l’Unità 16.6.10
Migliorare la 180, non tornare indietro
Luigi Cancrini risponde a Elena Canali
Ho letto oggi sull’Unità una risposta di Cancrini riguardo la proposta di legge Ciccioli. Certamente bisogna respingere ogni tentativo di restaurazione manicomialista, ma allo stesso tempo: perché a sinistra continuare a dirci balle e cioè che la 180 è perfetta, ma non è stata applicata?
RISPOSTA La legge Basaglia non è perfetta semplicemente perché di perfetto non c’è niente. Questo non vuol dire, però, che qualsiasi proposta di cambiamento sia buona. Nel caso della proposta Ciccioli, io credo sia corretto dunque da parte mia dire che si tratta di un testo troppo ancorato ad una visione medica ed organicista del disturbo psichiatrico. Da cui non si evince con chiarezza, per esempio, che i ricoveri lunghi hanno un senso solo nell’ambito delle Comunità, non delle Cliniche e che i servizi hanno bisogno per affrontare la cronicità di livello psicotico (gli schizofrenici) o border line (i disturbi di personalità) di équipes multidisciplinari in grado di dare risposte orientate su criterii psicoterapeutici. Anche a livello dei reparti di diagnosi e cura è la cultura psicoterapeutica e sociale (e non solo medico farmacologica) degli operatori quella che permette di confrontarsi con chi rifiuta le cure modulando con intelligenza forma e durata dei Trattamenti sanitari obbligatori. Sapendo che coinvolte con rispetto da operatori capaci le famiglie e la rete sono la risorsa fondamentale di ogni progetto di terapia.
Repubblica 16.6.10
Esce un libro sul tema: da Borgna a Boncinelli, studiosi a confronto
Il senso dell’uomo per l’infelicità
Non stare bene è una condizione naturale e come cura non bastano i farmaci: per sentirci meglio abbiamo bisogno di relazioni affettive e sentimenti
di Umberto Galimberti
e so che devo morire non capisco perché devo essere felice. La differenza tra l´uomo e l´animale sta tutta in questa consapevolezza, per cui l´infelicità è l´elemento costitutivo della condizione umana, che un tempo le religioni e oggi le psicoterapie o i ritrovati farmacologici cercano inutilmente di narcotizzare. Ma si può davvero pensare di reperire la felicità attraverso la negazione del tratto caratteristico della condizione umana? E allora, come scrive opportunamente Edoardo Boncinelli in Perché siamo infelici (Einaudi, pagg. 184, euro 14): "L´infelicità non è un accidente, è un destino".
Oltre a Boncinelli, che affronta il problema dal punto di vista genetico, il libro ospita gli interventi di eminenti psichiatri e psicoanalisti quali Maurizio Andolfi, Vittorino Andreoli, Eugenio Borgna, Bruno Callieri e Paolo Crepet che cura questa raccolta dei saggi, il cui intento è di smascherare i falsi rimedi che ogni giorno ci vengono proposti da quanti traggono profitto dall´infelicità diffusa, per vendere quelle che già Eschilo chiamava "cieche speranze (thuphlás elpídas)".
Con la chiarezza dello scienziato che non si fa incantare dalle cieche speranze, Boncinelli ci avverte che la natura ci genera per la continuità della specie e non per la felicità dell´individuo. Ma affinché gli individui non si demotivino una volta raggiunta questa consapevolezza, la natura provvede a quella serie di inganni che sono i desideri dell´individuo, i suoi progetti, i suoi investimenti, i suoi entusiasmi, particolarmente vividi nell´età giovanile che è poi la stagione più feconda per la generazione. "Resisteremmo infatti fino all´età riproduttiva - il traguardo che interessa alla natura - se non avessimo questa sorta di imbroglio da bambini, che non ci fa vedere perfettamente le asperità del mondo?" - si domanda Boncinelli e risponde: "Sono sicuro di no. Abbiamo una fase transitoria, ma lunga, di minore lucidità e ringraziamo Iddio. Altrimenti sono convinto che molta gente abbandonerebbe questo mondo ben prima della morte naturale"
A questa infelicità di base, che possiamo chiamare "biologica" se ne aggiunge una "culturale", determinata dal fatto che l´individuo promuove desideri, progetti, investimenti che, scrive sempre Boncinelli, sono "una molla alla base di tutta la civiltà e di tutta l´evoluzione culturale, ma anche una palla al piede, uno sconforto, uno sconcerto, un amplificare l´infelicità su tutta la vita", perché i nostri desideri sono quasi sempre sproporzionati alla nostra capacità di realizzazione, e lo scarto tra il desiderio e la sua realizzazione è la fonte di una nuova infelicità.
Su questo tema ritornano le bellissime pagine di Eugenio Borgna che, dopo aver esaminato tutte le forme patologiche di felicità e di infelicità, e i rimedi farmacologici che attutiscono i sintomi ma non danno un orizzonte di senso, affonda radicalmente lo sguardo sulla condizione tragica dell´uomo che non può vivere senza una produzione di senso, in vista della morte che è l´implosione di ogni senso. Colta nella sua dimensione abissale, questa infelicità non è curabile con i farmaci, ma è possibile attenuarla attraverso un´intensificazione delle relazioni interpersonali, da quelle affettive a quelle di cura, recuperando quel tratto costitutivo dell´essenza dell´uomo che la natura prevede come "animale sociale".
Ma che tipo di società è quella che ci circonda? Una società che ci riempie di oggetti da consumare, scrive Paolo Crepet, che stanno al posto di relazioni mancate. Una società che misura la felicità sui redditi invece che sulla circolazione dei sentimenti, fino al punto, sempre in nome dei redditi, di fare dell´infelicità un businnes. Infatti, scrive Crepet: "assistenti sociali, religiosi, psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, filosofi, organizzazioni di volontariato, farmacologi, perfino le prostitute vedrebbero i loro ricavi ridursi se, d´un colpo o per magia, la maggior parte degli infelici cessassero di esserlo". Per non parlare poi del controllo sociale che trae un indiscutibile vantaggio dall´infelicità: "perché è più facile controllare persone rassegnate e impotenti, piuttosto che vitali e ideative".
Sull´infelicità collettiva vivono anche le religioni che "promettono una felicità post mortem", garantendosi in tal modo la sopportazione dell´infelicità su questa terra, fino a indurre a vivere i momenti di felicità con un mal celato senso di colpa, perché assaporare la felicità su questa terra potrebbe ridurre la fede nell´al di là. Ma, osserva opportunamente Crepet, non meno insidioso è il messaggio sotteso a ogni forma di pubblicità che, per invitarci a consumare, ci dice Life is now (la vita è adesso). E se la religione si alimenta di infelicità proiettando la felicità in un altro mondo, la cultura del nostra società, concentrandosi sul presente, esclude che il futuro della vita individuale e sociale possa essere migliore di quello attuale.
Ma se questa è la condizione umana, non è che per vivere bisogna frequentare e almeno in parte corteggiare la nostra follia? Questo è il messaggio dello psichiatra Vittorino Andreoli secondo il quale: "Per vivere bisogna essere fuori dalla realtà, essere dunque come i folli che l´hanno dimenticata, per poter sopportare di stare al mondo e di continuare a essere uomini, uomini senza senso, perché di fatto la condizione umana non ne ha alcuno".
l’Unità 16.6.10
Intervista a Pier Luigi Bersani
«Voglio che il Pd sia il partito della Costituzione»
Più attaccano la Carta, più la difenderemo: da settembre nelle scuole La manovra colpisce i deboli, è iniqua e ha un respiro di otto mesi Il nostro compito sarà finito quando il partito sarà in mano ai nativi del Pd
di Concita De Gregorio
Il popolo viola. Aderire? «Come sempre, se la piattaforma è convincente parteciperemo
alla manifestazione del 9
Primarie centrosinistra Se si parla di accordo saranno di coalizione
Un papa straniero? Per il 2013 sarà libero Obama...
La balena spiaggiata Anche gli inglesi sembravano spiaggiati a Dunkerque, invece... Barra diritta, non abbiamo finito di costruire
Ha messo in moto un meccanismo di delegittimazione: fa correre l’idea che il consenso sia tutto ciò che serve, il resto è inutile. Questa l’idea sovrana. Ne deriva disprezzo per le quel che la Carta garantisce: la magistratura, la libera stampa, il presidente della Repubblica. Sono elusive della Costituzione anche le pratiche di formazione delle leggi: un uso parossistico di decreti, fiducia. Il governo zittisce il Parlamento. La sovranità appartiene al popolo, certo, che però “la esercita nei limiti e nelle forma della Costituzione”. Che non è solo memoria: ha una strada davanti».
Parliamo del Bavaglio. La destra fa propaganda dicendo che è uguale alla proposta Mastella, governo Prodi. Cosa risponde?
«Un’altra bugia delle loro. È radicalmente opposto il concetto da cui le due proposte muovono: lì, nella proposta Mastella, si diceva di responsabilizzare i magistrati e gli uffici giudiziari rispetto all’uso improprio delle intercettazioni. Evitare la fuga di notizie, la divulgazione di notizie inutili, eliminare in origine le parti non attinenti all'indagine. Affrontava il tema facendo leva sulla responsabilità dei magistrati e rinnovando loro fiducia. Questi non vogliono evitare la divulgazione delle intercettazioni ma impedire di farle, colpendo così in una volta chi indaga, chi garantisce la giustizia, la stampa».
Il Popolo viola sarà in piazza il 9. Il Pd aderisce? «Come sempre, se la piattaforma è convincente parteciperemo. Noi abbiamo le nostre manifestazioni. Nostro compito è fare il maggiore sforzo di tenere assieme i temi. Non dimentichiamo che mentre si parla di intercettazioni questi ti tolgono 218 euro a testa agli handicappati».
Sta già parlando di manovra.
«Difatti. Un colpo alle Regioni. 11 miliardi in due anni non è il taglio delle auto blu. È una botta storica alle politiche sociali per i non autosufficienti, al sostegno alle piccole imprese, a una parte di ammortizzatori sociali e di istruzione. Come dice Burlando: ci hanno messo in mano una pistola perché spariamo noi. Anche Formigoni si ribella. Avrà effetti gravissimi, ingestibili. Poi ci sarà un ulteriore taglio sulla sanità. un milione e mezzo forse due. Poi il pubblico impiego. Diciamo chi sono queste persone: poliziotti, insegnanti, infermieri, redditi medio bassi. Non chiede un euro a chi ha le rendite. È una manovra iniqua, depressiva della crescita. Oltretutto di corto raggio: gli effetti durano otto mesi». Non teme la rabbia sociale?
«Oggi più che rabbia vedo rassegnazione e dolorosa sfiducia». Tremonti acclamato dagli imprenditori, studia da leader?
«Tremonti sa usare il potere che ha anche in termini di costruzione del suo profilo. In 15 anni attorno al Tesoro ha coagulato molto. La Lega, questo il punto: è la Lega che sostiene Berlusconi, non ci sarebbe Berlsuconi, oggi, senza la Lega. Il punto di sutura è quello determinante. Anche quello critico, però. La Lega non può fare tutte le parti in commedia: avrà difficoltà a far digerire quel che sta arrivando. Questa maggioranza può indebolirsi che nel suo rapporto con la Lega».
E Fini? Teme un polo costituito da Fini Casini Montezemolo? «È una costruzione che corrisponde a un sentimento che c’è in strati moderati del centrodestra che mal sopportano l’ipoteca leghista. Ho visto toni sprezzanti nella maggioranza. Se si preoccupano loro ci dobbiamo preoccupare un po' meno noi».
Non la preoccupa nemmeno l’avvio delle candidature per le prossime primarie del centrosinistra? «C’è questa litania che il centrosinistra sia in cerca del comandante. Non è così. Siamo chiamati a dare credibilità all’alternativa di governo. Dobbiamo farlo noi, adesso». Pensa alle elezioni anticipate? «Guardo l’oggi. Non so se si voterà nel 2011 ma faccio fatica a pensare ad altri tre anni così».
Dicevamo delle primarie. Vendola è pronto, altri in pista. «Quando si fanno accordi di coalizione si parla di primarie di coalizione. Non c’è altro da aggiungere».
Autocandidature?
«All’interno delle forze che partecipano alla coalizione». Niente papa straniero. «Nel 2013 sarà libero Obama, eventualmente».
Marini dice che nel Pd c’è poco Ppi
«Colgo l’aspetto positivo: verso un rafforzamento del Pd». Al contrario, la balena spiaggiata di De Benedetti...
«Anche gli inglesi a Dunkerque sembravano spiaggiati, invece...» Un calcio ai vecchi, ha detto Prodi. «Fra due o tre mesi avremo in rete tutti gli amministratori del Pd: hanno in larghissima maggioranza tra 30 e 40 anni. Detto questo, siamo e resteremo in costruzione. Avremo finito il compito quando il partito sarà in mano ai nativi del Pd».
I giovani, i dirigenti e i militanti, chiedono manifestazioni unitarie e combattive. Civati propone una campagna d’estate. Per ora ha risposto Cicchitto: dice che rinuncia alle ferie d’agosto»
«Batteremo di un giorno l’eroico Cicchitto. Se per stare nella società fosse sufficiente scendere tutte le settimane in piazza sarebbe facile. Bisogna prima, come si sarebbe detto una volta, aver chiara la linea: poi gestire la proposta e l’azione tra la gente. Non serve andare alla rinfusa. Ci vediamo sabato al Palazzo dello sport, da lì partiremo per la campagna d’estate. Abbiamo due mesi, a settembre lavoriamo sulle scuole: voglio che il Pd sia il partito della Costituzione a partire dalle scuole. Hanno ristretto l’offerta in qualità e quantità, siamo di fronte all’analfabetismo di ritorno. Bisogna partire da lì».
l’Unità 16.6.10
È un’intesa che mina l’essenza della Costituzione
Oggi in Italia la questione sociale si salda con quella democratica. Le regole della nostra Carta sono poste a tutela dei soggetti deboli, difendiamole
di Tania Groppi, costituzionalista
L’accordo proposto dalla Fiat ai sindacati per trasferire dalla Polonia a Pomigliano la produzione della Panda tocca un nervo scoperto del sistema italiano delle relazioni industriali. Ma non solo. Esso è sintomatico di una tendenza che sembra inarrestabile, volta a mettere in discussione l’essenza stessa della Costituzione italiana.
L’aspetto più evidente, ovviamente, è l’impatto, sulla pelle dei lavoratori, della globalizzazione sfrenata, con la “concorrenza al ribasso” che porta con sé. Al contempo, l’intero sistema-paese viene attratto in un gorgo che, allo scopo di intercettare capitali, gli impone di ridurre quelle garanzie dei diritti sociali che rappresentano uno degli assi portanti della vigente Costituzione repubblicana.
Che sia necessaria una riflessione sul futuro dello Stato sociale, nel mondo globale, non è certo una novità. Ma una cosa è cercare di esplorare vie per assicurare la compatibilità tra libero mercato e garanzia dei diritti, un’altra è, semplicemente, svuotare o stravolgere le regole esistenti. E ciò tanto che lo facciano soggetti privati (come in questo caso) o titolari del potere politico (come nella recente, e ancora aperta, vicenda dell’art. 41 Cost.).
Ed è qui che la questione sociale si salda, oggi in Italia, con quella democratica. Ovvero con la necessità di difendere le regole della democrazia costituzionale. Regole che sono poste a tutela dei soggetti deboli, siano essi le minoranze politiche o i lavoratori.
Quando un primo ministro dice, ripetutamente, per anni, che governare con le regole che la Costituzione impone è un inferno. Quando queste regole vengono violate ripetutamente, sia attraverso le ordinanze di necessità di urgenza, che con i decreti legge, che con i maxiemendamenti su cui si appone la fiducia, che con leggi ad personam... Quando questa è l’attitudine verso le regole della convivenza dei massimi titolari del potete politico, il rischio che anche i soggetti privati pensino di poter impunemente disattendere le regole costituzionali si fa concreto. Una Costituzione delegittimata, ridotta a un’inutile rete di lacci e lacciuoli. Una Costituzione vecchia, adatta per un’Italia che ormai non esiste più. I suoi difensori dei retrogradi parrucconi conservatori che conducono una battaglia di retroguardia. Ecco il messaggio che deve passare.
A questo punto, ad essere messe in discussione non sono solo le singole regole costituzionali, ma la stessa essenza del patto di convivenza su cui si basa la nostra Repubblica, come Stato democratico e sociale, fin dall’articolo 1, «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro».
Ma se così è, deve essere chiaro che la battaglia per la difesa della Costituzione e la battaglia per i diritti dei lavoratori non possono che andare di pari passo.
l’Unità 16.6.10
Sorpresa: è tornato Carlo Marx
La vicenda di Pomigliano sta riportando d’attualità vecchie espressioni come lo scontro fra capitale e lavoro. Il guaio è che la globalizzazione è entrata in una nuova fase ma l’Italia non l’ha capito
di Loretta Napoleoni
La previsione. Se la torta non viene divisa più equamente, la crescita si blocca e nessuno mangia più. Lo aveva detto un certo Marx due secoli fa
Riparte la lotta operaia lungo la catena di montaggio che ormai unisce l’est all’ovest. I metalmeccanici cinesi strappano alla Foxconn e all’Honda concessioni importanti verso la creazione di uno statuto dei lavoratori che i nostri operai invece stanno per perdere. Le stesse forze che applaudono alla vittoria cinese in occidente, incitano gli italiani a rinunciare ai privilegi conquistati in decenni di lotte. Ecco l’ultimo atto canaglia dell’economia globalizzata, e per conciliare questi atteggiamenti incompatibili non si esita a suggerire di cambia-
re la Costituzione. Peccato che questa contraddizione sia irrisolvibile con i tagli alla Costituzione o ai costi di produzione. Non si illudano politici e alcuni industriali: la crisi è sistemica, e se non viene risolta da entrambi i fattori dell’equazione produttiva: capitale e lavoro, tra dieci anni il nostro capitalismo potrebbe non esistere più. I destini degli industriali e degli operai occidentali sono tornati a incrociarsi.
Per vent’anni la formula della globalizzazione è stata: taglio dei tassi d’interesse e delocalizzazione, un’equazione che ha evitato al capitalismo, quello vero, non il suo avatar finanziario, di confrontarsi con il suo nemico numero uno: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Marx ne parla a lungo, ma anche Smith e Ricardo accennano a questo virus che si rafforza con il dilagare della produzione meccanizzata. Meno lavoro umano si utilizza nella produzione, meno grasso sarà il profitto; l’uomo e la sua intelligenza hanno un valore aggiunto superiore alla macchina.
Gli asiatici lo sanno bene, noi ce ne siamo dimenticati. La Honda e la Foxconn si piegano ai voleri degli operai cinesi invece che rimpiazzarli con nuove tecnologie o delocalizzare la produzione in Vietnam perché il valore aggiunto della manodopera cinese è ancora imbattibile. Per produrre autovetture ed ipod di prima qualità ci vuole, per dirla alla Adam Smith, la mano “magica” dell’operaio specializzato.
La disputa tra capitale e lavoro alla Fiat è solo l’anteprima di ciò che ci aspetta nei prossimi anni se non ci decidiamo a risolvere il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto. Con i tassi d’interesse ormai a zero l’unico modo per contrastarla è tagliare il costo del lavoro, già ridotto all’osso. Delocalizzare in Cina o in Asia non è più così conveniente, ce lo confermano gli scioperi a Shenzhen, si rischia di ritrovarsi con le stesse dispute dall’altra parte del mondo. È vero, ci sono sempre i Paesi dell’ex est europeo: Polonia, Serbia, Slovacchia dove un operaio guadagna ancora 350 euro al mese e dove la vita è quasi tanto cara quanto a casa nostra. Questa la minaccia della dirigenza Fiat: chiudiamo Pomigliano e ce ne andiamo tutti in Polonia, la Panda invece che nel mediterraneo la facciamo a due passi dal Baltico.
Il discorso non fa una piega, peccato che non si sia preso minimamente in considerazione il mercato di sbocco. Ecco l’altro grande ostacolo del capitalismo: il mercato di sbocco, un volano industriale che bisogna conquistarsi con crescente difficoltà. Quello cinese si chiama mercato interno: un miliardo e 300 milioni di operai. Anche in Italia un tempo si chiamava nello stesso modo. Negli anni del miracolo economico la Fiat produceva utilitarie che poi vendeva a quella classe media ed operaia che l’aiutava a produrle.
Il capitalismo, ricordiamolo, prende il nome dal capitale, ma altro non è che il prodotto del rapporto tra questo e il lavoro: l’uno senza l’altro non possono esistere. Se togliamo la fabbrica agli operai italiani e paghiamo 350 euro a quelli slovacchi, la moderna utilitaria chi la comprerà? È una domanda che tutti gli industriali dovrebbero porsi. E prima di guardare oltralpe, facciamo due conti con la concorrenza. La Fiat non è la Toyota che da vent’anni produce macchine ibride, non è neppure la cinese Grenley che si è comprata la Volvo. Non ha né il prodotto, né i muscoli per competere a livello internazionale con i vecchi e nuovi giganti dell’auto. E, ahimé, questo discorso vale un po’ per tutta la nostra industria che negli ultimi anni ha perso lustro e fatica a sostenere la concorrenza agguerrita degli asiatici.
La grande sfida della seconda fase della globalizzazione si chiama mercato nazionale, come difendere capitale e lavoro in un’economia mondiale tendenzialmente canaglia? L’Italia non è la Germania, terzo esportatore al mondo, ma è un Paese dove c’è ancora voglia di lavorare, dove la classe media e quella operaia sono più povere che vent’anni fa, dove un insegnante di liceo guadagna 1200 euro al mese. C’è spazio quindi per la crescita economica, ma per averla bisogna che la torta venga divisa più equamente, le briciole non bastano più. Se non lo facciamo, nessuno mangerà più: l’ha predetto due secoli fa Carlo Marx.
l’Unità 16.6.10
Una pillola chiamata boicottaggio
Così la Regione Lazio ostacola la Ru 486
di Giulia Rodano
Nell’Anno Primo dell’era Polverini è capitato a Roma che una donna, madre di tre figli, nati tutti con parto cesareo, vagasse di ospedale in ospedale alla ricerca della pillola RU 486, per interrompere una quarta gravidanza. Finalmente ha trovato nell’ospedale Grassi di Ostia l’assistenza cui aveva diritto. A questo punto si è scatenata l’ira della presidente della Regione, la quale non solo ha bacchettato duramente i medici dell’ospedale, ma ha immediatamente riunito la giunta, nota finora per la sua scarsissima attività, per varare delle sedicenti linee guida per confermare il ricovero obbligatorio di tre giorni, ma soprattutto per bloccare la possibilità di usare la pillola RU 486 negli ospedali del Lazio, in attesa della individuazione di fantomatiche strutture più idonee a praticare l’aborto farmacologico.
Siamo di fronte a un vero e proprio boicottaggio della pillola RU 486 e della legge 194. L’argomento della ricerca delle strutture idonee è ridicolo. Nel Lazio, che applica la legge 194 da 40 anni, è difficile pensare che non esistano strutture in grado di eseguire e assistere un aborto farmacologico. Siamo di fronte alla violazione della legge 194, che assegna alle Regioni l’aggiornamento «sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza».
La Polverini non solo rende più difficile l’applicazione di una specifica tecnica di interruzione della gravidanza, rendendo obbligatorio il ricovero, ma addirittura la blocca, per un periodo imprecisato. E ci si risparmi la favoletta della preoccupazione per la sicurezza delle donne. C’è un diluvio di letteratura scientifica che dimostra l’elevato tasso di sicurezza della RU 486.
Siamo di fronte a un vero accanimento ideologico di una donna contro altre donne e di uso propagandistico della sofferenza delle donne. Che questo sia vero, è testimoniato dagli atti compiuti dalla Polverini come commissario di governo per la Sanità. Nei decreti appena firmati si tagliano migliaia di posti letto perché sarebbe opportuno, quando le conoscenze scientifiche e l’esperienza sanitaria lo consentono, passare dal ricovero ordinario al day hospital e da questo all’assistenza ambulatoriale e domiciliare.
L’aborto chirurgico si fa ordinariamente in day hospital, nel caso dell’aborto farmacologico, per la Polverini, sono necessari tre giorni ricovero. Ma la Polverini ha voluto fare di più. Nel Piemonte di Cota, sia pure con il ricovero di tre giorni, che le donne possono rifiutare, l’aborto farmacologico si pratica. Nel Lazio non si può fare neppure questo. Siamo all’interruzione del pubblico servizio. Per una Presidente donna, niente male.
il Fatto 16.6.10
Scuola, un’operazione “fatta con i piedi”
I Cobas bloccano gli scrutini, ma per il ministero è solo “ricerca di visibilità politica”
di Caterina Perniconi
“Giù le zampe dall’istruzione”. Il messaggio scritto a caratteri cubitali su uno striscione srotolato fuori dal Colosseo ieri mattina è chiaro: basta col massacro della scuola pubblica da parte di chi fa tagli indiscriminati usando rozzamente i piedi anziché le mani. La protesta, arrivata nel secondo giorno del blocco degli scrutini indetto dai Cobas, ha fatto da cornice ad un’iniziativa che sta riscuotendo grande successo e mettendo a rischio il regolare svolgimento degli esami di maturità. “Hic sunt leones, hic sunt Cobas – ha dichiarato il portavoce del sindacato, Piero Bernocchi, sotto il Colosseo – siamo al 50 per cento e puntiamo ad arrivare al 70 di scrutini bloccati in tutt’Italia. La scuola pubblica viene massacrata dalla manovra economica che taglia 41 mila posti di lavoro – ha spiegato Bernocchi – e viene attaccata con la riduzione dei salari e il blocco dei contratti per 3 anni”. E anche se il ministero dell’Istruzione ha cercato di ridimensionare l’avvenimento, definendolo “un’operazione mediatica dettata dalla ricerca di visibilità politica e destituita da qualsiasi fondamento reale”. Secondo i tecnici di viale Trastevere “si sono registrati solo casi isolatissimi di blocco degli scrutini nelle scuole, a seguito di una manifestazione davanti al ministero, alla quale hanno preso parte non più di trenta persone. Si tratta quindi di un caso che esiste solo sui giornali e nei servizi dei tg, ma che non esiste assolutamente nella realtà”. E allora i Cobas snocciolano un numero sull’altro: “Nel Lazio siamo intorno ai 2500 scrutini bloccati – dichiara il sindacato – solo a Roma a quota 1500, mentre in Sicilia ci si attende una cifra finale di 2200-2300. Il Piemonte raggiungerà quota 1300, con Torino in primo piano con almeno 800 blocchi; in Campania, Toscana e Lombardia si va da 1200 a 1500 a regione; oltre 800 scrutini fermati in Liguria e quasi 600 in Abruzzo. Il totale è di 25.000 blocchi.
E a protestare non solo solo gli irriducibili. Ieri il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, si è augurato che il governo “si prenda presto la responsabilità contro i tagli alla scuola”, e ha annunciato, durante una manifestazione contro i tagli organizzata a Roma, che il sindacato da lui guidato continuerà la sua azione “anche con lo sciopero, a condizione che in piazza non ci siano politici ma solo lavoratori”. “Chi ha scritto la manovra – ha insistito il segretario generale della Cisl Scuola, Francesco Scrima – prevedendo il blocco degli scatti di anzianità per gli insegnanti, è o troppo perfido o incompetente. In sede di conversione in legge del testo del decreto bisogna salvaguardare l’assetto delle carriere del personale scolastico”.
Lo stop al blocco degli scatti d’anzianità è una richiesta sostenuta anche dall’ex ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, secondo il quale la copertura economica “va presa da quel 30% sul taglio già fatto di 8 miliardi e 300 milioni di euro della Finanziaria 2008”.
E contro i tagli alla scuola si è schierata anche l’Udc. Il segretario del partito, Lorenzo Cesa, ha annunciato che l’Udc preparerà “emendamenti mirati alla manovra correttiva perché il governo ripristini quei soldi che spettano ai professori perché il mondo della scuola vuole essere trattato alla pari degli altri dipendenti pubblici, senza penalizzazioni aggiuntive permanenti. E se il governo non si prenderà presto le sue responsabilità, non è esclusa la mobilitazione di piazza”.