mercoledì 19 maggio 2010

l’Unità 19.5.10
La Regione Toscana chiederà la verifica di costituzionalità del provvedimento
I Teatri lirici Intanto proseguono gli scioperi delle prime, mentre le sale aprono al pubblico
Fondazioni, il decreto Bondi finisce alla Corte costituzionale
Mentre è ancora forte la eco dell’epico scontro tra Carla Fracci e Gianni Alemanno sindaco di Roma, i grandi teatri lirici italiani continuano la loro opposizione al decreto del ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi.
di Luca Dal Frà

I grandi teatri lirici inventano nuove forme di protesta, e le regioni e le città italiane si stringono intorno ai lavoratori della lirica, promettendo anche un ricorso sulla costituzionalità del provvedimento. Da anni non c’era un clima così vivace nella lirica italiana ed è straordinario che sia dovuto a un ministro come Bondi e al suo entourage: naturalmente non era nelle loro intenzioni, anzi è una schifata reazione ai piani di dismissione della lirica e al tentativo di una cricca di mettere le mani sui teatri.
Della situazione è emblematico lo scontro Fracci-Alemanno avvenuto nella platea dell’Opera di Roma durante la manifestazione contro il decreto di lunedì: il sindaco di Roma è appeso ai pantaloni del governo poiché come lui stesso dice il bilancio della capitale è al «dissesto» e attende nuovi fondi dalla arcigna mano tremontiana. Così, con coraggio peloso, alla manifestazione si era schierato non contro il decreto del governo ma per una sua correzione offrendosi come eroico mediatore: contestatissimo dalla sala, l’impavido sindaco s’è beccato pure la scenata di Fracci: «Vergognati, farabutto! Buffone!» – lo ha epitetato l’étoile. Molti, tra cui l’ineffabile sovrintendente dell’Opera di Roma Catello De Martino, ritengono Fracci fosse infuriata poiché non le è stato rinnovato il contratto come direttore del Corpo di Ballo. In realtà nei dieci anni in cui ha ricoperto questo ruolo la signora della danza italiana ha portato i ballerini del lirico capitolino a diventare la compagine di balletto più importante e produttiva della penisola – quest’anno le recite di danza superano quelle della lirica all’Opera di Roma. Forse anche delusa
dalla mancata riconferma, Fracci aveva chiesto due anni fa un incontro ad Alemanno perché preoccupata del futuro della squadra che con fatica aveva cresciuto e amalgamato. Solo oggi Alemanno si dice disposto a incontrarla, ma il punto è che il sindaco se ne infischia del lato artistico della vicenda e ha puntato le sue carte sull’arrivo di Riccardo Muti, atteso non già come il musicista di grandissimo livello quale è in realtà, ma come evento mediatico con cui coprire notevoli magagne. C’è poi il lato comico della vicenda: Alemanno afferma di voler un nuovo ciclo aprendo ai giovani e il teatro assume per il corpo di ballo Micha van Hoecke, anni 66, appena 4 in meno di Fracci.
PRODUZIONE CIRCUITAZIONE
Genova, Bologna, Roma continuano lo sciopero delle prime contro il decreto, ma nel frattempo sono sbocciate nuove iniziative: la Scala e il Maggio e altri teatri aprono le loro prove al pubblico. E bisognava vederli i milanesi interessati, sorpresi e spiazzati sui palchi della Scala a osservare i ballerini che costruivano il loro spettacolo Trittico del Novecento. Perché tolte le generali, le prove non è che siano proprio un divertimento per il pubblico: è difficile capire cosa stia avvenendo. Ma aprendo le porte e coinvolgendo il pubblico si mostra come, a differenza di quanto sostengo Brunetta, Bondi e altri, nei teatri si lavora: un lavoro lungo, fatto di nervi, sfibrante. E il decreto con i suoi tagli indiscriminati e il blocco di turn-over e integrativi colpisce proprio la produttività dei teatri, a favore della logica degli eventi, come ha scelto di fare Alemanno. Per far questo il provvedimento dà un immenso potere a un’equipe di liquidatori: Bondi stesso – poco interessato all’argomento – e il suo entourage ministeriale. Con principesco distacco e lucidità intellettuale Gioacchino Lanza Tomasi ha definito questa nuova generazione di “ministeriales”: «Funzionari manager (...), con ampio potere discrezionale, il cui orgoglio primario non è quello del servitore dello stato ma dell’imprenditore politico» (Sole 24 Ore 16 maggio). Così mentre i nomi degli alti papaveri del Ministero compaiono nell’elenco delle ristrutturazioni gratuite dell’impresa di Anemone, i boiardi di stato si dilettano a produrre eventi, per lo più circuitando spettacoli affidati ad agenzie di parenti, fidanzate e amici: da L’Aquila, città piegata dal terremoto che invece di un progetto di ricostruzione fin’ora ha ricevuto una profluvie di spettacolini, a Pompei e via così.
ANTI E INCOSTITUZIONALE
Per la prima volta nell’universo della lirica fatto di rivalità, teatri e sindacati hanno prodotto un documento unitario: il decreto è inemendabile. L’opposizione e in particolare il Pd si prepara a fare l’ostruzionismo nelle aule parlamentari. Ancora più interessante sono le iniziative che stanno prendendo alcune regioni ed enti locali, in testa la Toscana: la verifica di costituzionalità del decreto. Infatti la legislazione sulle attività culturali dovrebbe essere decisa nel concorso tra regioni e stato, ma il ministro Bondi per il suo decreto non ha consultato nessuno. Se il provvedimento fosse bloccato per incostituzionalità non sarebbe una sorpresa: tra annullamenti di concorsi, appalti e altre vicende penose, da qualche tempo il ministero dei Beni e delle Attività Culturali non sembra imbroccarne una.

l’Unità 19.5.10
Laici furiosi? No, laici
di Bruno Gravagnuolo

È polemica tra Il Mulino e Reset tra «laici furiosi» e «laici accomodanti», a partire dal pamphlet Rizzoli di Giancarlo Bosetti su Il fallimento dei laici furiosi. Da un lato Bosetti, direttore di Reset, ha accusato gli intellettuali ossessionati dalla «minaccia clericale», colpevoli di non comprendere la società «post-secolare» e di restare inchiodati a un conflitto vetero-liberale tra Stato e Chiesa. Dall’altro al Mulino, con Piero Ignazi, Gian Enrico Rusconi e Mauro Barberis, si replica che la laicità è sul serio in pericolo con questo Papato. E che la proliferazione diffusa della «religiosità» non autorizza cedimenti «post-secolari», dinanzi alle invadenze della gerarchia. Replica poi Bosetti: guardate Obama, da laico non teme cedimenti e fa compromessi sull’aborto. Chi ha ragione? Vediamo. Senz’altro il «post-secolare» è un dato: dalle sette evangeliche, ai fondamentalismi, al nuovo ruolo egemonico della Chiesa cattolica. Dopo la crisi delle ideologie. La secolarizzazione ha al suo interno anche il post-secolare: esigenze di senso esistenziale, appartenenza, identità e tutela psicologica di massa. Giusto quindi capire, dialogare e riassumere nel registro civile anche ispirazioni valoriali religiose. Un filtro laico questo teorizzato dall’ultimo Habermas. Che però ha da essere filtro vero, non colabrodo. Sicché il tema di una laicità forte, e in grado di fare da filtro razional-democratico esiste, nella «Comunicazione universale libera da dominio», per dirla sempre con Habermas. Perciò ci sono cose indisponibili e invalicabili, in senso laico. Il pluralismo di tutte le fedi religiose e senza privilegi. La libertà degli stili di vita. Le unioni civili. Il diritto a scegliere la migliore tecnica fecondativa. La facoltatività dell’insegnamento religioso, senza superiorità curricolari del cattolicesimo a scuola. Infine la difesa da ingerenze clericali, come quella che ha colpito la Bonino. Dialogo? Sì, ma con regole e valori laici. Forti. Anche per salvare la pluralità del «religioso». Obama? Fa compromessi, ma la sua è una religione civile. Laicissima.

il Fatto 19.5.10
Le tegole pugliesi e il momentaccio di D’Alema
di Luca Telese

È vero, l’uomo ci ha abituato a repentini cambiamenti di rotta, infiniti colpi di scena, sorprendenti cadute e spettacolari resurrezioni. Ma, di sicuro, quello che Massimo D’Alema sta passando in questi giorni è davvero “un momentaccio”, un’ennesima prova, un passaggio politico cruciale in cui si intravede un bivio: o un cambio di marcia netto, o il lento logoramento che alla fine erode tutte le leadership forti della politica italiana fino a consumarle. Lo scenario è noto: uomini a lui vicini che cadono nelle maglie delle inchieste, contese polemiche senza rete, offensive interne che mettono in discussione la sua egemonia dentro il Partito democratico, sentenze di condanna comminate senza appello da editori di riferimento della sinistra riformista un tempo vicini. L’ultima tegola, però, ha un nome e un cognome: quella di Flavio Fasano, ex sindaco di Gallipoli, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici, da sempre considerato uomo-ombra del Líder Maximo nel tacco d’Italia. L’arresto di Fasano. Due giorni fa, alla porta di Fasano bussano i carabinieri. Per lui scatta l'arresto (assieme ad altri quattro), con un repertorio di accuse che vanno dal concorso in “turbata libertà degli incanti e violazione del segreto d'ufficio”, al “falso per induzione in errore determinato dall'altrui inganno”, dalla “corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio” all’“abuso d'ufficio”. Nella giornata di ieri lo stillicidio di intercettazioni che rimbalzavano sui giornali online era impressionante. Fasano si ritrovava impelagato in intercettazioni come questa, sugli appalti della cartellonistica: “Allora – diceva l'ex sindaco – io qua ti sto dando un quadro economico... di rimozione di 7000 cartelli. Il 75% con un introito medio di 200 euro, un introito di 874.000 euro dalla rimozione. Alla Provincia va a trovare il 5%, appena 45.000 euro”. E ancora: “Io ho detto, a Gino (Siciliano) fai il capogruppo!Midaiil3%,chenoisiamo...”.Certo, i frammenti possono essere interpretati; le accuse devono essere provate, il quadro accusatorio è complesso, ma quello che emerge è perlomeno una incredibile disinvoltura, un tono medio che lascia di stucco, una lingua brutale, un fenomeno che attraversa una intera classe dirigente legata all'ex premier e al Pd. Ieri su Il Giornale, Gian Marco Chiocci riassumeva così un vero e proprio bollettino di guerra: “Dopo le dimissioni dell'indagato segretario organizzativo del Pd, Michele Mazzarano, suo fedelissimo nel Salento (in rapporti con l'imprenditore Tarantini, quello della D'Addario a Palazzo Grazioli); dopo il coinvolgimento nelle inchieste baresi del suo amico-factotum Roberto De Angelis (quello degli incontri fra D'Alema e Tarantini); dopo l'iscrizione sul registro degli indagati dell'imprenditore Enrico Intini, suo intimo amico (nel medesimo filone sesso-sanitario); dopo tutte queste faccende disgraziate, insomma, un altro pesce pregiato del branco dalemiano finisce nella rete giudiziaria”. I dalemiani non esistono. Certo, ha buon gioco D’Alema a ricordare che “i dalemiani non esistono”, e che molti hanno usufruito con molta generosità di questa qualifica. Ed è sicuramente brillante la battuta coniata dalla sua portavoce, Daniela Reggiani, per spiegare che le appartenenze dentro il Pd in questi anni si sono confuse e talvolta ribaltate: “Fatemi capire. Quando Fasano votava la mozione Franceschini, all’ultimo congresso, i giornali scrivevano: ‘È uno schiaffo a D’Alema’. Quando Fasano faceva sapere che votava per Nichi Vendola, commentavano: ‘È uno schiaffo a D’Alema’. È possibile che ora che lo arrestano – ironizza con tono amaro la Reggiani – i giornali scrivano: ‘È uno schiaffo a D’Alema?’”. I “pugliologi” ricordano anche che i rapporti fra il lìder maximo e il dirigente pugliese del Pd (dopo i fasti dei tempi in cui D’Alema lo aveva addirittura sposato) si erano già raffreddati nel 2004, quando Fasano sperava in una candidatura che non arrivò. Ma allo stesso tempo colpisce che il minimo comune fra tutte le storie che abbiamo ricordato sia quello della “Questione morale”.
Il duello sulle signorine. Già nel duello televisivo all’arma bianca con Alessandro Sallusti, a ridosso di uno spot, il condirettore de Il giornale tirò fuori l’argomento tabù. D’Alema: “Adesso le manderanno qualche signorina...”. E Sallusti: “Veramente le signorine in Puglia hanno frequentato i dalemiani!”. Per non parlare delle frasi senza appello di De Benedetti. “Stimo moltissimo Bersani: è stato un eccellente ministro e di lui come persona e uomo di governo posso soltanto dir bene. Ma come leader? È totalmente inadeguato. Lui e D'Alema – dice l’ingegnere in un libro intervista che esce questa settimana ma che è stato già anticipato – stanno ammazzando il Pd”. E ieri a Londra in una lezione alla London Schol of Economics è andato anche oltre: “D’Alema? Un problema umano?”. Si, è vero, è un momentaccio: ma a Ballarò D’Alema ha perso le staffe perché non aveva elaborato una riflessione compiuta sulle vicende pugliesi, e – forse – persino sulla storia della sua casa. Se vuole tornare a “volare alto”, dovrà dirci qualcosa di netto e chiaro su quello che succede “in basso”, sull’abisso in cui sono precipitati uomini che lui conosce come le proprie tasche. O che almeno
credeva di conoscere...

Corriere della Sera 19.5.10
De Benedetti e il caso «berluschini»
«D’Alema? È un problema umano
di Paolo Conti

il Riformista 19.5.10
D’Alema, la fede e il no ai matrimoni gay
Laicità inclusiva. L’ex premier sul dialogo tra Chiesa, politica e scienza. Legge sul fine vita? «Non ce n’è bisogno»
di Jacopo Matano
qui
http://www.scribd.com/documents/31608102/il-Riformista-19-5-10-p10

il Fatto 19.5.10
Povera scuola
Il governo studia il blocco degli scatti di anzianità ma i docenti italiani sono già i meno pagati d’Europa
di Caterina Perniconi

Da anni si parla del taglio allo stipendio dei parlamentari, ma per ora di questa riforma non c’è traccia. Chi vede invece di anno in anno svalutarsi lo stipendio sono gli insegnanti, messi nuovamente nel mirino del ministro dell’Economia. Infatti nella manovra di quest’anno è previsto un prelievo dalle tasche degli statali, compresi i lavoratori della scuola, con il congelamento degli scatti d’anzianità.
I soldi raccolti da questo tipo di operazione sono molti solo grazie alla quantità di docenti su cui si abbatte il taglio, più di un milione. Perché gli scatti sono irrisori, vanno dai 30 euro ai 100 euro lordi ognuno, e si verificano mediamente ogni 4 anni. Un’insegnante di scuola media romana, Rossella Ciardullo, ci ha mostrato la sua busta paga, dopo 35 anni di carriera, al massimo degli scatti d’anzianità e “gonfiata” dagli straordinari: 1.924 euro. Un laureato e specializzato SISS, che oggi si appresta a fare il docente, non può sperare nella sua vita di guadagnare più di 1500 euro. A fronte, peraltro, di un maggior carico di lavoro dovuto alla riforma del maestro unico, e al taglio degli insegnanti precari. Ovviamente l’Europa sta a un altro livello: un maestro francese guadagna il 33% di stipendio in più, un professore di scuola media spagnolo circa il 25% in più e i tedeschi dall’80% al 100% in più.
PRIMARIA
“Io guadagno 1.667 euro al mese dopo 33 anni di lavoro –raccontaFranca Campana, insegnante di scuola primaria – andrò in pensione con meno di 1.300 euro e lasciando una scuola in cui manca tutto. Pensate che i genitori si fanno carico anche della carta igienica. E prima della ripresa delle lezioni vengono persino a pitturare le classi”. Gli istituti, che non sono mai stati ricchi, risentono dei tagli della Finanziaria 2008, e da due anni non ricevono più i fondi di gestione ordinaria per coprire le spese didattiche. Sulle famiglie gravano quindi oneri statali e contributi volontari, anche per le attività integrative pomeridiane. Inoltre è stato ridotto del 78% il fondo per le supplenze brevi, ragione per cui ibambini a cui manca un’insegnante vengono spesso divisi in gruppi e accorpati ad altre classi, magari di età e con programmi di studio diversi. Quindi i precari, oltre 140 mila, restano a casa. Secondo i Cobas il prossimo anno scolastico spariranno 26 mila posti di lavoro tra i docenti e circa 15 mila tra gli ATA. Eppure il problema più grande che stanno portando i tagli, facendo insorgere migliaia di genitori in tutt’Italia, è la riduzione del tempo pieno. “Le classi consolidate che non si riformeranno quest’anno sono 800 – spiega Piero Castello dell’esecutivo provinciale di Roma dei Cobas – senza contare le oltre 2000 nuovechenonnasceranno.Il tempo pieno è stato una conquista degli operai e oggi è diventato il modello pedagogico più ricco ed elaborato”. Per non parlare dell’affollamento delle classi con maestro unico e senza compresenza, metodo efficace per recuperare gli alunni in difficoltà, che spesso superano i 25 bambini, anche disabili, contro la legge che ne permetterebbe al massimo 20.
SECONDARIA
Non se la passano meglio i docenti delle scuole secondarie. “Quest’anno i miei ragazzi hanno fatto uno scambio culturale con Copenaghen – racconta Graziella Graziani, professoressa di lettere al liceo scientifico Morgagni di Roma – appena hanno messo piede in quella scuola mi hanno chiesto: ‘Professore’, ma che stiamo alla privata?’. E io ho dovuto spiegargli che era semplicemente una scuola pubblica funzionante, con i computer per chi non ne possiede e attrezzature moderne”. Secondo la Graziani “quelle che arrivano dal ministero sono indicazioni contraddittorie. Ci chiedono didattica più qualificata e tagliano insegnanti, supplenti e ore. E come possiamo fare allora a lavorare sui singoli e finire i programmi?”. Il problema delle scuole superiori è anche quello dei corsi di recupero. I fondi per farli non ci sono più e le famiglie sono costrette a pagare le ripetizioni a casa. SICUREZZA
Le province toscane sono mobilitate per protestare contro i limiti del patto di stabilità a cui sono sottoposte le amministrazioni locali, che impediscono l'impegno delle risorse per l’edilizia scolastica. “Il fatto che tutte le Province si mobilitino all'unisono – ha spiegato Andrea Pieroni, presidente di Upi Toscana – mostra quanto grave sia la situazione e come venga percepita allo stesso modo ovunque. La nostra protesta non ha colore politico e rappresenta solo l’ultimo sforzo di chi ha a cuore le nuove generazioni e la loro sicurezza. Una nazione con le scuole pericolanti è una nazione pericolante”.

il Fatto 19.5.10
La riforma uccide la ricerca. Gelmini: “Gli studenti sono con me”

È più utile per l’Italia comprare aerei da combattimento per 17 miliardi di euro o investire nell’università e nella ricerca?”. La provocazione arriva per bocca del governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, ma rispecchia l’interrogativo che si pongono in molti all’interno degli Atenei: a che punto delle priorità di questo governo arriva la cultura? Evidentemente è molto in basso nella lista. Di anno in anno i finanziamenti calano, non ci sono posti di lavoro, né risorse per fare ricerca, e i cervelli continuano a fuggire all’estero. La nuova riforma dell’Università procede in Parlamento e non è certo ciò che gli atenei si aspettavano. Non scontenta solo studenti e ricercatori (i primi hanno occupato ieri la maggior parte dei rettorati in tutt’Italia, da Milano, a Trieste, da Roma a Palermo, i secondi protestano oggi alle 10 davanti al Senato a Roma dove si discute la nuova legge) ma anche docenti e rettori.
Luigi Frati, rettore della Sapienza tradizionalmente vicino alla maggioranza, ha dichiarato che il ddl Gelmini presenta “illogicità manifeste” che vanno cambiate. “Durante la discussione al Senato – ha detto Frati – sono state corrette alcune questioni. Ad esempio erano sorti dei dubbi sulla composizione del Consiglio di amministrazione che ora, con le modifiche, avrà una minoranza esterna”. Poi il problema dei ricercatori: “Mentre si progetta un nuovo sistema di reclutamento dei ricercatori, con contratti a termine che precedono la possibile assunzione come professori associati – ha spiegato Frati – non si sa se ci saranno le risorse perché poi ci siano effettivamente i posti. E con quali soldi? E che sarà degli altri 20 mila ricercatori che ci sono già nell’università? C’è un problema tecnico evidente”. Ma il ministro è convinto del suo operato: “Il ddl sostiene la Gelmini riforma completamente il sistema universitario italiano; elimina sprechi e privilegi, rivede la governance degli atenei, punta sul merito, apre le porte ai giovani. La stragrande maggioranza degli studenti, come dimostrano le recenti elezioni universitarie, ha voglia di cambiare e non ha nessuna intenzione di seguire chi cerca di strumentalizzarli”. Secondo gli studenti la titolare del dicastero dell’Istruzione “dà i numeri. Citare a suo favore le elezioni studentesche, in cui ha votato una percentuale ridicola degli studenti, significa mentire spudoratamente. E’ un patetico tentativo di nascondere la contrarietà delle università al suo ddl”. La Sapienza di Roma, infatti, ha proclamato ieri, durante l’assemblea di ateneo, “lo stato di agitazione generale dell’intera comunità universitaria per il prossimo anno accademico”.
E le proteste più forti arrivano da Napoli, da Bari e da Palermo. Un Mezzogiorno che ha bisogno di ripartire dalla cultura e dall’innovazione. “Il disegno di legge sulla riforma dell’università è una minaccia per il futuro degli atenei e quindi per lo sviluppo del Paese” spiegano i ricercatori della Seconda università di Napoli, riuniti in un presidio simbolico di protesta. “Ci siamo rallegrati – spiega il rappresentante dei 510 ricercatori della Sun in senato accademico, Vincenzo Paolo Senese – quando è stato annunciato un provvedimento che garantiva il merito. Purtroppo di questo criterio non vi è traccia nel disegno di legge, che invece mira a ridurre il personale, abbassare le retribuzioni, bloccare la possibilità di progressione delle carriere e incentivare quei contratti a tempo determinato che raramente vengono rinnovati”. Ciò a cui vanno incontro infatti i futuri studenti che si affacceranno alla carriera universitaria sono tre anni di contratto a termine come ricercatore, rinnovabili di altri tre, e poi un fantomatico concorso che dovrebbe farli diventare associati. Ma come chiede il rettore Frati, con quali soldi? Nel frattempo i 20 mila ricercatori già presenti negli atenei
vengono schiacciati da questo meccanismo. Eppure la soluzione esiste, non è un’impresa impossibile. “Abbiamo elaborato una proposta a costo zero per far diventare oggi professori i ricercatori che insegnano da anni degli atenei – ha spiegato Marco Merafina, a capo del Coordinamento nazionale dei ricercatori universitari – il problema si può risolvere senza spendere un euro”. Ma per ora nessuno li ascolta.
“Mentre in Parlamento si discute, il malato muore – dichiara Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil – tanti atenei nei prossimi mesi rischiano il collasso finanziario, altri sono dovuti ricorrere all’esercizio provvisorio. Il ddl mina l’autonomia dell’università, la sottopone, nei fatti, al controllo del ministero dell’Economia, nel meccanismo di governance abolisce la partecipazione democratica, compromette il diritto allo studio istituendo un fondo per il merito privo di risorse. Insomma tutto viene fatto per piegare l’università a una logica aziendalistica con l’unico vero obiettivo di recuperare risorse”. (c. pe.)

Corriere della Sera 19.5.10
Intercettazioni, spunta la norma pro Vaticano
La cheisa va avvisata se il pm ascolta un religioso
di Dino Martirano

Corriere della Sera 19.5.10
Pannella e gli amori
«Ne ho avuti 400»

Corriere della Sera 19.5.10
Juliette Binoche in lacrime per il dramma di Panahi
Kiarostami, mobilitazione generale sull’Iran
di Giovanna Grassi

il Riformista 19.5.10
La vittoria di Bonanni nel Congresso della Cgil
di Giorgio Cremaschi
qui
http://www.scribd.com/documents/31608108/il-Riformista-19-5-10-p6