l’Unità 18.5.10
Il regno dei barbari
L’era moderna in Italia è finita, dice Scalfari Ma la vera domanda è un altra: sono gli invasori incolti ad aver vinto o è la sinistra ad aver perso?
Nicola Tranfaglia
Eugenio Scalfari, ospite in una trasmissione televisiva per il suo ultimo libro, ha detto che in Italia l’era moderna è finita e che siamo in un’età contemporanea abitata e dominata dai barbari. Constatazione condivisibile ma fino a un certo punto. Chi ha vissuto con strumenti storici la crisi del vecchio sistema politico del ’92-94 e l’ascesa di Berlusconi non può dimenticare che sono stati proprio molti “moderni”, di cui parla Scalfari, a favorire l’arrivo dei barbari con i loro gravi errori a sinistra come, altrettanto, a destra. E ancora, mentre i barbari ormai impazzano, assistiamo ai soliti scontri tra moderni che assomigliano ai barbari e ripetono all’infinito le vecchie lotte di potere, sempre le stesse.
Affronta la contraddizione di questo periodo con armi più leggere, ma per certi versi più efficaci, un giornalista colto come Piero Dorfles, immaginando di essere un dinosauro di fronte ai barbari di oggi e scrivendo un saggio assai godibile che si intitola Il ritorno del dinosauro. Una difesa della cultura (Garzanti, pp.205, 18 euro) e che mette in luce l’atteggiamento molto negativo delle classi dirigenti, soprattutto di governo, sull’istruzione, sull’università e sulla ricerca, quindi sulla cultura degli italiani.
Da questo punto di vista, vale la pena parlare di un documento straordinario come il Carteggio Pannunzio-Salvemini 1949-1957 (pp 190) edito dall’Archivio Storico della Camera dei Deputati, che rievoca l’incontro felice che si realizza in un periodo difficile, come quello del dopoguerra caratterizzato da un’aspra guerra fredda in cui è immersa l’Italia, tra lo storico pugliese Salvemini, appena tornato dal lungo esilio americano per sfuggire al fascismo, e il giornalista italiano Mario Pannunzio che aveva ripudiato il passato fascista e credeva a una repubblica democratica come quella costruita dall’Italia con la Costituzione del 1948.
Le diffidenze iniziali, che pure c’erano state nel primo incontro, erano state fugate dalla comune volontà delle due personalità che avevano una fede comune nella democrazia occidentale dopo lo scoppio della guerra fredda e Salvemini decide di collaborare al Mondo, il nuovo settimanale fondato da Pannunzio che rappresenta, come osserva a ragione Massimo Teodori nel suo saggio introduttivo, «la reazione alla crisi della forze di democrazia laica emarginate nel 1948» dal governo De Gasperi che si preparava a sostenere, con la cosiddetta “legge truffa” una battaglia mortale il 18 aprile 1948 con i partiti socialista e comunista costretti dalla guerra fredda a passare all’opposizione anche per la loro vicinanza all’Unione Sovietica.
In quello scontro la Democrazia Cristiana non vinse, perché la legge truffa non scattò, ma riuscì a tenere all’opposizione i partiti della sinistra e si aprì un scontro a lungo termine tra le esigenze costituzionali dell’opposizione e le ragioni della democrazia repubblicana.
Il settimanale di Pannunzio, a sua volta, tenne diritta la barra tra la battaglia per i diritti civili e una democrazia avanzata, continuando peraltro a difendere le ragioni dell’alleanza occidentale contro il blocco orientale e filosovietico.
Il carteggio è ricco di notizie sulle grandi campagne giornalistiche condotte dal settimanale per un’Italia consapevole della sua migliore tradizione democratica e furono alla base di quei convegni del Mondo sulla libera concorrenza, sui monopoli, sullo Stato imprenditore, sulla corruzione, sulle interferenze del Vaticano, che avrebbero preparato, assai meglio di altri dibattiti, la nascita del centro-sinistra e di quella che negli anni sessanta sarebbe stata, pur con le sue inevitabili contraddizioni, la stagione delle riforme possibili nella difficile situazione internazionale.
Furono l’espressione di una mentalità illuministica (su cui sono preziose le Lezioni illuministiche di Enzo Ferrone edite da Laterza (200 pagine, 22 euro) che oggi manca nelle classi dirigenti e che è all’origine, non soltanto del fanatismo e degli scontri feroci all’interno della classe politica, ma anche di un tatticismo esasperato che ha sostituito, grazie al tramonto delle grandi ideologie palingenetiche, il modo di agire dei governi e dei partiti.
Capita spesso anche a chi scrive di aver nostalgia di quella grande stagione di tre secoli fa in cui un gruppo di illuministi in Francia, ma anche in Italia, superò l’epoca feudale e l’ancien regime e aprì la strada alla modernità e alla democrazia. Ma possiamo sperare, oggi, in un ritorno dell’illuminismo?
l’Unità 18.5.10
D’Alema liquida il governo d’emergenza: discussione prematura
Prosegue la polemica con De Benedetti per il libro-intervista «Anche a sinistra disprezzo per la politica, sono dei berluschini»
di Simone Collini
In questa decina di giorni in cui Massimo D’Alema ha girato il Brasile per convegni e conferenze, sono successe le seguenti cose: Dario Franceschini, che l’ha più volte attaccato per la mano tesa all’Udc e per il considerare Fini un «interlocutore», ha aperto al governo d’emergenza (e ieri ha anche avuto col presidente della Camera un lungo colloquio a quattr’occhi); Walter Veltroni, che da segretario Pd non ha mai visto di buon occhio Italianieuropei e Red, ha varato la Fondazione Democratica rispondendo con un evasivo «vedremo cosa succede tra tre anni» a chi gli domandava se intenda candidarsi per la premiership; l’editore del gruppo l’Espresso Carlo De Benedetti ha accusato in un libro il presidente del Copasir, insieme a Bersani, di star «ammazzando» il Pd, nonché di essere peggiore di Berlusconi perché «almeno Silvio ha fatto qualcosa, D’Alema e quelli come lui non hanno fatto niente».
Il presidente di Italianieuropei rientra a Roma e prima ancora di riprendersi dal cambio di fuso orario partecipa alla presentazione dell’ultimo libro del professor Michele Prospero («Il comico della politica», casa editrice Ediesse) e in una mezz’ora di intervento a ognuno dà il suo. Il governo d’emergenza «senza e oltre Berlusconi»? «Al governo c’è Berlusconi e non mi pare intenzionato a sgombrare il campo», dice D’Alema definendo quella che si è aperta «una discussione abbastanza prematura», anzi, di più, «dibattiti che apriamo tra di noi allo scopo di creare problemi tra di noi, scopo sempre perseguito con successo pieno». Perché se pure il periodo di solidarietà nazionale diede frutti mai visti nella Seconda Repubblica e se pure con i governi tecnici dei primi anni ‘90 «il paese è stato governato» meglio che negli ultimi 16 anni, oggi non c’è nulla di simile in campo: «La situazione del Paese è grave, c’è una crisi morale della classe dirigente, e un grande partito di opposizione deve prendersi le proprie responsabilità, ma non almanaccando soluzioni che non esistono. Ora questi dibattiti non servono a niente».
E allora cosa può fare il centrosinistra per battere il centrodestra? D’Alema parte da quello che non deve fare, ovvero «accettare l’ideologia dell’avversario», fare come chi ha «teorizzato il nuovismo andando incontro ad esiti catastrofici», puntare alla «investitura diretta del capo da parte del popolo cancellando tutte le mediazioni», pensare che basti trovare un leader «come Berlusconi, solo più giovane e con un più bel sorriso». L’attacco più evidente, anche se non ne cita il nome, è a De Benedetti: «In nessun paese del mondo si oserebbe dire di un uomo politico che non ha combinato niente perché ha fatto solo politica. In Francia nessuno lo direbbe di Sarkozy». E allora non solo Berlusconi ha operato in «un campo abbondantemente destrutturato», «arato» da una «borghesia intellettuale» sedicente di sinistra che ha profuso un pari «disprezzo per la politica e un’esaltazione acritica della società civile»: «Ci sono anche nel nostro campo imprenditori che vogliono condizionare la politica, dei Berlusconi di serie B, dei berluschini, visti i risultati». Negativi, nel senso. E non potrebbe essere altrimenti: «Per battere Berlusconi serve una battaglia culturale che muova dalla rivalutazione della politica. Il nuovismo, il populismo, la cultura padronale, se accetti l’ideologia dell’avversario hai perso prima di cominciare».
l’Unità 18.5.10
I migranti che lavorano nel paese respingente
Uno scambio ineguale
L 'Italia sta mutando: e ciò accade nonostante tutti gli ostacoli, palesi eocculti, posti in essere dall'attuale legislazione che rende difficilel'integrazione dei migranti nella società italiana.Secondo l'Istat, tra il 2006 e il 2009 la percentuale di lavoratoristranieri è aumentata del 165% (da 85mila a 225mila nuove unità l'anno) etra il primo e il 4 ̊ trimestre 2009, la percentuale è aumentata del 13%. Aun simile incremento contribuisce anche il fatto che gli stranieri sonodisposti ad accettare qualunque compromesso pur di non perdere il posto dilavoro e con esso il permesso di soggiorno.Ma non è tutto. Secondo i dati di Unioncamere, nel 2009 sono nate 14mila nuove partite Iva con titolare straniero e sono stati 600 mila gli stranieri che hanno ricoperto una carica aziendale (titolare, socio,amministratore).Al 31 dicembre 2009 risultavano iscritte 324.749 partite Iva straniere,con un aumento del 4,5% in più rispetto all'anno precedente e su centoimprese individuali, nel 2009, 77 risultano guidate da extracomunitari. Un ulteriore dato significativo è rappresentato dalla presenza femminile tra le partite Iva straniere, una su cinque è infatti intestata ad una donna. Sono tutti dati che meritano di essere meditati con attenzione. Secondo le stime disponibili (dati del 2007), gli stranieri contribuisconoal PIL nazionale con un contributo pari al 9.1%, garantiscono un gettito fiscale non indifferente e contribuiscono in modo significativo anche alle casse previdenziali dell'INPS, alle quali versano un contributo pari al 4% a fronte di un'erogazione di prestazioni pensionistiche a proprio favore pari all'1%. Quel che si dice uno scambio
ineguale.
il Fatto 18.5.10
In piazza dal papa ma guai a parlare di problemi (veri)
In 150 mila ad abbracciare una Chiesa in crisi di credibilità per gli scandali
I numerosi casi di pedofilia e gli scarsi interventi del Vaticano stanno allontanando i fedeli
di Marco Politi
Centocinquantamila in piazza San Pietro per gridare Viva Benedetto XVI! Un Papal-Day al posto di una giornata di iniziativa per le vittime. Ma due terzi degli italiani accusano la Chiesa di insabbiamenti e le vittime si organizzano. Come in America, Irlanda e tante altre parti del mondo sta per nascere anche in Italia un coordinamento tra gli abusati. A Verona, il 25 settembre, si terrà la prima riunione nazionale delle vittime per sensibilizzare l’opinione pubblica e gettare le basi di una rete di collegamento. Il recapito è lacolpa@libero.it e il referente Fiorenzo Bugatti racconta che in pochi giorni “già hanno trovato il coraggio di parlare una dozzina di vittime, che avevano sempre taciuto”.
Promossa dai vertici della Cei, la manifestazione di “affetto e sostegno” a Benedetto XVI ha realizzato un paradossale slittamento. Invece di focalizzare l’attenzione sulle vittime si è scelta la rappresentazione vittimistica di un Papa e di una Chiesa “sotto attacco”. E tra striscioni, palloncini, pullman riempiti di aderenti a Comunione e liberazione, Coldiretti e tante altre sigle, si è rimosso l’imperativo scandito dallo stesso Benedetto XVI: il pentimento non basta, “è necessaria la giustizia”. Ma per fare giustizia bisogna prendere iniziative concrete come è stato fatto altrove. Negli Stati Uniti l’episcopato ha proclamato la tolleranza zero. In Irlanda si sono dimessi vescovi omertosi. In Germania i presuli hanno elaborato “linee guida”. In Austria il cardinale Schönborn ha celebrato nel duomo di Vienna una messa di riparazione per le vittime e ha istituito una commissione di inchiesta, guidata da una personalità indipendente. In Italia la Cei ha promesso “collaborazione” alla magistratura, ma sinora – si attende l’assemblea plenaria del 24 maggio – non ha annunciato pubblicamente misure speciali né ha esortato le diocesi a cercare negli archivi per rintracciare denunce inascoltate. Mentre in altre nazioni sono in azione referenti nazionali e locali, numeri verdi e indirizzi mail per segnaare abusi, l’Italia ecclesiastica sembra dormire il sonno di Biancaneve. Peraltro né l’Osservatore né l’Avvenire hanno mai pubblicato il racconto di una vittima. Eppure dai microfoni di Radio Vaticana il prete anti-pedofilia don Fortunato Di Noto ha informato che dal 2000 al 2010 sono già emersi 80 casi di pedofilia del clero. Altre stime indicano il doppio. Ma ciò che vittime ed esperti sanno perfettamente è che per ogni prete colpevole c’è ben più di un minore abusato. Non a caso il procuratore generale del Sant’Uffizio mons. Scicluna ha mandato dalle colonne di Avvenire un larvato avvertimento ai vescovi d’Italia: “Mi preoccupa una certa cultura del silenzio, che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola”. Gli italiani condividono questa diffidenza nei confronti dell’inerzia delle gerarchie. Il 62 per cento della popolazione (sondaggio Demos&Pi-La Repubblica) è convinto che la Chiesa ha “cercato di minimizzare o nascondere i casi di pedofilia”.
D’altronde da anni, su molte questioni, tra ripetute interferenze sul piano legislativo – dai veti sulla regolamentazione delle coppie di fatto all’opposizione al testamento biologico – la gerarchia ecclesiastica si è allontanata dal senso comune degli italiani. Di conseguenza la fiducia nella Chiesa, assestata ancora all’inizio del 2000 su soglie superiori al 60 per cento, crolla ora al 47 per cento.
Lo stesso sondaggio testimonia che, parallelamente, la fiducia nell’azione di Benedetto XVI è calata a minimi storici: 46,6 per cento. C’era stata un’avvisaglia negli anni scorsi. Rispetto al primo biennio di pontificato l’affluenza alle udienze e agli eventi pubblici di papa Ratzinger a Roma era diminuita di un milione di persone. Il sondaggio odierno sancisce un giudizio di delusione per il pontificato e rivela che dal 2007 papa Ratzinger riesce a convincere la metà scarsa dei cattolici (un 53 per cento fino al 2009). Ancora più catastrofica è la disaffezione della gioventù. Nel 2004 il 66 per cento dei giovani (indagine Iard) si proclamava cattolico, adesso solo il 52.
Il paradosso è che – a differenza di altre crisi da lui personalmente provocate nell’ultimo quinquennio – nello scandalo della pedofilia Benedetto XVI ha tracciato una via di assoluto rigore, riconoscendo la centralità dell’attenzione alle vittime, intimando la denuncia dei colpevoli ai tribunali di Stato, affermando che le “peggiori persecuzioni” vengono dall’interno della Chiesa, chiedendo di combattere il peccato nelle file della comunità cristiana.
Invece, trasformata in “giornata dell’orgoglio cattolico” la manifestazione di domenica, con largo concorso di esponenti del centrodestra fra cui Letta, Schifani, Alfano (perché si tratta di farsi perdonare con il bacio dell’anello le vicende imbarazzanti di escort presidenziali e ruberie milionarie della “cricca”, cresciuta all’ombra del governo berlusconiano), ha riservato poca attenzione alla preghiera dei fedeli, guidata dal cardinale Bagnasco: “Ascolta, Signore, il grido di coloro che sono nel dolore. Perché trovino giustizia e conforto”. Il timbro dell’evento è risultato auto-celebrativo. Sintomatico uno degli animatori dell’evento, il leader di “Rinnovamento nello Spirito” Martinez: “La fede conosce anche le cadute del peccato, ma la Chiesa è viva, la Chiesa sta in piedi”. Formalmente l’adunata è stata organizzata dalla Consulta nazionale, dalle aggregazioni laicali cui aderiscono associazioni e movimenti dall’Azione cattolica a Sant’Egidio, dalle Acli ai Focolarini a Cl. Ma fa riflettere un fenomeno. La gerarchia chiama sempre le organizzazioni cattoliche a mobilitarsi, a votare (o astenersi) ai referendum su temi etici, a manifestare contro leggi dello Stato (vedi il famoso Family Day, fatto per sabotare i Dico di Prodi). Mai che in questi anni la Consulta si sia riunita per far sentire ai vertici ecclesiastici che cosa i fedeli cattolici pensano realmente di coppie di fatto, unioni gay, testamento biologico, fecondazione e malattie ereditarie.
il Fatto 18.5.10
Israele nega l’ingresso
Chomsky: respinto
Funzionari israeliani hanno negato l’ingresso in Cisgiordania, domenica pomeriggio, al filosofo e linguista americano Noam Chomsky, noto anche per le sue posizioni critiche nei confronti della politica israeliana. Chomsky ha definito “regime stalinista” il governo israeliano che gli ha impedito di tenere una lezione all’Università palestinese di Bir Zit, nei pressi di Ramallah.