giovedì 20 maggio 2010

l'Unità 20.5.10
Intervista Marco Bellocchio

«In questa povera Italia
la dittatura è ormai interna alla stessa democrazia»
Il regista Dopo la sua «Lezione di cinema» non riesce a non parlare di politica e tagli alla cultura. E racconta anche del suo nuovo film familiare «Sorelle»
di Gabriella Gallozzi

La crisi. «Chiedono ancora sacrifici alle classi più deboli mentre loro si tolgono il 5%: ridicolo, dovrebbero togliersi il 50%»
I progetti. «La cronaca offre infiniti spunti: il caso Englaro, i finti ciechi che chiedono la licenza per il taxi, il museo con una sola visitatrice...»

Guardate la finanziaria: chiedono ancora sacrifici alle classi più deboli mentre loro si tolgono il 5%. È quasi più ridicolo che vergognoso. E tutto questo di fronte agli operai in cassa integrazione. Ma come? Viviamo nella società dell’immagine, no?! Allora dicessero: eccovi il 50% dei nostri stipendi così guadagnerebbero almeno un po’ di dignità...». Neanche da Cannes è facile parlare di cinema per Marco Bellocchio. Le «urgenze italiane» travolgono tutto. Soprattutto qui sulla Croisette dove ancora risuona l’eco delle polemche di Bondi sul caso Draquila. A distanza di un anno da Vincere, Bellocchio fa ritorno al festival per tenere la sua lezione di cinema davanti ad una platea osannante. Forse un «risarcimento», commenta, o meglio «un riconoscimento» per il suo film su Mussolini che, l’anno passato, uscì a bocca asciutta dal concorso. Ma che la sua rivincita l’ha avuta in seguito nelle sale francesi, nelle critiche entusiaste, nelle vendite in tutto il mondo e, l’ultima, nella vittoria a sorpresa dei David di Donatello.
Il tema del suo film, del resto, è ancora così attuale non solo nell’Italia di Berlusconi, ma anche nell’Europa che svolta sempre più verso l’autoritarismo. «Certo dice Bellocchio la situazione di smarrimento di oggi non è paragonabile a quella del ’22, ma è vero che l’attuale maggioranza lavora molto sulla paura, alla quale contrappone l’uomo forte, decisionista, autoritario. Berlusconi con la tv arriva dappertutto. È il grande fratello. A questo punto non c’è bisogno della dittatura militare: è interna alla stessa democrazia». Come spiegare tutto questo all’estero?
«Gli stranieri si stupiscono della situazione italiana continua Bellocchio -. Eppure Silvio Berlusconi non è un usurpatore, ma è stato votato dalla maggioranza del Paese. Bisognerebbe, piuttosto riflettere sull’atteggiamento della sinistra nei suoi confronti, su questo costante attacco frontale... Se l’obiettivo era scavalcare il cavaliere il tentativo è fallito completamente. Se il mio Vincere l’avessi intitolato Perdere sono sicuro che la sinistra sarebbe stata più contenta».
Il problema dell’opposizione, prosegue il regista, «è l’incapacità di articolare delle alternative. Siamo stati delusi dalla destra e pure dalla sinistra. Ma soprattutto da quest’ultima. Da Bondi certe cose me l’aspetto, non mi offende neanche, è semplicemente inadeguato al suo ruolo. La sinistra però... Penso alla riconferma di Alberoni al Centro sperimentale, per esempio. Non ho niente contro di lui, ma certamente non è uomo di cinema.
Eppure è stato Rutelli a rinnovare il suo mandato. Ecco, ho come l’impressione che, al di là della politica, tutto sia deciso tra amici». Si è toccato davvero il fondo rincara Bellocchio. «E seppure non credo che la Lega conquisterà l’Italia, penso che sia vera la frase tanto di moda «il Pd non ha più la capacità di stare sul territorio». Dovrebbe piuttosto sforzarsi di cambiare davvero al suo interno: per gli ex non c’è futuro. Ci vuole una classe dirigente nuova che col Pci non abbia più niente a che vedere».
Invece ci si continua dividere. Mentre gli attacchi, dall’altra parte si fanno sempre più pesanti. «Brunetta insulta dandoci dei ladri, dei parassiti, convincendo le persone che la cultura non serve a nulla. Nei confronti del cinema, poi, ancora peggio: pensano che quello italiano sia comunista e quindi via, lo rigettano completamente», coi drastici tagli al Fus che sappiamo. Da soli, però «non si va da nessuna parte», dice Bellocchio. «Serve unità, per ricompattare tutto il mondo della cultura, senza ricorrere agli slogan di un tempo che non hanno portato a nulla. Per questo ho aderito al movimento dei Centoautori. Non è piu tempo di barricate, ma come dice Carla Fracci solo l’unione fa la forza. Bisogna rafforzare l’unità nel rispetto delle diseguaglianze e trovare un punto comune».
Puntando ciascuno sulla qualità del proprio lavoro. Come Bellocchio ha sempre fatto, del resto. «A me prosegue non mi interessa l’invettiva, la polemica diretta, la derisione ad personam. Si può fare, certamente, contro Berlusconi, Scajola... figurarsi. Quello che cerco io però è l’approfondimento. Per questo sto pensando ad un film a partire dall’Italia di oggi. Il caso Englaro, per esempio, mi ha colpito come sintesi della disperazione e dell’ipocrisia di questa classe politica che pur di non perdere l’appoggio della chiesa è stata disposta a fare leggi incredibili che poi si sono perse chissà dove». La cronaca di spunti ne offre infiniti. «Penso ancora ai finti ciechi che hanno richiesto la licenza per i taxi. Al museo in Sicilia con una sola visitatrice, al concerto interrotto al Pantheon perché i guardiani avevano finito il turno. Sono tutti casi fra il tragico e il grottesco che potrebbero costituire uno spunto. Al momento però, quello che più lo interessa è Sorelle, «un piccolo film familiare in sei episodi», che racconta il ritorno del regista a Bobbio, nella casa dei Pugni in tasca, insieme ai figli Pier Giorgio e la piccola Elena. E che probabilmente vedremo a Venezia.

Repubblica 20.5.10
Marco Bellocchio accusa l´Italia "Mai eravamo scesi così in basso"
Lo sfogo:"I politici pensano che il cinema è comunista"
Bondi si doveva distinguere e venire al festival: non c´è solo "Draquila", ci sono Luchetti, io...
di Maria Pia Fusco

CANNES. Se il ministro Bondi fosse venuto, avrebbe visto la "sala Buñuel" affollata, soprattutto di giovani, intenti ad ascoltare con grande attenzione la lezioni di cinema di Marco Bellocchio. Avrebbe sentito il calore e gli applausi alle immagini di titoli importanti nel storia del nostro cinema, I pugni in tasca, Nel nome del padre, Salto nel vuoto, L´ora di religione, Buongiorno, notte, Vincere. «Non posso offendermi per la sua assenza, ma si poteva distinguere. Qui non c´è solo Draquila, ci sono io, c´è il film di Luchetti e quello di Frammartino, che, da quanto ho letto, è stato accolto molto bene», dice Bellocchio. Il fatto è che «loro pensano ancora che il cinema sia comunista, che la cultura sia comunista».
Doppio appuntamento ieri a Cannes per il regista. Nella sua lezione, condotta da Michel Ciment, si sofferma sulla fellatio di Diavolo in corpo per illustrare «quanto sia delicato il rapporto tra quello che deve accadere e la sua rappresentazione», spiega la necessità narrativa della sequenza tra padre e figlio in L´ora di religione... Poi nell´incontro con la stampa italiana, il cinema e la politica si intrecciano. «Forse perché mai in Italia la classe politica era scesa così in basso», accusa.
L´essere stato invitato e la presenza in giuria di Giovanna Mezzogiorno «potrebbe essere non un risarcimento ma un riconoscimento per Vincere, che l´anno scorso non ebbe premi, poi è stato un grande successo in Francia, ha avuto critiche positive in America, è uscito e sta ancora uscendo in tanti paesi. Proprio dalla stampa straniera è venuto il paragone Mussolini-Berlusconi. In una situazione di smarrimento c´è la necessità di rifarsi a figure forti, l´attuale maggioranza lavora molto sull´ansia e sulla paura e non vuole intralci. "Lasciateci lavorare", come diceva Tambroni negli anni Sessanta. Mi ha stupito questa nuova finanziaria che chiede sacrifici alle classi più indifese. E poi dicono che loro si taglieranno il 5%. Non hanno il senso del ridicolo? Dite il 50%, oppure "ci toglieremo una mensilità", ma fatelo. In questa società delle immagini sarebbe un segno».
Per Bellocchio «non c´è pericolo di una dittatura in Italia, è diversa l´epoca e sono diversi Berlusconi e Mussolini, che seduceva nobildonne e giornaliste, non aveva bisogno di escort. E non c´è bisogno della dittatura, la televisione arriva ovunque, si può esercitare il controllo anche in democrazia», dice e, alla domanda "come liberarsi di Berlusconi?", risponde: «Mi riconosco il diritto di non saperlo. So che l´opposizione, al di là di rivendicazioni generiche, non fornisce un´alternativa reale. Io sono arrabbiato con la destra e con la sinistra, ma più con la sinistra, perché Bondi so chi è. Non credo che la Lega conquisterà l´Italia, ma è vero che il Pd ha perso il contatto con il territorio. Perché non si sforza di ritrovarlo? Forse per gli ex non c´è futuro, bisogna aspettare una classe dirigente nuova di dirigenti che non siano ex del Pci».

Corriere della Sera 20.5.10
Bellocchio: su Berlusconi la sinistra ha sbagliato tutto
di G.Ma.
qui

il Riformista 20.5.10
Perdere titolo giusto…
Lago ai biopic, da Ceausescu a Carlos
Programma. Giornata all’insegna della politica. Il regista fa lezione: «Per gli ex Pci non c’è futuro tranne Vendola»
Panahi conferma lo sciopero
di Giacomo Visco Comandini
qui

Repubblica 20.5.10
La stampa nemica
di Giorgio Bocca

A differenza di altri sultani che nascondono la spada con cui feriscono i nemici, l´estroverso Cavaliere vuole che lo si sappia che è stato lui a usare i suoi soldi e i suoi poteri per sbarazzare il campo dai critici e da quelli di diverso parere. È stata la sua voce isterica e cattiva a lanciare gli anatemi contro giornalisti e opinionisti che osavano contraddirlo.
A chiedere apertis verbis ai dirigenti della Rai di toglierglieli dai piedi, a non sopportare la presenza dei Montanelli, dei Biagi e di chiunque mettesse in discussione il suo sovrano potere sultanesco. Non stupisce quindi che ora voglia addirittura imbavagliare la libertà di stampa tout-court, chiudere la bocca ai giornali e alla verità.
Si è detto spesso che Berlusconi, a differenza di altri padroni, è un buono, uno che corre al capezzale dei dipendenti ammalati, che li manda in crociera per le vacanze e gli telefona: «Siete belli, siete abbronzati, al vostro ritorno troverete una gratifica, la prossima volta ci sarò anch´io, ho già pronto lo smoking». Certo, è un imprenditore non un gangster, uno che usa le parole più che la violenza, ma non è uno che perdona chi si mette sulla sua strada, prima o poi cerca di eliminarlo. Non lo nasconde, vuole che tutti sappiano che l´incauto ha avuto la sua giusta punizione.
Un intercalare solito del Cavaliere è il «se lei mi consente», come a dire: io sono straricco, strapotente ma profondamente democratico fin dalla nascita: chiedo il permesso anche di sbadigliare, anche di respirare, sorrido sempre anche quando metto alla porta un mio dipendente, anche quando licenzio un allenatore del Milan. Il cavaliere di Arcore è buono, generoso, magnanimo ma i direttori di giornali che non gli piacciono escono dalla comune, si chiamino Montanelli o Biagi. Ci pensano i maestri di cerimonia a congedarli. I maestri delle cerimonie, uomini di mondo educati a corte, in questi giorni compaiono sui teleschermi o sui giornali per smentire affabilmente i catastrofisti, i profeti di sventure autoritarie che denunciano l´attacco alla libertà di stampa, come di fatto è il «nuovo ordine» sulle intercettazioni telefoniche.
Ma che dite, di che vi lamentate? Vieteremo solo quelle che fanno danno agli innocenti, che ledono la privacy dei cittadini, che servono solo alle diffamazioni ingiuste, alla maldicenza, al pettegolezzo. Davvero? Le cose stanno diversamente. Senza le intercettazioni telefoniche fatte dalla magistratura e pubblicate dai giornali nessuno avrebbe saputo che un ministro era stato aiutato «a sua insaputa» ad acquistare «un mezzanino» da duecento metri quadrati con vista sul Colosseo da un generoso costruttore edile.
Berlusconi è fisicamente e mentalmente il contrario dei dittatori del secolo scorso. Paragonarlo nei modi di parlare, di fare, di atteggiarsi ai Mussolini, Hitler, Stalin non reggerebbe neppure alla bassezza dell´avanspettacolo. Anche il suo impero televisivo è stato costruito legalmente, con i privilegi e le prepotenze legali in cui i grandi costruttori sono maestri. Ma chi si è opposto a questo sistema, chi si è messo di traverso con le buone o con le cattive è stato cacciato. Si tratta di quella che noi chiamiamo la democrazia autoritaria o la dittatura della maggioranza o l´assolutismo elettorale per cui chi ha più voti, chi ha il maggior consenso popolare può far tutto ciò che gli comoda, anche violare le leggi della Costituzione.
Ma perché questa democrazia autoritaria non è stata denunciata e contrastata in passato, quando i grandi partiti storici, il democristiano e il comunista, si spartivano i poteri uno della politica l´altro del mercato del lavoro? Credo perché quei partiti erano nati dalla guerra di liberazione, erano fondati sui valori della Resistenza, davano garanzie di non arrivare mai alla limitazione se non alla soppressione dei diritti democratici. I dubbi, i timori sul cavaliere di Arcore, su cui i suoi portavoce teatralmente ironizzano, sono autorizzati dal suo sistema di continuo attacco ai baluardi della democrazia, ora alla libertà di stampa come prima alla magistratura e all´opposizione in genere, genericamente definita come comunista, di un comunismo morto e sepolto ma sempre intento a ostacolarlo e danneggiarlo.
Forse, anzi certamente Berlusconi non se ne rende conto, forse come tutti gli «uomini fatali» è convinto di aver sempre ragione, che tutti congiurino ai suoi danni, ma da quando è entrato in politica, da quando ha detto al suo amico Dell´Utri «fare un partito? Lo fanno tutti, lo facciamo anche noi» non ha fatto altro che attaccare, deridere, osteggiare la democrazia, il «teatrino della politica» come la chiama lui. La magistratura, con l´ipocrita distinzione fra quella buona che lo lascia in pace e quella «politicizzata» che lo perseguita, la stampa che concepisce solo, a quanto pare, come mezzo di intimidazione degli avversari.
L´ultimo dei suoi allenatori del Milan è stato licenziato come Santoro: «Consensualmente». Ha detto che c´era «incompatibilità di carattere». Chiamiamola così: fra Berlusconi e la democrazia parlamentare nata dalla guerra di liberazione c´è incompatibilità di carattere.

Corriere della Sera 20.5.10
Pansa e la «querelle»
«De Benedetti? Vuole fare politica»
«Con D’Alema è andato oltre. Agnelli non lo fece mai»
di Aldo Cazzullo
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Corriere della Sera 20.5.10
Università primo sì alla riforma
I ricercatori scendono in piazza
di Giulio Benedetti
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