista, Mandelshtam era comunque considerato un personaggio inaffidabile per il regime. L´inizio della fine fu un viaggio con la moglie in Ucraina nel 1933, nell´orrore dell´Holomodor, la spaventosa carestia programmata da Stalin nella furia della sua guerra contro i kulaki, che provocò milioni di morti. Della sua indignazione resta un altro verso segreto dettato all´inquisitore nell´interrogatorio del 1934: «Primavera fredda, la timida Crimea è senza pane…». Ma più di tutto vale il rapporto della polizia segreta custodito nel fascicolo 662: «Al rientro dall´Ucraina gli umori di Mandelshtam hanno preso sfumature antisovietiche. Si è isolato, tiene le tende sempre abbassate. È avvilito dalle scene di fame ma anche dai suoi fallimenti letterari. La casa editrice Gikhl (prontamente allineata agli umori del Partito, ndr) vuole togliere dai cataloghi le vecchie poesie. Delle nuove opere non se ne parla neanche».
Informatissima anche da persone molto vicine a Mandelshtam la polizia continuava a costruire il castello di prove. Ecco un´altra informativa: «Mandelshtam intende scrivere al compagno Stalin ma le sue intenzioni sono chiare. Ha detto che se solo potesse fare un viaggio all´estero sopporterebbe qualsiasi disagio pur di restare lì. Inoltre si è recentemente espresso così: da noi la letteratura non esiste più, lo scrittore è ormai un burocrate, registratore delle menzogne». Ma a far precipitare le cose fu una riunione con amici che credeva fidati. Mendelshtam recitò a memoria la sua poesia contro Stalin Noi viviamo senza…. La voce arrivò puntualmente a chi di dovere. L´arresto scattò la notte del 13 maggio 1934. Mandelshtam fu tenuto per quattro giorni a tormentarsi in una cella della Lubjanka prima di essere portato davanti al suo inquisitore, Nikolaj Shivarov, il funzionario dei servizi esperto di questioni letterarie. L´uomo che annoterà i suoi versi.
Per quella evenienza Mendelshtam si era preparato. Aveva passato lunghe serate con il suo amico Arkadij Furmanov, ex cekista, a giocare all´inquirente, per imparare come aggirare le domande. Ma servì a poco. Convinto che il testo fosse già noto alle autorità finì per autoaccusarsi ripetendolo ad alta voce. Fece anche i nomi degli amici presenti alla audizione privata. Tre di questi furono successivamente arrestati.
Per sua fortuna però i tempi non erano ancora maturi. Il direttore delle Izvestjia, Bukharin, intercedette presso Stalin ma facendo un´altra delazione, segnalandogli cioè che anche lo scrittore Boris Pasternak difendeva il suo collega e che cominciava a lamentarsi pubblicamente. Il dittatore amava queste situazioni e si esibì in una delle sue performance preferite. Telefonò a Pasternak e gli disse secco: «Il caso Mandelshtam è stato riesaminato. Andrà tutto a posto». E poi aggiunse bonario per tranquillizzare lo scrittore terrorizzato: «Anch´io avrei fatto di tutto per salvare un amico nei guai. Inoltre lui è un genio, no?». Confuso Pasternak chiese di essere ricevuto per chiarire. Stalin riattaccò il telefono.
Così nel ´34 Mandelshtam sfuggì alla pena di morte e se la cavò con tre anni di esilio forzato a Cerdyn, negli Urali, e poi a Voronez. Ma il soggiorno alla Lubjanka lo aveva ormai devastato. Soffriva di allucinazioni, improvvisi stati febbrili. Tentò il suicidio. Nel ´37 inviò a Stalin un´ode riparatrice che ebbe un effetto devastante. Al Cremlino i versi apparvero chiaramente irrisori e carichi di doppi sensi.
La fine arrivò il 15 ottobre del 1937. Per quella data Mandelshtam aveva organizzato una serata presso l´Unione scrittori. Una mossa pubblicitaria per rientrare nel giro e uscire dagli incubi. Nel fascicolo dei servizi segreti è conservato un messaggio della Lubjanka al segretario dell´Unione scrittori. Eccola: «Stimato compagno. Il giorno 15 alle sei di sera, si terrà la lettura delle poesie di Mandelshtam. Prego provvedere alla presenza in sala!». Firmato: il segretario del Bureau della sezione Poeti, Surkov. Ordine eseguito. Mandelshtam arrivò, carico di speranze, in una sala completamente vuota. L´arresto definitivo qualche mese dopo, il 2 maggio del ´38. Processato per «comportamenti antisovietici» fu condannato ai lavori forzati a vita in un gulag. Morì poco dopo. Tra le sue carte, una poesia giovanile. «E sopra il bosco quando si fa sera/si alza una luna di rame/perché mai così poca musica/perché mai un tale silenzio?».
Repubblica 6.6.10
In quei versi così russi l'arma del tirannicidio
di Viktor Erofeev
O sip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin, quale può essere considerato il suo componimento del 1933 Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese, è di una precisione micidiale. A tutt´oggi, benché siano centinaia i libri su Stalin, Mandelshtam rimane il nostro più grande tirannicida poetico. Il suo talento era pari al potere dispotico di Stalin. Era una lotta tra due giganti. Due giganti che appartenevano a due generi opposti di esseri umani. Mandelshtam era un meraviglioso strumento della cultura russa, che odiava il potere russo e anelava alla sua distruzione.
Il primo tiratore che prese di mira il potere fu Aleksandr Radishov, che con il suo racconto del Viaggio da Pietroburgo a Mosca (1790) suscitò le ire di Caterina II, che mandò l´autore in esilio. Radishov però era un letterato mediocre. Forse solo Pushkin era riuscito a scrivere degli straordinari versi d´amore per la libertà, ancora ben lontani però dall´audacia dell´epigramma di Mandelshtam che annientò il carisma politico di Stalin, lo mise a nudo e fece vedere il suo orribile corpo di mostro. Stalin apprezzò la forza del suo nemico e mostrò nei suoi confronti un´eccezionale indulgenza. Stalin incarnava e riassumeva in sé tutti gli aspetti più ripugnanti della storia del potere russo, e per giunta era determinato a riplasmare la natura umana con inaudito sadismo sul proprio modello politico. Avrebbe ucciso un uomo per peccati molto più lievi, aveva già sulla coscienza la più grave carestia dell´Urss, l´Holomodor; eppure la sfida lanciatagli dal poeta suscitò in lui, a quanto pare, un´involontaria ammirazione.
Stalin, che in gioventù era stato un poeta fallito, comprendeva la grandezza di Mandelshtam. Sentendosi sfidare per nome, egli capì che quanto più si fosse mostrato magnanimo, tanto minor forza avrebbe assunto la verità dell´avversario. Mandelshtam se la cavò con un esilio a Voronez. Vero è che quattro anni più tardi Stalin lo avrebbe schiacciato come una mosca. D´altronde, nel 1938, l´anno del grande terrore, Stalin punì Mandelshtam cancellandolo dalla lista dei tesori della cultura russa, e il poeta andò incontro alla morte certa nel gulag non più come un genio, ma come un coccio di una civiltà in frantumi.
Insomma, perché la cultura russa è così straordinaria e lo Stato russo è così ripugnante, praticamente lungo tutto il corso della storia? Vi svelerò un segreto, il motivo è questo: la cultura russa, la parola letteraria russa sono splendide proprio perché si contrappongono allo Stato russo, facendo passare tutti i loro temi, dall´amore alla morte, attraverso un fiero rifiuto della menzogna. Per parte sua, lo Stato russo è così orribile perché si oppone crudelmente alla cultura che si oppone a esso, nel tentativo di dimostrare la propria verità di supremo paternalismo. Lo Stato russo è fermamente convinto di essere nel giusto e odia la parola che sfugge alla censura. Da tempo ormai si è trasformato in un mostro che divora i poeti, e correggerlo è altrettanto difficile che costringere Mandelshtam, in preda a un terrore animale, a comporre un´ode per Stalin. Stalin e Mandelshtam sono una coppia perfetta di ballerini che in un valzer di sangue volano attraverso i secoli della nostra storia gloriosa, strangolandosi e uccidendosi a vicenda.
(Traduzione di Mirella Meringolo)