l’Unità 3.10.06
Partito democratico, la sinistra Ds: «Noi non ci saremo»
di Wanda Marra
Le minoranze Ds non andranno al seminario di Orvieto sul Partito democratico. Un «no» secco al nuovo soggetto politico, che dopo le contrarietà espresse ripetutamente negli ultimi mesi, assomiglia proprio a uno stop definitivo. E la decisione
nella maggioranza crea dispiacere e amarezza, anche se i toni rimangono pacati. E se nessuno ancora parla di scissione del partito, l'impressione è che qualcuno cominci a guardarsi intorno.
La decisione di disertare Orvieto è stata ufficializzata lunedì in un documento, firmato dai 43 esponenti delle minoranze Ds (Correntone di Mussi, area Salvi, sinistra ecologista della Bandoli). «Non possiamo accettare che gli stati maggiori si facciano interpreti, senza chiare verifiche democratiche, della volontà popolare, e in nome e per conto dei militanti e degli elettori, procedano alla fusione tra Ds e Margherita - si legge nel documento - non possiamo accettare che nasca un partito che non contenga, né nel nome né nel simbolo, le parole "sinistra" e "socialismo"».
Contestazioni di metodo e di merito, insomma. Che si appuntano soprattutto sul fatto che non ci sia stato un congresso a dare mandato ai Ds di dar vita al Partito democratico. «Chiediamo che si arrivi a un congresso, nel quale poter proporre una nostra alternativa al pd», dice infatti Piero Di Siena. Che, a livello personale, in caso di esito negativo, si dice molto interessato all'esperienza di Uniti a sinistra, e al suo percorso di arrivare a un soggetto unico di sinistra. Chi non ha nascosto in questi ultimi mesi la sua propensione verso la sinistra radicale è stato Cesare Salvi, presenziando anche ad alcune manifestazioni, come la chiusura della Festa nazionale di Liberazione.
«Ad Orvieto ci saranno 500 invitati, che dovrebbero ascoltare e prendere atto di quello che tre professori hanno escogitato 4-5 persone hanno deciso prima senza un coinvolgimento democratico effettivo», denuncia il senatore Salvi. Anche Giorgio Mele ribadisce la contrarietà delle minoranze al Pd. Mentre Fulvia Bandoli spiega: «L'eventualità che scompaia in Italia la forza più significativa che si richiama al socialismo e alla socialdemocrazia europea dovrebbe portare ognuno di noi a ridefinire le proprie posizioni». E fa riferimento a uno dei temi più dibattuti: ovvero l'eventuale futura appartenenza o meno del nuovo partito al Pse. «Ritengo che sia tempo di dire che la questione dell' appartenenza al socialismo europeo è una precondizione», dichiara. Ed è tagliente: «Non si può parlare di scissioni, quando non c'è più un soggetto da cui scindersi». E Katia Zanotti spiega la scelta di non andare a Orvieto come «una messa a punto di politica e pensiero».
Le reazioni della maggioranza della Quercia sono affidate a Migliavacca, coordinatore della segreteria Ds: «È singolare che non si intenda partecipare al seminario di Orvieto che è la prima sede di discussione comune sulle prospettive dell'Ulivo e del partito democratico promossa da Romano Prodi». «Il seminario - ci tiene a precisare- è l'avvio di un percorso che ha visto in campo l'Ulivo nelle ultime tre consultazioni elettorali e che per quanto riguarda i Ds li ha visti impegnati in una discussione che ha coinvolto gli iscritti negli ultimi due congressi». Si tratta di «un avvio». E conclude: «È del tutto evidente che quando ci sarà una proposta concreta saranno gli iscritti a decidere». Intanto, in ambienti vicini al segretario si parla di «dispiacere» per l'accelerazione data dalle minoranze, mentre le intenzioni erano di portare tutti dentro a un processo. Ma si dice, le minoranze «hanno deciso di chiudere la porta prima ancora che si cominciasse», mentre non c'era un percorso già scritto.
Dal canto suo Fassino dialoga a distanza con le minoranze, pur senza risponder loro esplicitamente, mentre si rivolge a Gusenbauer: «Il risultato delle elezioni che ha portato la Spoe ad essere primo partito in Austria, è motivo di gioia e soddisfazione per tutti noi e dimostra ancora una volta la forza e la vitalità del tuo partito e del socialismo democratico europeo». «Il Partito Democratico è il futuro verso cui bisogna lavorare», ribadisce anche il Ministro Giovanna Melandri. Ma le perplessità nei Ds verso il nuovo soggetto non arrivano solo dalle minoranze, ma anche da autorevoli esponenti della maggioranza. Se non è nel Pse «non aderirò al partito democratico», avverte Caldarola, spiegando: «I gruppi dirigenti dei partiti che hanno convocato la convention di Orvieto devono rendersi conto che il tema dell'affiliazione internazionale, la minaccia di una scissione all'interno dei Ds, il rischio che il partito democratico sia la sommatoria di partiti personali, costituisco
no un elemento di totale impraticabilità della strada intrapresa». E anche Zingaretti, capogruppo dei Ds a Strasburgo dice: «Nell'era della globalizzazione, sarebbe folle pensare ad una forza politica isolata nel mondo e in Europa. Su questo, dispiace che rispetto al Pse prevalgano paure e si continuino a dare risposte un pò ideologiche».
Intanto Carlo Leoni replica per le minoranze a Migliavacca: «Nella nostra scelta di non partecipare al seminario di Orvieto non c'è "rifiuto del confronto": è dentro i Ds e con gli iscritti che sul Pd il confronto non c'è mai stato. Non è vero che su questo ci sono già stati due congressi: in quei congressi nessuno ha mai posto il tema dello scioglimento dei Ds». «Nell'ultimo congresso quando la minoranza parlava di rischio che la lista unitaria portasse al partito democratico i sostenitori della mozione Fassino negavano e replicavano sdegnati che si trattava di un processo infondato alle intenzioni», chiosa anche Gloria Buffo.
Aprileonline 3.10.06
Noi non ci saremo
Alla vigilia del vertice dell'Ulivo che, questa sera, vede impegnati Prodi, Fassino e Rutelli nel definire gli ultimi particolari del seminario di Orvieto per il Partito Democratico, un gruppo di parlamentari (deputati, senatori, europarlamentari) e di componenti la Direzione Nazionale DS (esponenti della Sinistra DS ed Ambientalisti) motivano, in una lettera, la loro decisione di non partecipare ad Orvieto
Noi, che abbiamo fiducia nell'alleanza democratica di centrosinistra, e abbiamo contribuito al suo successo elettorale; che ci siamo assunti responsabilità istituzionali e di governo; che sosteniamo con forza il governo presieduto da Romano Prodi: noi non saremo al seminario di Orvieto "per il partito democratico".
Non possiamo accettare che gli stati maggiori si facciano interpreti - senza chiare verifiche democratiche - della volontà popolare, e in nome e per conto dei militanti e degli elettori, procedano alla fusione tra DS e Margherita.
Non possiamo accettare che nasca un partito che non contenga, né nel nome né nel simbolo, le parole "sinistra" e "socialismo".
Non possiamo accettare che resti irrisolta la questione cruciale della sua collocazione europea ed internazionale.
Perciò di qui in avanti non condivideremo passi di un cammino che porta ineluttabilmente al fatto compiuto, per lasciare agli iscritti la sola possibilità di ratifica finale, quando tutto sarà stato già deciso senza e prima di un congresso, di una partecipazione e di una decisione democratica.
Per questi motivi, di metodo e di merito, non ci saremo.
Firmatari:
Chiara Acciarini, Antonio Attili, Raffaele Aurisicchio, Fulvia Bandoli, Gianni Battaglia, Giovanni Bellini, Giovanni Berlinguer, Paolo Brutti, Gloria Buffo, Valerio Calzolaio, Massimo Cialente, Famiano Crucianelli, Titti Di Salvo, Piero Di Siena, Claudio Fava, Massimo Fiorio, Marco Fumagalli, Guido Galardi, Alfiero Grandi, Nuccio Iovene, Paolo Leon, Carlo Leoni, Angelo Lomaglio, Aleandro Longhi, Claudio Maderloni, Giorgo Mele, Paolo Brutti, Fabio Mussi, Pasqualina Napoletano, Marisa Nicchi, Luciano Pettinari, Silvana Pisa, Giulia Rodano, Antonio Rotondo, Cesare Salvi, Marilena Samperi, Alba Sasso, Arturo Scotto, Lalla Trupia, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Salvatore Vozza, Gianni Zagato, Katia Zanotti
Aprileonline 3.10.06
Orvieto? Partitocrazia senza partiti
Intervista con Gloria Buffo
di Marzia Bonacci
Il dado è tratto: 43 esponenti di spicco dei Democratici di sinistra non siederanno tra i banchi del nascituro Partito democratico. Per comprendere le motivazioni alla base della lettera aperta inviata ieri a Prodi, Fassino e Rutelli, ne parliamo con Gloria Buffo, della Sinistra Ds
In vista del vertice di Orvieto, previsto per venerdì e sabato prossimi con l'intento di gettare le basi del progetto di fusione tra Ds e Dl, le acque in casa Ulivo si agitano. Sono diversi i punti sui quali le anime interessate al Pd non riescono a trovare un accordo: si va dalle divergenze sulle materie eticamente sensibili al problema della collocazione europea del nuovo soggetto politico.
Ad Orvieto saranno assenti 43 parlamentari e componenti della direzione nazionale dei Ds, tra cui Fabio Mussi, Cesare Salvi e Fulvia Bandoli. Lo hanno ribadito ufficialmente, con una lettera aperta destinata a lasciare il segno. Ne parliamo con Gloria Buffo, esponente della Sinistra Ds e firmataria della missiva.
Come dobbiamo leggere la lettera aperta, qual è il senso?
Noi non parteciperemo a fatti compiuti quale il seminario di Orvieto, che senza nessuna verifica democratica tra gli iscritti dei Ds dà già per compiuta la scelta del nuovo partito, riunendo quindi i parlamentari e le direzioni di Ds e Margherita a discutere di "come" fare questo nuovo soggetto. Con Orvieto viene meno un modo democratico di procedere perché non esiste un mandato congressuale e soprattutto non c'è stata una verifica fra gli iscritti del partito. Siamo ad una ‘partitocrazia senza partiti'.
Quella che poni è una questione di metodo sicuramente molto rilevante. Ma esiste anche un problema di contenuti?
Sicuramente si. Non siamo disposti a discutere i particolari di una formazione in cui la sinistra socialista scompare dal nome e dal simbolo. Crediamo che in Italia debba esistere una grande forza di sinistra che si ispiri al socialismo internazionale. Nell'intenzione di chi organizza il seminario di Orvieto tutto questo non esiste, non c'è.
Il punto è che non siamo persuasi del fatto che unificare i Ds e la Margherita sia una necessità storica o politica, al contrario proprio la scena politica internazionale e italiana ci suggeriscono la necessità di una sinistra forte, e non solo radicale. Qualcuno a casa nostra, però, ha pensato che si potesse esaurire l'esperienza dei Ds, azzerare il partito. Un partito che anche a nostro avviso richiede un ripensamento: ma un conto è sostenere la necessità di riformare i Ds dandogli basi popolari più ampie, ripensando alle idee di fondo mettendoci un po' più di sinistra, un altro è sostenere che l'urgenza è unificarsi con Rutelli e De Mita: tutte persone stimabili con cui è giusto allearsi, ma senza dimenticare che un partito non è un programma, è un'identità, è una rappresentanza di soggetti sociali, di idee fondamentali.
Vi si rimprovera di essere legati a vecchi schemi, di essere quasi nostalgici di una sinistra che non c'è più...
Non è sostenibile la teoria per cui esisterebbero due componenti distinte: una rivolta al futuro (sostenitori del Pd) ed un'altra rivolta al passato (coloro che dubitano della fusione Ds-Dl). Qui tutti infatti ci proiettiamo verso il domani, solo che per noi questo domani deve consistere in una sinistra rinnovata che non rinunci al socialismo. Francamente, dubito che sia un gran rinnovamento e un salto nel futuro mettere insieme queste due entità politiche.
Cosa farete?
Chiediamo che venga convocato al più presto un congresso dove sia data agli iscritti la possibilità di esprimersi sul merito del Partito democratico. Un congresso che va indetto subito, non tra un anno, quando magari gli stati maggiori dei due partiti si sono già accordati su tutti i particolari e agli iscritti non resterà altro che ratificare o respingere le loro volontà.
Un congresso dove si discutano le varie posizioni in campo l'avevamo in verità già chiesto per questo autunno, ma ci era stato risposto che c'era la Finanziaria e ci sarebbero voluti due-tre mesi in più. Ora non si può più rimandare.
Da tempo, assisto al comportamento di un gruppo dirigente che si sporge a presentare atti compiuti senza democrazia, cinque persone che - attraverso le interviste rilasciate sui giornali - decidono quale deve essere il destino dei Ds. Qualcosa di inaccettabile, soprattutto perché tra le file di quella che è stata la maggioranza all'ultimo congresso sono stati in molti ad aver espresso la propria perplessità. Il congresso è perciò un atto dovuto, doveroso, non è un piacere rilasciato a 20 deputati e 12 senatori della sinistra Ds.
Con questa lettera aperta non abbiamo fatto altro che esercitare la nostra responsabilità politica per arrestare questa deriva in cui fatti compiuti sostituiscono le discussioni democratiche. Metteremo in campo tutte le iniziative per far si che questo dovere democratico venga assolto. Fatto salvo che, per noi, il centrosinistra e il governo Prodi rimangono una priorità.
da gramscitalia.it
sito della sezione italiana dell'International Gramsci Society
Anche il Komintern dubitava del "compagno Ercoli", in “Il Giornale”, 18 luglio 2003
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Agosti, Aldo, Gramsci e l’obiettivo “Migliore”, in “la Rinascita della sinistra”, 25 luglio 2003, n. 29.
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Valle, Andrea, Togliatti traditore, anche Gramsci tra le vittime, in “Libero”, 18 luglio 2003.
Repubblica 3.10.06
Quel sogno ungherese soffocato da Mosca
di Bernardo Valli
La rivoluzione contro il comunismo
cinquant'anni fa la rivolta di Budapest
A ottobre scoppiò la protesta di piazza di operai e studenti
La repressione sovietica mostrò l'impossibilità di cambiare il sistema
Il 23 ottobre 1956 Budapest si sveglia convinta che il mondo comunista stia cambiando. Le rive del Danubio sono affollate dalle prime ore. L´aria già fredda dell´autunno è elettrizzata dall´euforia provocata dagli avvenimenti polacchi. Sono in molti a pensare che sia ormai imminente un´identica svolta in Ungheria. Tra il 19 e il 22 ottobre il comunismo nazionale polacco ha riportato al potere Wladislaw Gomulka, caduto in disgrazia nel ´48 per "deviazionismo nazionalista" e poi incarcerato per anni.
La riabilitazione di Gomulka, accettata dai sovietici, è vista come il preludio alla riabilitazione di Imre Nagy, il presidente del consiglio ungherese destituito l´anno precedente, ed espulso via via dall´ufficio politico, dal comitato centrale e infine dal partito, perché "troppo liberale".
La disgrazia politica ha fatto di Nagy il mitico simbolo di un comunismo nazionale, simile a quello che i vicini polacchi sembrano avere appena realizzato. Nagy è un uomo di piccola statura, con i baffi fitti e spioventi. Dicono che assomigli a un notaio della vecchia società austroungarica. Ma al contrario di tanti dirigenti comunisti lui non è un intellettuale uscito dalla piccola borghesia (o come il filosofo György Lukàcs dall´alta borghesia). Viene dalle pianure occidentali dell´Ungheria contadina. Dopo il ritorno al potere di Gomulka, gli ungheresi non si aspettano soltanto che avvenga lo stesso per Nagy: pensano sia inevitabile che anche in Ungheria, come in Polonia, venga definitivamente condannato lo stalinismo, siano ritirate dal Paese le truppe sovietiche, sia avviato un processo di democratizzazione, e sia promossa una riforma economica. All´inizio si sostiene che questo deve avvenire nel rispetto del sistema socialista e del legame con Mosca.
Quella mattina del 23 ottobre 1956 i destini delle democrazie popolari di Varsavia e di Budapest, come vengono definiti i regimi comunisti dell´Europa orientale, appaiono molto simili. Il vento della destalinizzazione, levatosi dal XX Congresso del partito sovietico, riunitosi a Mosca dal 17 al 24 febbraio, durante il quale Nikita Krusciov ha svelato i "crimini" di Stalin, morto tre anni prima, hanno avuto ripercussioni immediate e diverse nei Paesi dell´Est. Il primo effetto è stato quello di riavvicinare la Jugoslavia di Tito all´Unione Sovietica. Un segnale di grande rilievo perché la Federazione jugoslava, governata da un comunismo con una netta impronta nazionale, ben distinto da quello sovietico, era prima giudicata un´eresia e condannata come tale.
In Polonia la sanguinosa repressione delle manifestazioni operaie di Poznan, il 27 e 28 giugno (113 morti tra i lavoratori che rivendicavano il pagamento di ore straordinarie) hanno accentuato le croniche agitazioni. Come a Varsavia, anche a Budapest il XX Congresso ha approfondito le divisioni tra i dirigenti: ha dato coraggio agli elementi più "liberali" (revisionisti, riformisti): in Polonia ai gomulkisti e in Ungheria ai nagyisti. Al punto che il vertice moscovita, spaventato dalle spinte nazionaliste, frena bruscamente sul fronte delle riforme e predica la continuità, e si oppone al patriottismo esaltando la solidarietà internazionale. Vale a dire l´obbedienza all´Urss. Ma di fronte alle intemperanze polacche, avendo ricevuto garanzie sulla cosiddetta solidarietà internazionale, i sovietici cedono su più punti, e concedono quel che subito gli ungheresi a loro volta pretendono.
Dunque Budapest, il 23 ottobre del ´56, sta per ottenere quel che Varsavia ha appena ottenuto, attraverso il compromesso e grazie a un movimento compatto. Questo è perlomeno lo scenario previsto o auspicato dai riformisti e dai revisionisti dell´Unione degli Scrittori e del Circolo Petöfi, dove gli intellettuali promuovono apertamente un´azione tesa ad accelerare i cambiamenti nel partito. Tra gli studenti, più intemperanti e meno omogenei nell´avanzare le rivendicazioni, gli umori sono più eccitati. Nell´aula magna dell´Università tecnica di Budapest, il 22 ottobre, cinquemila tra studenti e professori hanno partecipato a un´assemblea, prolungatasi fino alle prime ore del mattino, durante la quale è stato proposto un programma democratico, in cui si esalta lo spirito della rivoluzione patriottica del 1848 (della quale il poeta Petöfi fu il promotore). Nel documento si chiedeva la partenza delle truppe sovietiche, il ritorno di Imre Nagy al governo e l´applicazione della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione dei diritti dell´uomo.
In quelle ore alla testa del partito c´è Ernest Gerö, uno stalinista meno stalinista di Mathias Ràkosi al quale è succeduto in luglio. Gerö è un personaggio inviso ai rakosiani e ancor più ai riformisti. L´ombra di Rakosi, uno dei più detestati dirigenti comunisti dell´Europa orientale, pesa ancora sul Paese. Ràkosi era il campione dalla repressione. Era la sua ossessione. Dopo i fatti polacchi di Poznan, temendo l´influenza degli intellettuali riformisti sugli operai, aveva cercato di mobilitare quest´ultimi contro "gli agenti della borghesia" annidati nei circoli culturali, in particolare nel Circolo Petöfi. Del quale aveva già sospesa nel frattempo l´attività. Ma l´azione di Ràkosi non corrispondeva più alla politica di destalinizzazione avviata dal Cremlino. Il 17 luglio due alti dirigenti sovietici (Mikoyan e Suslov) erano accorsi a Budapest e avevano sostituito Ràkosi con Gerö. Una mezza misura, un cambio della guardia insufficiente, non all´altezza della situazione.
Ma ritorniamo nell´aula magna dell´Università tecnica di Budapest dove la riunione si conclude con un comunicato in cui si invitano gli studenti a riunirsi l´indomani, 23 ottobre, alle 14.30 sul viale Gorki, davanti alla sede dell´Unione degli scrittori, per poi raggiungere la statua del generale Jozsef Bem, piazza Pàlffy, davanti alla quale deporranno corone di fiori per manifestare la solidarietà agli studenti polacchi malmenati a Poznan, dove protestavano dopo il massacro degli operai. Il comunicato si conclude con un invito «ai lavoratori delle fabbriche a unirsi al corteo». Né Nagy né i suoi stretti collaboratori hanno partecipato alla preparazione del 23 ottobre.
Il confronto non comincia per loro iniziativa. La manifestazione studentesca, prima proibita e poi all´ultimo momento autorizzata dal potere in preda allo sgomento, degenera in una sparatoria davanti all´edificio della radio, dal quale gli altoparlanti trasmettono un impacciato discorso di Ernest Gerö. Reparti dell´esercito ungherese, mandati sul posto per ristabilire l´ordine, rifiutano di sparare sulla folla, e spesso le danno le loro armi. Alle 21.30, precisa un rapporto delle Nazioni Unite, viene abbattuta la statua di Stalin. Appena informati degli scontri davanti al Parlamento e all´edificio della radio, gli operai di Csepel, di Ujpest e di altri quartieri periferici si impadroniscono di tutti i camion a portata di mano e raggiungono il centro della capitale. Dove alcune strade sono illuminate dai falò sui quali bruciano le pubblicazioni in lingua russa strappate dalle vetrine delle librerie. Cosi nella notte tra il 23 e il 24 ottobre la manifestazione studentesca si trasforma in una sommossa operaia, di fronte alla quale l´Avh (Autorità per la protezione dello Stato), la polizia politica collegata ai servizi sovietici, difende a stento le sedi del partito, il parlamento, le centrali telefoniche. L´Avh non può contare sull´esercito, né sulla polizia ordinaria, solidali con i manifestanti.
Quest´ultimi, sempre più armati, grazie ai soldati che hanno fornito i fucili, danno la caccia agli agenti sospettati di avere sparato sulla folla. In quella stessa notte si riunisce l´Ufficio politico, la massima istanza del partito, e in preda al panico prende decisioni contraddittorie. Da un lato reintegra Imre Nagy nel Comitato centrale e lo designa come capo del governo, dall´altro chiede l´intervento delle truppe sovietiche, affinché ristabiliscano l´ordine e facciano rispettare lo stato d´assedio e la legge marziale, decretati di gran fretta.
Imre Nagy viene riabilitato e rimesso formalmente al potere, come Gomulka a Varsavia, ma a Budapest la svolta politica diventa tragedia.
Ma il 23 ottobre è soltanto il primo atto di una rivolta che assai presto si rivela un´insurrezione nazionale contro la dominazione straniera, contro un regime totalitario, in favore della democrazia. Uno dei più meticolosi storici delle democrazie popolari (l´ungherese François Fejtö), dice che in quel tardo ottobre le aspirazioni popolari si sono manifestate in un disordine tumultuoso, come in un fuoco d´artificio di sogni, di passioni, di frustrazioni, di spontaneità. La cappa della repressione è esplosa dando libero sfogo a tutti gli strati di una società che il comunismo reale non era riuscito ad appiattire.
La posizione di Nagy si rivelò subito impossibile. Comunista leale e patriota realista cercò di rispettare il compromesso raggiunto con i sovietici (i soliti Suslov e Mikoyan accorsero subito a Budapest), secondo il quale l´Ungheria avrebbe rispettato la famosa solidarietà internazionalista. Vale a dire che non sarebbe uscita dal blocco sovietico. Ma l´insurrezione era ormai diventata una rivoluzione, e Nagy non aveva gli strumenti per guidarla e contenerla. E cosi quando i capi dell´insurrezione-rivoluzione chiesero «la denuncia del Patto di Varsavia, l´indipendenza totale e la neutralità», dopo qualche giorno di resistenza, Nagy non si oppose a quelle richieste. Cedette. Non poteva che stare con coloro che l´avevano invocato. Con i suoi.
E l´Ungheria fu livellata dai carri armati. Sovietici. Sotto gli sguardi impietositi o freddi dell´Occidente, impegnato in quella stagione in Medio Oriente, dove si svolgeva l´ultima spedizione coloniale, quella anglo-francese di Suez.
Repubblica 3.10.06
L'occasione persa dal Pci
di Mario Pirani
I giorni della rivolta vissuti nella redazione dell'Unità
Allora è cominciata la lunga crisi del Pci
Intellettuali. Molti intellettuali comunisti decisero in quella occasione di uscire dal partito
La politica dell'America sull'Ungheria fu veramente debole. La lasciarono alla deriva nel mare dell'evoluzione storica
Il partito comunista italiano pagò duramente questo abbandono di solidarietà verso lavoratori in lotta per la loro libertà
A Budapest e nelle altre città ungheresi si distruggevano tutti i simboli della dipendenza dell'Ungheria dall'Urss
L'accettazione acritica dell'Urss come Stato socialista modello era sparita per sempre, come anche il dovere di ubbidirle
Alibi. Le parole di Napolitano smentiscono chi dice che quello fu "un errore necessario”
Riandando a quelle giornate del ´56 mi sembra di udire ancora il ticchettio delle telescriventi dell´Unità che nel pomeriggio del 23 ottobre avevano cominciato a trasmettere da Budapest le notizie di una manifestazione di studenti, trasformatasi nel corso di qualche ora in una imprevista e imponente dimostrazione di piazza contro il regime. D´ora in ora i dispacci si facevano più drammatici e ce li passavamo, quasi strappandoceli di mano, per leggerli subito: duecentomila persone si erano radunate nelle vie e nelle piazze del centro, una gigantesca statua di Stalin era stata abbattuta, davanti alla sede della radio di Stato la polizia aveva fatto fuoco, i carri armati sovietici di stanza attorno alla città si stavano muovendo.
Per molti giorni nella redazione ogni ordine gerarchico sembrava venir meno. Tutti ci accalcavamo nella stanza del direttore che era Pietro Ingrao (gli sarebbe subentrato di lì a poco Alfredo Reichlin, mentre io ero a capo dei servizi economici e sindacali) o ci confrontavamo in animate discussioni nei corridoi e nel salone delle riunioni. La redazione si spaccò anche sulla pubblicazione o no (prevalse il no, per disposizione superiore) del "Manifesto dei 101", malgrado le autorevolissime firme del meglio dell´intellighentia di sinistra, da Sapegno a Muscetta, da Aymonino a Vespignani, da Cafagna a Spriano. A infiammare ancor più il confronto contribuì il rientro fortunoso del nostro inviato, Alberto Jacoviello, arrestato, assieme a Montanelli, da un reparto russo prima del confine austriaco, che aveva trasmesso corrispondenze assai critiche verso la dirigenza comunista ungherese.
Quello che ci colpiva di più nei suoi scritti era che descrivevano una rivolta non solo studentesca e giovanile, come in un primo momento era parso, ma pure animata, in prima fila, dai quarantamila metalmeccanici delle officine di Csépel che avevano dato vita ai Consigli operai, quasi una riedizione dei soviet della rivoluzione d´Ottobre.
Naturalmente quelle corrispondenze non erano affatto piaciute alla direzione del partito e ricordo ancora, proprio nella redazione di via IV Novembre, il ghigno ieratico di Mario Alicata, intransigente capo della sezione culturale di Botteghe Oscure, mentre sibilava con l´indice puntato contro Alberto: «Eccolo qui. È tornato il vindice della libertà magiara. Io avevo un disco di Bela Bartok e l´ho rotto!». Quella atmosfera caotica e palpitante si prolungò fino alla prima decade di novembre, prima di stemperarsi nelle settimane e mesi successivi in dibattiti tesi, non di rado dolenti, ma più composti, in spregiudicati contraddittori giornalistici su nuove pubblicazioni ricche di fermenti revisionistici, da Passato e Presente diretta da Antonio Giolitti a Città aperta, diretta da Tommaso Chiaretti, un redattore popolarissimo dell´Unità. La loro sorte politica era, però, segnata: se Giolitti uscirà dopo l´VIII Congresso, Tommaso Chiaretti, nello spazio di un anno, finì radiato dal partito dopo aver pubblicato "La grande bonaccia delle Antille", un irridente apologo di Italo Calvino nei confronti di Togliatti (al pari di Jacoviello anche Chiaretti nel 1976 approderà a Repubblica come primo critico teatrale del nostro giornale). Nell´arco di quell´anno una generazione di giovani comunisti – di cui noi redattori dell´Unità e di Paese Sera eravamo una scheggia abbastanza rappresentativa – si trovò, comunque, a fare i conti con l´appartenenza al Pci, maturata sull´onda della opposizione al fascismo e della Resistenza. Sulla base, cioè, di valori di libertà, democrazia, indipendenza nazionale che sentivamo sempre più in contraddizione col legame con l´Urss.
È opportuno ricordare come questo snodo non fosse venuto alla luce solo con l´esplodere della sanguinosa crisi ungherese e con i moti di pochi giorni antecedenti, scoppiati a Poznan in Polonia e seguiti dal cambio di governo a Varsavia dove era stato defenestrato il maresciallo (di origine russa) Rokossovski e nominato primo ministro Wladislaw Gomulka, in galera fino al giorno innanzi. Questi eventi, che svelavano la natura dei cosiddetti paesi di democrazia progressiva, erano stati, peraltro, preceduti da accanite discussioni scaturite dalla divulgazione del rapporto segreto di Krusciov al XX Congresso svoltosi a Mosca in febbraio, il cui testo anticipato solo sul New York Times del 26 marzo, era stato in seguito ripreso in Italia dal Punto, settimanale di cultura azionista, diretto da Vittorio Calef. Da quel momento il dibattito all´interno e all´esterno del partito era diventato esplosivo. Le "degenerazioni" del regime socialista, così definite persino da Togliatti in un ponderoso saggio-intervista su Nuovi Argomenti, mettevano in questione non solo l´Urss ma la natura, la storia, la vocazione dello stesso Pci. L´esigenza di una svolta radicale veniva rivendicata non solo da quasi tutto il mondo intellettuale che ruotava allora attorno al partito ma anche da autorevoli dirigenti come Antonio Giolitti, Furio Diaz, Bruno Corbi, Fabrizio Onofri, Renato Mieli, Eugenio Reale e da personaggi di altissimo prestigio come Giuseppe Di Vittorio, capo amatissimo della Cgil, o Fausto Gullo, già ministro dell´Agricoltura e artefice di celebri decreti che portavano il suo nome e che avevano cambiato le condizioni di centinaia di migliaia di coloni agricoli.
Questo il clima in cui si delineavano scelte dirimenti collettive e personali che la rivoluzione ungherese aveva portato a maturazione. Non reggeva infatti più quella straordinaria e per un certo arco di tempo lungimirante "doppiezza" inventata e incarnata da Palmiro Togliatti che era riuscito a radicare le masse popolari italiane entro i limiti di una opposizione di massa, i cui paletti erano segnati in partenza dalla Costituzione e dal rispetto sostanziale dei confini di Jalta, guidata da un partito che rivendicava la via parlamentare per concorrere al potere e che plasmava la sua ideologia alla luce, soprattutto, di garantirsi un agreement permanente col mondo cattolico. In questo contesto l´Urss aveva la funzione di catalizzare l´immaginario rivoluzionario di una base, nell´immediato impegnata in un riformismo dei fatti, proiettandolo verso un futuro assolutamente atemporale, non segnato da tappe o scansioni di accesso: una icona – il socialismo sul modello sovietico – dipinta come un paradiso in terra, da sognare ma non da raggiungere. Questo capolavoro di composizione degli opposti, che aveva permesso, tra l´altro, di riassorbire senza rotture le pulsioni ricorrenti dell´estremismo di sinistra, era venuto meno col disvelamento dell´Urss come potenza aggressiva e incombente, qui e ora: l´orologio dell´atemporalità si era inopinatamente messo in moto e scandiva l´ora della scelta.
E a questo punto si pose un interrogativo di fondo.
Poteva Togliatti in seguito alla rivoluzione ungherese intraprendere una grande svolta, liberarsi del legame di ferro con l´Urss, gettare le basi di una unificazione riformista, far cadere il fattore K e aprire alle sinistre italiane la via del governo, assai prima del crollo del muro di Berlino? Chi scrive, come quasi tutti coloro che negli anni a cavallo di Budapest lasciarono il partito, pensavano e speravano di sì. Ci confortava il fatto che l´Italia fosse sotto l´ombrello della Nato, ci confortava che Tito già dal 1948 avesse potuto affermare l´indipendenza da Mosca senza subire una aggressione militare, fornendo la prova che ci si poteva staccare da Stalin anche restando comunista, ci confortava l´arco di alleanze, dal Psi alla sinistra cattolica fino ai partiti laici che era ancora possibile consolidare, aprendo finalmente la via a una alternanza di sinistra democratica. Ci dissero allora – e molti lo ripetono ancor oggi – che quella strada non era percorribile, sia perché la guerra fredda aveva diviso i due campi in un modo tale da non permettere defezioni, sia perché la base comunista non avrebbe seguito una revisione tanto drastica. Certo, il popolo comunista non avrebbe seguito un gruppo di intellettuali illuminati, ma è almeno presumibile che, per contro, se la via dell´indipendenza e della fedeltà ai valori dell´umanesimo socialista fosse stata imboccata da Togliatti e da un gruppo dirigente di enorme prestigio (basta pensare all´ascendente di Di Vittorio) la frazione filosovietica avrebbe avuto poco spazio per agire.
Il fatto certo è, invece, che Togliatti mostrò in quel momento storico un limite che pesò in modo catastrofico sul futuro della sinistra italiana. Quanto alla teoria dell´"errore necessario", se era discutibile nel ´56, essa appare oggi un inaccettabile camuffamento di una revisione incompiuta.
In realtà di quel gruppo che allora solidarizzò con Togliatti e con i carri sovietici, per stracciarsi le vesti dopo la caduta dell´Urss, molti si sono rivelati dei pentiti a metà, proprio dietro l´usbergo dell´"errore necessario". Limpida e, come quasi sempre negli ultimi decenni, solitaria, la posizione di Giorgio Napolitano, il quale, affermando che «allora ebbe ragione Nenni» e andando a rendere omaggio ad Antonio Giolitti, come primo atto della sua Presidenza, si è dimostrato ora convinto di come nel 1956 fosse percorribile una diversa scelta.
Repubblica 3.10.06
Intervista allo storico Victor Sebestyen
il mondo libero li abbandonò
Franceschini
Tradimento. Gli ungheresi si sentirono traditi soprattutto dagli Stati Uniti
Incertezza. A Mosca erano divisi: qualcuno era contrario all'intervento militare
«Dalle prime ore di stamane truppe sovietiche stanno attaccando Budapest e la nostra popolazione. Informateci su quanto sta facendo il mondo per aiutare l´Ungheria». Sono le sei e trenta del mattino del 4 novembre 1956. A Vienna, le telescriventi dell´Associated Press battono i comunicati che giungono dal quotidiano ungherese Sza bad nep (Un popolo libero). A inviarli non è un giornalista, bensì un ragazzo che scrive con il fucile a tracolla, mentre le sue speranze di libertà, dopo due settimane di fieri combattimenti nelle strade della capitale, vanno in frantumi. I carri armati sovietici stanno radendo al suolo Budapest e facendo migliaia di vittime tra la popolazione civile. Il mondo, di cui viene ancora una volta invocato l´aiuto, non muove un dito. Poco prima delle undici del mattino, la linea si interrompe: anche la voce del giovane combattente tace per sempre. «La prima rivolta contro l´impero sovietico si concluse tragicamente», commenta Victor Sebastyen, giornalista e storico inglese di origine ungherese, autore di Budapest 1956, un libro che ricostruisce i dodici giorni di quella rivoluzione popolare sulla base di nuovi documenti usciti dagli archivi di Ungheria e Russia, che ora esce contemporaneamente in Europa e in America (in Italia lo pubblica Rizzoli) in coincidenza con il cinquantenario della rivolta. «Eppure quella scintilla non si spense mai del tutto. Rimase viva nel dissenso. Brillò di nuovo, un decennio più tardi, con la primavera di Praga. Trascorso poco più di un altro decennio, si riaccese in Polonia, con il movimento di Solidarnosc. Infine l´incendio divampò nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e successivamente il crollo dell´Urss».
Vuol dire che nulla di quel che è seguito poi sarebbe stato possibile senza la scintilla ungherese?
«Non dico questo, le cause della fine del comunismo in Europa orientale e del collasso dell´Unione Sovietica sono vaste e complesse. Ma la rivolta del 1956, pur brutalmente estirpata, fu il primo seme da cui derivò tutto il resto. Lasciò un segno e un trauma indelebile, che non è stato mai dimenticato, né a Mosca, né nei cosiddetti paesi satelliti, tantomeno in Occidente».
Cosa aggiunge il suo libro a quanto già si conosceva della rivolta di Budapest?
«Aggiunge le testimonianze dirette degli ungheresi, ancora vivi, che parteciparono a quelle drammatiche giornate, e che soltanto dopo il 1989, dopo il ritorno della democrazia in Ungheria, si sono sentiti di parlare davvero liberamente. Inoltre aggiunge le rivelazioni che ho trovato a Budapest e a Mosca, una volta che sono stati aperti gli archivi: trascrizioni delle riunioni del Politburo sovietico, per esempio».
E dunque cosa accadde a Mosca?
«La prima reazione fu di sgomento, sorpresa, incertezza. Una notevole parte del Politburo non voleva intervenire pesantemente, cercava un compromesso con il nuovo potere insediatosi a Budapest. Gli stessi vertici dell´Armata Rossa esitavano. I successi iniziali conseguiti dai rivoltosi facevano temere il peggio».
Come fu possibile che una rivolta armata di vecchi fucili e bottiglie Molotov mettesse in scacco l´Armata che appena dieci anni prima aveva sconfitto Hitler e conquistato Berlino?
«A Budapest, quando scoppiò la rivolta, c´erano 1500 carri armati sovietici. I combattenti per la libertà ungheresi ne distrussero 150, uccidendo circa seicento soldati russi e qualche centinaio di uomini dei servizi segreti ungheresi fedeli a Mosca. Ma molti carri armati erano vecchi modelli, altri furono immobilizzati da incidenti, altri ancora rimasero senza benzina. Le truppe russe presenti in città non appartenevano a reparti di élite. Le forze sovietiche caddero in preda al caos. Così, utilizzando metodi da guerriglia urbana e grande coraggio, a un certo punto la rivolta, a cui parteciparono attivamente circa 25 mila persone, tra cui molti ragazzi di dodici e tredici anni, molte donne, sembrò avere la meglio».
Poi cosa successe?
«Il 30 ottobre venne assediato il Comitato Centrale del partito comunista ungherese. Dopo una battaglia di tre ore, i funzionari uscirono con una bandiera bianca. Furono immediatamente fucilati e appesi in piazza, a testa in giù, per i piedi, come Mussolini a Milano. Poi venne dato loro fuoco. L´odore della carne bruciata si sentì per un giorno intero. Il giorno dopo, al Cremlino, i membri del Politburo video le foto di quelle scene e decisero di agire. Ma credo che avrebbero finito per decidere comunque: come tutti gli imperi, sentivano che se avessero lasciato fare all´Ungheria, anche gli altri paesi satelliti dell´Europa orientale si sarebbero potuti ribellare uno dopo l´altro. Così Mosca ordinò l´invio massiccio di carri armati e truppe speciali».
Contro cui la guerriglia urbana non funzionò?
«Nei primi giorni i carri armati avevano l´ordine di non sparare alla cieca sulla folla e sulle case. Alla fine, invece, bombardarono gli edifici dei ribelli fino a raderli al suolo, con la gente dentro. Molotov e fucili non servivano più a niente».
Gli ungheresi si sentirono traditi dal resto del mondo?
«Soprattutto dall´America. Ma il presidente Eisenhower era alla vigilia di un´elezione e non se la sentì di mettere in discussione gli accordi di Jalta sulla spartizione dell´Europa».
C´è anche un elemento personale nel suo libro?
«Sono nato a Budapest, ero in fasce nei giorni della rivolta, ma i miei genitori, pur non partecipandovi attivamente, la sostennero. Pochi mesi più tardi, tutta la mia famiglia fuggì in Occidente. È tutta la vita che aspettavo di fare i conti con il 1956».
ITALO CALVINO
Quella sera in cui arrivarono le notizie dell´invasione dell´Ungheria da parte dell´Armata rossa e dell´ingresso dei carri armati a Budapest, ero a cena con Amendola a Torino, in casa di Luciano Barca, che dirigeva l´edizione torinese dell´Unità. Amendola ha ricordato in un suo libro quest´episodio. Lui era venuto a Torino per incontrare me e gli altri amici della Einaudi; per "tenerci buoni", perché si capiva che le difficoltà stavano arrivando e noi davamo segni di grande impazienza. Fu per me una serata decisiva. Mentre Amendola parlava, Gianni Rocca, che allora era redattore capo dell´Unità, telefonò a Barca. Aveva la voce rotta di pianto. Ci disse: i carri armati stanno entrando a Budapest, si combatte per le strade. Guardai Amendola. Eravamo tutti e tre come colpiti da una mazzata. Poi Amendola mormorò: «Togliatti dice che ci sono momenti nella storia in cui bisogna essere schierati o da una parte o dall´altra. Del resto il comunismo è come la Chiesa, ci vogliono secoli per cambiar posizione...». Me ne andai senza clamore nell´estate del ´57.