Altritaliani.net 7.5.10
Freud la polemica. Intervista allo psichiatra Massimo Fagioli.
venerdì 7 maggio 2010 di Carlo Patrignani
qui
http://www.altritaliani.net/spip.php?article431
l’Unità 8.5.10
Marx, genio e illusioni
Un grande pensatore moderno da rileggere con mentalità liberale
L’anticipazione Ecco uno stralcio del nuovo libro di Eugenio Scalfari, Per l’alto mare aperto, tratto dal capitolo XX e dedicato a Karl Marx: «Il rivoluzionario ammirava Napoleone»
di Eugenio Scalfari
La vulgata sostiene che con Marx, come con tutti i profeti e i predicatori, non ci possono essere vie di mezzo: o si sta con lui o contro di lui indipendentemente dalla statura intellettuale degli interlocutori. Ma non è vero, le cose non stanno in questo modo né in generale nei confronti dei profeti e dei predicatori ma tanto meno nei confronti di Marx, nel quale allo spirito profetico che indubbiamente gli spirò dentro con soffio vigoroso, si accompagnò uno studioso attento, munito d’un intelletto eccezionale e d’una capacità intuitiva fuori dalla norma.
Predicò, certamente. Voleva diffondere il suo credo e ci riuscì in vita e soprattutto in morte. Mobilitò attorno all’opera sua e alla sua memoria centinaia di milioni di persone. Spaccò il pianeta in due anche prima dell’ottobre rosso. Adesso la sua profezia è andata in pezzi, ma gli ideali e i bisogni che l’hanno alimentata non sono stati affatto soddisfatti e restano un tema aperto e più che mai scottante. L’incendio è sopito, ma le sue braci non sono spente. Avverrà in altri modi, su altri terreni; ma il tema dell’eguaglianza, dello sfruttamento, dei bisogni, delle società inclusive, della democrazia e dello Stato: non sarà il comunismo la panacea di questi mali, i mali restano, resi ancor più urticanti nel mondo delle comunicazioni globali.
Carlo Marx comunque è una figura storica e appartiene al suo tempo. Non è un profeta religioso, anche se ha predicato il paradiso in terra. Ma non fu il solo: tutta la vasta categoria degli utopisti ha fissato gli sguardi sulla «Città futura» e sull’approdo senza più conflitti, nella pace e nella felicità.
Il suo guaio è stato l’attuazione d’un comunismo che non somigliava in nulla alle sue indicazioni teoriche né alle sue speranze e ai suoi ideali. Settant’anni di dittatura, di tirannia, di stragi di massa, di crimini, di incubo, di disumanizzazione devastante, molte delle cui vittime (e anche dei suoi responsabili) sono ancora tra di noi.
Ma ritenere Marx responsabile di quell’Inferno che prese il posto del Paradiso da lui ipotizzato è un errore. Del resto basta leggerlo (perché bisogna leggerlo) per capire che quell’accusa è insensata come lo sono tutte le accuse che attribuiscono al pensiero dell’uomo i crimini della bestia che è in lui.
Si discute e si è sempre discusso molto se l’eccellenza del pensiero di Marx sia consegnata al Capitale e agli altri suoi scritti sul plusvalore, sulla rendita, sull’interesse, sul salario, insomma al materialismo storico, cioè a quel modo di leggere la storia e lo sviluppo delle società attraverso l’evoluzione delle forze produttive e del capitale. Una storia che fu anche definita storia della struttura, al posto di quella fin lì praticata e ancor oggi prevalente nelle culture che lui avrebbe definito borghesi, di storia della sovrastruttura: gli Stati, i governi, le guerre, la diplomazia, i personaggi, le istituzioni, sia pure senza ignorare (ma dopo di lui sarebbe impossibile) l’aspetto economico, lo sviluppo e i mutamenti delle forze produttive, gli interessi dei ceti forti e di quelli deboli.
(...) Il Capitale resta un’opera essenziale del pensiero economico moderno, ma la parte imperitura del «corpus» marxiano è la scoperta del materialismo storico e del determinismo rivoluzionario che esso porta con sé.
Aggiungo come titolo di significativa originalità che l’autore con il quale Marx ebbe maggiore empatia intellettuale e congenialità di pensiero fu, pensate un po’, Alexis de Tocqueville. Un liberale, uno studioso acutissimo dell’Ancien Régime, un altrettanto attento studioso della democrazia americana, un uomo di nobile famiglia, un orleanista convinto. Chi avrebbe mai detto che il profeta del comunismo guardasse a lui e ai suoi libri piuttosto che per esempio a Rousseau e a Condorcet? O a Babeuf e a Buonarroti? Guardò a Tocqueville, ma anche a Robespierre e al Terrore. E perfino a Napoleone. Chi crede che Marx sia stato un rozzo pensatore e un invasato profeta da cui non provennero che sventure, o non l’ha letto o non ha capito ciò che è scritto in quelle migliaia di pagine sulle quali passò la sua vita. Commise certamente un errore capitale: quello d’aver dato al suo pensiero la forma di un letto di Procuste sul quale avrebbe dovuto trovar posto tutta la storia universale, dalla fase dello schiavismo all’economia della divisione del lavoro e del denaro, dominata dalla borghesia.
Si comprende la ragione di questo errore: una generazione prima di lui, Kant ed Hegel avevano costruito due grandiosi sistemi filosofici che pretendevano d’aver risposto a tutte le domande che la nostra mente si pone da quando la specie del sapiens sapiens ha preso possesso della natura.
Marx aveva una mente filosofica e sistematica. Dopo un primo approccio alla sinistra hegeliana, in particolare a Feuerbach, capovolse l’impianto della Fenomenologia dello spirito, della Filosofia del diritto e dell’Estetica create da Hegel e allo Spirito assoluto contrappose la Materia come sostanza dominante dell’Universo. Accettò in eredità soltanto il metodo dialettico trasferendolo però dallo spirito alla materia, dal pensiero all’essere. Disconobbe la libertà come elemento fondamentale della dialettica e la sostituì con un determinismo rigoroso che lasciava poco spazio all’iniziativa individuale.
Anche Hegel aveva dato forma ad una ideologia che nulla risparmiava all’inventiva dei singoli; l’identificazione del reale con il razionale vanificava di fatto quella libertà da lui tanto celebrata. Marx non fu da meno quanto a rigidità sistematica: dettava le leggi dell’evoluzione sociale e delle rivoluzioni che le trascinavano avanti. L’approdo sarebbe stato un comunismo universale, l’abolizione dello Stato e la piena libertà per ciascun individuo capace di identificarsi con la massa, agendo e parlando in suo nome.
Il Capitale cui Marx dedicò gli ultimi venticinque anni della sua vita fu l’elemento dimostrativo dell’impianto materialistico. Fece il punto sugli esiti della rivoluzione capitalistica inglese, ne indagò passo passo le crudeltà, lo spirito di classe che l’animava, le contraddizioni all’interno della classe dominante, la persistenza d’un mondo contadino e di proprietari fondiari che ritardava lo slancio della borghesia industriale e finanziaria senza però riuscire a fermarla poiché essa rappresentava in quel momento il motore che spingeva in avanti la dialettica degli opposti. All’ombra della classe dominante prendeva forma intanto la protesta del proletariato e la sua organizzazione di lotta. Sarebbe stata lunga e contrastata, quella lotta. Il determinismo rivoluzionario gli assegnava la vittoria, ma Marx non sapeva, non poteva sapere, né il come né il quando, salvo che su un punto: quando lo sviluppo delle forze produttive, del capitale, della consapevolezza storica degli attori sociali avesse raggiunto il livello della piena maturità, la rivoluzione sarebbe stata generale trascinando con sé anche società che non avevano ancora raggiunto il livello di pieno sviluppo.
l’Unità 8.5.10
Diritti e Bellocchio, la storia nei David
Sono i vincitori degli Oscar italiani nell’anno della crisi. Protesta corale contro i tagli
di Gabriella Gallozzi
La storia, quella più nera del nostro passato recente, le stragi nazi-fasciste e colui che alla tragedia della guerra ci ha condotto, Mussolini, sono al centro di questa edizione 2010 dei David. Miglior film dell’anno L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, più il David per la migliore produzione a Raicinema e Aranciafilm e quello per il miglior fonico di presa diretta a Carlo Missidenti. Miglior regista Marco Bellocchio per Vincere, con altre 7 statuette nelle categorie tecniche. Mentre il favoritissimo (18 candidature) La vita è bella di Paolo Virzì vince con le interpretazioni di Micaela Ramazzotti e Valerio Mastandrea che chiama in diretta la nonna al telefono, e con la sceneggiatura firmata dallo stesso Virzì con Francesco Bruni e Francesco Piccolo. I migliori attori non protagonisti sono Ilaria Occhini ed Ennio Fantastichini per Mine vaganti. È l’Oscar italiano delle sorprese, della crisi, delle polemiche e delle proteste questo dell’edizione 54, la cui premiazione si è svolta ieri sera a Roma all’Auditorium della conciliazione. Ne escono vincitori il bellissimo film sulla strage di Marzabotto e Bellocchio che, a parte il premio della regia, colleziona altre sette statuette «minori»: fotografia (Ciprì), scenografo (Dentici), costumi (Ballo), trucco (Corridfoni), acconciatore (Giuliani), montatore (Francesca Calvelli)e effetti speciali (Trisoglio e Marinoni). Mentre c’è poca gloria per Baaria: solo due David per il miglior musicista (Morricone) e il David Giovani. E la scelta di premiare la qualità nella categoria del documentario, La bocca del lupo di Pietro Marcello e in quella del film europeo, Il concerto di Radu Mihaileanu.
Ma è anche il David delle proteste questo 2010. A introdurre la cerimonia di premiazione è stato il grido di all’allarme lanciato dai Centoautori per bocca di Stefania Sandrelli. Un messaggio lucido e severo sulla drammatica crisi del nostro cinema, nei confronti della quale il governo si mostra completamente sordo. Denuncia rilanciata da Bellocchio durante la premiazione: «In molti hanno chiesto, domandato gentilmente, pregato il governo. La risposta è stata: non vi diamo una lira! Ora serve una nuova forma di protesta. Non basta più chiedere, pregare, gentilmente...». I primi segnali di tensione si sono avvertiti già in mattinata, al Quirinale, dove il presidente Napolitano ha incontrato i candidati. Nessun rappresentante del governo era presente. Neanche Bondi, «giustificato» dallo stesso Presidente perché impegnato in Consiglio dei ministri. Nel suo intervento, infatti, non mancano i riferimenti alle «difficoltà» del nostro cinema, nonostante definisca «un’annata da collezione» questa del 2009 in cui «una nuova leva di giovani» si è rivelata. Le difficoltà, secondo Napolitano sono da «collegare» a quelle «complessive dovute alla crisi finanziaria mondiale». Consapevole che «queste difficoltà non sono finite» il Presidente aggiunge che questa situazione «impone anche al mondo del cinema una più intelligente selezione dei destinatari delle risorse pubbliche. Dobbiamo sentire il dovere comune di contribuire a superare questa crisi. Sono convinto che anche l’anno prossimo sarà un buon anno». Anche, perché, sottolinea «il cinema ha dato un grande contributo all’unificazione della lingua e della cultura italiana, raccogliendo tutte le diversità di accenti di cui sono ricche. Questo contributo è necessario in un momento complesso per lo sviluppo unitario del nostro Paese». Accuse poi, e durissime, quelle lanciate dal produttore Domenico Procacci e da Carlo Verdone contro la giuria troppo allargata (sono 1592 i componenti) dei David, composta da alcune «persone incompetenti e disinteressate alla materia». Tra cui figurano anche il sindaco Alemanno e Montezemolo. Per Verdone si tratta addirittura di un’accozzaglia di autisti di qualcuno e figli di qualcun altro. Tanto che si chiede che cosa ci facciano anche i suoi figli. La proposta, dunque, è azzerare tutto, ridurre il numero dei giurati e fare come in Francia, spiega Procacci, dove ai Cèsar votano soltanto «in 3000 ma tutta gente di cinema». Gian Luigi Rondi, presidente dell’Accademia dei David tenta la difesa: «Se ci sono buoni suggerimenti li ascolteremo, ma va detto che il premio è nato proprio in uno spirito che coinvolgesse le persone comuni. Anzi sono stato io ad allargare la giuria coinvolgendo tutte le persone che hanno avuto una nomination».
il Fatto 8.5.10
Le novecento schiave di padre Maciel
Il fondatore dei Legionari di Cristo sottraeva beni alle sue “religiose”
di Miguel Mora
Le donne provenivano da ricche famiglie di Spagna, Italia Messico,Nuova Zelanda, Francia e Germania
Dopo la condanna vaticana di Marcial Maciel, l’annuncio della rifondazione dell’ordine e il commissariamento dei Legionari di Cristo da parte di papa Benedetto XVI, continuano a trapelare particolari sull’indagine condotta negli ultimi 10 mesi ad opera di cinque inviati pontifici. Secondo quanto pubblicato dal giornale messicano Milenio, nel corso dell’inchiesta condotta in Messico il Vaticano ha scoperto che Maciel – poligamo e pedofilo, morto nel 2008 – aveva creato una congregazione femminile senza l’avallo di Roma, composta da 900 giovani che vivevano in condizioni di “virtuale schiavitù”. Il quotidiano afferma che le “religiose” al loro arrivo venivano isolate e potevano fare visita alla famiglia solamente per 15 giorni ogni sette anni e ricevere una telefonata al mese. I genitori potevano andarle a trovare una volta l’anno. Le donne, che appartenevano al ramo laico dell’ordine, Regnum Christi, venivano reclutate tra le famiglie ricche di Spagna, Messico, Stati Uniti, Francia, Italia, Germania e Nuova Zelanda.
Le novizie dovevano essere “donne sorridenti, di buone maniere, di bella presenza e di modesta formazione culturale e religiosa”, ha scritto il giornale. Tra i loro doveri c’era quello di “non criticare” mai le decisioni dei responsabili dell’ordine e di riferire ai superiori se qualcuna lo faceva.
Secondo Milenio, 15 anni dopo aver preso i voti tradizionali – che comportavano la castità, l’obbedienza e la povertà – erano obbligate a consegnare metà dei loro beni e dopo 25 anni la totalità dei loro beni. Inoltre, sempre secondo il quotidiano messicano, “in occasione del compleanno di Maciel, cioè a dire ogni 10 marzo, venivano sollecitate a fare un dono in denaro che consisteva in un assegno di 250.000 dollari”.
Le indagini hanno portato alla luce altri terribili fatti avvenuti all’interno dell’ordine. Il vescovo messicano di Tepic, Ricardo Watty, uno dei cinque prelati che hanno indagato sui Legionari di Cristo, ha rivelato di aver consegnato al Papa la documentazione relativa ad un gruppo di legionari che avevano subito abusi sessuali da parte del fondatore della Legione e ha aggiunto che probabilmente Benedetto XVI incontrerà le vittime. Il vescovo Watty ha dichiarato al canale televisivo Televisa: “Nella personalità di padre Marcial ci sono molti elementi che hanno influenzato [i sacerdoti e i membri del movimento]. Di tutto questo bisogna liberare la Legione. Sono persone buone, ma avvolte in una cappa di dannazione e malvagità”.
Lo scandalo degli abusi sessuali non cessa di arricchirsi di nuovi episodi in ogni parte del mondo.
Proprio ieri Ratzinger ha accettato le dimissioni del vescovo irlandese Joseph Duffy, che, stando a quanto reso noto dal Vaticano si è reso colpevole di aver coperto abusi sessuali su minori ad opera di sacerdoti. Le dimissioni sono state ufficialmente attribuite a ragioni di età in quanto Duffy ha compiuto 76 anni. Il Papa ha la facoltà di accettare o meno le dimissioni per ragioni di età.
Sono già quattro i vescovi irlandesi dimissionati dopo la pubblicazione dei due rapporti ufficiali – il Rapporto Ryan e il Rapporto Murphy – che hanno rivelato che in Irlanda nell’arco di 70 anni centinaia di bambini hanno subito abusi sessuali da parte di sacerdoti.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto (c) El Pais
Repubblica 8.5.10
"Quelle ultime notti accanto a Eluana tra pietà e polemiche"
In un libro il racconto del dottor De Monte
di Piero Colaprico
Il volume scritto a quattro mani con la moglie Cinzia. Insieme accudirono la ragazza in coma
Pagine ricche di dubbi e riflessioni per capire quei giorni nella clinica di Udine
"Su questa vicenda sono state scritte tante bugie, a volte in buona fede, ma spesso interessate"
MILANO - Una parola che ricorre spesso è «bugia». Esce in queste ore un libro che mette in primo piano la realtà scientifica della storia e della morte di Eluana. L´hanno scritto il medico e l´infermiera, marito e moglie, Amato De Monte e Cinzia Gori, che hanno vegliato a Udine la figlia di Beppino Englaro. Chi crede di trovare in questo «Gli ultimi giorni di Eluana» (Edizioni della biblioteca dell´Immagine) gente con la verità in tasca si sbaglia di grosso, anzi le pagine sono ricche di dubbi, riflessioni anche sorprendenti: per esempio quando il medico, alla fine, accompagna Eluana in autoambulanza e si sente (parole sue) ormai «incastrato», non può più dire di no.
Ma, carte alla mano e documentazione clinica finalmente alla luce del sole, si comprende meglio che cosa è accaduto dietro le quinte di questa vicenda. E la diversità di vedute con le suore Misericordine di Lecco (a parte suor Rosangela, che per quindici anni ha accudito Eluana) è fortissima. C´è una questione cruciale e inedita: «Mi sono spesso imbattuta, in seguito, in storie fantasiose di individui estranei che - si legge in un capitolo - in quei giorni di ricovero sarebbero passati a portare dei fiori a Eluana e l´avrebbero vista "bellissima, tranquilla, sdraiata nel suo letto". Si tratta di racconti totalmente inattendibili», dicono gli autori. «Dov´erano i sorrisi, lo sguardo che ti segue, la pelle bellissima?», si chiede l´infermiera quando prende in carico Eluana dopo il viaggio Lecco-Udine.
C´è chi, senza averla mai visitata, sosteneva che Eluana potesse deglutire: anche questo era diventato un tema fondamentale per le polemiche. Su questa ragazza, diventata donna dopo i lunghi diciassette anni in stato vegetativo, a Udine notano però «due brutte escrescenze alle orecchie», all´inizio inspiegabili. Poi, «proseguendo nella sistemazione delle sue cose trovai - racconta l´infermiera - anche una serie di telini bianchi piegati e ben ordinati. A quale uso erano destinati lo avrei scoperto, inaspettatamente, molto presto». Da sola perché mancano informazioni: «Niente consegne infermieristiche... Mi domandavo: era stato fatto apposta, era una superficialità, una semplicemente una svista o cos´altro?». Che cosa nascondeva la clinica di Lecco?
La scoperta dell´indicibile avviene durante la prima notte, quando si sente Eluana tossire. È una strana e improvvisa tosse, l´infermiera accorre e dopo un «momento di stupore incredulo», aiuta Eluana a respirare: è piena di saliva. Com´era possibile? «Ripensai al mattino e finalmente capii a cosa servivano tutti i telini bianchi... Posizionati al lato della bocca di Eluana, servivano ad assorbire la saliva». Hanno dunque una spiegazione anche le piaghe alle orecchie della malata: «Sono dovute al fatto che veniva tenuta sul fianco per evitare che affogasse nella propria saliva, potevano anche dircelo, no?!».
Il giorno dopo le suore lecchesi inviano, attraverso i giornali, questo messaggio: «Accarezzare Eluana, osservare il suo respiro e ascoltare il battito del suo cuore». Hanno sempre avallato le ricostruzioni più demenziali, mentre l´autopsia rivelerà che i «polmoni stavano diventando di pietra e osso» per una rara malattia e che le zone della percezione erano lesionate e quindi non aveva alcuna relazione possibile con il mondo esterno.
Quello che più conta, in queste 250 pagine, non sono tanto le precisazioni nei confronti di una politica che non vuol sentire le cose come stanno, ma è il ripercorrere «dall´interno» una vicenda umana e clinica senza precedenti. Con il ricordo un altro ragazzo sfortunato, Roby Margutti, del tutto sconosciuto ai più. Nel 1990, a ventun anni, per un incidente era diventato tetraplegico. Per diciott´anni aveva vissuto con uno «stimolatore diaframmatico»: una dozzina di scosse al minuto gli permettevano di respirare. Dopo altre complicazioni, Roby per un po´ resistette alla grande, rifiutò le cure che non curavano. Amato De Monte ne ricorda le parole della madre: «"Vola libero mio tesoro" diceva al figlio morto, mentre lo baciava e piangeva».
Torna perciò in mente l´ultima telefonata di Amato a papà Beppino: «E je lade Bepino, tu le as liberade», «se n´è andata Beppino, l´hai liberata». Mentre, «a tutti noi - si legge - rimaneva il bagaglio indimenticabile» del confronto con Eluana: un bagaglio che ancora non si chiude.
Repubblica 8.5.10
A Villa Manin, vicino a Udine, una grande mostra celebra la famiglia di artisti Partiti dal figurativo, le strade poi si dividono: ma tra le opere resta un colloquio segreto
Afro, Dino e Mirko il dialogo di tre fratelli tra pittura e scultura
Quando si dice che l´arte è un vizio di famiglia. Il pittore e decoratore friulano Leo Basaldella quando scompare, nel 1918, lascia tre figli: Dino di nove anni, Mirko di otto, Afro appena di sei. Affidati alle cure degli zii Remo e Ivo, il primo orafo, il secondo pittore, diventeranno artisti. Tutti e tre. Come se il loro fosse un destino obbligato, una vocazione trasmessa con il sangue. Nascono a Udine, dove Dino resta quasi tutta la vita. Gli altri due scelgono di andar via, raggiungendo Roma: è qui che Afro si ferma fino alla morte avvenuta nel 1976 in un ospedale di Zurigo, dov´è ricoverato per un ictus. Mentre Mirko, nel 1957, parte per Cambridge, Massachusetts e, negli Stati Uniti, scompare nel 1969. È forse a causa del suo essere stanziale e non per la minore qualità delle opere, che Dino, morto a Udine nel 1977, è ancora oggi il meno celebre dei tre. Il più conosciuto, anche a livello internazionale, il solo che sceglie la suggestione del colore, è il pittore Afro. Mirko e Dino invece si incamminano lungo la via della materia, e della scultura.
Una mostra, intanto, li ha riportati tutti a casa. Proprio in provincia di Udine, a Passariano, nelle sale di Villa Manin, è allestita fino al 29 agosto l´esposizione I Basaldella, curata da Giuseppe Appella, Fabrizio D´Amico e Marco Goldin (catalogo Linea d´ombra), che indaga l´intrecciarsi del loro lavoro, gli stimoli reciproci, gli scarti, le differenze, la definizione di un linguaggio autonomo da quello degli altri. Che, tuttavia, un po´ per forza e un po´ per desiderio, finisce col farci i conti. In questo senso in mostra ci sono piccoli dialoghi sotterranei che rivelano il loro guardarsi, spiarsi, suggerirsi idee e soluzioni anche involontarie.
Tra le prime sale c´è un gioco di figure maschili distese che Afro dipinge nel 1936 (Ragazzo disteso) e Mirko e Dino scolpiscono quasi negli stessi anni (Narciso e L´assetato per il primo; il Pescatore d´anguilla per il secondo). Opere che sembrano davvero parlarsi tra loro. Siamo ancora in piena figurazione per i tre artisti che lentamente, insieme eppure separati, giungeranno a quegli esiti astratti con cui sono noti. La loro astrazione ha comunque come punto di partenza la memoria: di un fatto, di uno stato d´animo, di un mondo lontano nel tempo o nello spazio. Colpisce e quasi commuove l´ultimo Dino che inserisce il colore nei suoi ferri dolenti, perché quei rossi di sangue sembrano arrivare direttamente dalle tele di Afro.
Quando il pittore comincia a sfaccettare le immagini sull´onda di una fascinazione per il Cubismo che lui declina attraverso Braque e non Picasso, Mirko scarnifica i suoi personaggi come succede al leggendario Ettore, a cui sembra restato soltanto lo scheletro. Il pianeta della fortuna dipinto da Afro nel 1948 finisce così per sembrare la raffigurazione di un personaggio di Mirko colorato. Rientrato in una cornice, come se, all´interno di questa, potesse pacare l´aspetto dionisiaco della sua creazione. Dei tre, infatti, lo scultore che finirà i suoi giorni in America, è quello più convulso, il più inquieto. Segue una traiettoria discontinua, posseduto com´è da un ossessivo desiderio di sperimentazione. Guarda e fa suo un mondo di etruschi e sciamani, di maschere azteche e rilievi babilonesi, di divinità primitive e di eroi della Grecia, di idoli africani e di scomposizioni cubiste, di magia barocca e di antichi guerrieri, di foreste abitate da inconsci surrealisteggianti e di racconti frementi di materiali che pulsano. Come gli altri due, ha i suoi anni eroici, quelli della svolta, della conquista del proprio modo di sentire, nei Cinquanta che pullulano di ‘totem´ e di ‘chimere´.
Più lineare è il percorso intrapreso da Dino, affascinato da una realtà fatta di ingranaggi, macchinismi complessi che qui trovano la forza espressiva di un nuovo equilibrio. Le sue sculture ‘barbariche´ hanno la fierezza delle cose remote, di forme primordiali, come fossero grandi animali preistorici sopravvissuti, orgogliosi di esserci ancora. Camminando nella sala centrale della villa dove le sculture sono allestite una accanto all´altra, come alberi di un bosco, si ha la sensazione di attraversare qualcosa di vibrante.
Il polmone di Afro invece è il colore. E per lui, che ha studiato a Venezia, questo significa luce. Che rivela e smangia, come quella di Medardo Rosso, lo scultore tanto amato da Dino. I suoi esordi sono legati alla figura: volti maschili soprattutto, ma anche fiori morandiani e una Roma trasfigurata in cui le rovine antiche e le demolizioni fasciste sembrano specchiarsi: le prime sono ciò che il tempo ha conservato, le altre ciò che l´uomo decide di distruggere, ma per Afro il risultato non cambia. Nei suoi capolavori degli anni Cinquanta e Sessanta lo sguardo naviga in abissi di blu profondi e esplora rossi carichi di energia. Su tutto poi compaiono dei segni scuri, indimenticabili. Perché Afro è uno dei pochi artisti per cui il nero non fa rima con il buio, ma con il suo contrario. Attraverso i suoi neri luminosi si entra in un mondo di trasparenze, di velature, di visioni sognanti e sfocate, come se giungessero da un ricordo non ancora completamente riemerso. E da quell´indefinitezza così sicura, viene voglia di non uscire più.