venerdì 18 giugno 2010

Repubblica 18.6.10
La menzogna di Stato
di Francesco Merlo

Gianni De Gennaro non è un uomo qualunque, è da moltissimi anni un pezzo importante dello Stato italiano, ha alle spalle una carriera di poliziotto modello.
Ma proprio per questo la sentenza che lo condanna non dovrebbe spingere nessuno a recitare le solite tragicommedie del garantismo e del giustizialismo alle quali purtroppo stiamo invece assistendo.
Un servitore dello Stato, un ex capo della Polizia oggi Signore dei servizi segreti, non può apparire come un manipolatore di testimoni, non può permettersi una condanna anche se non definitiva, non può consentire che la gente pensi a lui come a un bugiardo. Ha ovviamente diritto alla presunzione di innocenza ma ha il dovere di liberare lo Stato dalla fosca ombra che lo sovrasta. Non sappiamo cosa De Gennaro deciderà, ma abbiamo fiducia nella sua coscienza, nel suo spirito di servizio, nel suo alto senso dello Stato che, mai come oggi, coincide con la sua dignità di insospettabile.
E però, più inquietante della sentenza c´è la solidarietà meccanica, ideologica, quasi fosse "di partito", del ministro dell´Interno Maroni e del ministro della Giustizia Alfano. Le loro dichiarazioni a caldo, istintive e assolutorie finiscono con l´apparire come una prova involontaria della giustezza della sentenza: come si può essere solidali con un condannato di questa portata? Che fine ha fatto quell´idea rigorosa di Stato che un tempo dai suoi servitori esigeva zelo, dedizione, efficienza e pulizia assoluta? Neppure De Gennaro è, secondo noi, solidale con se stesso come Maroni e Alfano lo sono con lui. E se fosse stato direttore del Tg1 o del Tg5 di sicuro De Gennaro avrebbe evidenziato nei titoli la notizia che invece Minzolini e Mimun hanno nascosto. Come si fa a non capire che delegittimare o malcelare una sentenza così rilevante finisce con il rafforzarla, con il fornire ulteriori argomenti alla colpevolezza?
Insomma, più grave della sentenza c´è la complicità politica con il reo, l´idea che la politica possa annullare le ragioni della giustizia. Di sicuro non è bello lo scontato crucifige ideologico dei soliti nemici di De Gennaro e della polizia, ma si tratta in fondo di pezzi di un´opposizione d´antan e tribunizia di pochissimo peso istituzionale. Ben più indecente è l´amicizia ammiccante di Maroni e di Alfano. E in tv ci ha colpito il silenzio del procuratore antimafia Piero Grasso che, seduto per caso tra Alfano e Maroni che difendevano il condannato, esibiva una impassibilità che somigliava - ci è parso - allo sconcerto trattenuto, allo scandalo dissimulato. Cosa avrebbe detto Piero Grasso se fosse stato lui il condannato, magari pure ingiustamente? Come reagisce un Servitore della Cosa Pubblica se il suo operato vulnera l´istituzione che rappresenta? Difende se stesso anche a costo di offendere lo Stato? Tratta se stesso come un uomo qualunque quando invece è un pezzo di Stato?
Ma voglio essere ancora più chiaro. A noi piacciono i capi che coprono i loro uomini, capiamo le ragioni psicologiche e anche professionali, specie di un poliziotto che ha vissuto i giorni pesanti di Genova, dove però le violenze cieche, di strada, sono purtroppo risultate alla fine meno cruente delle violenze di Stato, quelle costruite a freddo contro degli inermi. De Gennaro insomma lo capiamo senza giustificarlo. Ha le attenuanti del capo che si compromette in favore dei suoi. C´è una nobiltà nella ignobiltà che ha commesso.
Ma la solidarietà dei ministri degli Interni e della Giustizia sconfessa l´operato dei giudici in maniera sconsiderata, solo perché De Gennaro è uno dei loro, uno come loro. Il messaggio che arriva agli italiani è che la corporazione, la cricca, la casta e l´amicizia rendono innocente anche un reo condannato. L´impunità è la peggiore delle sporcizie di Stato.

l’Unità 18.6.10
I disastrosi effetti dell’accordo
L’Italia, la Libia e il trattato della vergogna
di Valentina Bridi e Ernesto Ruffini

Il 2 giugno la sede di Tripoli dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu è stata costretta a chiudere poiché, non aderendo la Libia alla Convenzione di Ginevra, le attività svolte dall’ufficio venivano considerate “illecite”. È una questione che riguarda, e molto, l’Italia. E, infatti, il «Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione» siglato con la Libia ha appena compiuto un anno. Una cooperazione nella «lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina» attraverso «un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche». Così, dal 15 maggio 2009, viene attuata una politica di respingimento di quanti tentano di approdare irregolarmente sulle nostre coste. Gli effetti di questa politica sono drammatici. Per un verso si è registrata una riduzione delle richieste di asilo presentate agli organi italiani: dagli oltre 31mila del 2008 a poco più di 17mila nel 2009. Per altro verso gli sbarchi, che nel 2008 sono stati 36.900, si sono ridotti a 9.573 (ma quelli in Sicilia rappresentavano appena il 5% degli ingressi irregolari), con un calo notevole, del 90%, da maggio a dicembre. Ma la realtà che si cela dietro questi numeri rimanda mette sotto accusa la pratica dei respingimenti e più in generale l’inasprimento delle misure di contrasto all’immigrazione. Ne conseguono la rinuncia al viaggio da parte di chi è a conoscenza delle politiche migratorie italiane, il pesantissimo controllo libico sul territorio e sulle coste, l’intercettazione e il respingimento in mare di quanti riescono a imbarcarsi. Quei migranti respinti con ogni probabilità, avevano diritto di ottenere lo status di rifugiati, ma di loro non sapremo più nulla. Certo, avevamo solidi motivi per chiudere il contenzioso con la Libia per il nostro passato coloniale, ma, evidentemente, nemmeno un motivo qualunque per aiutare uomini e donne provenienti da paesi dove quel passato è stato ugualmente disastroso. Intanto il ministro Franco Frattini vanta il fatto di aver salvato tanti dalla morte in mare. È immorale il tentativo di presentare all’opinione pubblica una sola faccia del fenomeno migratorio: se i morti sono morti (e i 419 del 2009 a noi sembrano molti), qual è il destino dei salvati, dei “respinti”? L’alternativa possibile sarà tra la detenzione nei campi libici di cui sono stati ben documentati i livelli di civiltà giuridica, e il ritorno coatto alle situazioni di guerra, miseria, persecuzione dalle quali erano fuggiti. Ma, secondo l’articolo 16 del Trattato, le parti non dovrebbero adoperarsi «per la diffusione di una cultura ispirata ai principi della collaborazione tra i popoli»?

l’Unità 18.6.10
I teatri si infiammano Sciopero delle «prime» contro il decreto Bondi
Il primo sì l’altro ieri al provvedimento che da qualche spicciolo alla cultura e nessuno emendamento dell’opposizione è stato recepito, differentemente da quanto annunciato. La prima protesta il 22.
di Luca Del Fra

Tornano a incendiarsi i grandi teatri d’opera italiani: i sindacati dichiarano lo sciopero di tutte le prime e uno sciopero nazionale con presidio davanti a Montecitorio nel giorno della definitiva approvazione alla Camera del cosiddetto decreto Bondi che dovrebbe avvenire il 22 giugno. È la reazione al primo via libera del Senato per la conversione in legge del decreto avvenuta l’altro ieri: «Dopo molti sforzi fatti in sede di commissione cultura per migliorare il testo attraverso gli emendamenti – spiega il Sentore del Pd Vincenzo Vita –, giunti in aula la maggioranza è tornata indietro sulle sue decisioni e il ministro Bondi sulle sue stesse promesse, mostrando il volto peggiore e più vero». Il provvedimento colpisce in maniera pesante i lavoratori dei teatri, blocca il turnover così da rendere impossibile il ricambio nelle orchestre delle Fondazioni lirico-sinfoniche –come la Scala, il Maggio fiorentino, il San Carlo, il Regio di Torino e la Sinfonica di Santa Cecilia–, così destinandole a trasformarsi in pochi anni in ensemble raccogliticci: dopo una lunga mediazione su questi due punti il testo era stato migliorato, ma all’atto della votazione in Senato la maggioranza ha fatto dietrofront. Inoltre il provvedimento sostanzialmente commissaria tutti i nostri grandi teatri lirici, togliendo loro autonomia e mettendoli sotto il giogo del ministro delle Attività Culturali e del suo entourage.
«È un decreto anticostituzionale, ingiusto e inutile» -ha più volte ripetuto Silvano Conti della Cgil che stavolta ribadisce–: «Se passerà così la Cgil e la Fials (il sindacato autonomo) dopo questi scioperi continueranno le agitazioni questa estate e in ogni possibile occasione, da San Nicola a Sant’Ambrogio», rispettivamente l’inaugurazione della stagione del Petruzzelli e della Scala, vale a dire da Sud a Nord. Sul futuro finora sono invece apparse molto più caute la Csil e soprattutto la Uil.
Malgrado Bondi dopo il voto del senato abbia esternato la sua soddisfazione «abbiamo salvato la lirica»-, secondo molti il provvedimento, unito ai tagli apportati ai finanziamenti alle attività culturali da parte del Governo, è il colpo di grazia alle fondazioni lirico-sinfoniche, nel bene e nel male rappresentano l’unico sistema di produzione teatrale estesa su tutto il territorio nazionale. I profili di possibile incostituzionalità del decreto sono parecchi –le attività culturali sarebbero materia su cui il governo dovrebbe legiferare in accordo con le regioni, il che non è avvenuto in questo caso. Tanto è vero che giunte come quella della Toscana stanno vagliando un possibile ricorso se il decreto sarà convertito in legge.

Libertà d´impresa, ecco la legge meno vincoli anche nell´urbanistica

Repubblica 18.6.10
Il direttore della Normale di Pisa: è la stessa Carta che all´articolo 9 garantisce la tutela
Settis: "Norme generiche e confuse rischiano di stravolgere il paesaggio"
Quella del governo se confermata, è davvero una pessima idea. Appare come un attacco all’urbanistica
di Lucio Cillis

ROMA - C´è un passaggio nel disegno di legge costituzionale di modifica agli articoli 41 e 118 della Carta, che fa scorrere dei brividi sulla schiena di chi si occupa di tutela del paesaggio, di urbanistica.
Salvatore Settis, archeologo, scrittore, ed direttore della Normale di Pisa, è in questo caso uno degli interlocutori ideali.
Settis premette di «non conoscere» nel dettaglio il testo appena battuto dalle agenzie di stampa. Ma quando nel ddl compare inaspettatamente il richiamo alla «materia urbanistica», quando si concedono tre mesi a Comuni, città metropolitane, Province e Regioni per adeguare le proprie normative in modo da "limitare le restrizioni del diritto di iniziativa economica", i dubbi, così come i timori di un colpo di mano mascherato tra le righe del documento, cominciano a farsi largo tra i pensieri di chi si occupa di queste tematiche.
Professore, come giudica le novità in materia urbanistica introdotte nel ddl che oggi verrà esaminato dal Consiglio dei ministri?
«Da questa prima lettura a me sembra una pessima idea. In questo modo, se quello che leggiamo oggi sarà confermato, si rischia di stravolgere la tutela stessa del paesaggio. Garantita, vorrei sottolineare, dall´articolo 9 della Costituzione...».
Eccolo, professore: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione...". Il ddl del governo, tra l´altro, chiama in causa "normative comunitarie o internazionali" e concede tre mesi agli Enti locali per adeguarsi alla nuova legge costituzionale. Quasi a salvaguardia di eventuali abusi sul fronte urbanistico, non crede?
«Intanto a me sembra che queste norme siano state scritte in modo generico e confuso. Inoltre, va detto che a livello europeo non c´è nulla di così "protettivo", non c´è niente di più alto rispetto all´articolo 9 della nostra Costituzione...».
Quindi lei ha il sospetto che dietro questa modifica si possano celare dei colpi di mano?
«Ripeto, da questa prima lettura del testo, intravedo dei seri rischi. Qualsiasi cosa attacchi in modo diretto l´articolo 9, è un qualcosa che attacca direttamente l´urbanistica e il paesaggio...».

Repubblica 18.6.10
Fo: "Ora vi racconto Correggio pittore dell´erotismo e visionario"
Il Nobel sarà alla rassegna "Sotto il cielo di Parma" con lo spettacolo dedicato all´artista
di Anna Bandettini

La sua è la storia di un self made man, «il figlio di un vu cumprà del Cinquecento, cresciuto senza mezzi, in una casa modesta affollata di parenti, dove però lui trovava la concentrazione per dedicarsi alla pittura e alle buone letture». Fu così che Antonio Allegri divenne Correggio, uno dei massimi artisti del Rinascimento italiano, un innovatore e un gaudente, il primo a trasporre in pittura le teorie di Copernico e a riscoprire la matrice pagana del classicismo in dipinti di fantastico e gioioso erotismo.
Lo racconta così Dario Fo, infaticabile cacciatore di storie e di uomini speciali. Dopo Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Mantegna, Giotto, Caravaggio, il Nobel si è dedicato al pittore emiliano. Dieci anni di studi per un bottino grosso: la scoperta in una collezione privata di un dipinto del Correggio che ritrae l´amata Girolama; un libro a cura di Franca Rame, Correggio che dipingeva appeso al cielo (Panini editore, 248 pagg., 200 ill., 20 euro); e uno spettacolo omonimo, debutto (dopo due anteprime a Salsomaggiore domani e il 20) a Parma il 23 e 24 per la rassegna "Sotto il cielo di Parma".
Lo spettacolo, racconti inframmezzati da tre giullarate (di cui un paio del Ruzante) e illustrazioni dello stesso Fo dai dipinti originali, ha il valore di una vera riscoperta del Correggio, «a lungo dimenticato - spiega il Nobel - Eppure nella sua epoca era una star, al pari di Raffaello e Leonardo. I collezionisti di mezza Europa facevano a gara per un Correggio, cosa che comportò la dispersione delle sue opere. Fu il grande lavoro critico di Longhi a riportarne alla luce la paternità».
Di Correggio, Fo ricostruisce la formazione, il legame al maestro Mantegna, gli amori, soprattutto la bella personalità intellettuale. «Correggio - racconta - era un giovane intelligente, vivace, con un´ansia d´apprendimento straordinaria. Leggeva di matematica, scienza, filosofia. Era una spugna e le sue conoscenze confluivano poi nei dipinti». Prova ne è l´imponente ciclo di affreschi delle due cupole del Duomo e della basilica di San Giovanni sempre a Parma: «Qui nel Cristo al centro della cupola e attorno gli apostoli, come fosse il sole e i suoi pianeti, ci sono le rivoluzionarie tesi eliocentriche di Copernico - dice Fo - Ma la cosa straordinaria è l´azzardo tecnico di quei dipinti: 15 anni prima di Michelangelo alla Sistina, Correggio riuscì non solo a dipingere così in alto grazie alle invenzioni di macchine e impalcature, ma lo fece creando nello spettatore l´illusione di sfondare il tetto e arrivare al cielo. Di una modernità assoluta».
Moderna anche l´attenzione, non secondaria, di Correggio per l´amore e le donne, una in particolare Girolama, la donna della vita, modella di tante Madonne e Maddalene. «Attraverso lei e per lei - dice Fo - Correggio è il pittore della fantasia dell´erotismo, vissuto con giocondità, come si vede nella decorazione della camera della badessa nel convento di San Paolo o nel trionfo di nudi e seni nella cupola del Duomo. Lo vedevano anche i monaci, che storcevano il naso: ma Correggio li tacitava con le armi del grottesco e dell´ironia».

il Fatto 18.6.10
E il papa graziò il gay
Il vescovo polacco Paetz è stato reintegrato Nel 2002 ebbe rapporti con seminaristi
Parecchi giovani nel 2001 erano pronti a mettere nero su bianco le molestie
Oggi, a 83 anni, potrà ordinare nuovamente nella diocesi dalla quale fu cacciato
di Marco Politi

Papa Ratzinger “grazia” l’ex vescovo polacco di Poznan, costretto alle dimissioni da Giovanni Paolo II, perché coinvolto in una girandola di rapporti erotici con seminaristi. Dopo il condono vaticano Juliusz Paetz potrà di nuovo esercitare tutte le funzioni sacramentali di un vescovo nella stessa diocesi dove aveva provocato lo scandalo.
Benedetto XVI ha deciso così nonostante l’opposizione del nuovo vescovo mons. Gadecki, indignato per il colpo di spugna che mina la credibilità della Chiesa. Il nuovo vescovo tenta di far ritirare il provvedimento: un boomerang nell’anno in cui l’opinione pubblica è scossa per gli abusi sessuali del clero.
La storia risale al 2002, quando il giornale conservatore Rzeczpospolita fece esplodere lo scandalo, raccontando dell’attivismo sessuale dell’arcivescovo Juliusz Paetz e riferendo dello scontro avvenuto con il rettore del seminario di Poznan, don Karkosz. Il rettore aveva fisicamente impedito l’ingresso in seminario al vescovo, accusandolo di aver insidiato e molestato ripetutamente dei seminaristi. Per tutta la Polonia erano corse le voci sui messaggini seduttivi e sui regalini ammiccanti inviati dal vescovo ai suoi amichetti. Poche settimane dopo l’arcivescovo, il 28 marzo 2002, era stato costretto alle dimissioni. La vicenda è tipica di come le cose funzionavano in Vaticano durante il pontificato di Wojtyla. Era dal 1999 che erano cominciate a circolare accuse contro Paetz. Ma il prelato godeva della fiducia di Giovanni Paolo II e del suo segretario mons. Dziwisz, perché aveva fatto parte della “Famiglia pontificia”, a stretto contatto con il Papa. Wojtyla lo aveva nominato vescovo di Lomza in Polonia nel 1982 e nel 1996 lo aveva promosso arcivescovo dell’importante e storica diocesi di Poznan. Sicché le accuse erano state regolarmente insabbiate. Solo nel tardo 2001, intorno a Natale, dal Vaticano era partito come ispettore un giudice polacco della Sacra Rota, mons. Stankiewicz. A smuovere Giovanni Paolo II e il suo entourage era stato necessario l’intervento dell’amica personale di Wojtyla, la psichiatra Wanda Poltawska, che aveva denunciato lo scandalo del silenzio intorno a comportamenti indegni di un vescovo. Scesero in campo con una lettera aperta anche decine di esponenti cattolici di Cracovia e Varsavia, chiedendo chiarezza.
Quando lo scandalo esplose e nel Palazzo apostolico si venne a sapere che c’erano parecchi giovani pronti a mettere nero su bianco le molestie sessuali del prelato, la soluzione trovata fu quella classica. Nessun procedimento trasparente per informare la comunità cattolica dell’innocenza o della colpevolezza dell’arcivescovo, ma la firma di una lettera di dimissioni. La punizione inferta (mai dichiarata ufficialmente) fu blanda: Paetz non avrebbe potuto esercitare le sue funzioni vescovili all’interno della diocesi di Poznan.
D’ora in avanti il Vaticano – benché non ci sia ancora comunicazione ufficiale – lo autorizza a svolgere nuovamente i riti di un vescovo. L’83enne Paetz potrà ordinare a Poznan sacerdoti, celebrare cresime, guidare processioni, consacrare chiese e presiedere messe solenni. Le frequenti visite del prelato ai suoi amici in Vaticano gli hanno guadagnato la grazia di Ratzinger, firmata dal cardinale Re, prefetto della Congregazione dei Vescovi in procinto di andarsene per limiti di età.
Come se nulla fosse accaduto.
Con un eclatante doppiopesismo: le autorità ecclesiastiche invocano sempre il pretesto dello “scandalo” e del grave peccato per vietare la comunione a due disgraziati, che sono divorziati e risposati, mentre un vescovo molestatore per anni può tornare tranquillamente a benedire in pompa magna.
A Roma Paetz era conosciuto per il suo garbo, la sua cultura, la sua gentilezza. I suoi gusti sessuali non interesserebbero nessuno, se il magistero ecclesiastico non tuonasse continuamente contro l’omosessualità, definita “grave disordine morale” e collocata ufficialmente tra i “peccati che gridano vendetta a Dio”. Non da oggi i gruppi omosessuali cattolici chiedono alla Chiesa comprensione e riconoscimento della dignità di “figli di Dio” per i loro legami. Ma le autorità ecclesiastiche sono rigidissime: a chi vive in coppia omosessuale è negata l’assoluzione. In ogni caso per gli standard, proclamati ufficialmente dalla Chiesa, il comportamento dell’ex vescovo di Poznan rappresenta una gravissima infrazione, che rientra fra gli atti che spingevano il cardinale Ratzinger ad esclamare alla Via Crucis del 2005: “Signore, quanta sporcizia c’è nella Chiesa”. Che Benedetto XVI si sia lasciato consigliare a diventare improvvisamente “flessibile” sta suscitando una marea di interrogativi in Polonia e anche nell’opinione pubblica non polacca. La fortuna di Paetz – se così si può dire – è che ai tribunali polacchi non arrivò mai nessuna denuncia da parte di minori o per rapporti con minorenni. Ma non aiuta la credibilità della Chiesa che le autorità ecclesiastiche non abbiano mai voluto dare conto delle sue relazioni extra-celibatarie. Ancora una volta – quando si tratta di tonaca e sesso – il Vaticano non sceglie la trasparenza. Che il vento nella Curia romana stesse volgendo a favore di Paetz lo avevano capito in Polonia, quando esattamente un anno fa il Papa mandò al prelato un telegramma di auguri per i 50 anni della sua ordinazione, congratulandosi per la sua “testimonianza di fede” e il suo “fecondo lavoro per il bene della Chiesa”. Era un messaggio prestampato, si tentò di dire. Invece era presagio di condono.

il Fatto 18.6.10
Immigrati, quattro nuovi Cie nel menù del governo
Veneto, Campania, Marche e Toscana le “prescelte” Nelle strutture solito inferno
di Chiara Paolin

Tra ruote panoramiche e trenini che si tuffano in piscina, Zaia deve rispondere a una domanda antipatica: ma quando apre il nuovo Centro di Identificazione ed Espulsione? Risposta: ''Voglio ricordare che un Cie non è la fine del mondo ma la conclusione di un circolo virtuoso delle leggi sull'immigrazione. Questi centri non saranno né ghetti né caserme, ma strutture di tutta tranquillità". Ancora un sorriso ai fotografi, e poi via con l’auto blu. Così è finita la gita a Gardaland del governatore in risposta al ministro dell'interno Roberto Maroni che la settimana scorsa era sbarcato in Veneto pronunciando parole chiarissime: "Il Cie si farà entro la fine dell’anno. Ne ho nuovamente discusso con Zaia e abbiamo trovato l’accordo". Da allora non si parla d'altro in zona. Il sindaco leghista di Verona, Fabio Tosi, freme e scalpita essendosi offerto per primo come partner ideale dell'impresa. Ma Zaia precisa: "Non c'è ancora nulla di deciso. In ogni caso, sarò io a dialogare col ministro". Dunque il Cie si farà presto. “E' assolutamente indispensabile ha spiegato Maroni -. Se in una regione non c’è, nove volte su dieci un clandestino fermato dev’essere rimesso in libertà, perché quelli delle altre regioni sono già pieni. Ecco perché abbiamo individuato quattro regioni che ne sono prive dove li realizzeremo entro la fine di quest’anno”.
Toscana, Marche e Campania hanno reagito male all’annuncio. I governatori delle regioni rosse da sempre osteggiano l'iniziativa, e il toscano Enrico Rossi s'è beccato pure una severa ramanzina. Aveva proposto un modello innovativo: anziché una grande struttura carceraria meglio individuare diversi 'mini centri' per garantire ospitalità dignitosa, mediazione culturale, assistenza legale, percorsi di recupero. Maroni però ha tagliato corto: chi arriva al Cie è un clandestino e per la legge va espulso, non aiutato. Il centro toscano, da far sorgere nell'area di Campi Bisenzio, sarà uguale a tutti gli altri.
E si va per le spicce anche in Campania, nonostante i malumori interni al Pdl. Angelo Polverino, consigliere regionale di un certo peso (presidente di commissione e papabile assessore al primo rimpasto utile), ha lanciato l’allarme: a Caserta doveva nascere il nuovo aeroporto intercontinentale sfruttando le piste della struttura militare, ormai votata al civile. Ma il governatore Caldoro ha avuto una richiesta precisa da Maroni e il destino pare già segnato. Spiega Polverino: “Mi rifiuto di credere che al posto dell’aeroporto si edifichi una galera con sbarre e cancelli chiusi a chiave. No, non è questo che la comunità casertana vuole. Del resto a Napoli il Cie non se lo piglieranno mai, e Salerno è ben rappresentata in giunta. Alla fine toccherà per forza a Caserta”.
I quattro nuovi centri dovrebbero garantire un migliaio di posti in più rispetto ai 1.800 attualmente disponibili. La Finanziaria non ha fatto tagli, dunque nulla osta. Tranne la cronaca di ciò che accade quotidianamente nei Cie, notizie che restano ai margini della realtà come le vittime di una violenza di Stato ormai ingestibile. Solo nelle ultime settimane a Milano ci sono state due rivolte e diversi tentativi di suicidio. Il centro di Crotone (come già quello di Caltanissetta) è stato chiuso perché reso inagibile dalla rabbia disperata dei detenuti. Dal Cie di Gradisca sono fuggiti in 36, ma 19 li hanno ripresi subito e castigati a dovere. Idem a Brindisi, con 10 persone fuggite tra i campi e un senegalese ricoverato in fin di vita. A Roma evasione di gruppo: 6 clandestini scappati e un egiziano finito all’ospedale. Qualche giorno dopo un algerino si è tagliato il corpo in diversi punti standosene arrampicato sopra le sbarre della cella. Il sangue sgocciolava a terra mentre gli agenti tentavano di tirarlo giù. E ieri Debby e Priscilla, due prostitute nigeriane, hanno avuto la notizia peggiore: saranno imbarcate su un volo Frontex che le scaricherà in patria. Quando torneranno la prossima volta, in fuga da fame e violenza, troveranno quattro nuovi Cie ad accoglierle.

il Fatto 18.6.10
Cina mai vista: scioperi e contestazioni
Nelle fabbriche proteste e prime vittorie sindacali
I lavoratori si organizzano grazie a sms e chat room Le aziende adesso devono trattare
di David Barboza e Keith Bradsher

Zhongshan (Cina). I 1.700 operai della Honda Lock scesi in sciopero nei giorni scorsi sono per lo più migranti poveri che hanno fatto a malapena la scuola media. Ma sono sorprendentemente abili con le nuove tecnologie. A poche ore dall’inizio dello sciopero già fornivano in Rete informazioni sui picchetti non solo ai compagni di lavoro, ma anche ad altri operai in agitazione in altre zone della Cina.
Con gli sms invitavano i colleghi a resistere alle pressioni dei capi e, come se non bastasse, sono entrati in un sito controllato dallo Stato – workercn.cn – che sta diventando la piazza digitale del movimento operaio cinese. Poi hanno scaricato in Rete i video degli addetti alla sicurezza della Honda Lock che maltrattavano i dipendenti.
Gli operai di questa città nel sud della Cina hanno avuto l’idea da altri scioperanti di altre fabbriche della Honda, che a maggio hanno avviato un duro scontro con la fabbrica giapponese sui salari e le condizioni di lavoro utilizzando su Internet diversi blog. Ma si sono serviti anche di un gigantesca rete di comunicazioni che consente agli operai cinesi di mettere a punto piattaforme di rivendicazione e strategie di lotta. Molti dirigenti sindacali non fanno altro che setacciare la Rete per aggiornarsi sul diritto del lavoro. Nella guerra appena iniziata contro le multinazionali avide di profitti e i loro alleati locali, l’emergente movimento sindacale cinese è riuscito finora ad aggirare la censura grazie ai cellulari e ai computer.
Tutto questo non sarebbe stato possibile se il governo cinese nel corso degli ultimi dieci anni non avesse drasticamente ridotto i costi dei cellulari e dei servizi Internet nel quadro di un programma di modernizzazione che ha prodotto la più grande popolazione mondiale di utenti della rete – 400 milioni – e ha consentito anche ai più poveri di usare il Web.
“È una realtà di cui pochi si sono accorti: i lavoratori migranti possono organizzarsi usando le moderne tecnologie”, dice Guobin Yang, professore al Barnard College. “In genere pensiamo che queste tecnologie siano monopolio dei giovani del ceto medio e degli intellettuali”, aggiunge Guobin Yang. La Rete e la tecnologia digitale sono diventati strumenti di trasformazione sociale così come avvenne per la macchina da scrivere nel 1989 in occasione delle manifestazioni di Pechino soffocate nel sangue a piazza Tien an Men nel giugno del 1989, con il pesante bilancio di centinaia di morti. Ma se l’attuale movimento sindacale dovesse continuare e crescere e magari finisse per minacciare l’ordine sociale, il governo potrebbe decidere di intervenire per soffocare la protesta?
Il governo ha già tentato di oscurare alcuni siti utilizzati dagli operai e ha cancellato il contenuto di molti blog che parlano degli scioperi. Il servizio di messaggeria istantanea QQ – accessibile via Internet o con il cellulare – strumento privilegiato all’inizio dai leader sindacali perché molto popolare tra i giovani – è stato infiltrato dai dirigenti della Honda Lock e dagli agenti della sicurezza, così da costringere gli scioperanti a cambiare mezzo di comunicazione. “Non usiamo più QQ”, dice un leader sindacale. “Vi accedevano spie dell’azienda. Ora usiamo di più i cellulari”. Secondo gli analisti è stata una mossa intelligente. “Il sistema QQ può essere facilmente intercettato dalle autorità cinesi ed è stato un bene averlo abbandonato”, dice Rebecca MacKinnon, sinologa e studiosa di informatica all’Università di Princeton. “QQ non è sicuro. Tanto varrebbe informare direttamente la polizia”. Ma gli attivisti fanno sapere che riescono ad aggirare alcuni di questi ostacoli spostandosi da una piattaforma all’altra (tra cui una rete telefonica online e gratuita, simile a Skype, chiamata YY Voice) e ricorrendo ad un codice per comunicare ai dimostranti dove debbono incontrarsi.
Da anni alcuni attivisti denunciano le dure condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi inviando video e foto realizzati con il cellulare e utilizzando la rete per far circolare documenti sulle violazioni dei diritti dei lavoratori. Il fatto nuovo è che questi attivisti, che un tempo agivano clandestinamente, ora sono usciti allo scoperto.
Strani suicidi: il mese scorso quando si sono diffuse notizie di operai morti suicidi dalla Foxconn Technology, uno dei massimi produttori mondiali di apparecchiature elettroniche, la rete è stata subito invasa da video che testimoniavano le violenze degli addetti alla sicurezza. Inoltre, in rete sono apparse le buste paga di molti operai della Foxconn ed è emerso che le ore di straordinario erano superiori a quanto consentito dalla legge. A Zhongshan, dove molti operai hanno ripreso il lavoro mentre proseguono le trattative, i dimostranti hanno seguito la stessa strategia messa a punto il mese scorso nella fabbrica Honda di Foshan. A Foshan gli organizzatori dello sciopero hanno organizzato oltre 600 operai mediante chat room su QQ. “Ne ho creata una anche io la sera prima dello sciopero e si sono immediatamente iscritti in 40”, dice Xiao Lang, uno degli organizzatori delle manifestazioni di protesta che è stato licenziato subito dopo la manifestazione. “Nella chat room abbiamo discusso tutti i dettagli”, dice Xiao Lang. “Dove incontrarci, quale percorso doveva seguire il corteo e quali erano le nostre rivendicazioni salariali”. Le autorità cinesi hanno consentito ai media statali di pubblicare e trasmettere le notizie sul primo sciopero di Foshan, ma poi hanno deciso di censurare tutte le informazioni. I giovani cinesi che non accettano le tremende condizioni di lavoro dei loro genitori, sono tutti abilissimi con le nuove tecnologie digitali. Gli operai della Honda Lock sono in attesa dell’esito della trattativa che si svolge alla presenza di esponenti del governo. Finora è stato offerto un aumento salariale dell’11%, ma gli operai sono certi di ottenere oltre il 50% pari a 234 dollari al mese – esattamente come gli operai di Foshan. “Non ce l’avremmo fatta se non avessimo saputo quello che era avvenuto a Foshan”, dice un giovane operaio che usa il computer da quando aveva 7 anni. “Abbiamo seguito il loro esempio. Perché non dovremmo ottenere aumenti salariali uguali?”.
© The New York Times Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

il Fatto 18.6.10
“Vi racconto mio padre, il sogno chiamato Che”
Camilo vive a Cuba: aveva 5 anni quando il comandante Ernesto Guevara fu ucciso in Bolivia
“Con l’elezione di Barack Obama non è ancora cambiato nulla nell’atteggiamento americano verso di noi”
di Luca Morino*

L’Avana. Camilo, il terzo figlio di Ernesto Che Guevara, è nel Centro Studi dedicato a suo padre e situato nella stessa casa, a L’Avana, abitata dal rivoluzionario argentino fino alla sua partenza per il Congo, nel 1965. “Abbiamo iniziato a lavorare agli archivi personali nel 1983 spiega Camilo Guevara e con il tempo abbiamo realizzato numerose pubblicazioni e lavori accademici che hanno reso sempre più complessa la nostra attività. Attualmente siamo in sette, ma con i collaboratori esterni arriviamo a oltre trecento persone che lavorano al progetto: quasi tutti compagni o amici del Che, persone che occuparono incarichi nel periodo in cui faceva parte del governo”. L’immagine di suo padre corrisponde al vero Che e al suo pensiero?
C’è sicuramente una commercializzazione eccessiva dell’immagine del Che.
Spesso viene associata a elementi che hanno poco a che vedere con lui, come una bottiglia di rum o un pacchetto di sigarette. A volte la gente cerca di arricchirsi attraverso il Che utilizzandolo per vendere un prodotto e quando succede questo, di solito, consapevoli o no che siano, in pratica separano l’immagine dell’uomo dalla sua storia, dalla sua ideologia. Pensa che anni fa in Italia, in una manifestazione dichiaratamente fascista, fu visto un tipo che sventolava l’immagine del Che. Non so se fosse lì per protestare contro la manifestazione, tutto può essere, ma la situazione era decisamente ambigua, no?
Che ricordi ha di suo padre? Ero molto piccolo quando partì per il Congo, nel 1965 avevo 3 anni. Quando tornò non poteva violare le norme della clandestinità e per questo ovviamente noi figli non potevamo vederlo. Il giorno in cui partì per la Bolivia era già calvo e venne a salutarci travestito. Quando morì nel ’67 io avevo solo 5 anni: era un uomo che aveva un’enorme responsabilità nel Paese, passava il tempo a lavorare e studiare, anche diciotto ore al giorno. Solo la domenica, dopo il lavoro volontario, veniva a casa e giocava con noi. Questa è stata le mia relazione con lui e non riesco a ricordarlo con chiarezza, non capisco neanche se sia stato parte di un sogno o una costruzione della mia fantasia. Quando girano un film sul Che consultano la sua famiglia?
A volte sì, ultimamente abbiamo lavorato con un regista argentino che si chiama Tristan Bauer e Walter Salles per esempio è venuto a consultarci per I diari della Motocicletta, così come Gianni Minà per un documentario. Per il film di Soderbergh con Benicio Del Toro abbiamo fornito una serie di informazioni storiche molto precise, poi ovviamente hanno fatto scelte artistiche in cui la realtà veniva anche alterata e a quel punto ci siamo fermati. A me sembra che il bilancio di questi ultimi film sia positivo, anche se non sono fatti per insegnare la Storia. Cosa rappresenta oggi il Che per i giovani cubani?
Mi sembra che il Che sia sempre una figura che i ragazzi proteggono e rispettano e funge tuttora come riferimento: quando per esempio una cosa non va bene o dovrebbe essere differente si dice “se ci fosse qui il Che questo non sarebbe successo”. Con questo non voglio dire che sarebbe stato esattamente così perché la vita è molto più complessa, ma questo sentimento, questa speranza, mi sembrano un grande omaggio alla sua vita di sacrifico, intoccabile e limpida. Il Che è sempre stato un uomo onesto.
Crede che i rapporti tra Cuba e Stati Uniti potranno cambiare? Non sono un esperto di politica, però personalmente penso di no. Negli Stati Uniti la vittoria di Obama, ormai quasi due anni fa, non una rivoluzione: è un presidente di colore, però ampiamente sostenuto dal denaro nordamericano. Credo che quello che è successo sia stato un cambio cosmetico. Nessuno ci crede veramente, bisogna cambiare, bisogna dimostrare che è cambiato qualcosa perché per ora non è ancora successo nulla.
Quindi, il giudizio su Obama è negativo? Claro! C’è l’Iraq, l’Afghanistan, c’è la IV Flotta che controlla i Caraibi e il Sudamerica. Perché la lasciano lì? Ci sono le basi militari in Colombia. Cos’è cambiato con Obama? Non è cambiato nulla. Possono cambiare alcuni aspetti all’interno degli Stati Uniti, bisogna vedere se succederà, ma in ultima istanza la cosa importante sarebbe cambiare le cose perché potessero durare nel tempo. Se suo padre fosse ancora vivo?
Io credo che una rondine non fa primavera, però credo anche che non si vedono rondini se non inizia la primavera! Il Che ha sempre fatto capire chiaramente la sua posizione e sapeva perfettamente che non esiste una società che non sia perfettibile, che non si possa migliorare. Di fatto si pensava, quando il Che era a Cuba, che la Rivoluzione cubana fosse una sommatoria risultante da più pensieri e mi sembra che ora il processo di sviluppo storico renda ancora molto più articolato il tema: la cosa certa è che c’è un progetto nazionale che risale a prima che nascessero Fidel Castro, il Che e tutti i rivoluzionari che nel ‘59 trionfarono nel Paese. Questo progetto-nazione antimperialista si è formato quasi naturalmente: a 90 miglia dalle nostre coste il padre della democrazia americana, Thomas Jefferson, già nell’Ottocento scriveva di suo pugno che bisognava conquistare Cuba e... Marx non aveva nessuna colpa di questo! La nostra esperienza si è messa in linea con un progetto che è in alternativa al capitalismo e ci ha mostrato che anche a Cuba possono esserci borghesi, ma non una borghesia nazionale. La borghesia nazionale era legata per forza agli interessi degli Usa. Posso affermare con certezza che il Che approverebbe il progetto-nazione cubano al cento per cento.
*voce e chitarra dei Mau Mau

il Fatto 18.6.10
Gentiloni: liberare le frequenze
Il Pd si schiera con Internet

Il Partito democratico sembra voler fare sul serio: oggi dedica un’intera giornata a Internet. L’iniziativa “PDigitale” va in scena a Roma, alla Città del Gusto. Si parte alle 10 con Alec Ross, esperto di innovazione e fidato collaboratore di Hillary Clinton. Alle 12:30 “A che punto è l’ultrabanda” sul presente e futuro della fibra ottica in Italia (partecipa anche il presidente Agcom Corrado Calabrò); alle 16 Derrick De Kerckhove parlerà di “società digitale e intelligenza collettiva”. Nel pomeriggio, arriva la discesa in campo del segretario in persona. A settembre, durante una festa dell’Unità, Pier Luigi Bersani definì Internet “quell’ambaradan là”, ma oggi il segretario Pd sembra pronto ad impostare un nuova rotta: “Politica Digitale. Il Pd si schiera” il titolo del suo colloquio con Giovanni Floris. Nella giornata, infine, spazio anche ai blogger e giornalisti Alessandro Gilioli, Vittorio Zambardino e Luca De Biase: all’avvocato Guido Scorza punto di riferimento sulle questioni digitali e a Riccardo Luna, direttore di Wired Italia. Paolo Gentiloni, deputato Pd e ministro delle Comunicazioni nell’ultimo governo Prodi, spiega al Fatto Quotidiano il senso di questa giornata: “L’intenzione – dice Gentiloni – è quella di spingere il Pd a una maggiore consapevolezza dell’importanza di Internet come leva di sviluppo e come luogo principe per libertà e democrazia. Il web 2.0, inoltre, può essere motore di cambiamento per i partiti”. Gentiloni ammette un ritardo della politica sulle tematiche digitali: “La classe politica in molti casi non conosce lo strumento. Ma anche a livello paese ci sono sia ritardi infrastrutturali (tante famiglie non sono raggiunte da connessioni veloci), sia di carattere economico: in tanti non si possono permettere la banda larga. Abbiamo un governo in tutto e per tutto televisivo che nella migliore delle ipotesi ignora la Rete, e nella peggiore cerca di ritardarne lo sviluppo”. Se il Partito democratico andasse domani al governo cosa farebbe per la Rete? “Bisogna proseguire sulla strada degli investimenti contro il digital divide già avviata dal governo Prodi continua Gentiloni poi andrebbero messe immediatamente all’asta le frequenze liberate dalla transizione dall’analogico. Si otterrebbero così fondi consistenti liberando al contempo frequenze per i collegamenti mobili. Il governo Berlusconi invece vuole regalare le frequenze al vecchio club della televisione. Infine ci asterremmo da fare danni dal punto di vista normativo alla libertà della Rete: i tentativi fatti in questi mesi, ultima in ordine di tempo la norma contenuta nella legge sulle intercettazioni che equipara i blog ai giornali, non dovrebbero più verificarsi”.

Martedì il sito del nostro giornale
Su Antefatto.it le prime anticipazioni
Mancano quattro giorni al lancio del nuovo sito Web del nostro giornale: martedì 22 giugno antefatto.it diventa ilfattoquotidiano.it, un portale di news a 360 gradi. All’informazione del Fatto e delle sue firme, si affiancheranno notizie in esclusiva, contenuti multimediali
e una piattaforma di blog; il tutto puntando alla massima interazione con i lettori. Online su antefatto.it alcune anticipazioni: la prima delle nostre “videostorie” (Marco Travaglio racconta una storia di mafia alla Favorita di Palermo), la nuova pagina Facebook e le istruzioni per blogger e utenti che vogliono contribuire alla campagna virale per il lancio del nuovo sito.