Agi 17.6.10
lo psichiatra Massimo Biondi, direttore del dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica della 'Sapienza' di Roma
Una svolta nella cultura psichiatrica: se e' decisivo "ridurre i tempi tra la comparsa dei sintomi di gravi disturbi non riconsciuti, le psicosi, e la diagnosi per la cura, e' anche importante
disporre di validi indizi come il sonno e i sogni per comprendere i vissuti del
paziente". Lo dice lo psichiatra Massimo Biondi, direttore del dipartimento di
Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica della 'Sapienza' di Roma,
all'indomani del terzo convegno annuale 'L'intervento precoce nelle psicosi, Un
cambio di paradigma' con i contributi di specialisti europei. "Un incontro
molto importante di riflessione, ricerca e scambio di esperienze - spiega
Biondi - Siamo una struttura che fa attivita' didattica e che vuole
confrontarsi con la cultura in movimento". Insomma, la psichiatria si
rinnova? "La diagnosi e' decisiva per evitare danni molto piu' grandi -
aggiunge - e la comparsa dei primi sintomi avviene nell'adolescenza: diciamo
che la fascia d'eta' a rischio e' tra i 16 e 30 anni, per cui prima si fa
diagnosi e s'interviene e meglio e'. Bisogna, secondo Biondi, "vincere una
certa disattenzione colpevole per cui si tende a sottovalutare l'esordio
precoce di sintomi che non trattati arrecano danni gravi".
Spesso questi esordi sono accompagnati dall'uso e
dall'abuso di sostanze. "Esattamente, puo' essere l'abuso di sostanze che porta
e scatena distrubi psichiatrici gravi - precisa Biondi - ma anche l'inverso
cioe' l'esordio dei primi sintomi spinge all'uso e all'abuso di sostanze: un
circolo vizioso che va assolutamente interrotto, cosi' come va posto uno stop
ad una ondata liberatoria per cui tutto sarebbe permesso". E non e' che serva
il proibizionismo, quanto un salto culturale. Insomma, si fa strada un nuovo
approccio alla malattia mentale che "c'e' ed esiste", sottolinea Biondi che pur
riconoscendo i meriti della legge 180, avverte che "la concezione che
presiedeva alla 180 e' un po' vecchiotta, oggi disponiamo di tante esperienze
nuove e di tanti studi ed acquisizioni". Importante dunque la diagnosi per la
cura: e altra novita' riguarda i sogni sinora appannaggio solo della
psicoanalisi. "Lo psichiatra e' in grado - conclude Biondi - di leggerli e di
interpretarli: i sogni contano molto, sono indizi validi per comprendere i
vissuti profondi del paziente, cosi' come e' importante il sonno e la sua
qualita'. Sogno e sonno poi sono in stretto rapporto con la memoria". Insomma,
lo psichiatra nella diagnosi considera sia il comportamento che i sogni e il
sonno.
l’Unità 17.6.10
Ieri manifestazione sotto la Regione. Dopo le aperture in campagna elettorale il dietrofront
Il decreto. Nuova burocrazia e richieste di verifiche per stoppare di fatto la somministrazione
Ru486, il Lazio si mobilita contro lo stop di Polverini
A Roma manifestazione indetta da Sel, Pd, Radicali, Rifondazione, Idv e Cgil sotto le finestre della Regione Lazio contro le scelte del governatore Polverini che hanno di fatto bloccato la somministrazione della RU486.
di Gioia Salvatori
«Ru486, liberatela». Con questo slogan ieri alcune decine di persone hanno manifestato sotto le finestre della Regione Lazio dove la neo-eletta governatrice Renata Polverini si è rimangiata le aperture della campagna elettorale per emanare un decreto che di fatto ha stoppato la somministrazione della pillola abortiva. Il provvedimento della governatrice, che è anche commissario alla sanità, è arrivato dopo l’uso, all’ospedale Grassi di Ostia, di una pillola abortiva. La Polverini impone all’Asp (agenzia di sanità pubblica) ̆di fare una ricognizione dei posti letto dedicati e delle strutture idonee alla somministrazione della pillola. Un modo goffo e macchinoso per proibire di fatto l’uso della Ru486, dicono Radicali, Sel, Pd, Cgil, Rifondazione e Idv, riuniti in protesta. «È evidente che tutti i reparti di interruzione volontaria di gravidanza dove si applica la 194 sono idonei a praticare l’aborto farmacologico e che è assurdo scrivere il numero dei posti letto dedicati: se nessuna donna si presenta in quel reparto per prendere la Ru486, che succede? Li lasciamo vuoti, i letti dedicati? L’Asp decida e decida subito, perché le donne vogliono la Ru486: in sei nel nostro ospedale avevano
già programmato un aborto farmacologico che dopo questo stop non potranno più fare», dice Elisabetta Canitano, ginecologa dell’ospedale Grassi e presidente dell’associazione promotrice del sit-in “Vita di Donna”.
TURISMO DA ABORTO
Ora la patata bollente è nelle mani del direttore generale dell’Asp Gabriella Guasticchi, già dirigente dell’agenzia ai tempi della giunta Storace. Mentre l’Asp è ancora silente, donne che odiano le donne verrebbe da dire, le pazienti emigrano in Toscana e Puglia per prendere la Ru486. Sottoposte a uno stress psicologico che solo loro possono raccontare e a rischi fisici: «Ieri sera ha telefonato in associazione una ragazza romana che è dovuta andare a Volterra per prendere la Ru486. Ha chiamato perché dopo la somministrazione non sapeva a chi votarsi per un problema insorto il giorno dopo aver ingerito la prima pillola. Tutte difficoltà ̆ che non ci sarebbero se una donna avesse vicino casa l’ospedale dove prendere la pillola», racconta la Canitano. A complicare il quadro c’è la politica, con la Polverini ancora in cerca di un accordo con l’Udc, a cui ha promesso e poi negato posti in giunta, le deleghe agli assessori ancora da riempire di competenze, le commissioni in consiglio ancora da fare e diverse dirigenze scoperte tra pensionamenti e dimissioni. Con la svolta pro-life che intanto avanza e il consigliere Olimpia Tarzia (Lp), segretaria romana del Movimento per la vita, bioeticista e fondatrice di “Scienza e vita”, ha già presentato una proposta di legge (sottoscritta anche da cinque consiglieri Pd di area popolare) che apre la strada ai volontari per la vita nei consultori. L’unica certezza è che in sanità si deve tagliare tanto che la Polverini ha già emanato una dozzina di decreti su tasse e posti letto; solo per la Ru486 non si baderà a spese di ricovero: «Una situazione ridicola», dicono i consiglieri Enzo Foschi (Pd) e Giulia Rodano (Idv). «La Polverini da un lato taglia i posti letto e decreta che quando possibile il ricovero ordinario va sostituito col day hospital, dall’altro chiede per la Ru486, che ovunque si prende in day hospital, tre giorni di ricovero. Chiederemo alla governatrice di fare un passo indietro e di stornare, con l’assestamento di bilancio, i fondi recuperati su asili nido e servizi per le donne».
l’Unità 17.6.10
Il «labirinto» lombardo fra ricovero obbligatorio norme fantasma e obiettori
In Lombardia la situazione sfiora il paradosso e le interruzioni di gravidanza sono sempre più complicate, specie quelle farmacologiche. Linee guida introvabili, obiezioni di coscienza in crescita e obbligo di tre giorni di ricovero.
di Giuseppe Vespo
Le donne lombarde devono cercarsele negli ospedali e nei consultori della regione: le linee guida per l’utilizzo della pillola abortiva Ru486 sono state definite ad aprile, ma la Giunta Formigoni non le ha pubblicate da nessuna parte. Bisogna andare nei vari reparti di ginecologia per sapere ad esempio che la Lombardia ha recepito il parere non vincolante del Consiglio superiore della sanità, secondo cui per fare ricorso all’aborto farmacologico è necessario un ricovero di tre giorni. Mentre per quello chirurgico basta un giorno in Day Hospital, così come per altri interventi invasivi.
La poca informazione è solo la prima stazione della «via crucis» che secondo Sinistra Ecologia Libertà (Sel) è costretta a percorrere chi vuole interrompere volontariamente una gravidanza, in Italia e in Lombardia in particolare. Una delle difficoltà più grosse è superare la barriera degli obiettori di coscienza: sempre secondo Sel, nel nostro Paese quasi il settanta per cento dei ginecologi dice «no» a chi chiede di abortire. Un rifiuto che ogni anno costringe molte donne ad «emigrare» alla ricerca di istituti che accolgano la loro decisione. Stando agli ultimi dati disponibili relativi al 2008 a Milano sono stati effettuati 7.028 aborti: 3.693 di donne residenti in città. Il resto è arrivato da fuori, da altre province o regioni. Qualcuna magari dalla Asl di Legnano, dove sono state portate a termine 968 richieste su 1.650 arrivate da parte di donne legnanesi. Stesso fenomeno a Monza: in 1.950 hanno chiesto di interrompere la gravidanza, ma solo 1.050 sono state aiutate.
SALUTE E LIBERTÀ
Per «denunciare arbitrii e abusi ai danni delle donne», da oggi è attivo un numero verde nazionale a pagamento (3313937224) creato da Sinistra Ecologia Libertà. Darà consigli utili a chi telefona. Ma servirà anche ai consiglieri di SeL, che sulla base delle segnalazioni presenteranno alle varie giunte regionali delle mozioni per tutelare la libertà di scelta delle donne in tema di aborto o fecondazione assistita. La prima mozione porta la firma del consigliere lombardo Chiara Cremonesi, che ha chiesto alla giunta Formigoni di «rivedere le linee guida sull’utilizzo della Ru486, escludendo l’obbligatorietà del ricovero ospedaliero, consentendo così di ridurre al minimo i disagi per le pazienti». Cremonesi ha chiesto inoltre alla Regione di monitorare l’utilizzo della pillola abortiva e di fornire al consiglio una relazione dettagliata con cadenza trimestrale. «La Lombardia è una Regione talebana», ha detto ieri l’esponente di Sel, facendo riferimento anche alle polemiche sulla sepoltura dei feti della pillola abortiva. Una critica allargata a livello nazionale dal coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, Claudio Fava: «In Italia sulla salute delle donne si esercita un pregiudizio ideologico», ha esordito. Quindi ha ricordato che tra i primi atti dell’esecutivo Berlusconi c’è stata la soppressione della legge contro le dimissioni in bianco: pratica che permette, ad esempio, di liberarsi di una lavoratrice che rimane incinta.
l’Unità 17.6.10
A 50 anni dalle agitazioni del 1960. Storia della protesta vittoriosa contro la destra e il Msi
Un Convegno della Fondazione Di Vittorio per ricostruire il senso storico di quella svolta cruciale
Quel caldo luglio antifascista: la rivolta che affossò Tambroni
Cinquant’anni fa i morti di Reggio Emilia durante le proteste contro il governo Tambroni. Allora gli scontri si conclusero con le dimissioni del governo. Oggi sarebbe possibile? Un convegno ricorda questa storia.
di Carlo Ghezzi
http://www.scribd.com/doc/33154875/Unita-17-6-10-pp-38-39
il Fatto 17.6.10
Trafficanti d’armi. L’unica crisi che non c’è
Le esportazioni italiane di fucili e pistole macinano record Business da 1 miliardo di euro in due anni, in aumento
di Daniele Martini
Crisi? Non per i fabbricanti italiani di armi. A loro non è mai andata bene come ora. Dal Rapporto 2010 dell’Archivio Disarmo che Il Fatto Quotidiano ha avuto in esclusiva emerge che le esportazioni di fucili e pistole macinano record. Quasi 1 miliardo di euro in un due anni, il 2007 e il 2008, gli ultimi per i quali sono disponibili i dati Istat (Istituto nazionale di statistica) utilizzati come base per la ricerca. L’incremento percentuale è impressionante: più 12 per cento rispetto al biennio precedente. Bisogna risalire a quasi un quindicennio fa per trovare exploit così vistosi. Nessun altro settore industriale è cresciuto così tanto, anzi, gli altri in genere faticano a tenere le posizioni acquisite e molti arretrano di brutto.
LE RIVOLTELLE. Le armi prese in considerazione dal rapporto sono quelle in gergo definite “leggere”, non dichiaratamente da guerra, tipo i mitra e i bazooka in uso alle forze armate dei vari paesi. Le armi leggere sono classificate come tali in base ad una legge di 35 anni fa e comprendono in prevalenza fucili di vario tipo e dimensione, rivoltelle, pistole, carabine. Tutti strumenti con cui non si scherza, estremamente efficaci e letali al pari delle armi ufficialmente considerate belliche, anche se in teoria destinati solo ai cacciatori o agli appassionati di tiro al bersaglio. Probabilmente una parte delle esportazioni italiane finisce davvero in mani amatoriali e da questo punto di vista il successo dell’industria armiera nazionale non è affatto negativo, anzi, è ricchezza prodotta, lavoro per migliaia di operai, quattrini che entrano nel nostro paese e fanno bene alla bilancia dei pagamenti.
GUERRE E CRIMINALI.
Ma non sempre le armi commercializzate sono usate così come viene dichiarato e il boom delle esportazioni di fucili e pistole è così vistoso da far emergere dubbi e aspetti inquietanti. Almeno tre. Primo: l’export italiano in qualche modo contribuisce ad amplificare l’uso abnorme e spesso sregolato delle armi per difesa personale nei paesi dove è consentito, in particolare gli Stati Uniti. Proprio gli Usa sono uno dei mercati forti delle esportazioni italiane (circa 30 per cento del totale) e proprio lì da tempo è avviato un dibattito acceso sia nell’opinione pubblica sia a livello parlamentare sull’opportunità di continuare a riempire le case di strumenti così micidiali. La scelta è demandata ai singoli e comunque è un diritto addirittura espressamente garantito dalla Costituzione.
Il secondo aspetto inquietante si basa su qualcosa che è più di un sospetto: è molto improbabile, infatti, che volumi così elevati di armi, anche quelli indirizzati verso paesi senza conflitti interni o guerriglie come gli Stati Uniti, il Canada o la Francia e la Germania, alla fine siano utilizzati sempre e solo dai cacciatori o per uso di difesa personale. Evidentemente c’è dell’altro. E questo “altro” può essere solo intuito perché non può risultare dalle statistiche ufficiali. Il sospetto è che quegli arsenali gira e rigira alimentino un commercio parallelo e clandestino e le armi letali ancorché classificate come leggere finiscano in mano a bande criminali e alla delinquenza organizzata. Il terzo aspetto è che una fetta di quelle esportazioni italiane è indirizzata verso paesi canaglia o comunque verso aree del pianeta dove imperversano guerre, guerriglie, tumulti e rivolte. E’ una quota modesta rispetto al totale, ma la dimensione non cancella il problema.
AFGHANISTAN. E’ assai probabile, per esempio, che le armi leggere italiane esportate in Afghanistan non siano utilizzate per la caccia ai fagiani. In quel paese e negli altri che gli somigliano, fucili, pistole, munizioni ed esplosivi tricolori servono per uccidere e alimentare le guerriglie, le macellerie tra bande paramilitari rivali e i focolai di guerra che si accendono a ripetizione. Il titolo della ricerca dell’istituto a suo tempo fondato dal senatore Luigi Anderlini, spiega bene il concetto: “Armi leggere, guerre pesanti”. L’esperienza conferma il sospetto. La mattanza nella ex Jugoslavia, per esempio, fu perpetrata anche con le armi leggere di provenienza italiana le cui esportazioni conobbero proprio in quel periodo un incremento simile a quello odierno.
L’ARCHIVIO DISARMO.
Secondo l’accurato studio dell’Archivio disarmo tra i paesi verso cui si dirigono i flussi di esportazioni di armi italiane ce ne sono diversi sottoposti ad embarghi internazionali proprio per le armi, come la Cina, il Libano, la Repubblica democratica del Congo, l’Iran, l’Uzbekistan, l’Armenia, l’Azerbaijan. E ce ne sono altri in cui sono in corso conflitti o si verificano gravi violazioni dei diritti umani denunciate non solo da organizzazioni non governative tipo Amnesty International o Human Rights Watch, ma dalle Nazioni unite e dall’Unione europea. Tra questi la Russia, Thailandia, Filippine, Pakistan, India, Colombia, Israele e Kenia. Da un punto di vista strettamente formale non è compito delle industrie e degli esportatori indagare sulla fine che faranno le armi prodotte ed esportate e come saranno utilizzate davvero. Ma certi tipi di commerci per loro natura sono particolari e alla fine impegnano gli Stati che li sostengono e che, infatti, li regolamentano con leggi specifiche.
In Italia l’esportazione di armi da guerra è regolata da una legge del 1990 considerata dagli stessi pacifisti una delle più avanzate al mondo.
Per quanto riguarda le armi leggere, invece, la norma è confusa, contraddittoria e ritenuta molto meno efficace e rigorosa dell’altra.
il Fatto 17.6.10
Professionisti dell’anti-Saviano
Le critiche allo scrittore adesso piovono anche da sinistra ma sono sempre attacchi gratuiti e male documentati
Il sociologo Dal Lago polemizza utilizzando false citazioni dell’autore campano
di Marco Travaglio
nelle edicole