lunedì 28 giugno 2010

Il 1 luglio tutti insieme a Piazza Navona
L’APPELLO DELLA FNSI Cresce di ora in ora la mobilitazione per la manifestazione contro la «legge bavaglio» indetta della Federazione nazionale della stampa. E oggi l’Unità avvia il suo conto alla rovescia verso il 1 luglio. Invitiamo i nostri lettori a essere in piazza con noi. Per la libertà di tutti.

l’Unità 28.6.10
Dove va la sinistra europea
Gli Stati generali a Grenoble: riaffermare il primato della politica, lotta alle crescenti disparità di reddito e alle derive finanziarie
di Sandro Gozi

Il rinnovamento? Che cos’è, dopo tutto? E’ stato il filo rosso degli “Stati Generali del Rinnovamento”, incontri e scambi organizzati da Libération e Le Nouvel Observateur à Grenoble. Rinnovamento del centrosinistra francese ed europeo, attorno ai temi d’attualità: le pensioni, la povertà, l’esclusione, la crisi europea, la laicità. Rinnovamento attorno a nuovi valori di cui abbiamo dibattuto con deputati – come François Hollande, Jean-Luc Benhamias, Eva Joly, Jean-François Kahn, Pierre Moscovici, Dominique Voynet giornalisti, tra cui Laurent Joffrin e Max Armanet e rappresentanti di tante associazioni francesi. In un momento di confronto con sarkozysmo e berlusconismo, gli Stati generali hanno rappresentato l’occasione di riflettere ad un’alternativa politica, sociale e citoyenne. Un’alternativa che deve coinvolgere tutte le forze di opposizione: democratici, socialdemocratici, radicali, ecologisti, liberali di sinistra.
Di fronte alla crisi, dobbiamo mostrare coraggio. Coraggio innanzitutto di rimettersi in discussione, partendo dagli errori del centrosinistra europeo. Gli ostacoli sono tanti: eccessiva personalizzazione della politica, veduta corta, oblio dell’interesse generale, dipendenza dall’ultimo sondaggio o dall’imminente elezione locale.
Reagire significa riassumere le proprie responsabilità politiche, rendere conto dei risultati raggiunti, capacità di portare gli elettori dove non andrebbero spontaneamente. Significa uscire dall’individualismo. Nelle “mediacrazie” come l’Italia, presa a modello di ciò che altri paesi europei non devono diventare, è forte la tentazione di vedere, a destra come a sinistra, degli istrioni monopolizzare tutto lo spazio pubblico. Di qui la necessità di uscire dall’antipolitica, che si sta manifestando in tanti paesi europei e che non rivoluzionaria ma reazionaria, un senza alternative. Significa ridare fiducia alla gente, ai movimenti, alla società civile, riconoscendo che è sulle gambe delle persone e non attraverso le leggi che viaggiano i veri cambiamenti. Arrestare il degrado sociale e l’erosione della cittadinanza; organizzare il nostro rifiuto collettivo: costruire un nuovo progressismo europeo. Tutto ciò richiede tempo, non si risolve tutto in un discorso, in un dibattito televisivo, in una manifestazione. Richiede partecipazione pubblica e democratica, un ampio dibattito in tutte le dimensioni della sfera pubblica.
Votare non basta. Solo la partecipazione e la libera informazione garantiscono che tutti possano veramente “pesare” nel dibattito pubblico. Solo la consapevolezza garantisce pluralismo e democrazia. Sfide di società da affrontare insieme, politica, movimenti e cittadini. Oggi infatti la politica, i partiti, non possono più, da soli, cambiare la società. Se la politica non può più tutto, la politica è però dappertutto. E’ chiamata a scegliere, a risolvere i problemi immediati, ad anticipare quelli che sorgeranno. A proporre un’alternativa partendo dalle nuove esigenze della gente.
Riaffermare in modo radicale la promozione di diritti civili, sulla base del principio della libera scelta, per costruire una famiglia, scegliere di curarsi, scegliere di diventare cittadino di un paese. Lottare in modo duro contro le oligarchie e le corporazioni economiche, contro tutti i conflitti di interesse. Non si tratta poi di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale.
Il nuovo centro sinistra europeo deve riaffermare il primato della politica, la lotta contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia e deve globalizzare la politica. I mercati globali, la mobilità dei capitali, le evoluzioni tecnologiche hanno fortemente indebolito il potere di intervento dello stato. Pressati dai nuovi populismi e nazionalismi, indeboliti dalla timidezza e dalle incertezze degli europeisti, non abbiamo impedito la frammentazione dell’Europa in tante piccole patrie chiuse e impotenti. Democratici, socialdemocratici, verdi, liberali di sinistra insieme devono superare le loro divisioni in Europa e costruire nuove alleanze per una vera democrazia sovranazionale europea.

Repubblica 28.6.10
L'eversione quotidiana
di Stefano Rodotà

I fatti di questo periodo obbligano a concludere che l´attuale fase politica e istituzionale deve essere pure definita come quella dell´"eversione quotidiana". Questo nuovo dato di realtà può essere colto se si riflette su una domanda che molti hanno fatto negli ultimi tempi: vi è una differenza tra il tempo di Mani pulite e la nuova ondata corruttiva che è davanti ai nostri occhi?
Questa differenza esiste, ed è profonda. Non siamo soltanto di fronte al prepotente ritorno di una corruzione alla quale l´azione giudiziaria aveva cercato di porre un argine.

e che aveva sostanzialmente le sue radici in un bisogno della politica di "approvvigionarsi" di risorse finanziarie, con ovvie contiguità con il mondo degli affari e arricchimenti privati che accompagnavano il flusso di denaro verso i partiti. Oggi le cose sono diverse, e il caso Brancher, ultimo tra i tanti, lo illustra nel modo più eloquente.
Si è nominato un ministro soltanto per provvederlo di uno "scudo istituzionale", che potesse sottrarlo all´accertamento delle sue eventuali responsabilità penali. Ecco il cambiamento. Mentre i comportamenti del passato rimanevano comunque nell´area dell´illegalità, ora si costruisce una "legalità speciale" che serve a far rientrare in un´area lecita quel che dovrebbe invece rimanerne fuori. Si distorce così il significato del ricorso alla legge, non più garanzia ma scappatoia. E all´ombra di questa legge distorta si pratica l´eversione quotidiana, uno stillicidio di comportamenti che stravolgono il funzionamento delle istituzioni e dell´intera vita pubblica. Certo, si è evitata almeno la conseguenza più scandalosa dell´affare Brancher, il ricorso al legittimo impedimento per sottrarsi al processo, grazie alle proteste dell´opinione pubblica e di una parte del mondo politico, accompagnate in modo decisivo dai potenti anticorpi istituzionali prodotti dall´azione del Presidente della Repubblica. Ma proprio l´intera ricostruzione dei fatti rivela altri aspetti inquietanti, che mettono radicalmente in dubbio la possibilità che Brancher rimanga al suo posto di ministro. Inoltre, questo caso non è isolato, né rappresenta una eccezione, visto che trova la sua origine in una delle più clamorose leggi fatte per la persona di Silvio Berlusconi, appunto quella sul legittimo impedimento.
Ma il fondamento della nuova eversione non è qui soltanto, come testimonia tutto quello che è emerso intorno alla protezione civile, alle grandi opere, alla gestione di vere o presunte emergenze, alla privatizzazione del pubblico perseguita attraverso la creazione di società per azioni. Le vicende scandalose non sono l´effetto esclusivo di "deviazioni" personali. Sono rese possibili proprio dall´esistenza massiccia di una legalità speciale, di leggi congegnate per far crescere l´opacità dei comportamenti pubblici, oltre che di ordinanze sottratte a ogni controllo, che hanno sconvolto il sistema delle fonti del diritto, che hanno creato sacche di oscurità e di arbitrio, denunciate istituzionalmente nelle ultime settimane in particolare dalla Corte dei conti e dall´Autorità di vigilanza sui lavori pubblici.
Dalla lotta alla corruzione si è passati alla manipolazione istituzionale, che ha come fine proprio quello di legittimare formalmente comportamenti che ogni giorno cancellano ogni confine tra pubblico e privato, che fanno apparire superflua la moralità pubblica, che consentono tranquille e stupefacenti ammissioni di uso privato del potere da parte di personalità pubbliche. È questa l´eversione quotidiana, che corrompe istituzioni e costume, e così fa venir meno quella fiducia dei cittadini che è un carburante indispensabile per il buon funzionamento della macchina democratica. Mentre ai tempi di Mani pulite si tentava almeno di bonificare il terreno sul quale era fiorita la corruzione, oggi invece il terreno istituzionale viene pazientemente concimato perché comportamenti nella sostanza illeciti possano essere praticati legittimamente e alla luce del sole. Proprio la trasparenza impudica, che sfida con la sua esibizione legalità e rispetto dei cittadini, attribuisce a queste vicende un carattere eversivo.
È così nato un nuovo "mostruoso connubio" tra politica, amministrazione e affari che fa impallidire quello denunciato nel 1880 da Silvio Spaventa, del quale vale la pena di citare alcune parole. «La protezione giuridica e la protezione civile, chiamando così tutti gli altri beni che i cittadini hanno diritto di chiedere allo Stato, oltre alla tutela del diritto, dev´essere intera, eguale, imparziale, accessibile a tutti, anche sotto un governo di parte. L´amministrazione dev´essere secondo la legge e non secondo l´arbitrio e l´interesse di partito; e la legge deve essere applicata a tutti con giustizia ed equanimità verso tutti». La maggior gravità della situazione di oggi, rispetto ai tempi di Spaventa e di Mani pulite, sta nel fatto che l´eversione quotidiana fa sì che neppure la legge possa essere invocata, non avendo la funzione di perseguire giustizia e eguaglianza, ma quella, opposta, di offrire impunità e privilegio.
È evidente che con l´eversione quotidiana la democrazia non può convivere. E troppi guasti italiani derivano sempre di più dal fatto che questa convivenza è durata troppo a lungo.

Repubblica 28.6.10
Anche la Conferenza episcopale prende le distanze: "I prelati sono stati trattati bene"
Bruxelles respinge le accuse dal Vaticano "critiche eccessive"
I rapporti tra la Santa sede e governo sono tesi dal 1989, dopo il sì all´aborto
Nel 2009 il premier criticò apertamente papa Ratzinger per la sua opposizione ai preservativi
di Andrea Bonanni

BRUXELLES - Il Belgio non si piega di fronte all´ira del Vaticano. Anzi, si profila un nuovo braccio di ferro tra Bruxelles e Roma. Perfino la Conferenza episcopale belga, direttamente colpita dalle perquisizioni relative a casi di pedofilia ordinate dalla procura di Bruxelles, prende le distanze dagli anatemi del segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Le accuse contro la magistratura, qui, non sono ordinaria amministrazione come in Italia.
Poco prima che venisse reso noto il tenore della lettera di solidarietà inviata dal Papa ai vescovi belgi, il ministro della giustizia Stefaan De Clerck aveva giudicato «un po´ eccessive» le critiche di Bertone all´operato della giustizia belga. «Non bisogna farne un caso diplomatico», ha detto il Guardasigilli, pur sapendo che l´ambasciatore del Belgio era già stato convocato in Vaticano per ricevere la protesta formale della Santa sede. In particolare De Clerck ha contestato l´accusa di Bertone secondo cui i vescovi erano stati «sequestrati» per nove ore nel palazzo arcivescovile di Mechelen senza cibo né acqua: «È falso dire che non hanno ricevuto da mangiare o da bere».
Il ministro, come aveva già fatto il capo del governo belga dimissionario, Yves Leterme, ha sostanzialmente difeso l´operato dei giudici. Ha detto di non essersi stupito per la perquisizione ordinata nel palazzo arcivescovile. Quanto al sequestro dei 475 dossier su casi di pedofilia in seno alla Chiesa che erano in possesso della commissione indipendente creata dalla Conferenza episcopale, De Clerck ha ironizzato sul fatto che «questa commissione prendeva tempo, forse un po´ troppo tempo, per organizzarsi».
Se il governo belga cerca di calmare gli animi e difende l´operato dei giudici, è la stessa Conferenza episcopale belga a prendere le distanze da Bertone. Il portavoce dell´arcivescovado di Mechelen-Bruxelles, Eric De Beukelaer, ha confermato che i vescovi sono stati «trattati bene». Le dichiarazioni del segretario di stato vaticano, ha detto De Beukelaer, «sono un commento personale fatto sull´onda dell´emozione». In generale la Chiesa belga, tradizionalmente più aperta del Vaticano e in questo caso più consapevole della profonda irritazione presente nel Paese per l´esplodere dei casi di pedofilia, evita di polemizzare con la giustizia o di dare in qualsiasi modo l´impressione di voler proteggere i suoi membri colpevoli di abusi.
Ma non è certo questa la prima volta che i rapporti tra il Vaticano e il Belgio si fanno tesi. La rottura si può far risalire al 1989, quando il parlamento belga approvò la legislazione sull´aborto. Il cattolicissimo re Baldovino, allora sul trono, invocò l´obiezione di coscienza e si rifiutò di firmare la legge. Ma il Parlamento non mollò e Baldovino dovette dimettersi da re per un giorno, in modo che il primo ministro firmasse la legge al suo posto. Da allora Baldovino è considerato un esempio in Vaticano, esempio che è stato anche garbatamente rinfacciato al suo successore, re Alberto, il quale non si è fatto scrupolo di firmare la legalizzazione dell´eutanasia, quella dei matrimoni omosessuali e quella che liberalizza la ricerca sugli embrioni: tutte leggi che hanno fatto imbestialire il Vaticano.
Ma se Roma è irritata con Bruxelles, anche il Belgio non ha lesinato le critiche a questo Papa. Nel 2009, dopo una dura risoluzione votata dal Parlamento, il governo belga sollevò una protesta formale per le dichiarazioni di Benedetto XVI contro il preservativo, proprio mentre stava per recarsi nell´Africa flagellata dall´Aids. E più recentemente, è stato l´allora primo ministro belga e oggi presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy a criticare pubblicamente le dichiarazioni negazioniste di un vescovo lefebvriano a cui il Papa ha revocato la scomunica.

Repubblica 28.6.10
Lo Stato laico e il crocifisso
di Chiara Saraceno

«La laicità dell´Europa non può essere concepita e vissuta in termini tali da ferire sentimenti popolari e profondi, bensì come disponibilità ad accogliere e amalgamare le tradizioni più diverse, senza escluderne alcuna, in una logica non già di indifferenza ed esclusione, ma di inclusione e arricchimento reciproco». E «nella laicità dello Stato bisogna riconoscere la rilevanza pubblica e sociale del fatto religioso». Queste le parole del Capo dello stato interrogato sulla questione della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, accolte con grande favore da chi si appresta a dare battaglia contro la sentenza della corte europea.
Per quanto condivisibile nella sottolineatura di quanto di inclusiva e rispettosa della pluralità religiosa sia la definizione di laicità offerta da Napolitano, nella sua parzialità si presta in effetti a interpretazioni per lo meno ambigue. Laicità, infatti, non coincide semplicemente con pluralismo religioso, pur essendone la indispensabile pre-condizione. Piuttosto riguarda la rinuncia a far valere – soprattutto nello spazio pubblico e su questioni che hanno rilevanza per tutti – posizioni e argomentazioni motivate religiosamente. Non solo perché, se le religioni sono più d´una, esse possono avere posizioni contrastanti su uno o un altro argomento. Piuttosto perché, in una società democratica e laica, nessuna motivazione religiosa, per quanto nobile, può valere come criterio di regolazione valido per tutti. Ovvero non si tratta solo o tanto di consentire a tutti di far valere le proprie credenze e motivazioni religiose come guida del proprio comportamento personale. Si tratta di creare spazi in cui la ragione del confronto e della partecipazione non sia quella della appartenenza religiosa.
La questione della legittimità della esposizione del crociefisso negli spazi pubblici di uno stato che si definisce laico sta tutta qui. Per quanto nobile e importante sia la tradizione religiosa di cui il crocifisso è simbolo, esso non può marcare lo spazio pubblico, come tale di tutti. Tanto più non dovrebbe marcare quel particolare spazio pubblico che è la scuola: il luogo della formazione educativa, in cui si dovrebbe imparare non solo a rispettare le appartenenze e valori di ciascuno, ma anche a confrontarsi nonostante le proprie diverse appartenenze, per costruire appartenenze comuni – inclusa l´"identità italiana", che certo non può essere identificata con l´adesione al crocifisso, come sostiene il cardinal Bertone. E neppure si può spostare il discorso, rilevando che si tratta di un simbolo ormai divenuto sovra-religioso, simbolo di pace, universalità e tolleranza, come pure appare tra le righe nella dichiarazione di Napolitano ed anche del cardinal Bagnasco. Non è vero storicamente. Soprattutto, l´eventuale verità di questa affermazione sta nel consenso altrui, di coloro che non hanno nella croce il segno della propria appartenenza religiosa o non religiosa. Non può essere affermata autoritativamente.
La differenza tra uno stato laico democratico ed uno confessionale sta nella protezione dello spazio pubblico da pretese di "marcatura" sia religiosa che mono-ideologica (atea, marxista, o altro). Ciò non significa indifferenza rispetto alla rilevanza pubblica del "fatto religioso". E neppure che non si debba parlare di religione e religioni a scuola (cosa diversa dall´educazione religiosa, che anzi dovrebbe essere lasciata agli spazi propri delle istituzioni religiose). Piuttosto, la salvaguardia di uno spazio pubblico libero da marcature religiose, mentre legittima la pluralità di forme in cui il "fatto religioso" può esprimersi, consente anche una presa di distanza critica, una riflessione su ciò che di questo "fatto", delle forme in cui si manifesta, è accettabile e congruente con una società democratica fondata sul rispetto della libertà e della dignità individuale e che cosa no.
Ma forse è proprio questo che fa paura ai difensori ad oltranza del crocifisso negli spazi pubblici, a coloro che già dichiarano che faranno le barricate. Ancora più del pluralismo religioso, temono la verifica critica delle proprie motivazioni e "ragioni".

Repubblica 28.6.10
Niente sesso siamo americane
L'impietosa analisi di una femminista storica sugli Usa che discutono il Viagra rosa
di Camille Paglia

Negli Usa il mercato del nuovo farmaco vale 4 miliardi "Non ne ho voglia" più che una malattia un grande business Il Viagra rosa, la pillola che dovrebbe stimolare il desiderio femminile, fa discutere medici e psicologi. Ma il calo della libido, sostiene Camille Paglia, non c´entra nulla con la chimica: al contrario, è il risultato di una dilagante cultura dell´efficientismo che attanaglia il ceto medio bianco

Le donne avranno presto un loro Viagra? Recentemente una commissione della Food and Drug Administration (l´ente federale che autorizza la vendita dei farmaci, ndt) ha bocciato la richiesta di commercializzazione del Flibanserin, un farmaco destinato alle donne con difficoltà di libido, ma mettendone in risalto i potenziali benefici e chiedendo un approfondimento della ricerca. Diverse compagnie farmaceutiche sarebbero già molto avanti nello sviluppo di un farmaco di questo genere.
Il concetto implicito è che una nuova pillola, al di là degli effetti collaterali imprevisti, è necessaria per curare il disagio sessuale che sembra dilagare in tutti gli Stati Uniti. Ma questi problemi di apatia sessuale riflettono una realtà medica o nascono dalle ansie ipercarrieristiche della borghesia bianca? Negli anni ‘50, la "frigidità" femminile era attribuita al conformismo sociale e al puritanesimo religioso.
Ma dopo la rivoluzione sessuale degli anni ‘60, la società americana è diventata sempre più secolarizzata, con i mass media che trasudano sesso.
Il vero colpevole viene dall´Ottocento, ed è la proprietà borghese. Quando la rispettabilità si trasformò nel valore centrale della classe media, censura e repressione diventarono la norma. La pruderie vittoriana mise fine alla scanzonata schiettezza sessuale (sia degli uomini che delle donne) dell´era agraria, una licenziosità raccontata dalle commedie di Shakespeare fino al romanzo inglese del Settecento. I pedanteschi anni ‘50, che cancellarono dalla memoria culturale le flappers, le ragazze emancipate dell´Era del Jazz, furono semplicemente un ritorno alla normalità.
Solo il diffuso movimento New Age, ispirato a pratiche asiatiche focalizzate sulla natura, ha preservato la visione radicale della moderna rivoluzione sessuale. Ma il potere concreto è nelle mani della tecnocrazia carrieristica dell´America, che cresce sull´humus delle scuole di élite, con la loro visione ideologica del genere in quanto costrutto sociale.
Nel regno circospetto dei colletti bianchi, uomini e donne sono intercambiabili e svolgono lo stesso tipo di lavori intellettuali. La fisicità è soppressa, nello spazio igienizzato degli uffici le voci sono smorzate e i gesti contingentati. Gli uomini devono autocastrarsi, mentre le donne ambiziose posticipano il momento della procreazione. L´androginia è affascinante nell´arte, ma nella vita reale può portare a noia e stagnazione, che nessuna pillola può curare.
Nel frattempo, la vita familiare ha messo i maschi borghesi in una situazione difficile; non sono altro che ingranaggi di una macchina domestica diretta dalle donne. Le mamme contemporanee sono virtuosistici supermanager di una complessa organizzazione incentrata sulla cura e il trasporto dei bambini. Ma non è così facile passare con uno schiocco di dita dal controllo apollineo all´estasi dionisiaca.
Non che i mariti offrano grandi stimoli: visivamente, gli uomini americani rimangono eterni ragazzi, come dimostrano le magliette larghe, i pantaloncini cascanti e le scarpe da ginnastica che indossano dalla scuola materna fino alla mezza età. I sessi, che un tempo occupavano mondi intrigantemente distinti, risentono dell´eccesso di conoscenza reciproca, la maledizione della quotidianità.
Non resta più alcun mistero.
La forza primordiale della sessualità si è sfilacciata anche nella cultura popolare americana. Quando era in vigore il tanto bistrattato codice di condotta degli studi cinematografici, Hollywood produceva film che sprizzavano flirt e romanticismo da tutti i pori. Ma dagli anni ‘70 in poi è arrivata la nudità, e quella tensione sessuale che montava gradualmente è andata perduta. Una generazione di cineasti smarrì l´abilità dell´allusione sofisticata. La situazione è peggiorata negli anni ‘90, quando Hollywood cominciò a saccheggiare i videogiochi trasformando le donne in supereroine pneumatiche da fumetto e androidi fantascientifici, figure di fantasia senza la complessità psicologica o le esigenze erotiche delle donne reali.
Come se non bastasse, grazie alla cultura della borghesia bianca, che privilegia i corpi efficienti a quelli voluttuosi, le attrici americane si sono desessualizzate, confondendo uno sterile atletismo con il potere femminile. Il loro aspetto attuale, affinato a suon di Pilates, è un corpo teso e nervoso, arti sottili e fianchi stretti da ragazzo abbinati a seni amplificati. Un vivo contrasto con il gusto latino e afroamericano che tende verso la florida silhouette e i fianchi abbondanti di una Beyoncé.
Che l´energia sessuale sia legata alla classe sociale lo suggerisce forse lo straordinario successo dei piccanti completi di biancheria intima Victoria´s Secret fra i ceti bassi e mediobassi multirazziali, perfino nei centri commerciali dei sobborghi residenziali, che puntano soprattutto sulla borghesia bianca. La musica country, con la sua storia di radicamento nelle aree rurali del Sud e del Sudovest degli Stati Uniti, è ancora piena di scenari spinti, dove i sessi rimangono dinamicamente polarizzati secondo vecchi schemi.
Sull´altro versante, la musica rock, un tempo apripista della liberazione sessuale, non scoppia di salute. Il rythm and blues dei neri, nato nel Delta del Mississippi, fu il motore delle grandi band di hard rock degli anni ‘80, che riempivano le loro cover di pezzi blues con elettrizzanti immagini sessuali. L´ipnotica versione di «Little Red Rooster» di Willie Dixon eseguita dai Rolling Stones, con il suo stuzzicante esibizionismo fallico, è di una sensualità sconvolgente.
Ma con l´enorme successo commerciale del rock, il blues ha cessato di esercitare un´influenza diretta sui giovani musicisti, che si limitavano a imitare i grandi chitarristi bianchi senza esplorare le radici del genere musicale. Poco a poco, il rock ha perso la sua viscerale crudezza e la sua seducente sensualità. Il rock delle grandi star, con il suo pubblico di bianchi benestanti, ormai è tutto superego e niente io.
Negli anni ‘80, la musica leggera sfoggiava una serie intrigante di bellezze pop come Deborah Harry, Belinda Carlisle, Pat Benatar e una Madonna seducentemente piena. Dopo, invece, Madonna è diventata borghese e scheletrica. L´accolita dance di Madonna, Lady Gaga, con la sua inclinazione compulsiva all´eccesso, è una montatura di alta qualità senza un grammo di autentico erotismo.
Le compagnie farmaceutiche non troveranno mai il santo Graal di un viagra femminile, non in questa cultura proiettata e prosciugata da valori borghesi. Le inibizioni rimangono cocciutamente interiori. E la lussuria è qualcosa di troppo impetuoso per lasciarla al farmacista.
(Copyright New York Times/La Repubblica. Traduzione
di Fabio Galimberti)

Repubblica 28.6.10
Negli Usa il mercato del nuovo farmaco vale 4 miliardi
"Non ne ho voglia" più che una malattia un grande business
di Angela Aquaro

Il Viagra rosa, la pillola che dovrebbe stimolare il desiderio femminile, fa discutere medici e psicologi. Ma il calo della libido, sostiene Camille Paglia, non c´entra nulla con la chimica: al contrario, è il risultato di una dilagante cultura dell´efficientismo che attanaglia il ceto medio bianco

Leggere attentamente le avvertenze, per la verità farebbe passare qualsiasi voglia: affaticamento, mal di testa, vertigini, nausea, infezioni urinarie, sinusite e, accidenti, perfino diarrea. Siamo proprio sicuri che convenga ingoiare la pillola? Il tribunale della Fda - la Food and Drug Administration - non ha ancora emesso il verdetto anche se due commissioni hanno detto due volte "no". Ma la commercializzazione del Girosa - la pasticca che già nel nome si candida a Viagra Rosa - non è più soltanto questione medica e scientifica: è già battaglia culturale.
Il farmaco del desiderio femminile divide ovviamente prima di tutto le donne.
Ma dopo la rivoluzione sessuale degli anni ‘60, la società americana è diventata sempre più secolarizzata, con i mass media che trasudano sesso.
Il vero colpevole viene dall´Ottocento, ed è la proprietà borghese. Quando la rispettabilità si trasformò nel valore centrale della classe media, censura e repressione diventarono la norma. La pruderie vittoriana mise fine alla scanzonata schiettezza sessuale (sia degli uomini che delle donne) dell´era agraria, una licenziosità raccontata dalle commedie di Shakespeare fino al romanzo inglese del Settecento. I pedanteschi anni ‘50, che cancellarono dalla memoria culturale le flappers, le ragazze emancipate dell´Era del Jazz, furono semplicemente un ritorno alla normalità.
Solo il diffuso movimento New Age, ispirato a pratiche asiatiche focalizzate sulla natura, ha preservato la visione radicale della moderna rivoluzione sessuale. Ma il potere concreto è nelle mani della tecnocrazia carrieristica dell´America, che cresce sull´humus delle scuole di élite, con la loro visione ideologica del genere in quanto costrutto sociale.
Nel regno circospetto dei colletti bianchi, uomini e donne sono intercambiabili e svolgono lo stesso tipo di lavori intellettuali. La fisicità è soppressa, nello spazio igienizzato degli uffici le voci sono smorzate e i gesti contingentati. Gli uomini devono autocastrarsi, mentre le donne ambiziose posticipano il momento della procreazione. L´androginia è affascinante nell´arte, ma nella vita reale può portare a noia e stagnazione, che nessuna pillola può curare.
Nel frattempo, la vita familiare ha messo i maschi borghesi in una situazione difficile; non sono altro che ingranaggi di una macchina domestica diretta dalle donne. Le mamme contemporanee sono virtuosistici supermanager di una complessa organizzazione incentrata sulla cura e il trasporto dei bambini. Ma non è così facile passare con uno schiocco di dita dal controllo apollineo all´estasi dionisiaca.
Non che i mariti offrano grandi stimoli: visivamente, gli uomini americani rimangono eterni ragazzi, come dimostrano le magliette larghe, i pantaloncini cascanti e le scarpe da ginnastica che indossano dalla scuola materna fino alla mezza età. I sessi, che un tempo occupavano mondi intrigantemente distinti, risentono dell´eccesso di conoscenza reciproca, la maledizione della quotidianità.
Non resta più alcun mistero.
La forza primordiale della sessualità si è sfilacciata anche nella cultura popolare americana. Quando era in vigore il tanto bistrattato codice di condotta degli studi cinematografici, Hollywood produceva film che sprizzavano flirt e romanticismo da tutti i pori. Ma dagli anni ‘70 in poi è arrivata la nudità, e quella tensione sessuale che montava gradualmente è andata perduta. Una generazione di cineasti smarrì l´abilità dell´allusione sofisticata. La situazione è peggiorata negli anni ‘90, quando Hollywood cominciò a saccheggiare i videogiochi trasformando le donne in supereroine pneumatiche da fumetto e androidi fantascientifici, figure di fantasia senza la complessità psicologica o le esigenze erotiche delle donne reali.
Come se non bastasse, grazie alla cultura della borghesia bianca, che privilegia i corpi efficienti a quelli voluttuosi, le attrici americane si sono desessualizzate, confondendo uno sterile atletismo con il potere femminile. Il loro aspetto attuale, affinato a suon di Pilates, è un corpo teso e nervoso, arti sottili e fianchi stretti da ragazzo abbinati a seni amplificati. Un vivo contrasto con il gusto latino e afroamericano che tende verso la florida silhouette e i fianchi abbondanti di una Beyoncé.
Che l´energia sessuale sia legata alla classe sociale lo suggerisce forse lo straordinario successo dei piccanti completi di biancheria intima Victoria´s Secret fra i ceti bassi e mediobassi multirazziali, perfino nei centri commerciali dei sobborghi residenziali, che puntano soprattutto sulla borghesia bianca. La musica country, con la sua storia di radicamento nelle aree rurali del Sud e del Sudovest degli Stati Uniti, è ancora piena di scenari spinti, dove i sessi rimangono dinamicamente polarizzati secondo vecchi schemi.
Sull´altro versante, la musica rock, un tempo apripista della liberazione sessuale, non scoppia di salute. Il rythm and blues dei neri, nato nel Delta del Mississippi, fu il motore delle grandi band di hard rock degli anni ‘80, che riempivano le loro cover di pezzi blues con elettrizzanti immagini sessuali. L´ipnotica versione di «Little Red Rooster» di Willie Dixon eseguita dai Rolling Stones, con il suo stuzzicante esibizionismo fallico, è di una sensualità sconvolgente.
Ma con l´enorme successo commerciale del rock, il blues ha cessato di esercitare un´influenza diretta sui giovani musicisti, che si limitavano a imitare i grandi chitarristi bianchi senza esplorare le radici del genere musicale. Poco a poco, il rock ha perso la sua viscerale crudezza e la sua seducente sensualità. Il rock delle grandi star, con il suo pubblico di bianchi benestanti, ormai è tutto superego e niente io.
Negli anni ‘80, la musica leggera sfoggiava una serie intrigante di bellezze pop come Deborah Harry, Belinda Carlisle, Pat Benatar e una Madonna seducentemente piena. Dopo, invece, Madonna è diventata borghese e scheletrica. L´accolita dance di Madonna, Lady Gaga, con la sua inclinazione compulsiva all´eccesso, è una montatura di alta qualità senza un grammo di autentico erotismo.
Le compagnie farmaceutiche non troveranno mai il santo Graal di un viagra femminile, non in questa cultura proiettata e prosciugata da valori borghesi. Le inibizioni rimangono cocciutamente interiori. E la lussuria è qualcosa di troppo impetuoso per lasciarla al farmacista.
(Copyright New York Times/La Repubblica. Traduzione
di Fabio Galimberti)