l’Unità 19.6.10
Il segretario Pd: «Bossi finirà per smarcarsi, pronti a costruire l’alternativa nel paese»
Bersani: «Litigano su tutto non dureranno tre anni»
di Maria Zegarelli
Bersani: «Questa maggioranza non durerà tre anni. Dobbiamo essere pronti all’alternativa, quando saremo al dunque i due campi saranno davvero alternativi. Il centrosinistra non accetta deformazioni populiste».
Non saprebbe dire «dove, come o quando», ma Pier Luigi Bersani si dice certo che questo governo non durerà altri tre anni. E più che Gianfranco Fini, la spina nel fianco del premier potrebbe essere proprio Umberto Bossi, oggi «punto di sutura» della maggioranza, domani possibile punto critico a causa di «questo federalismo» che è «una storia che non sta in piedi, Brancher non potrà risolvere tutti i problemi. Questo per loro sarà un problema, non riesco a immaginare che una storia del genere possa durare tre anni». Il segretario Pd risponde alle domande di Giovanni Floris che lo intervista durante la manifestazione «Non stop banda larga», in corso alla città del gusto a Roma, tornando spesso sul punto: «I problemi arriveranno quando ci saranno le noci da rompere sul piano economico, quando si crea l’impossibilità di far sognare che è un handicap per Berlusconi». Secondo il segretario Pd il Cavaliere sente che il cerchio si sta stringendo intorno al suo stesso fortino: la Lega preme sul federalismo, inizia a smarcarsi dal ddl intercettazioni perché la base inizia a mostra insofferenza verso un provvedimento che mina la sicurezza; Giulia Bongiorno, finiana doc, in Commissione Giustizia ha detto chiaro e tondo che dovranno esserci modifiche e come se non bastasse il governo è costretto a chiedere lacrime e sangue con una manovra da 24 miliardi di euro. La fine del sogno. E chissà se Berlusconi è disposto a farsi mettere nell’angolo. Il segretario Pd anche per questo non è sicuro « che dietro le aperture di questi giorni ci sia un ripensamento vero, la forzatura è sempre dietro l’angolo, sono sempre porti a tornare alla carica con la faccia dura, l’elmetto in testa e procedere a colpi di fiducia». Inutili allora le corse «nello stesso campo», soprattutto nell’eventualità che la legislatura finisca bruscamente, per dimostrare che è più duro nell’opposizione. «Noi dobbiamo essere pronti all’alternativa dice . C’è da fare ma non dispero perché quando si arriva al dunque è evidente che i due campi sono davvero alternativi sui grandi temi costituzionali è evidente che il grande campo del centrosinistra non accetta deformazioni populiste e plebiscitarie». E quando dai microfoni di «Radio anch’io», di buona mattina gli chiedono di possibili alleanze costituzionali, risponde che soltanto di fronte ad deriva populista andrebbe con «chiunque». «Ma se devo guardare al profilo politico di un’alleanza aggiunge devo fare delle scelte e non mi risulta che Fini e Casini siano alleati».
BANDA LARGA E CRESCITA ECONOMICA
Ma visto che il tema all’ordine del giorno di questa manifestazione è la banda larga, tra gli ospiti Paolo Gentiloni, Vincenzo Vita, Renato Soru, Fabrizio Meli ad de l’Unità è di questo che si parla. Anche la banda larga, spiega Bersani, è un modo di pensare al paese e all’utilizzo della tecnologia per rilanciare la crescita. «Con il governo Prodi avevamo stanziato 4miliardi di euro per la banda larga e le infrastrutture, loro li hanno presi e buttati nel grande calderone. Negli emendamenti alla manovra ce n’è uno che riguarda anche l’uso delle frequenze, vedremo se saranno disponibili a discuterne».
Secondo Renato Soru il premier ha una sola idea rispetto all’uso delle frequenze: «Aprire altri canali televisivi. Questo è il Paese a cui pensa, non certo al Paese di Internet e dell’inclusione. È per questo motivo che la banda larga non è un tema che attira l’attenzione dei media, né è al centro dell’azione del governo, malgrado l’Europa la metta al centro di una economia più competitiva e inclusiva. Costruire una economia inclusiva vuol dire che dentro ci siamo tutti. Per questo spetta alla politica occuparsi di questo tema, oltre che alle imprese direttamente coinvolte». Secondo il patron di Tiscali questo «la politica non può agire secondo i tempi del mercato. Chi ci ha preceduto, quando ha costruito le autostrade e le infrastrutture, non ha pensato ai tempi del mercato, ma ad una visione del Paese».
l’Unità 19.6.10
Addio Saramago, il mondo è cieco senza il tuo sguardo
Fedele alle idee: È sempre rimasto duro, combattivo e comunista
Fedele alla politica: Aveva conosciuto, in casa, la dittatura di Salazar
di Oreste Pivetta
È morto a 87 anni il grande scrittore portoghese, autore di Memoriale del convento e Cecità
Di recente teneva un blog per ritrovare nell’immaginazione compagni d’avventure letterarie
Il manifesto Aveva un’antipatia mai dissimulata per Israele
La sua prosa Maestosa, avvolgente, sinuosa: ti prende per mano e ti accompagna
Lo scrittore portoghese e Premio Nobel per la Letteratura è morto all’età di 87 anni a causa di una leucemia cronica nella sua casa di Lanzarote, isola delle Canarie, dove risiedeva dal 1991.
Saramago conobbe momenti di celebrità anche in Italia: quando apparvero i suoi romanzi più belli, come Cecità, quando nel 1998 vinse il Nobel, quando fece intendere che cosa pensava di Berlusconi. Scrivendo di Berlusconi divise il suo pubblico vecchio e possibile, s’attirò accuse pesanti, si guadagnò simpatie estreme. Ormai ottantasettenne. La sua polemica antiberlusconiana sta in un libretto, Il Quaderno, che venne pubblicato da Bollati Boringhieri, dopo che l’Einaudi mondadoriana l’aveva rifiutato. Censura, non si discute. Troppo esplicito il verdetto di condanna nei confronti del nostro presidente del consiglio e dell’italietta pecorona e volgare modellata a sua immagine. Non tutta l’Italia è così e Saramago lo sapeva, altrimenti non avrebbe accettato un viaggio nella piovosissima Torino, per presentare il suo «diario». Che stupiva già per una ragione intrinseca, per il modo con cui era nato, cioè dialogando in un blog: che un vecchio intellettuale famoso, in marcia verso i novant’anni, perdesse il suo tempo dietro un blog potrebbe apparire insolito...
Ho usato l’espressione «in marcia» non a caso, perché al nostro appuntamento me lo vidi, alla lettera, marciare incontro, ritto, elegante in completo grigio, camicia e cravatta (con la bella moglie, assai più giovane, al fianco). Era magro, il viso scavato, calvo, mai stanco di parlare, anche se gli altri tutto attorno trepidavano in ansia per la sua stanchezza. Mi spiegò che il blog era un’invenzione di un cognato. Lui si era prestato volentieri a quel dialogo quotidiano, che gli serviva per ritrovare nell’immaginazione vecchi compagni d’avventure letterarie, per connettere tanti episodi della sua esistenza, per introdurre temi di carattere universale, dalla fame nel mondo al potere delle banche, per polemizzare non risparmiandosi avversari. Perché se, dicendo dell’Italia, il suo bersaglio preferito era Berlusconi, ne aveva pesantemente anche per la nostra sinistra, sbeffeggiata per la sua indolenza in varie pagine, con un angolo riservato al nostro Veltroni, descritto, in modo crudo, fragile di carattere e assai incerto nell’ideologia. A proposito di Berlusconi ne scrisse di peggio. Citiamo: «Con la sua particolarissima opinione sulla ragione d’essere e il significato dell’istituzione democratica,
Berlusconi ha trasformato in pochi anni l’Italia nell’ombra grottesca di un Paese e una grande parte degli italiani in una moltitudine di burattini...».
Francamente non mi sentirei di dissentire, ma ci sarà stato qualcuno che l’avrà tacciato di settarismo e l’avrà accusato di non conoscere la realtà del bel paese. Il dubbio venne anche a me e glielo esposi. Saramago teneva un’aria seria, non sorrideva. Accettava le mie domande senza un attimo di impazienza, rispondeva pacato e lento nella parola. Mi rispose che conosceva l’Italia grazie ai suoi viaggi, agli amici che gli riferivano, ai giornali. Ineccepibile. Poi c’era il blog... Ci sarebbe altro da raccontare, ad esempio l’antipatia mai dissimulata per Israele, con qualche durezza di troppo, come nel manifesto che firmò in nobile compagnia, con John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter, Gore Vidal, l’ostilità nei confronti della chiesa portoghese e del «suo» Dio «vendicativo, rancoroso, cattivo, indegno di fiducia», lo spregio per i banchieri, considerati più o meno delle canaglie (s’era in piena crisi finanziaria). Insomma Saramago, dal ritiro di Lanzarote, alle Canarie, dove ieri è morto, non si risparmiava, duro, combattivo e comunista, come era rimasto, fedele a un’idea più che alla sua dispersione materiale nel corso della storia. Aveva conosciuto, in casa, la dittatura di Salazar (al partito comunista portoghese, in clandestinità, s’era iscritto nel 1959), appena oltre confine poteva apprezzare quella di Franco. Dopo la libertà, che arrivò con la rivoluzione dei garofani, era rimasto un uomo all’antica, onesto, un combattente, diventando un «grande scrittore», come lo riteneva il più grande dei critici, Harold Bloom: un «titano» lo considerava. Certo rappresenta una delle voci più maestose del secolo che è da poco passato. Maestosa è la sua prosa, avvolgente, sinuosa: ti prende per mano e ti conduce tra i misteri della vita e della storia, insegnando a guardare, moltiplicando gli sguardi lungo le traiettorie dell’insolito, come nel suo romanzo forse più bello, Cecità, dove la nebbia diventa la lente che costringe a seguire passaggi anomali e per questo meglio aperti sulla verità. C’è anche ironia nelle sue pagine e c’è soprattutto pena per una umanità fragile, destinata alla sconfitta.
José de Sousa Saramago era nato ad Azinhaga il 16 novembre 1922. Il padre era un agricoltore, che, una volta a Lisbona dal 1924, aveva trovato lavoro come poliziotto. Il fratello minore, Francisco, morì a due anni, pochi mesi dopo l’arrivo nella capitale. Non c’erano soldi in famiglia e così il giovane Saramago non frequentò l’università, ingegnandosiper mantenersi nei lavori più diversi, fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione. Il suo primo romanzo, Terra del peccato, del 1947, non trovò gran fortuna. Sino alla Rivoluzione dei Garofani, nel ‘74, Saramago visse una stagione di formazione. Pubblicò poesie (Le poesie possibili, 1966), cronache (Di questo e d’altro mondo, 1971), testi teatrali, novelle. Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano Diario de Noticias nel ‘75 e quindi scrittore a tempo pieno), crollata la dittatura, si presentò nel 1977 con il romanzo Manuale di pittura e calligrafia, seguito da Una terra chiamata Alentejo, incentrato sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con Memoriale del convento (1982) che ottenne il successo. In sei anni pubblicò tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, L’anno della morte di Riccardo Reis e La zattera di pietra). Gli anni novanta lo consacrarono con L’assedio di Lisbona, Il Vangelo secondo Gesù e Cecità.
Nel 1998 il riconoscimento «ufficiale»: il Nobel. Non piacque al Vaticano il premio ad un uomo che non s’era mai risparmiato nelle critiche alla Chiesa, alla religione, ad un certo modo di usare persino Dio. Critiche che gli dettava la vicenda del suo paese e della Spagna accanto.
l’Unità 19.6.10
Intervista a Vincenzo Consolo
«Coraggioso e senza peli sulla lingua. Come lui ce ne sono davvero pochi»
Lo scrittore siciliano «Insieme visitammo la Striscia di Gaza, ma parlò apertamente di crimine contro l’umanità e i suoi libri furono ritirati»
di Roberto Carnero
Con Saramago perdiamo un autore di alta letteratura e di profondo impegno civile». In questo binomio – qualità letteraria coniugata con un’attenzione sempre vigile alla realtà circostante – uno dei più importanti autori italiani, Vincenzo Consolo, individua la peculiarità del lavoro di José Saramago. E ricorda un rapporto di amicizia quasi trentennale con lo scrittore portoghese, che conobbe all’inizio degli anni ’80 in Sicilia, la terra d’origine di Consolo. In che occasione ha conosciuto Saramago?
«Fu a un convegno letterario organizzato a Catania, al quale ricordo che parteciò anche Leonardo Sciascia. In quell’occasione feci da cicerone a Saramago, che portai a visitare il Convento dei Benedettini, ricordato nei Viceré di Federico De Roberto, un romanzo che Saramago conosceva bene».
Avete avuto modo di incontrarvi altre volte? «Sì, in diverse circostanze. Abbiamo mantenuto un rapporto costante negli anni. Ricordo, in particolare, un viaggio che compimmo nel 2002 con un gruppo di scrittori di diversi Paesi europei, organizzato dall’Unione Europea. Visitammo anche la Striscia di Gaza e nel constatare le terribili condizioni di vita della popolazione palestinese Saramago ebbe una reazione molto forte, pronunciando parole estremamente dure. Pronunciò, cioè, qualcosa di impronunciabile, parlando apertamente di crimine contro l’umanità. La reazione del governo israeliano fu molto determinata: i libri di Saramago vennero immediatamente ritirati dalle librerie». Come ricorda il suo carattere? «Questo era l’uomo: un uomo coraggioso, privo di autocensure, sempre disposto a dire apertamente ciò che pensava. Come prova l’episodio che ho appena rievocato. Non aveva cautele diplomatiche. Era schietto, diretto, a costo di essere fastidioso. Era una persona trasparente. Dotata di una grande capacità di empatia. Era innamoratissimo della sua seconda moglie, con la quale, quando era lontano da casa, passava delle intere mezz’ore al telefono». Come mai era così importante per lui la dimensione dell’impegno civile? «Lo si capisce facilmente se si guarda alla sua provenienza. Lui veniva dal giornalismo, da giovane, durante gli anni della dittatura di Salazar, aveva lavorato nel giornalismo d’opposizione. Pur essendo poi passato alla narrativa, non ha mai dimenticato di essere partito da lì. E ha mantenuto la forma mentis del bravo cronista, del giornalista d’inchiesta».
Quale dei suoi libri le è più caro?
«Sono molte le opere che l’hanno reso grande e che ho amato. Da Memoriale del convento a La zattera di pietra, fino a Storia dell’assedio di Lisbona. Un libro come Cecità è una grande metafora della nostra condizione attuale: una condizione di accecamento generale, specchio del mondo d’oggi».
In particolare in Italia, forse. Non è un caso che Einaudi, una casa editrice del gruppo Mondadori (la cui proprietà è riferibile alla famiglia Berlusconi), si sia rifiutata di pubblicare uno dei suoi ultimi libri, «Il quaderno» (poi edito da Bollati Boringhieri), perché conteneva critiche al nostro Presidente del Consiglio. Ha avuto modo di raccogliere le sue reazioni su questa vicenda?
«No, e devo dire che ho volutamente evitato di farlo. Perché mi è sembrata una storia davvero sgradevole, un caso di censura bella e buona, particolarmente grave visto che colpiva un autore della sua statura. E mi ha spinto a riflettere su come un’attività come la letteratura, per molti versi oggi considerata marginale, abbia evidentemente ancora la capacità di disturbare i poteri forti. Autori come Saramago e come Roberto Saviano danno fastidio ai potenti, politici o criminali che siano, perché dicono la verità, spiattellano con candore le tante piccole e grandi scomode verità che spesso facciamo prima a non vedere. O che il potere mediatico ci impedisce di vedere, rincitrullendo e rimbambendo la gente con ore e ore di programmi tv stupidi, superficiali e sostanzialmente vuoti. Ecco perché la perdita di uno scrittore come Saramago è gravissima: perché sono pochi quelli che come lui, in un panorama letterario per molti aspetti desolante, continuano a concepire il lavoro della scrittura in questi termini così ampi». L’altro suo bersaglio polemico, soprattutto negli ultimi anni, era diventato la religione. Da dove derivava questa attenzione al fenomeno religioso? «Anche questa critica alle religioni rivelate si inserisce nella più ampia critica al potere. Saramago attaccava le grandi fedi monoteiste, in particolare il cattolicesimo da cui proveniva per formazione e l’islam nelle sue derive fondamentaliste, a partire da una matrice laica e razionalista. Lo si vede bene anche nel suo ultimo libro, pubblicato poche settimane fa da Feltrinelli, Caino, che è una rilettura della Bibbia fatta in maniera del tutto anticonvenzionale».
l’Unità 19.6.10
Fucili, bombe e pallottole
L’Italia tallona gli Usa sull’export delle armi
Rapporto 2010 sulla vendita di armamenti leggeri: 12% di incremento, il picco più alto dal 1996. Gli affari con Stati Uniti ed Europa ma anche con Paesi sotto embargo o accusati da Amnesty di gravi violazioni dei diritti umani
di Umberto De Giovannangeli
Finché c’è guerra c’è speranza». Non è solo il titolo di un famoso film con Alberto Sordi protagonista. È anche una logica di mercato. Il mercato delle armi. Un mercato in cui l’Italia eccelle. A darne conto è l’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo nel documentatissimo «Armi leggere, guerre pesanti. Rapporto 2010. Le esportazioni italiane di armi piccole e leggere ad uso civile». Dal Rapporto 2010 emerge un forte incremento nelle vendite. Infatti, l’Italia ha esportato armi comunida sparo, munizioni ed esplosivi per oltre 460 milioni di euro nel 2007 e per oltre 465 milioni di euro nel 2008, con un incremento del 12% rispetto al biennio precedente, toccando così i valori più alti dal 1996. Un giro di affari che, colloca l’Italia al secondo posto nel mondo, dopo gli Stati Uniti.
La ricerca dell’Archivio Disarmo, diretta da Emilio Emmolo, è stata condotta su fonte ISTAT, che periodicamente mette a disposizione i dati relativi alle esportazioni ad armi comuni da sparo, munizioni ed esplosivi, senza peraltro dettagliare le ditte fornitrici, il prodotto, gli acquirenti (evidenziando ancora una scarsa trasparenza sui trasferimenti, al punto da non poter distinguere la vendita di doppiette da quella di fucili da caccia grossa). In particolare, il 67% del totale delle esportazioni del biennio è costituito da pistole e fucili, a fronte di un 29% di munizioni e di un 4% di esplosivi. Nel biennio 2007-2008 tali esportazioni sono state dirette per la maggior parte verso gli Usa (30%) e i Paesi membri dell’Ue (45%), ma anche verso una serie di Paesi nei quali si riscontrano la presenza di conflitti e di gravi violazioni dei diritti umani.
Emerge, infatti, l’esportazione verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi (Cina, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Uzbekistan, Armenia e Azerbaigian), e verso Paesi in cui sono in atto conflitti e in cui si riscontrano gravi violazioni dei diritti umani riconosciute non solo da Organizzazioni non governative (quelle prese in considerazioni dalla ricerca dell’Archivio Disarmo, tra le più autorevoli: Amnesty International, Escola de Cultura de Pau e Human Rights Watch), ma anche dalle stesse Nazioni Unite e dall’Unione Europea (la Federazione Russa, la Thailandia, le Filippine, il Pakistan, l’India, l’Afghanistan, la Colombia, Israele, il Congo, il Kenya, la Georgia, il Guatemala, la Bolivia,il Ciad ...). Attenzione anche al Messico che registra un incremento progressivo confermandosi sempre tra i primi venti maggiori importatori; dei 12 milioni di euro di materiali importati tra il 2007 e il 2008, oltre 11 milioni sono per pistole e fucili. Secondo il Rapporto 2009 di Amnesty International in Messico continuano a verificarsi gravi violazioni dei diritti umani, esecuzioni extragiudiziali, uccisioni di giornalisti, detenzioni arbitrarie e il ricorso alla tortura da parte delle forze di sicurezza è noto Nel biennio 2007-2008 l’Italia ha esportato complessivamente 927.888.960 euro in armi leggere ad uso civile e, precisamente, 461.997.732 euro nel 2007 e 465.891.228 euro nel 2008. Per quanto riguarda le diverse categorie di materiali il valore complessivo di pistole, fucili e relativi parti ed accessori esportati dall’Italia nel biennio 20072008 ammonta a oltre 600 milioni di euro (67% del totale), quello delle munizioni ad oltre 260 milioni di euro (29%) e quello degli esplosivi a oltre 33 milioni di euro (4%). Il trend si mostra in ascesa costante per quanto riguarda le esportazioni di munizioni che dal 2006 sono aumentate di circa il 23% e di un ulteriore 9% dal 2007 al 2008. L’andamento delle esportazioni di pistole, fucili e loro parti ed accessori mostra, invece, un incremento tra il 2006 e il 2007 (più 12%) e una leggera flessione nell’anno successivo (meno 10 milioni di euro pari a circa il 3%). Il valore delle esportazioni di materiale esplosivo registrano, invece, una tendenza diversa: diminuzione tra il 2006 e il 2007 (meno 48%) e leggero aumento nel 2008 pari al 14%.
Oltre sulla definizione di armi piccole e leggere, Il Rapporto si sofferma anche sulle normative vigenti in Italia e sul quadro giuridico internazionale, nonché sull’Arms Trade Treaty in discussione in ambito Onu, il trattato internazionale sul commercio che dovrebbe approdare nel 2012 ad accordo mondiale. In particolare, ancora una volta emergono le contraddizioni derivanti dal fatto che le procedure e i divieti previsti per le armi comuni da sparo (previste dalla legge 110/75) sono diverse dal quelle previste dalla legge 185/90 che si occupa dei trasferimenti di armi ad uso militare, una tra le discipline più avanzate a livello internazionale. Emergono dall’analisi da un lato l’incremento progressivo delle esportazioni italiane di armi «leggere ad uso civile», dall’altro un quadro normativo tutt’altro che univoco e che lascia delle zone d’ombra molto importanti (nonostante che la Relazione della Presidenza del Consiglio sull’export di materiale di armamento militare abbia più volte ribadito di seguire anche in questo ambito criteri analoghi a quelli applicati per la 185/90). È opportuno ricordare rilevano gli autori che, come ha più volte messo in luce l’Onu, spesso attraverso vendite legali si passa poi a successive forniture a soggetti che di questi strumenti fanno un uso non consentito, finendo per armare anche la delinquenza organizzata, formazioni terroristiche, bande paramilitari ecc. I Paesi dell’Unione Europea sono stati il maggiore importatore di pistole,fucili, munizioni ed esplosivi italiani: nel 2007 le esportazioni italiane sono state pari a 213.100.647 euro, seguite da una lieve diminuzione (meno 6%) nel 2008 con 199.939.220 euro. Rispetto al 200684 le esportazioni verso i Paesi dell’Unione Europea hanno registrato un aumento notevole. I primi otto Stati per valori di importazioni sono, come l’anno precedente, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Grecia, Belgio, Finlandia, Portogallo i quali complessivamente sono stati destinatari di armi italiane di piccolo calibro per un valore di 361 milioni di euro così ripartiti: oltre 195 milioni di euro in pistole e fucili, oltre 141 milioni di euro in munizioni e oltre 23 milioni di euro in esplosivi.
Partendo da queste considerazioni, una delle conclusioni a cui giunge il Rapporto è che, come avviene già a livello europeo, ancora una volta appare necessario considerare giuridicamente le armi comuni da sparo alla stregua delle armi leggere ad uso militare alla luce dell’ormai accertata pericolosità della loro presenza soprattutto nei numerosi scenari di conflitto che costellano i cinque continenti; conflitti in cui le armi, dalle più piccole alle più sofisticate, contribuiscono alla radicalizzazione della violenza e delle difficili condizioni post-conflittuali con impatti devastanti sulle popolazioni. «Il grosso problema dice a l’Unità Maurizio Simoncelli, Vicepresidente dell’ Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo è la scarsa trasparenza dei dati. Noi sappiamo che vengono esportate delle quantità di armamenti ma non esattamente quali e a chi. Un altro problema aggiunge il professor Simoncelli è che dichiarazioni contenute nella Relazione della Presidenza del Consiglio non appaiono conseguenziali nei fatti, per cui in Paesi come Cina, Colombia, Israele ed altri, dove teoricamente non si dovrebbe esportare, invece risultano esportazioni di armi italiane».
l’Unità 19.6.10
Conversando con Citto Maselli «D’accordo con Reichlin: alla sinistra serve un’idea e ai giovani serve la sinistra»
di Toni Jop
Alla manifestazione di Piazza Navola dell’8 giugno contro i tagli alla cultura c’era anche Citto Maselli che ha detto: «Questo governo segue una strategia lucida e mortuaria contro il pensiero libero».
Aquel lago di simboli che si è divertito a collezionare nel suo film più recente, «Le ombre rosse», Citto Maselli uno dei grandi padri del nostro cinema ha incollato un finale didascalico. Due ragazze (e un ragazzo), un fabbricato alla periferia delle periferie, un metro a nastro in mano, prendono misure, larghezza, lunghezza. Cercano un posto, un luogo, una situazione da nutrire con i corpi e con i pensieri, con azioni solidali. Ma lontano, via dalla pazza folla, dove l’urbanesimo, anima della nostra civiltà, degrada e sfuma il rigore della sua ottica concentrazionaria. Il film chiude, mentre si prende atto della fine di un’era, di una esperienza collettiva eccitante il decollo e il tramonto di un centro sociale con i segni dell’allestimento di un Natale che verrà. Sono giovani e sono soprattutto donne, non si sa cosa sappiano fare di «socialmente rilevante», non si conoscono le loro abilità misurate sui bisogni del mercato, ma si sa che scommettono sulla vita a dispetto della loro invisibilità. Così l’allegoria frana sul reale: è esattamente ciò che sta accadendo a milioni di ragazzi, soprattutto in Italia. Dicono che un ragazzo su tre non troverà lavoro, nessun lavoro in questo paese. Almeno finché le condizioni non cambieranno. Uno su tre fa paura perché muta il dna sociale che abbiamo fin qui conosciuto. Da decenni, da «Gli sbandati» e non solo, hai sempre dedicato uno sguardo d’affetto ai giovani. Un cineasta è anche un po’ uno stregone...
Quel finale di film dice anche altro: per esempio che la politica, quel che resta della politica in anni recenti non ha saputo dare non dico modelli ma strumenti, «utensili» adatti a costruire una vita in cui i ruoli individuali e collettivi non siano imposti dal mercato, dal consumo. C’è una fondamentale differenza tra essere schiacciati dai grandi meccanismi di una durissima ristrutturazione «capitalistica» in una crisi psicologica ed esistenziale senza uscita e affrontarla, invece, con consapevolezza, collettivamente, con azioni che puntellano una nuova forte soggettività politica. In altre parole: la sinistra non ha saputo fornire ai giovani motivi sufficienti per lottare, resistere, inventare strade nuove. Benché Rifondazione Comunista, il partito cui appartengo, si muova con le forze di cui dispone, proprio in questa direzione. E questa insufficienza, se permetti, non racconta di una banale crisi della sinistra, ma di una sua crisi profonda, terribile.
Lo si capisce scorrendo la drammaturgia del tuo film. La sinistra tutta ne esce a pezzi, nessuno si salva: i partiti, gli intellettuali, figure ingrigite da una mediocrità senza respiro, interne a un gioco da cui sono state adottate con l’ambizione e il miraggio della «modernità». E si salvano solo i ragazzi del centro sociale.... Condivido un recentissimo richiamo di Alfredo Reichlin: alla sinistra serve un’idea. È un po’ un’astrazione, nelle corde di Reichlin, ma mi pare che anche solo porsi di fronte a questo bisogno, affermare che esiste e che corrisponde al vuoto di oggi, significa assumersi una responsabilità all’altezza della storia che stiamo vivendo.
Forse, però, sostenere che ci serve un’idea non è una tenera ammissione di impotenza? E questa ammissione non ha qualcosa in comune con il febbrile riposizionamento del “territorio” in testa alla top ten delle questioni di cui deve farsi oggi carico la sinistra? Cosa ci è successo?
So che Togliatti decise già nel 1941 di organizzare il Partito Comunista scartando il metodo della cooptazione diretta in base alla affidabilità burocratica dei comunisti come imponeva lo schema della Terza Internazionale. Impartì direttive affinché la selezione fosse affidata a dei dati «storici», e cioè alla generosità e alla efficacia della lotta messa in pratica nelle fabbriche, sempre e comunque nei territori. Poi, vorrei ricordare qual è il valore insostituibile del marxismo: l’idea di una società conflittuata come garanzia di democrazia e di crescita. Marxismo non come modello, quindi, ma metodo,
tra l’altro inevitabile in una relazione di potere vissuta con consapevolezza. Dov’è finita questa cultura? Verrebbe da chiederlo a chi si è assunto la responsabilità di far naufragare i due governi di centrosinistra. Non saranno stati i migliori governi del mondo ma alla luce di quel che ha messo in campo l’era berlusconiana non si può negare che testimoniavano un’altra cultura e proponevano un’altra Italia...
Ma se non àncori il fare quotidiano, anche quello politico, ad una visione complessiva che entra in conflitto con l’esistente, devi attendere che tramonti una esperienza di governo e che salga al potere un oligarca amorale come Berlusconi per comprendere che era meglio proseguire sulla vecchia strada. E comunque se la cultura che animava quei governi è la stessa che da anni muove le opposizioni di sinistra, mi pare che non siamo di fronte alla chiave, oppure come dice Reichlin all’«idea» che può aprire nuove porte, nuove vie d’uscita. Anche per quel trenta per cento di ragazzi italiani condannati a vivere senza lavoro.
Alla sinistra per non perdersi sarebbe forse bastato riuscire a mettere in campo la legge sul conflitto di interessi; non era nemmeno indispensabile farla passare, visto che i numeri pare non ci fossero; ma doveva «morire» su quella iniziativa di pura giustizia molto annunciata...
Sì, e quei giovani che ora sono nel tritacarne avrebbero in tasca almeno il valore morale di un impegno storico di democrazia, di una coerenza limpida; ma sui principi, appunto, non si dovrebbe transigere. E ora la sinistra avrebbe cose da dire nei territori e saprebbe, certamente meglio di ora, cosa vuol dire lottare per un ideale che vale tutte le tue energie, e conoscerebbe il valore della lotta, dello stare in piedi, di una prospettiva di società alternativa.
Invece, dici con «Le ombre rosse», i ragazzi se la devono inventare da sé la nuova casa... Una casa, un partito, un progetto nato dai bisogni delle loro condizioni materiali. L’estromissione pressocché totale dal mondo del lavoro allora produrrà nuova consapevolezza e nuova cultura. Quando, provati e demoralizzati, spulceranno la storia, troveranno forza in quel che hanno prodotto il Movimento dei lavoratori e il Partito Comunista italiano, perché qualcuno a sinistra se ne vergogna ma è storia bellissima e forte, soprattutto in Italia, in quella vicenda che gli ortodossi francesi del Pcf chiamarono «déviation italienne».
Nato a Roma, partigiano durante la Resistenza, Francesco Maselli inizia la sua carriera cinematografica al fianco di Chiarini, Antonioni e Visconti. Gira nel 53 con Zavattini il suo primo film, «Storia di Caterina».
Ma è con «Gli sbandati», 1955, che conquista un ruolo di primo piano nella storia della cinematografia italiana. Mette a fuoco uno dei suoi più intensi nuclei narrativi con «I delfini», alla cui sceneggiatura collabora Alberto Moravia: il film è una lente lucida sul galleggiamento dei giovani figli di una borghesia oziosa.
Ancora Moravia sul suo cammino: nel 64 porta sugli schermi una bellissima trasposizione da «Gli indifferenti». Impegnato culturalmente e sul fronte politico, Maselli è alla testa della contestazione sul finire degli anni Sessanta. Nel ‘73 governa le «Giornate del cinema italiano» a Venezia, una contro-Mostra militante e innovativa.
Nel 70 dirige «Lettera aperta a un giornale della sera», film politico che inizia a scavare nelle contraddizioni della sinistra. Altro focus che Maselli non abbandonerà e verrà confermato nel 2009. con «Le ombre rosse».