l’Unità 29.6.10
Stampa e libertà
Un rischio per tutti i cittadini
di David Sassòli
La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire». George Orwell la pensava così. Come mettere freni, limiti, alle libertà? Come regolare una materia che dev’essere pubblica per definizione, nel momento che la giustizia si amministra in nome di tutti? Le intercettazioni pongono problemi certo, ma il governo ha deciso di non risolverli e di imporre un bavaglio. Due i punti di partenza: da quando un atto è pubblico non possono esservi limiti alla diffusione delle informazioni; tutto ciò che non serve al processo dev’essere eliminato. Il governo invece che fa? Colpisce il diritto di cronaca e l’autonomia della magistratura. Sono troppe le intercettazioni? Non so giudicare il troppo o il poco, in un Paese che ogni giorno fa emergere casi di corruzione, attività mafiose, collusioni fra politica, finanza, criminalità e apparati dello Stato. I dati sono allarmanti e ci riferiscono di un’emergenza criminalità che mette in pericolo la sicurezza anche di altri Paesi. Non è un caso che il sottosegretario alla giustizia Usa, Lanny Breuer, abbia ribadito che le intercettazioni sono uno strumento essenziale nella lotta al crimine. Dire no alla legge bavaglio è parlare di grandi valori. Non è un problema di giornalisti e giudici, ma della sicurezza dei cittadini. Il governo ne aveva fatto una bandiera, alimentando paure e fobie, ma ancora una volta cerca di mettere in sicurezza il ceto politico rispetto agli interessi generali. Difficile spiegare in Europa quello che accade in Italia. Difficile raccontare di un Parlamento bloccato da leggi che interessano il premier mentre aumenta la disoccupazione giovanile e le imprese chiudono. Anche per questo saremo giovedì in piazza Navona.
l’Unità 29.6.10
La Corte Suprema americana ignora il ricorso della Santa Sede sugli abusi in Oregon
In Belgio si dimette la commissione interna della Chiesa dopo la polemica sulle perquisizioni
Usa, via libera a processi contro il Vaticano per la pedofilia
di Marco Mongiello
I giudici costituzionali americani hanno deciso di non prendere in considerazione il ricorso del Vaticano che invocava l’immunità. Si apre così la strada ad azioni legali contro i preti accusati di pedofilia.
Il Vaticano può essere processato per la questione pedofilia. È questo il verdetto dei giudici americani che, dopo i guai con la giustizia belga, hanno assestato un altro duro colpo alla Chiesa cattolica.
La Corte Suprema Usa ha deciso di non prendre in esame il ricorso della Santa Sede, che aveva invocato il diritto all'immunità degli Stati Sovrani nel processo contro Andrew Ronan, un prete irlandese responsabile di diversi abusi su minori e ormai deceduto. Così ha rinviato ogni decisione al tribunale dell’Oregon.
IL TRASFERIMENTO
Il Vaticano è considerato civilmente responsabile perché, nonostante fosse a conoscenza delle accuse, si è limitato a trasferire il prete dall'Irlanda a Chicago e poi a Portland, nell'Oregon. Proprio qui, nel 1965, il prete avrebbe molestato la vittima che ha fatto partire il processo. La decisione rende definitiva la sentenza della Corte d'appello e ora, prima che un rappresentante della Santa Sede possa essere chiamato a testimoniare, il tribunale dovrà decidere se il Vaticano può essere considerato un «datore di lavoro» del prete pedofilo. Sulla concessione dell'immunità l'amministrazione Obama aveva fatto sapere di essere disponibile, ma la magistratura ha espresso parere contrario in diversi gradi di giudizio. «Ringraziamo i giudici per il coraggio con cui hanno lasciato che l'azione legale vada avanti», ha dichiarato l'avvocato della vittima, Jeff Anderson, «l'azione della Corte è una risposta alle preghiere di migliaia di sopravvissuti alle molestie sessuali dei preti che finalmente avranno una chance di avere giustizia».
LE POLEMICHE
In Belgio intanto non si placano le polemiche scatenate dalle perquisizioni della polizia che giovedì, durante una riunione plenaria dei vescovi, è intervenuta in forze, ha bloccato tutti per nove ore e ha sequestrato computer, telefonini e agende per far luce sulle denunce di pedofilia contro i preti. Ieri si è dimessa in blocco la commissione della Conferenza episcopale belga che era stata istituita nel 2000 per raccogliere le denunce. «Ci dimettiamo perché la fiducia tra la giustizia e la commissione è stata deteriorata e di conseguenza anche la fiducia tra al commissione e le vittime», ha spiegato Karlinin Demasuer, uno dei membri, polemizzando contro il sequestro dei 475 dossier con le denunce della vittime che si erano rivolte alla commissione perché non volevano ricorrere alla giustizia. Domenica sera il presidente della commissione, lo psichiatra Peter Adriaenssens, aveva preannunciato la sua intenzione di lasciare l'incarico e ieri tutti i membri hanno deciso di seguirlo.
Nel pomeriggio Adriaenssens è stato ascoltato dagli inquirenti, ma la procura di Bruxelles non ha voluto precisare il ragione dell'audizione. Il ministro della Giustizia belga, Stefaan De Clerck, ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro per gestire la questione dei rapporti con le vittime. Il titolare degli Esteri ha invece «invitato» il nunzio apostolico a Bruxelles per un incontro aperto e costruttivo.
Da Roma intanto l'Agenzia di stampa della Cei, la Sir, ha fatto eco alle critiche alla giustizia belga «giustamente» espresse dal Papa e dal Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. A questi si è aggiunto ieri il ministro degli Esteri Frattini che in un commento su Facebook ha puntato il dito contro «l'accanimento senza precedenti, il circuito mediatico globale ispirato dal laicismo senza valori». Mentre su Internet venivano pubblicate queste parole il Papa riceveva l'arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schoenborn, colpevole di aver criticato l'ex Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Angelo Sodano, per aver insabbiato le denunce sulla pedofilia, definendole «chiacchiericcio». Alla fine dell'incontro la Santa Sede ha diffuso un comunicato in cui si ricorda che solo il Papa ha il diritto di criticare un cardinale.
Repubblica 29.6.10
Per Jeff Anderson la decisione dei giudici di Washington è "un´enorme vittoria legale"
"Porterò Benedetto XVI in tribunale" esulta l’avvocato delle vittime americane
Non penso che sarà possibile processare il pontefice, ma cercherò di ottenere la sua deposizione
NEW YORK - L´aveva promesso e lo farà: «Porterò il Papa in tribunale». Ma nel giorno in cui raccoglie la vittoria - «E´ caduto un nuovo muro di Berlino» - Jeff Anderson, 62 anni, l´avvocato delle vittime dei preti negli Stati Uniti, l´uomo che scoprì che anche sua figlia fu abusata da un ex sacerdote, pensa per prima cosa alla prossima mossa: una «missione in Italia» per raccogliere le deposizioni dei cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, che lui ritiene responsabile del cover up, della copertura, dell´insabbiatura dello scandalo pedofilia.
Avvocato, la Corte Suprema non accoglie l´appello del Vaticano. Il suo processo più andare avanti.
«E´ una grande vittoria, una vittoria enorme. Per la storia degli abusi sessuali dei preti è la caduta del muro di Berlino, la caduta della separazione tra la Germania Est e la Germania Ovest, tra l´Est e l´Occidente... «.
Ma che cosa vuol dire in concreto?
«E´ una enorme vittoria legale. Per le vittime di questi crimini è una straordinaria opportunità di avere finalmente giustizia. E di far sì che il Vaticano venga ritenuto responsabile per la sua negligenza: per la sua criminale negligenza. E per il suo ruolo nella copertura dei crimini dei preti».
Eppure non c´è stata sentenza. La Corte si è limitata a non accogliere l´appello del Vaticano.
«Ma è una vittoria enorme che la Corte ci abbia dato il semaforo verde, finalmente il via libera: dopo otto anni di impedimenti sollevati dall´inizio della causa, nel 2002, dopo otto anni di ostacoli».
Davvero a questo punto pensa di portare, come ha annunciato, Papa Ratzinger alla sbarra?
«Sì, questa à una delle cose che faremo. Ma prima cominceremo dal cardinale Sodano e dal cardinale Bertone. Al Papa ci arriveremo. Non voglio certo cominciare da lì: voglio prima raccogliere le loro deposizioni in particolare. Perché loro - uno come segretario di Stato, l´altro come Capo del collegio cardinalizio, sono stati i top guys, i personaggi chiave».
Perché proprio loro?
«Perché nelle loro posizioni sono stati al centro delle coperture per un lungo periodo. Così come lo fu il cardinale Joseph Ratzinger, l´attuale Papa Benedetto, quando aveva responsabilità nella Curia. Lui adesso è il capo supremo e non partirò nell´inchiesta da lui: ma ci arriverò».
Come farà a raccogliere queste deposizioni? Pensa di organizzare degli interrogatori in Italia?
«Sì, dovremo andare in Vaticano, organizzeremo le deposizioni, organizzeremo una missione».
Primo passo, lei dice, Bertone e Sodano. Per arrivare a portare sotto processo il Papa?
«Guardi, cercheremo come ho detto di avere la deposizione anche del Papa. Io non penso che sarà possibile processare il Papa in quanto Papa: ma il Vaticano sì. Per la prima volta avremo la possibilità di fare un processo, qui negli Usa, in cui il Vaticano può essere considerato responsabile nella copertura di quei crimini che sono gli abusi dei preti. E´ soltanto una decisione che riguarda un caso ma apre la porta ad altri casi e soprattutto al principio di responsabilità. E questa è la cosa più importante».
Come si è sentito appena avuta la notizia della decisione della Corte Suprema?
«Estasiato...».
(a. aq.)
il Fatto 29.6.10
La vera laicità? Trattare anche i vescovi come normali cittadini
Le perquisizioni in Belgio insegnano: la legge è uguale per tutti
di Paolo Flores d’Arcais
La “laicità positiva” è l’invenzione lessicale, da neolingua orwelliana, con cui il presidente francese Sarkozy nel dicembre del 2007, puntava a ridimensionare la laicità laica, la laicità coerente, ma potremmo anche dire la laicità senza aggettivi, della tradizione francese. Nella neolingua di “1984” di Orwell, infatti, le parole vengono piegate dal regime del Grande Fratello a significare l’opposto di quello che hanno sempre voluto dire.
Per fortuna dal 26 giugno 2010, esiste in Europa un’altra versione di “laicità positiva”, in cui l’aggettivo “positivo” ha in effetti il significato di “positivo” (buono, favorevole, costruttivo, proficuo, leggo nel dizionario dei sinonimi). L’interpretazione autentica dell’unico senso che può avere in una democrazia liberale l’espressione “laicità positiva” l’hanno data i gendarmi belgi inviati dal procuratore di Bruxelles a perquisire le sedi della conferenza episcopale e a sequestrare ogni documento utile per portare in giudizio i preti pedofili di quel paese fin qui sfuggiti alla giustizia.
I vescovi, che erano riuniti in assemblea, sono stati trattati esattamente come sarebbero stati trattati i membri di qualsiasi altra potente organizzazione su cui pendesse il sospetto di avere con il proprio comportamento sottratto alla legge, per anni e anzi decenni, dei pericolosi criminali. Per tutte le ore della perquisizione (nove, per l’esattezza) è stato loro impedito di uscire dall’edificio e di usare il telefono portatile. Di comunicare, insomma, con possibili complici. Nessun democratico può perciò parlare di “fatto inaudito e grave… di cui non ci sono precedenti neanche nei regimi comunisti di antica esperienza”, se un vescovo viene trattato esattamente come ogni altro cittadino. Il cardinale Tarcisio Bertone – segretario di Stato di Papa Benedetto XVI – invece lo ha fatto, evidentemente ignaro che in una democrazia “la legge è eguale per tutti”. Gli aveva già risposto in anticipo l’ex premier del Belgio, Yves Leterme, ricordando che “chi ha commesso abusi deve essere perseguito e condannato secondo la legge belga” e aggiungendo che le investigazioni “sono la prova che in Belgio esistono poteri separati tra Stato e Chiesa”. Yves Leterme non è un “comunista di antica esperienza” ma un democratico-cristiano. Per il quale evidentemente conta anche la prima parte della definizione, a differenza del cardinal Bertone. Fa dunque una figura assai meschina, democraticamente parlando, Joseph Ratzinger, sceso a dar manforte (“sorprendenti e deplorevoli modalità delle perquisizioni” ) al cardinal Bertone proprio mentre il portavoce della Procura di Bruxelles respingeva l’aggressione del cardinale segretario di Stato con un perentorio “le perquisizioni sono state condotte da professionisti che conoscono molto bene il loro lavoro e che rispettano i diritti delle persone”. È dunque evidente che la questione della laicità è oggi per l’Europa una questione centrale e ineludibile. Per il Papa vale la logica che, quando in una vicenda sono implicati dei preti (e Dio non voglia vescovi o cardinali), “la giustizia faccia il suo corso”, ma “nel rispetto della reciproca specificità e autonomia” di Stato e Chiesa. Frase in apparenza innocua, che dovrebbe andare da sé, traduzione burocratica del più eloquente “dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”, se non fosse per il fatto che il Papa pretende di essere poi lui a decidere se e quando lo Stato prevarichi, se e quando un membro della gerarchia debba rispondere a un magistrato. Pretende di essere lui, insomma, e non un tribunale civile, a decidere quali siano i confini tra le due giurisdizioni.
Si dirà però che non si possono trattare i vescovi di un paese come dei “sospetti” di compiacenza o addirittura omertà verso dei criminali (in questo caso dei pedofili), e che il comportamento della giustizia belga è dunque “non si sa se grottesco o ignobile” (Vittorio Messori). Obiezione francamente spericolata, visto il precedente del vescovo di Bayeux-Lisieux monsignor Pierre Pican, condannato a 3 mesi con la condizionale dalla giustizia francese per essersi rifiutato di testimoniare sulle attività pedofile, a lui note, di un prete della sua diocesi, e che per questo modo omertoso di “rispettare la reciproca specificità e autonomia” tra Stato e Chiesa ricevette, tramite il cardinal Castrillón Hoyos, l’encomio entusiasta e solenne di Giovanni Paolo II. Proprio mentre il Belgio (tradizionalmente cattolico) spiegava con i fatti cosa debba significare “laicità positiva”, la Corte costituzionale tedesca legalizzava definitivamente l’eutanasia passiva, annullando la condanna di un avvocato che aveva consigliato a un proprio cliente di tagliare il tubo della flebo di un suo parente tenuto in “vita” artificialmente e contro la sua volontà. La Chiesa luterana ha approvato la sentenza, quella cattolica no, per “la sensazione che la differenza tra eutanasia attiva e passiva non sia stata presa sufficientemente in considerazione”. E in effetti, in un quadro di laicità davvero positiva il passo successivo – logicamente e giuridicamente inevitabile – è il diritto alla decisione sovrana di ciascuno sul proprio fine vita. Se, come ha stabilito la Corte costituzionale tedesca, “il paziente può decidere di rifiutare trattamenti di prolungamento artificiale della vita anche in caso di morte non imminente”, perché evidentemente non considera più la sua “vita umana” ma disumana tortura, non si vede perché per porre fine alla tortura non possa chiedere interventi attivi. Nel cattolico Belgio infatti, come nella protestante Olanda, ciò è già possibile.
Il Belgio, come hanno di mostrato le recenti elezioni, vive un momento carico di problemi politici non invidiabili. Ma sotto il profilo della laicità è indubbio che oggi sarebbe necessario “più Belgio” in ogni paese d’Europa.
l’Unità 29.6.10
Chiesa preoccupata per l’8 per mille:
calo del 4 per cento
Il timore è che gli scandali possano influire nelle scelte di chi in questi giorni sta decidendo le donazioni del 730. Poche settimane fa l’allarme della Cei per i gettiti 2005, 2006, 2007
di C. Fus.
Una risposta, certo. Una presa di posizione chiara, anche. Ma nelle puntualizzazioni e nelle ammissioni che ieri il Vaticano ha voluto fare a proposito del ruolo di Propaganda Fide nell’inchiesta su sistema gelatinoso e cricca c’è anche chi intravede un ten-
tativo di salvare il salvabile in tempi di 730 e Unico e dichiarazioni dei redditi e gettito Irpef. In una parola: un tentativo di tamponare la continua, seppur lenta, emorragia di donazioni tramite 8 per mille.
Il Concordato stabilisce che lo Stato deve aiutare anche economicamente la Chiesa. L’autostrada delle offerte è nelle dichiarazioni dei redditi dei circa quaranta milioni di contribuenti italiani e nella destinazione del loro 8 per mille. Ora, ai primi di giugno l’Assemblea dei Vescovi (conclusa il 28 maggio) ha diffuso una nota preoccupata da cui «risulta che nel 2007 le firme a favore della Chiesa cattolica sono state l’85,01 per cento del totale, contro l’86,05% del 2006 e l’89,82% del 2005». Quasi il quattro per cento in meno in tre anni. Il dato definitivo del 2008 non è ancora disponbile, quello del 2009 può essere integrato fino a settembre di quest’anno. Non sono disponibili cifre ufficiali ma il trend è in costante diminuzione. Le dichiarazioni dei redditi del 2010 sono in corso d’opera ed è chiaro che Santa Sede e Cei sono in apprensione sull’entità del gettito di quest’anno. Un anno sicuramente molto particolare per la Chiesa da qualche mese sulle prime pagine di tutto il mondo per lo scandalo pedofilia. E nelle ultime settimane anche per gli affari della cricca che avrebbero avuto Propaganda Fide e il suo patrimonio immobiliare al centro di un ipotizzato scambio di favori. Se è impossibile trovare conferme ufficiali, la tendenza al calo delle firme per la Chiesa sembra essere confermato dalle prime ricognizioni tra Caf e studi di commercialisti. Nella relazione ai vescovi presentata dal Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata ha spiegato che «nel 2007 alla Chiesa cattolica sono andate 14.839.143 adesioni, 95.104 in meno rispetto all’anno precedente». Un calo, quindi, sia percentuale che assoluto. A cui, però, sempre nel 2007, ha corrisposto un aumento delle entrate grazie al maggior gettito fiscale e quindi del denaro versato alla Chiesa dallo Stato. Grazie al gettito fiscale 2007, nel 2010 alla Chiesa sono andati 1.067 milioni di euro, contro i 967 del 2009, quasi cento milioni in più. Il gettito fiscale è purtroppo calato negli ultimi due anni. Se viene sommato alla sfiducia figlia degli scandali, lo saranno anche le offerte alla Chiesa cattolica. Il gettito dell’8 per mille è così ripartito: 20% in beneficienza; 35% per gli stipendi del clero, il 45% per le esigenze del culto.
Repubblica 29.6.10
L’anticipazione. Il saggio di Prosperi sul cattolicesimo in Italia
L’età moderna e la religione
di Adriano Prosperi
Questa è la fase storica in cui si delineano le forme rituali e istituzionali
Anticipiamo un brano dell´introduzione di al suo "Eresie e devozioni. La religione italiana in età Moderna", raccolta di studi storici pubblicata da "Edizioni di Storia e Letteratura"
Queste ricerche riguardano una fase storica di conflitti religiosi nati dai contrasti e dai dubbi su quale dovesse essere la religione della popolazione della penisola. Solo il modo e i mezzi con cui furono regolati i rapporti di forza dovevano decidere i lineamenti futuri di tale religione, quelli che dovevano diventare abituali e familiari alle generazioni dei secoli successivi. Il campo dove si è svolto il lavoro è quello compreso tra la fine del ‘400 e l´età del Concilio di Trento e della Controriforma. Un´età lontana nel tempo ma fin troppo vicina per una ragione molto semplice: l´unità del popolo italiano ha una radice nel cattolicesimo tridentino e nella pratica sociale delle forme rituali e istituzionali in cui si esprime l´appartenenza a una religione. L´Italia appariva a Alessandro Manzoni «una d´altare»: e la definizione continua a risultare esatta. Così come accadeva ieri ai coscritti dell´esercito nazionale di leva, ancor oggi gli italiani continuano a essere censiti meccanicamente come cattolici a prescindere dalle loro convinzioni e dalle pratiche in cui si manifesta la loro religiosità, anzi evitando in ogni modo di inquietarne il senso di conformità per non dire il conformismo di quella religione «sociologica» che ha preso da secoli il posto della scelta di coscienza individuale. Hanno ragione i teologi cattolici quando ci ricordano che nessuno nasce cristiano perché, a differenza di ebrei e islamici, è il battesimo individuale a rendere cristiano chi lo riceve. Ma in Italia - e non solo in Italia - il battesimo non è più da secoli la scelta dell´adulto che si converte, come lo fu per Sant´Agostino. In Italia e nelle società a maggioranza cattolica il battesimo si amministra ai neonati ed è, insieme alla prima comunione, al matrimonio e ai funerali, un rito di passaggio entrato nel costume collettivo dal quale ci si può dissociare solo a prezzo di scelte meditate e socialmente impopolari. L´«altare» manzoniano è un sistema di riti e di pratiche che inquadrano la vita sociale senza richiedere lo sforzo di una scelta consapevole di fede personale. Intorno alla chiesa si svolgono forme politiche e sociali di solidarietà e di controllo la cui genesi o giustificazione religiosa ha cessato da tempo di sembrare problematica e di richiedere un consenso meditato dei singoli. Proprio per questo valore di cemento sociale il cattolicesimo italiano appare come un tesoro di incalcolabile valore a chi tenta la scalata al potere politico coi mezzi democratici del voto o col plebiscito e i sondaggi d´opinione: da ciò nascono quelle che a prima vista possono apparire come strane contraddizioni, qual è la difesa da parte di movimenti e partiti neopagani della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici (scuole, aule di giustizia) o quella dell´insegnamento obbligatorio della religione cattolica nella scuola pubblica. Chi sostiene scelte del genere lo fa in nome della trasformazione ormai avvenuta di quei simboli religiosi in arredi civili e di quei precetti teologici in un misto di cultura popolare e norme di buona creanza. Questo è il prezzo pagato dalla Chiesa cattolica per iscriversi nell´ambiente italiano come un dato di natura più che di cultura.
Non è stata una scelta esclusiva e riservata all´Italia. Anche in altri paesi e in altre culture la Chiesa come potere e come cultura ha proposto una scelta di questo genere, perseguendo la politica dei concordati e offrendosi come garante della pubblica tranquillità e dell´obbedienza del popolo ai poteri costituiti. Come osservò Fiodor Dostoevskij, un ritorno di Gesù Cristo sulla terra incontrerebbe sempre il fermo diniego di un qualche Grande Inquisitore in nome della tutela dell´ordine pubblico e dell´assetto esistente. Né si deve invidiare la condizione di quei paesi dove una minoranza cristiana soffre intolleranze e persecuzioni. Ma il problema nasce quando la presenza egemonica di una confessione religiosa si traduce in pulsioni di intolleranza e di prevaricazione sui diritti individuali dei cittadini. In altre culture europee l´eredità delle guerre di religione ha lasciato nella costituzione politica e nella coscienza pubblica un sedimento importante che in Italia è mancato: la concezione dello spazio pubblico come distinto e separato dalle private convinzioni religiose. Su quel terreno è nata una cultura dei diritti che oggi, attraverso gli organismi internazionali, scopre quotidiane occasioni di conflitto con la prassi prima e più ancora che col diritto vigente in Italia, dove l´ingresso nella Costituzione repubblicana di solenni affermazioni in materia di diritti stenta a tradursi in regole effettive.
La questione si riapre oggi per il semplice fatto che la religione cattolica come forza collettiva governata da autorità centrali è scossa in profondità dal conflitto tra l´assetto arcaico di un corpo sacerdotale gerarchicamente ordinato e determinato a guidare i comportamenti e le convinzioni dei singoli e, dall´altro lato, quell´apertura ai valori affermatisi anche in Italia contro di esso - la libertà di coscienza, la difesa dei diritti individuali di disporre della propria vita - che si è diffusa tra i laici cattolici e si è fatta strada tra le voci e nei documenti del concilio Vaticano II.
l’Unità 29.6.10
L’appello. Le «Lettere dal carcere» vengano adottate come testo nelle ultime classi delle superiori
Cara Gelmini. Tra i firmatari Fo, Consolo, Loy, Agosti: scritti cruciali per la storia e la cultura italiana
Gramsci, un classico per la scuola come (e più di) Dante e Manzoni
di Bruno Gravagnuolo
Le «Lettere dal carcere» accanto a Leopardi, Dante, Manzoni etc? Certo: è il contenuto di un appello che non ha niente di ideologico: quella di Gramsci è una figura essenziale per la comprensione del ‘900 italiano.
Sarà dura con la Gelmini, ma la notizia c’è e vale la pena tentare: le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci come testo italiano del 900 nelle ultime classi degli Istituti superiori. La notizia è un appello, lanciato giorni fa, durante la cerimonia di conferimento del «Premio Gramsci-Ales 2009» su un’idea della vincitrice per la letteratura: la scrittrice ed ex insegnante Margherita Pinna. E l’appello per le Lettere gramsciane a scuola è stato già sottoscritto da centinaia di firme di adesione, fra le quali quelle di Dario Fo e Franca Rame, Vincenzo Consolo, Rosetta Loy, Paola Capriolo, Silvano Agosti, Renzo Rossellini, Valerio Magrelli, Giancarlo Nanni, Giuliano Montaldo, Leo Gullotta, Bianca Pitzorno, Renato Minore, per citarne alcuni.
Parterre variegato che si va via via arricchendo, di critici, scrittori, registi, attori, giornalisti. Per una battaglia «impossibile» di questi tempi leghisti e berlusconiani, nei quali c’è da scommetterci, subito da destra e dal fronte moderato si griderà alla solita operazione ideologica vetero-comunista e zdanoviana.
E invece quell’appello, rettamente inteso, è sacrosanto, o quantomeno utile. Poiché intanto richiama l’attenzione su una pagina splendida di storia italiana. Pagina letteraria e politica di tale significato generale da travalicare ogni steccato ideologico. Infatti in quelle lettere scritte dal 1926 al 1937, anno della morte del prigioniero, è condensata una straordinaria Odissea morale, intrecciata alla tragedia del fascismo e a quella del totalitarismo sovietico. Nelle cui maglie un uomo soloe davvero non è retorica schiacciato dai macigni della storia, osò pensare, resistere, immaginare il passato e il futuro. E persino intessere amicizia e amore da lontano, con i figli quasi a lui sconosciuti, la moglie, la madre, la sorella, i compagni di cui si fidava, e i compagni e gli italiani del futuro anteriore, che sarebbero venuti dopo di lui.
Cosa c’è in quelle lettere pubblicate per la prima volta da Togliatti per Einaudi nel 1947, quel Togliatti geniale di cui pure Gramsci diffidava almeno dal 1926, quando il Migliore appoggiò la repressione di Stalin contro Trotzki? Lo abbiamo detto, in parte. Innanzitutto, in una fitta trama con la cognata Tatiana, i familiari e l’economista Sraffa, la volontà di resistere all’annientamento fascista. E a quello della malattia, che in carcere comprimevano la sua mente. Ma il tutto, ecco il punto, senza risentimento, né autocompiacimenti eroici. Nella piena e «normale» assunzione di responsabilità da parte di Gramsci del suo destino «autodestinato»: ovvio, scriveva più o meno alla madre, che uno come me e con le sue scelte finisca così di questi tempi... E il prigioniero annotava ancora, proprio in una delle sue lettere, e in una pagina dei Quaderni (sempre «dal carcere») che ambiva ad essere un «uomo medio», che «ha le sue convinzioni profonde e non le baratta per niente al mondo». Perché «uomo medio»? Non solo per virtù antiretorica e disdegno delle pose. Ma per una ragione più profonda, legata al motivo ispiratore di tutta la sua opera. E cioè: essere «medi» per Gramsci era la sola possibilità di capire la storia, vicenda grandiosa e «terra-terra». Dove le idee sono briciole e semi sminuzzati che muovono nel quotidiano le menti di milioni e milioni di individui, inconsapevoli o semiconsapevoli. Ecco, essere «medi» per Gramsci, significava stare nel cuore delle cose, per farsene una ragione e convertirla in azione volta al mutamento e alla liberazione.
E però non c’era nelle Lettere solo il disperato tentativo di «Nino» di restare lucido e autocostruirsi ancora, malgrado il degrado feroce a cui lo sottoponevano gli aguzzini italiani (e anche i compagni italiani e staliniani a Turi, che lo trattarono come un traditore). C’era pure il programma di una grande opera a futura memoria: I Quaderni. Con il loro sommario dispiegato: «gli intelletuali italiani», «linguistica comparata», «il teatro di Pirandello», «la letteratura popolare». Programma che benché non eseguito e solo abbozzato, andrà al di là di uno studio carcerario per distrarsi e resistere. E quel disegno è un’intera filosofia politica. Ricavata dallo studio storico del «come» le idee diventano potenza materiale e simbolica. Finalizzato a un obiettivo: l’autoliberazione dei ceti subalterni dal dominio proprietario e borghese. Senza nulla buttare della grande eredità borghese o dei meriti «a metà» del Risorgimento. Nonché dei pregi della grande filosofia nazionale: Croce e Gentile (ma Gramsci apprezzava anche Sorel, Nietzsche e Bergson). E ancora, nello scrigno delle Lettere: la ricerca di uno stile espressivo. Di una lingua degna di essere parlata, veicolo di emozioni e relazioni. La lingua come potenza espressiva che inserisce i sentimenti in un destino comune: di amicizia, amore e lotta. E poi i richiami alle fiabe, di cui Gramsci era conoscitore, per arrivare alla mente e ai fantasmi dei bambini, e per parlare al loro cuore di «persone». E i richiami al dialetto, sardo e non solo, cellula formativa essenziale per Gramsci, italiano cosmopolita persuaso che senza radici emotive personali non c’è spinta vitale verso un mondo di tutti. Infine, Gramsci e suoi compagni e l’amaro dissidio col Togliatti tatticamente staliniano.
L’altra grandezza raccontata delle Lettere: restare fedeli ai compagni, anche se questi ti mollano. Fedeli per sé, per loro e per tutti noi venuti dopo. Sì dunque a Gramsci, accanto a Dante, Manzoni, Leopardi, Machiavelli. A scuola sarebbe una prima linea formidabile.
l’Unità 29.6.10
De Sade? Un filosofo rivoluzionario che predisse Freud
Il «divino marchese» colmò un vuoto della Rivoluzione francese: il diritto di ogni essere umano di soddisfare le proprie pulsioni sessuali
di Renato Barilli
Abbiamo già evocato l’ombra di Sade, a proposito del quadrilatero impostato dal Laclos di cui, del resto, il Divino marchese (1740-1814) fu quasi un perfetto coetaneo, però con l’avvertenza che per passare dall’uno all’altro bisogna capovolgere la visuale: il male che i protagonisti delle Relazioni pericolose tramano incessantemente è partorito nell’oscurità, nei recessi della mente, o appunto affi dato al segreto epistolare, perché, se venisse rivelato, si meriterebbe la condanna unanime della casta nobiliare ancora pienamente insediata al potere.
Sade invece ne farebbe i requisiti di un insegnamento obbligatorio, all’altezza degli assunti generali della sua fi losofi a. In altre parole, egli è un filosofo, il terzo grande del Settecento francese, dopo Voltaire e Rousseau, magari con l’aggiunta a latere di Diderot, ma anche con la conseguenza (già verifi cata nei casi precedenti) che queste prestazioni di autori filosofi, benché assai alte nel profi lo generale della cultura del secolo, strappano esiti alquanto minori, in sede specifi camente narrativa.
Così è anche nel caso di Sade, in cui la narrazione è schematica, ripetitiva, esattamente come avveniva nei romanzi a tesi voltairiani, non nella Giulia rousseauiana, dove semmai il limite sta in una retorica troppo paludata e diffusa, che però sa fare il giusto posto anche alle ragioni del sentimento.
Ma dunque, in sostanza, questi filosofi narratori vanno giudicati, e stimati, in primo luogo per la profondità dei rispettivi messaggi teorici, nei cui confronti la narrazione assume un compito ancillare. E profondo, radicale è senza dubbio il messaggio lanciato da Sade, nella sua unilateralità, nella sua oltranza quasi maniacale. In fondo, egli è venuto per porre rimedio ai gravissimi limiti che il senno del poi, partorito nel corso dell’Ottocento e più ancora del Novecento, ha scoperto negli immortali principi del 1789, che magari immortali sono davvero, e tuttora validi, ma appaiono reticenti e incompleti su tanti fronti. C’è in essi un totale vuoto e silenzio per quanto riguarda i diritti del quarto stato, cioè del proletariato, che prima ancora di esercitare una libertà di pensiero o ottenere un’uguaglianza giuridica e politica, avrebbe voluto essere liberato dai bisogni materiali, avere pane a suffi cienza, lavoro decoroso e a ritmi sostenibili. Sia ben chiaro che di rivendicazioni del genere l’opera di Sade non si occupa per nulla, apparendo ancora intenta a mettere in scena i rappresentanti della nobiltà, aristocratici con le borse floride, così da poter praticare un costume sessuale totalmente libero. Ma appunto questo è l’altro versante che la Rivoluzione francese non ha affatto toccato: il diritto spettante a ogni essere umano di soddisfare le pulsioni sessuali, l’eros primario da cui è dominato, senza prescrivergli limiti e censure artifi ciose. Ovviamente, la Rivoluzione francese, anche nelle predicazioni pur liberatorie di Voltaire e di Rousseau, non dava posto né a Marx né a Freud (...).
E beninteso, come già accennato, non c’è Marx nelle elucubrazioni del Divino marchese, ma un Freud anticipato di quasi un secolo, con una perentorietà e un estremismo che poi non ritroveremo nel padre della psicoanalisi. Freud verrà per diagnosticare la presenza insopprimibile del continente oscuro dell’Es, dell’eros, della libido, ma pure ad ammonire che la civiltà consiste nel trovare un giusto equilibrio, tra quelle spinte e le censure, che pure ci devono essere, se si vogliono alimentare gli alti costi del progresso. Sade ha l’estremismo del primo scopritore, che non si concede freni, getta sul tavolo l’intera posta, con assoluta univocità.
Repubblica 29.6.10
In treatment
"Attori magici e grande scrittura il segreto di una serie di culto"
Parla l´israeliano Hagai Levi che ha creato il telefilm interpretato nella versione americana da Gabriel Byrne
di Leonetta Bentivoglio
ROMA. STORIE dell´anima per una tivù "diversa", di asciuttezza radicale, affidata a segni nitidi e taglienti. Ritratti di persone in un interno, davanti a un terapista che ha il volto empatico e malinconico di Gabriel Byrne, confessano cicatrici e ricordi usando solo la forza delle parole. Hit anti-spettacolare, formula anomala divenuta fenomeno sociale. In Treatment, serie tivù acclamata in mezzo mondo (è in corso di fattura la terza stagione), sta generando un´onda lunga di adattamenti in più paesi, vogliosi della loro terapia. «Forse accade perché oggi è diffuso il bisogno d´ascolto», sostiene lo scrittore e regista Hagai Levi, che ha inventato lo psico-serial israeliano Be´Tipul, modello-base da cui è nato In Treatment. «Pensi ai talk show televisivi, dove tutti parlano e nessuno ascolta. Un ascolto attivo e vibrante è già un passo verso la verità. In un´epoca di crisi le parole, e gli effetti che producono, rivendicano più che mai la loro importanza», prosegue Levi, giunto in Italia nell´ambito di un ciclo di inviti a grandi creatori di serie tivù organizzato come premessa del RomaFiction Fest (dal 5 al 10 luglio).
Quando e come ha ideato il suo fortunatissimo progetto?
«In Israele sono cresciuto in un Kibbutz dov´era stata avviata una sperimentazione psicoterapeutica per i bambini, e a cinque anni vi ho partecipato perché soffrivo d´ansia e crisi di panico. Poi anche in seguito mi sono sottoposto a psicoterapie. Ho anche studiato per tre anni psicologia, e lavorando come regista mi sono accorto subito che le scene che mi riuscivano meglio erano quelle dei dialoghi con ampio uso di primi piani. Così ho pensato a una serie che seguisse in tempo reale gli incontri tra uno psicoterapeuta e i suoi pazienti, uno al giorno nell´arco di una settimana, col venerdì dedicato a una seduta del terapista analizzato dal supervisore. Idea per me irresistibile, eppure nessuno mi dava retta».
Non trovava produttori?
«Mi respingevano dicendo: a chi può interessare questa roba intellettuale? Tra l´altro il progetto non era dispendioso, come ho verificato girando a mie spese due episodi pilota: bastavano due attori e un appartamento. Finché la Hbo ha deciso di fare la serie programmandola di notte».
La risposta del pubblico è stata immediata?
«Quasi. Nella prima settimana sono uscite buone recensioni, e già alla terza tutti parlavano del programma. Be´Tipul è diventato presto una moda, al punto che in Israele c´è stato un forte incremento delle psicoterapie. Credo che la chiave del successo stia nell´alto livello della scrittura, oltre che nella scelta di attori magici, capaci di trasmettere davvero una interiorità. Il terapista in Israele è Assi Dayan, figlio del generale Moshe: interprete di grande intelligenza che lavora anche come sceneggiatore e film-maker».
Come ha costruito concretamente la serie?
«Formando un buon team di registi e scrittori e dandomi il ruolo di show-runner, cioè di coordinatore delle diverse energie creative. Ogni personaggio ha il suo sceneggiatore personale, che è artefice del vissuto di quel paziente, fondamentale per la terapia. Di ciascun episodio, pensato sempre come un play in tre atti, ci sono diverse stesure, e in Israele io provvedevo a quella conclusiva tenendo conto del punto di vista del terapeuta, essendo ogni autore coinvolto nella prospettiva esclusiva del proprio paziente. Quando Rodrigo García, figlio dello scrittore García Marquez e regista, ha comprato il format negli Stati Uniti, mi ha voluto come consulente. Ora sono in corso tredici adattamenti in altrettanti paesi, Italia inclusa».
Come si può far viaggiare i personaggi in contesti diversi da quello israeliano senza modificare fisionomie e comportamenti?
«I ruoli devono adattarsi al territorio. Esempio: c´è il pilota che ha traumi devastanti da affrontare, avendo provocato una strage di bambini. In Israele quest´uomo ha un padre sopravvissuto all´Olocausto, e la figura paterna, di peso enorme per l´inside del pilota, andava riprodotta nell´edizione Usa, dove il pilota torna dalla guerra in Iraq. Ne abbiamo quindi fatto un nero il cui padre è stato vittima della violenza del Ku Klux Klan. Quanto alla versione italiana, il pilota sarà un agente operativo in un´unità anti-mafia: in ogni paese va identificata una ferita centrale che imprima autenticità alla serie».
Repubblica 29.6.10
Mario “Trevi
“Da Jung a Fellini amo le zone d’ombra”
di Antonio Gnoli
"Bisogna diffidare degli uomini completamente trasparenti e luminosi Credo che ognuno di noi debba accettare il proprio lato oscuro"
Ha ottantasette anni ed è uno dei grandi psicoanalisti italiani Il suo eccentrico maestro è stato l´ebreo tedesco Ernst Bernhard
ROMA. Sulla grande scrivania, dietro la quale Mario Trevi siede, non ci sono oggetti né libri, né ricordi. E´ una superficie libera come una pianura, come un foglio di carta. Sulla quale si notano le grandi mani che ogni tanto vi vengono poggiate. Trevi ha da qualche mese compiuto 87 anni, è uno dei grandi psicoanalisti italiani. Le cronache lo definiscono di scuola junghiana. Ma credo che nel suo metodo, nella sua analisi ci sia qualcosa di più e di diverso. Mentre parla con voce lievemente bassa, penso che quest´uomo sia soprattutto abituato ad ascoltare. Ha un tono affabile, perfino mite. Le parole non sovrastano i concetti e le storie che egli racconta. E´ schivo e ordinato, acuto ed essenziale.
Ha una moglie e una figlia - due psichiatre - e un figlio, Emanuele, che è un noto e bravo scrittore. Anni fa, padre e figlio diedero vita a una bellissima conversazione, che poi divenne un libro (Invasioni controllate, Castelvecchi). Mi colpiva di quell´incontro la disponibilità reciproca, l´apertura massima, l´intesa al limite della complicità. «Ho avuto Emanuele a 42 anni e lui, quando è diventato adulto mi ha spesso vissuto come il vecchio padre da proteggere. Lo trovo bello. Ma immagino che dovrò parlare soprattutto di me», dice con tranquillità.
Dottor Trevi, ci dica qualcosa delle sue origini.
«Sono nato ad Ancona, mia madre era una langarola. Ricordo la casa della nonna materna, un palazzotto che ereditammo, non so come, dal quale si vedevano tutte le Alpi. Mio padre era ingegnere. Aveva lavorato in Africa e fu fatto prigioniero dagli inglesi durante la guerra. Morì poco dopo il suo ritorno ad Ancona. La vita per noi, si complicò. Diventammo poveri, anche in seguito alle leggi razziali. Studiavo e mi mantenevo con i lavori più umili. Mi laureai a Bologna, in filosofia con una tesi su Berdjaev. Ricordo che i miei amici mi prendevano in giro dicendomi: come fai ad occuparti di Berdjaev e insieme ad essere iscritto al partito comunista?».
Berdjaev era un intellettuale russo che Lenin cacciò via dopo la rivoluzione. In effetti il Pci l´avrebbe potuta accusare di connivenza con il pensiero borghese e reazionario. Come affrontò la questione?
«Semplicemente uscendo dal partito nel 1948. Cominciava a infastidirmi la versione edulcorata dell´educazione marxista su come si dovevano leggere i libri. Erano le direttive di Zdanov».
Ma secondo lei che cosa accadde nella testa di molti intellettuali che accettarono quel tipo di imposizione ideologica?
«Semplicemente ribadivano il bisogno di fede e di una verità incontrovertibile».
Una fede religiosa, al punto che un partito, come quello comunista, poteva essere considerato una chiesa?
«Sì, qualsiasi fede ha un fondo nascosto, inconscio, di tipo religioso. Fede implica abbandono del bisogno del giudizio critico, rispetto alla parte cui si è aderito».
Uscito dal Pci, cosa fece?
«Continuavo a lavorare e a studiare. Ebbi la fortuna a un certo punto di essere trasferito a Roma in un ufficio di carattere finanziario. Ricordo che stabilii un patto con il direttore: avrei prodotto lo stesso lavoro degli altri colleghi in un tempo più breve, dedicando il resto della giornata lavorativa a quello che volevo. Fu un accordo segreto e intelligente. Poi, mi pare nel 1964-65, ci fu un concorso per insegnare nei licei e lo vinsi. Girai in varie scuole d´Italia, l´ultima fu a Formia. Facevo tutti i giorni avanti e indietro con Roma».
Ma quando nacque il suo interesse per la psicoanalisi?
«Nei primi anni romani frequentavo un gruppo di amici, tutti più o meno contagiati da Freud e Jung. E col tempo mi accorsi di patire nei loro riguardi una sorta di nevrosi di adattamento. Sentii parlare di uno psicologo ebreo tedesco, un certo Ernst Bernhard, che era riuscito a sfuggire a Hitler e si era rifugiato in Italia. Dove in seguito fu rinchiuso in un campo di concentramento. Quando finì la guerra Bernhard si stabilì definitivamente nel nostro paese. La sua storia mi incuriosiva».
Accennava al suo primo incontro con lui.
«Sì, andai a trovarlo. Abitava in una casa meravigliosa dalle parti di San Luigi dei Francesi. E fin dal primo momento sentii in lui una personalità paterna. Stetti in analisi per tre anni. Poi, grazie anche al consiglio di un´amica, gli chiesi se accettava di prendermi per un´analisi didattica e fu così che intrapresi la professione di psicoanalista».
C´è differenza tra fare l´analisi a un paziente e farla didatticamente a un allievo?
«Differenze tecniche non ce ne sono. Ma di clima sì. Nell´analisi didattica ci si sente più vicini e questo consente forse un approfondimento maggiore. Dico forse perché sul momento non ci si accorge di nulla. Solo a posteriori si capisce che la didattica ha portato qualcosa di nuovo».
Bernhard era molto legato a Jung?
«Non in modo così evidente come si è cercato di mostrare. Tra loro non ci fu un grande contatto. Nel suo travagliato passaggio da Berlino a Roma, Bernhard si fermò a Zurigo, ma non credo che egli fece una vera analisi con Jung. Era già un medico specializzato in pediatria e proveniva da un lavoro serio svolto con un freudiano di Berlino. Insomma, credo fosse dotato di un certo eclettismo».
So che leggeva anche la mano. Come giudica quella sua inclinazione?
«Diciamo che l´accettai, perché sentivo che la ragione e la coscienza critica avevano in lui un peso che poteva compensare sia il ricorso all´astrologia che alla chiromanzia. Naturalmente mi chiese di fare l´oroscopo. Gli risposi che non conoscevo esattamente la mia data di nascita. Perché, sebbene ufficialmente fossi nato il 3 aprile, mio padre temo avesse sbagliato giorno».
Ma Bernhard era o no uno junghiano? Gli aspetti insoliti che lei mette in luce indurrebbero al sì.
«Si dichiarava junghiano, ma era un meraviglioso interprete dell´immaginazione, soprattutto onirica. In ogni caso con me non esagerava gli aspetti misticheggianti che pure in Jung sono presenti».
Con Bernhard fecero analisi molti artisti e letterati, tra cui Manganelli e Fellini. C´è un motivo particolare per cui si rivolgevano a lui?
«Bernhard era dotato di un´intuizione formidabile. Credo che questo affascinasse le persone dotate di talento artistico. Io divenni amico di Fellini negli ultimi anni della sua vita. Un giorno mi cercò e al momento non ne compresi la ragione. Scherzando mi capitò più volte di chiederglielo. Su questo punto evitava di rispondermi. Poi, ho capito che mi aveva cercato perché ero il più vecchio allievo di Bernhard e lui voleva, attraverso me, assorbire gli ultimi sprazzi di quel mondo e di quella intelligenza».
L´intelligenza di Fellini era maliziosa e innocente. Non trova?
«Con lui la verità sembrava inglobata in una sfera ironica. Sapeva essere molto piacevole e divertente. I nostri rapporti non andarono però mai al di là del lei. Ogni tanto proponeva di darci del tu. Ma la mia timidezza, e anche la sua in fondo, non consentivano un passaggio dal rispettoso lei al confidenziale tu».
Negli ultimi anni della sua vita Fellini lavorò poco e credo che ne soffrì molto. Lasciava intuire qualcosa del suo stato d´animo?
«Avvertivo il disagio e ascoltavo le sue lamentele. Credo provasse una forte delusione per il modo in cui il cinema lo stava abbandonando. La malattia aggravò il quadro. E la sua morte fu un grande dolore per me e mia moglie che lo aveva conosciuto».
A proposito del dolore, che cosa pensa dell´indicazione junghiana che lo psicoanalista deve entrare in empatia con la sofferenza del paziente?
«Non esagererei questo aspetto della terapia junghiana. La sopportazione del dolore del paziente è un problema per tutti gli psicoterapeuti. E quando c´è un coinvolgimento empatico il problema si aggrava. Direi che è l´esperienza che deve guidare l´analista».
Come trattano Freud e Jung l´inconscio?
«Per Freud l´inconscio è il luogo della rimozione. L´uomo non sopporta determinati pensieri, immagini, pulsioni e li rimuove. Jung oltre a questo vede un inconscio collettivo. Ma aggiungerei che partendo da qui si rischia di non capire nulla delle loro differenze. Il primo problema, sul quale Jung si scontra con il maestro, è nel riconoscimento che la personalità dello psicologo, come costruttore di teorie psicologiche, entra inevitabilmente nelle teorie stesse. L´idea junghiana anticipa in qualche modo l´ermeneutica».
Certamente Freud era più distaccato, anche nel modo di interpretare i sogni.
«Diversamente da Freud, Jung era giunto alla conclusione che i sogni non possono essere ridotti alla soddisfazione fantasmatica di un desiderio rimosso legato alle pulsioni. Glielo dice un uomo che ha 87 anni, che continua a sognare e proprio in questa età, quando è difficile trovare soddisfazione ai desideri pulsionali, fa i sogni più belli».
Lei trascrive i suoi sogni?
«L´ho fatto per molti anni, con precisione e pazienza, al tempo dell´analisi didattica. Ma occorrerebbe farlo sempre, perché se non lo si appunta immediatamente, il sogno inevitabilmente scompare».
Non ritiene che nell´interpretazione di un sogno ci sia un certo grado di arbitrarietà?
«Diciamo pure di tradimento. Che fare? Consiglio di accettarlo come si accetta un amico che a volte ci ruba qualche oggetto. Pazienza».
Lei ha lavorato sul concetto di "ombra", si tratta del lato oscuro della persona?
«Sì, ma detto così non si capisce il suo valore nell´ambito della psicoterapia. L´ombra comprende non solo le pulsioni rimosse ma ogni lato oscuro dell´esistenza. Anche la parte di scacco che noi dobbiamo ogni giorno sopportare».
E queste ombre come si manifestano?
«Nel sogno, ad esempio, attraverso la personificazione. Nessuno di noi può liberarsi del tutto da pulsioni innominabili. Però la maturità ci aiuta a riconoscerle. Non possiamo isolare da noi quest´ombra. Possiamo stabilire dei patti, non di alleanza ma di accettazione».
Dobbiamo imparare a convivere con la parte meno evidente di noi. Lei ha scritto che un uomo senza ombra è un uomo senza spessore.
«Bisogna diffidare degli uomini completamente trasparenti o luminosi».
La letteratura ha molto scritto sull´ombra e il doppio. Pensi a quel prototipo creato da Stevenson con Dottor Jeckyll e Mister Hyde.
«Stevenson era un vittoriano legato a una morale solida e pregevole. Una volta avanzai un´ipotesi scherzosa: immaginai un dottor Jeckyll coerente che si concilia con mister Hyde. Ne conclusi che entrambi avevano la loro funzione nella vita».
Com´è una sua giornata?
«Mi alzo presto e vengo nel mio studio che ancora mi trasmette molta serenità. Quando non faccio le cose serie, come occuparmi degli altri, c´è la lettura. Sono un lettore onnivoro, disordinato. Avendo fatto un paio di anni di matematica ho conservato il gusto per i libri scientifici. Raramente guardo la televisione, e sempre solo la sera, a volte con mia moglie facciamo qualche commento. E´ raro trovare programmi che ci piacciano».
Televisione volgare, italiani volgari?
«La volgarità – sotto le forme più diverse: il denaro facile, il sesso postribolare, la corruzione – è l´ombra del nostro paese. Ma non esagererei nel demonizzarla. Nei momenti di vera crisi gli italiani sono sempre risultati al di sopra del giudizio espresso su di loro».