lunedì 17 maggio 2010

Repubblica 17.5.10
Il salone dei record
Pubblico e vendite tutti in fila per i libri-star
A Torino crescono le presenze: "Battuta la crisi"

TORINO - Il Salone internazionale del Libro, capitolo 2010, si appresta a chiudere i battenti nel segno dei record e volge la prua verso il 2011, quando si celebrerà la memoria e il futuro dell´Italia, in occasione dei 150 anni dell´unità nazionale. I numeri, certo, li danno gli organizzatori, e di questi bisogna necessariamente fidarsi.
Si traducono in un aumento di pubblico, a ogni modo, che rispetto all´edizione dell´anno scorso dovrebbe toccare il 20 0 30 per cento in più. Significa oltre 310-320 mila biglietti staccati, che dovrebbero emulare o superare la Librolandia finora ritenuta migliore, quella del 2006. Basti dire che, nella sola giornata di sabato, si sarebbe registrata una crescita di presenze del 30 per cento. Sono andate bene pure le vendite di libri, gli editori sono contenti e si parla di un 20 o 30 per cento in più in confronto a quelle del 2009. Felici poi i promotori dell´International Book Forum, dove si scambiano diritti editoriali e audiovisivi: 3 mila e rotti contatti quotidiani e 7500 incontri, ossia 1500 in più se si paragonano con le cifre dell´anno scorso.
Le polemiche non sono mancate, soprattutto quelle innescate dall´appello degli editori italiani contro il disegno di legge sulle intercettazioni. Pochissimi esponenti del mondo politico al Lingotto. Era atteso il figlio di Bossi, non è venuto. Si vociferava dei ministri Bondi e Tremonti, ma non sono visti. Soltanto un ministro, pertanto, cioè Sacconi, e il sottosegretario Giro. Era anche il primo salone ai tempi della Lega, che governa il Piemonte. Tuttavia lo sbarco padano è stato contenuto, quasi in punta di piedi. Si vedrà che cosa accadrà nel fatidico 2011. Il paese ospite d´onore sarà proprio l´Italia, che dovrebbe avere un padiglione nuovo tutto per sé, l´"oval". Sarà di scena anche la Russia e probabilmente la Slovacchia. Un ostacolo potrebbe venire però dalla nuova giunta regionale piemontese a guida leghista, che ha già annunciato di voler procedere a drastici tagli nei finanziamenti alla cultura: si parla di 34 milioni di euro in meno. Non si sa finora se riguarderanno la Fiera del Libro proprio nella sua edizione dedicata all´Unità d´Italia.
Resta il fatto che Rolando Picchioni, timoniere della fiera insieme a Ernesto Ferrero, non nasconde la sua felicità: «Siamo il solo Salone del Libro in controtendenza: gli altri, in Europa, a cominciare da quello di Parigi, patiscono la crisi, mentre per noi crescono presenze e vendite».
(m.n.)

l’Unità 17.5.10
La denuncia di Hrw: immagini satellitari e video documentano distruzioni massicce senza motivi militari: «Ora i responsabili paghino»
Gaza, la vendetta israeliana: ridotte in macerie le case palestinesi
di Umberto De Giovannangeli

l’Unità 17.5.10
Nella Striscia ormai c’è uno Stato dell’apartheid»
di U. D. G.
qui
http://www.scribd.com/documents/31468841/l-Unita-17-5-10-pp-22-23

Repubblica 17.5.10
Azione civica contro il bavaglio
di Stefano Rodotà

Nessun sistema democratico, per malandato che sia, può fare a meno di una opinione pubblica informata, consapevole, reattiva. Altrimenti si scivola verso la democrazia d´investitura, si trasforma il popolo in "carne da sondaggio".
E torna d´attualità la critica di Jean-Jacques Rousseau: «Il popolo inglese crede d´essere libero, s´inganna, non lo è che durante l´elezione dei membri del Parlamento; non appena questi sono stati eletti, esso diventa schiavo, non è più nulla». Dobbiamo malinconicamente constatare che nell´Italia di oggi anche quella libertà elettorale è stata sequestrata, visto che la "legge porcata" ha trasferito alle oligarchie dei partiti quella scelta dei parlamentari che dovrebbe essere nelle mani degli elettori?
A temperare questo pessimismo sono intervenuti nelle ultime settimane alcuni fatti che mostrano un risveglio dell´opinione pubblica e i nuovi modi in cui essa si organizza e si manifesta. Decine di migliaia di persone sostengono un appello contro "la legge bavaglio" su intercettazioni e divieto di pubblicazione di atti giudiziari. In poco più di tre settimane si è vicini al traguardo del mezzo milione di firme necessarie per il referendum sull´acqua come bene comune. Le dimissioni del ministro Scajola non sarebbero venute senza una reazione popolare, così forte che qualche giornale ha dichiarato d´aver abbandonato la difesa del ministro tante erano state le proteste dei lettori. Ed è significativo che un uomo con orecchio assai sensibile ai rumori provenienti dalla società, Silvio Berlusconi, abbia mutato strategia e dichiari che non vi sarà «nessuna indulgenza e impunità per chi ha sbagliato», senza trincerarsi dietro l´abituale argomento dell´aggressione giudiziaria e del complotto mediatico. Questi fatti suggeriscono quattro considerazioni di carattere generale.
1) Improvvisamente è stata riscoperta la responsabilità politica. Era scomparsa da decenni, con l´argomento che i politici dovevano farsi da parte solo quando sul loro conto vi fosse stato un accertamento giudiziario, possibilmente definitivo. Questo era diventato lo scudo protettivo di schiere di politici. Proprio il caso Scajola, invece, ha messo in evidenza che esistono comportamenti che, pur non avendo rilevanza penale, sono incompatibili con funzioni pubbliche. Conclusione ovvia in altri paesi, ma che in Italia aveva guadagnato l´accusa di moralismo a chi la ricordava e aveva spinto ad arrampicarsi sugli specchi con distinzioni tra reato e peccato. Ora le cose sembrano tornate ad essere chiare. La responsabilità politica è diversa da quella penale, e dovrebbe essere interesse proprio del ceto politico farla valere, per riguadagnare credito presso l´opinione pubblica e non lasciare alla magistratura il ruolo di giudice unico della legittimità della politica.
2) Per evitare, però, che il caso Scajola rimanga una eccezione, è indispensabile salvaguardare le condizioni che hanno reso possibile il ritorno della responsabilità politica: la trasparenza, l´informazione libera. Non ripeteremo mai abbastanza che nulla si sarebbe saputo delle fortune immobiliari di Scajola se fosse stata in vigore la legge che la maggioranza vuol fare approvare. Di questo è divenuta consapevole una opinione pubblica larga, che aderisce ad appelli, si organizza in rete, si manifesta nelle posizioni di magistrati, giornalisti, editori. E questa reazione mette in luce la contraddizione in cui s´impigliano maggioranza e Berlusconi: si parla di una legge anticorruzione e si proclama la tolleranza zero contro i corrotti, ma poi si fa esattamente l´opposto, rendendo impossibile la conoscenza di tutto quel che riguarda le inchieste giudiziarie per un tempo così lungo che sterilizzerebbe ogni anticorpo democratico. A proposito di una vicenda ancora oscura sulla quale ha richiamato l´attenzione il Presidente della Repubblica, l´abbattimento nel 1970 di un aereo civile sopra Ustica, si è calcolato che, con la legge in discussione, sarebbe stato lecito pubblicare le notizie solo nel 2000, trent´anni dopo, rendendo così impossibile anche l´impulso alle indagini venuto dall´opinione pubblica. Bisogna aggiungere che, discutendo della legge, si devono considerare due questioni diverse, ma collegate: i limiti al potere d´indagine della magistratura e il divieto radicale di informare i cittadini. Infatti, anche se alla magistratura fossero restituite tutte o quasi le possibilità di ricorrere alle intercettazioni, questo sarebbe un successo solo parziale, e per certi versi ingannevole, se poi l´opinione pubblica rimanesse condannata all´ignoranza.
3) Lo straordinario successo della raccolta delle firme per il referendum sull´acqua dovrebbe insegnare molto sul modo in cui si può costruire l´agenda politica. È affidata solo alle prepotenze della maggioranza e alle esitazioni dell´opposizione? Si risolve tutta nello spazio mediatico? O può essere anche il risultato di iniziative dei cittadini? La vicenda referendaria consente di rispondere in modo affermativo a quest´ultima domanda. Fino a ieri dell´acqua si discuteva, se ne occupavano benemeriti parlamentari, ma la politica era sostanzialmente disattenta, ignorava una legge d´iniziativa popolare firmata da quattrocentomila persone e venivano approvate norme senza una vera discussione pubblica. È bastato l´annuncio del referendum perché questo panorama cambiasse, non solo creando una grande mobilitazione, ma anche suscitando discussioni sui rischi del referendum e sulla necessità di seguire piuttosto la via parlamentare. Nell´agenda politica è comparso il tema, ineludibile, dell´acqua. Se senatori e deputati pensano che la via parlamentare sia la migliore, possono percorrerla e hanno tempo fino alla primavera del 2011, epoca in cui si dovrebbe andare a votare sul referendum. Ma sono stati i cittadini a dettare i tempi, e alle loro indicazioni i parlamentari non possono sottrarsi.
4) Grandi temi sono davanti a noi. La conoscenza come bene comune, l´acqua (e non solo) come bene comune. Qui le persone mostrano consapevolezza maggiore del ceto politico. E qui nasce una serie di domande. È necessario trovare forme di collegamento che consentano ad un´opinione pubblica avvertita di dare continuità alle sue iniziative grazie alle opportunità offerte da Internet? Sta nascendo un sistema di comunicazione che, sia pure in forme ancora deboli, può cominciare a riequilibrare la prepotenza di un sistema televisivo che Berlusconi occupa militarmente nei momenti decisivi della vita politica? Le iniziative di questi giorni e il caso di Raiperunanotte, la trasmissione organizzata da Santoro nel silenzio elettorale, non sono esempi su cui ragionare? Non dice nulla lo sbarco di Berlusconi su Facebook, segno evidente che sulle reti sociali comincia a giocarsi una partita politica decisiva? Si può ignorare che il Trattato di Lisbona mette a disposizione dei cittadini europei un potere d´iniziativa collettiva che potrà essere sfruttato in pieno solo predisponendo strumenti adeguati? A queste domande si risponde ragionando, ma soprattutto con iniziative permanenti di azione civica.

Repubblica 17.5.10
Se declina la fede nella Chiesa
E nell´anno orribile del Vaticano la fiducia nel Papa scende ai minimi
di Ilvo Diamanti

Solo per il 47% degli italiani la Chiesa è ancora una istituzione credibile
Divisioni interne e lentezza nelle reazioni: queste le cause del progressivo declino

IERI i fedeli hanno voluto far sentire al Papa la loro solidarietà e il loro sostegno, raccogliendosi, in massa, intorno a lui, a piazza San Pietro. D´altronde, la fiducia nella Chiesa e in Papa Benedetto XVI è scesa sensibilmente, nell´ultimo anno.
Espressa, in entrambi i casi, dal 47% degli italiani, secondo il sondaggio di Demos. Una tendenza accentuata dalla lunga catena di scandali dell´ultimo anno. Prima, le dimissioni del direttore dell´Avvenire, Dino Boffo, in base ad accuse rivelatesi infondate. Poi, gli episodi di abuso sessuale sui minori, che hanno coinvolto esponenti del clero – basso, medio e alto. In diversi paesi. Dagli USA all´Irlanda. Dalla Germania al Belgio. Al Brasile. All´Italia. Avvenimenti del passato, esplosi di recente.
Per questo non stupisce il calo di credibilità dell´ultimo anno: 3 punti percentuali in meno, la Chiesa; 7 il Papa. Un declino, peraltro, che dura da anni. Rispetto al 2005 (quando è stato eletto Ratzinger) la fiducia nella Chiesa è scesa di 14 punti. Mentre negli ultimi due anni il consenso verso Benedetto XVI si è ridotto di 9 punti percentuali. Senza considerare Papa Wojtyla, il cui credito, nel 2003, era superiore di circa 30 punti. Ma Wojtyla costituiva – e costituisce – un caso difficilmente ripetibile. Per le vicende che ha attraversato (la caduta del Muro e del comunismo, l´attentato…). E per la sua personale e straordinaria capacità di "comunicare" se stesso – attraverso i suoi viaggi e la sua sofferenza. Così, se la Chiesa e lo stesso Pontefice costituiscono ancora un riferimento importante, per la società italiana, la loro capacità di attrazione appare indebolita. Per ragioni che vanno oltre gli scandali recenti. I quali, tuttavia, pesano.
Il sondaggio di Demos sottolinea, infatti, come una larga maggioranza di italiani – il 62% - consideri inadeguata la risposta della Chiesa di fronte agli episodi di pedofilia. Volta, fino a ieri, a minimizzare il fenomeno. Questo giudizio risulta prevalente anche tra i cattolici praticanti, anche se è meno diffuso: 44% (mentre il 29% considera le accuse strumentali, finalizzate a screditare la Chiesa). Ma è condiviso da oltre i due terzi dei cattolici che dichiarano una frequenza sacramentale saltuaria. Cioè: la larga maggioranza di essi (e della popolazione). Si tratta di un orientamento politicamente trasversale. Si riduce solamente al centro. Fra gli elettori dell´Udc.
Come interpretare questo largo dissenso verso l´azione della Chiesa intorno a un fenomeno che, da tempo, è oggetto di denunce ripetute? E, soprattutto, perché – proprio oggi - intacca in modo tanto profondo la credibilità della Chiesa?
La prima spiegazione chiama in causa proprio il "tempo". Troppo tempo, infatti, è passato prima di prendere i provvedimenti necessari, in modo deciso, senza indulgenza. Troppo tempo. Per cui oggi, che nel muro di silenzio del passato si è aperto (più di) un varco, le notizie irrompono, tutte insieme. Invadono i media con un effetto devastante. La stessa condanna del Papa, implacabile. Il suo vagare, per il mondo, dolente, a chiedere perdono alle vittime e ai loro familiari. Agiscono da amplificatori. Fino, quasi, a tracciare una scia di vergogna.
Un secondo ordine di motivi riguarda la Chiesa stessa. Questi episodi, infatti, la indeboliscono perché essa è più debole che in passato. Divisa, al suo interno. Attraversata da tensioni e conflitti. Fra le gerarchie vaticane e la Cei. Ma anche tra le diverse componenti del mondo associativo. Tra le diverse "voci" e i diversi media cattolici. Giornali, emittenti, riviste… Papa Benedetto XVI, in occasione del suo recente viaggio a Fatima, è stato, al proposito, esplicito. E durissimo. Quando ha scandito che: «Le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall´interno della Chiesa. (…) La più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Un concetto ribadito ieri, a piazza San Pietro. Contraddicendo – come ha sottolineato Sandro Magister (nel documentatissimo sito: www.espressonline.it) - «i giudizi espressi da molti ecclesiastici, secondo i quali la Chiesa soffre primariamente per gli attacchi che le vengono portati dall´esterno».
Ciò suggerisce, esplicitamente, una terza ragione. Collega il declino della fiducia nella Chiesa alla sua presenza "istituzionale" nella società. Interpretata, in particolare, dal clero. È, infatti, da tempo che, soprattutto in Italia, i seminari sono vuoti. La crisi di vocazioni è acuta, irreversibile. Non a caso, nelle parrocchie, la presenza di preti provenienti da paesi del Terzo Mondo è sempre più ampia. Segno evidente della profonda crisi di legittimazione sociale che, da tempo, ha colpito la figura del sacerdote (come ha argomentato il sociologo Marco Marzano). Fare il prete, da noi, non garantisce benefici né riconoscimento di status. Il che rende più difficile "reclutare" – e soprattutto "selezionare" - figure credibili e credute, in grado di farsi ascoltare. Tanto più di fronte a regole di accesso alla missione (o, in termini laici, alla "professione") tanto selettive e dure. Come il celibato. Oggi incomprensibile: per la società e per la stessa comunità dei cattolici. Visto che i due terzi degli italiani e oltre la metà dei cattolici praticanti si dicono d´accordo sulla possibilità, per i preti, di sposarsi. Così i comportamenti devianti, nell´ambito del clero, oltre che più diffusi, sono divenuti intollerabili (e intollerati). Impossibili da nascondere e minimizzare.
Da ciò l´impressione che oggi la Chiesa, come istituzione, si scopra inadeguata rispetto al proprio compito. Che le stesse regole, costruite e imposte, storicamente, per rafforzare il proprio "rapporto con il mondo", oggi la rendano, più vulnerabile. Che, per questi motivi, svolgere la "professione" – oppure, se si preferisce, la "missione" – di prete sia divenuto sempre più difficile – e, al contempo, meno credibile. Se, per citare di nuovo il Papa, le peggiori sofferenze "vengono proprio dall´interno", allora la Chiesa, più che dalla società, deve difendersi da se stessa.

Repubblica 17.5.10
Shoah
"Io come Littell perché i nostri libri sono scandalosi"

"Il testimone inascoltato" di Haenel ha diviso la Francia: ora esce in Italia "Noi giovani abbiamo un altro rapporto con la storia"
"Do voce a Karski che aveva spiegato agli alleati, nel 1943, la portata dell´Olocausto"
"Sostengo che si poteva intervenire prima. Non capisco le accuse che mi ha fatto Lanzmann"

PARIGI. Testimoniare, per i testimoni. «Nei prossimi anni, scompariranno gli ultimi sopravvissuti della Shoah. Cambierà il nostro rapporto con la memoria e sono convinto che il ricorso alla finzione diventerà inevitabile». Yannick Haenel fa parte di quei giovani scrittori che non hanno paura di affrontare la pagina più buia del Novecento con gli occhi del romanziere. Il testimone inascoltato (Guanda, pagg. 163, euro 15) racconta la storia di Jan Karski, militante della resistenza polacca, cattolico fervente, ma soprattutto "messaggero" degli ebrei durante l´occupazione nazista. Karski aveva visto gli sterminatori all´opera. Sapeva. Per due volte, nel 1942, era entrato nel ghetto di Varsavia e in un campo di concentramento. Ma, soprattutto, è stato uno dei primi testimoni diretti dell´Olocausto a poter raccontare la verità agli alleati, incontrando gli emissari dei governi di Londra e Washington e persino Theodore Roosevelt nel 1943. Davanti a Karski, il presidente americano si sofferma a guardare le gambe di una segretaria. E´ un´invenzione letteraria che permette a Haenel di evocare la "colpevole inerzia" degli alleati di fronte alla Shoah. "Lo sterminio degli ebrei – scrive l´autore – non è un crimine contro l´umanità ma un crimine dell´umanità".
Non le sembra eccessivo parlare di responsabilità dell´Occidente?
«Storicamente sappiamo che non c´è stata nessuna reazione rilevante da parte degli occidentali tra la fine del 1942 e l´inizio del 1944, quando Roosevelt lancia l´avvertimento ad Hitler sugli ebrei d´Europa. La Shoah è una responsabilità del nazismo. Ma il tempo di reazione degli occidentali è stato, obiettivamente, molto lungo. Gli storici oggi ammettono che nell´amministrazione statunitense c´erano molti funzionari antisemiti che filtravano o insabbiavano le informazioni su quello che accadeva in Europa. Le cose sono un po´ più complicate di come ce le hanno raccontate. E credo, anche, che usare la parola "vittoria" nel 1945 sia stato in qualche modo indecente».
Perché ha scelto una struttura narrativa che mischia documenti a finzione?
«Non dimenticherò mai la prima volta che ho visto Jan Karski. Era nel film di Claude Lanzmann, Shoah. Le immagini sono del 1977, quando lui ormai vive in America, dove insegna. Davanti alle telecamere, non riesce a parlare. Sono trentacinque anni che non viene interrogato sul suo ruolo di "messaggero" dell´Olocausto. Alla prima domanda, esce dal campo visivo. Quel posto vuoto mi ha profondamente colpito. Volevo riempire il suo silenzio. Ma per farlo ho voluto raccontare di nuovo ciò che Karski aveva detto nella sua biografia, uscita nel 1944, e poi nell´intervista di Shoah. Il libro ha tre parti: parola, scrittura, silenzio. Il lettore che arriva al terzo capitolo sa tutto quello che c´è da sapere su Karski. Io gli faccio una proposta di finzione. Si può accettare o rifiutare».
Lanzmann l´ha criticata duramente, accusandola di plagio e di aver scritto una "falsificazione storica".
«Sono rimasto sorpreso dai suoi attacchi, immaginavo anzi che prendesse il libro come un omaggio al suo lavoro. Sul plagio non credo valga la pena rispondere. Ho fatto delle citazioni, come si fa abitualmente. Più seriamente, credo che Lanzmann, come molti intellettuali della sua generazione, non riesce ad accettare che si sia arrivati a un´altra fase della riflessione sulla Shoah. Parte degli archivi storici sono stati aperti e credo sia doveroso adesso tentare nuovi approcci di analisi. Qualche mese fa, Lanzmann ha anche mostrato nuove immagini della sua intervista a Karski per contraddire il mio libro. In realtà, io ci ho visto confermata la delusione di questo straordinario testimone inascoltato».
Lei fa pronunciare a Karski accuse molto pesanti contro gli alleati, frasi che lui non ha mai detto.
«Negli anni Ottanta, Karski scrisse in una rivista che i governi alleati avevano abbandonato gli ebrei. Ha usato queste parole esatte. Non ho fatto altro che sviluppare questo concetto. Sono entrato nella testa di Karski perché lui è morto nel 2000 e non ho avuto l´opportunità di fargli altre domande. La finzione può essere uno strumento della conoscenza. Come può uno storico parlare del lutto, della disperazione, della debolezza? Il romanziere invece può tentare di farlo».
Roosevelt che sbadiglia davanti al racconto del ghetto di Varsavia. La sua è una provocazione.
«Sull´incontro con Roosevelt ci testimonianze contraddittorie. Anche Karski ha dato versioni diverse. Certamente ho pensato a questa scena come un elettroshock. Volevo fosse un´allegoria dell´abbandono. Credo che Karski abbia vissuto una violenza guardando l´inerzia degli alleati di fronte al suo messaggio».
Prima Jonathan Littell, con Le Benevole, ora lei. La Shoah diventa materia di romanzi, con tutti i rischi che comporta.
«Ho 43 anni, la stessa età di Littell. Molti scrittori della mia generazione hanno un nuovo rapporto con la Storia. Siamo attratti da una memoria che ci appartiene, per ovvie ragioni anagrafiche. Abbiamo un gesto narrativo più libero, disinibito. Io la chiamo finzione "etica", parte dai documenti per andare oltre. C´è una parte di verità che è, per sua natura, irrappresentabile, ed è la parte del romanziere. Gli ultimi testimoni stanno scomparendo, la finzione diventa sempre più inevitabile per tramandare la memoria. Ovviamente ci sono dei rischi. La finzione è come un esplosivo, può anche far saltare tutto».
Perché Karski è rimasto un testimone inascoltato?
«All´epoca, il suo messaggio era irricevibile. Qualcuno che nel 1942 parla di Olocausto non può essere compreso. Il messaggio di Karski creava la vertigine della verità. Eppure sappiamo ormai che l´amministrazione americana era al corrente di quello che stava accadendo. Una delle idee del mio libro, certo discutibile, è che gli Alleati non abbiano voluto soccorrere gli ebrei d´Europa perché, tecnicamente, volevano privilegiare l´alleanza con l´Unione sovietica e la strategia militare. L´aiuto agli ebrei era secondario. Anzi, dal 1943, Karski è diventato persino un testimone scomodo perché in qualche modo disturbava i piani degli alleati. Il nuovo mondo nato nel 1945 è fondato su una menzogna, o su un silenzio che abbiamo il dovere di indagare».

Repubblica 17.5.10
Scalfari: "Più dei barbari temo gli imbarbariti"
"Da ragazzo avevo preso di Nietzsche solo la teoria del Superuomo. Oggi lo vedo come la bomba che mina la modernità"
di Massimo Novelli

«La modernità è un epoca, quella che mette in discussione gli assoluti. E come epoca, è finita». Oggi arrivano i «barbari», che si definiscono così non in modo spregiativo o limitativo, bensì nel senso che gli davano i greci antichi: gente, dunque, che parla una lingua a noi estranea, incomprensibile. Sono «il nuovo che arriva, sono la nuova epoca». Non «amano leggere libri, non amano la parola scritta. Non contestano, come facevamo noi, i valori dei nostri nonni e dei nostri padri per cambiarli: non lo fanno semplicemente perché non vogliono nuovi valori. Vogliono ricominciare da zero, il che è pure importante. Se li faranno da soli, i valori».
I barbari, comunque, sono pur sempre «un fattore vitale», mentre ben altra cosa sono gli «imbarbariti». Oggi ce n´è una molteplicità di «imbarbariti», che imbarbariscono i nostri valori. Per questo «li dobbiamo combattere». Gli «imbarbariti» non sono presenti in Per l´alto mare aperto (Einaudi), l´ultimo libro di Eugenio Scalfari, che è un viaggio, un´esperienza, dalla nascita alla decadenza della modernità, intrapresi tra Cartesio e Montaigne, Spinoza, Kant e Hegel, Diderot e Nietzsche, Ulisse e Don Chisciotte. Il fondatore di Repubblica, tuttavia, fa emergere l´imbarbarimento in virtù di una domanda partita dalla platea affollatissima del Salone del Libro di Torino, dove ieri ha dialogato con Ernesto Franco e Antonio Gnoli.
È un pomeriggio intenso, di riflessioni e d´interrogativi, quello che nella Sala Gialla del Lingotto, davanti a una folla silenziosa e attenta, prende l´avvio dall´avvento della modernità che Scalfari identifica piuttosto che con la scoperta dell´America con Montaigne e i suoi Saggi, sul finire del secolo XVI, in quanto rappresentano «il pensiero che pensa la modernità». La ricognizione si chiude con Nietzsche. La "bomba" innescata da Montaigne nell´universo dell´assoluto e della metafisica, in ogni caso, scoppia quando il filosofo tedesco annuncia che «Dio è morto e noi l´abbiamo ucciso». Rifacendosi a un recente commento del direttore de L´Osservatore Romano, che interpretava da cattolico quell´affermazione sulla morte di Dio, e sul fatto che siano stati gli uomini a ucciderlo, l´autore di Per l´alto mare aperto avverte, pur senza volere intaccare l´autorevolezza del giornalista vaticano: «Nietzsche dice che abbiamo ucciso ciò che abbiamo creato. Siccome noi abbiamo creato Dio, siamo in grado di ucciderlo».
C´è molto Nietzsche nel ragionamento di Scalfari, nel colloquio con Franco e con Gnoli. Quel Nietzsche che è «una malattia», che spezza «il centro», l´io irrigidito, e sostiene che è ovunque. Come tutte le malattie, del resto, ha vari stadi, diversi gradi di lettura. Cambia il nostro modo di leggere, come dice Montaigne «siamo noi che cambiamo. Io l´ho letto tre volte, lo leggerò ancora». Racconta che in gioventù lo lesse in una maniera assai differente da quelle che sarebbero seguite: «Ero allora uno studente fascista, scrivevo sui giornali del Guf, portavo una stupenda divisa che piaceva alle ragazze. Un giorno fui convocato dal segretario del partito. Quando fui davanti a lui mi strappò le spalline, me le gettò in faccia e mi espulse. Restai sbalordito, credevo di essere fascista. Così mi domandai se era lui a essere diventato antifascista, oppure se lo ero diventato io. Dico questo perché, a quell´epoca, avevo letto Nietzsche da fascista: il superuomo che prende il potere e schiaccia i deboli».
Il pomeriggio con Scalfari si conclude tra domande e applausi. Con quei «barbari» che «non si possono distruggere perché sono il nuovo che arriva», quelle ««isole» dell´epoca della modernità che «resistono, circondate». E con quegli «imbarbariti» che frantumano i valori che sopravvivono, ma che sono un buon motivo per combattere un´estrema battaglia di civiltà.