il manifesto 30.9.06
La necessità di ridefinire e riorganizzare i rapporti tra uomini e donne rischia di slittare insidiosamente verso una deriva androgina Intervista con Sarantis Thanopulos mentre è in corso il congresso sul transfert
Di fronte a una impasse del desiderio
Le isteriche di una volta mettevano in scena ciò che era coperto dal silenzio, mentre le ragazze anoressiche di oggi mettono in evidenza il vuoto che si nasconde dietro il troppo parlato Verrebbe da dire che ci si trova di fronte a una «frigidità» della psiche, la cui manifestazione clinica più diretta è l'incapacità di accogliere e elaborare il dolore
di Francesca Borrelli
In una contingenza storica che vede aggiornarsi il disagio della civiltà sotto la tirannide del godimento compulsivo e del consumo coatto di generi velocemente destinati all'obsolescenza, anche il dolore mentale si muove verso aree sempre più interessate da un rapporto problematico con il desiderio, l'immagine di sé e la relazione con l'altro. In questo orizzonte, che conosce oscillazioni drammatiche tra tentativi di conformarsi agli ideali del mercato e ribellioni solitarie e autodistruttive, la psicoanalisi si trova a fronteggiare nuove forme di rifiuto, inedite manovre psichiche per esorcizzare l'angoscia derivata dalla sensazione di vuoto, maldestre strategie di separazione dall'autorità dei genitori: disagi che sempre più spesso precipitano nella realtà concreta senza potersi affidare a una dimensione simbolica. Nella relazione analitica è come sempre il transfert a consentire la teatralizzazione del conflitto tra vita pulsionale e intelletto, offrendosi come scena per la riattualizzazione di esperienze remote, nascoste nella psiche. Ne stanno discutendo in questi giorni gli psicoanalisti freudiani riuniti nel loro XIII congresso nazionale, e tra questi Sarantis Thanopulos, uno tra gli esegeti di Freud più brillanti, greco di origine, ora segretario della Società Psicoanalitica Italiana. Da anni si occupa di studiare i rapporti tra la psicoanalisi, il sogno e la tragedia classica, indagando le dinamiche che presidono alla costituzione antinomica della soggettività e alla formazione del senso di responsabilità nei confronti di sé e degli altri. Prima dell'estate ha curato con Andreas Giannakulas un volume di saggi titolato L'eredità della tragedia e sta per uscire un altro libro da lui curato insieme a Olga Pozzi con il titolo Ipotesi gay (entrambi per Borla). Con Sarantis Thanopulos, cerchiamo dunque di fare il punto su alcuni tra i problemi che la psicoanalisi si trova a affrontare negli ultimi anni.
Una tra le formulazioni di Freud che ha retto meno bene al tempo è quella che distingue un transfert negativo, ossia dominato da sentimenti di ostilità verso l'analista, da un transfert positivo, che può presentarsi sia nella forma di una affettività irreprensibile sia nella sua variante erotizzata. Cosa hanno imparato a questo proposito gli analisti, in un secolo di esperienza?
Hanno imparato a capire che questa distinzione così essenziale e apparentemente semplice è, in realtà, difficile e complessa. L'aggressività può nascondere un desiderio autentico, non compiacente nei confronti dell'analista, che trova nella rabbia o nell'odio l'unica strada per esprimersi. Ma può anche succedere che l'analisi si svolga per anni in un clima positivo, raggiungendo a volte forme di scambio autentico, senza che una parte importante della domanda esistenziale del paziente sia adeguatamente inquadrata e accolta, perché la positività della relazione analitica compensa, in realtà, una visuale profondamente pessimista sulle prospettive di un cambiamento. Detto questo, la distinzione è ancora oggi importante e valida, ma è notevolmente cambiata la sua messa a fuoco. Si può parlare di positività del transfert tutte le volte che i pazienti investono libidicamente la relazione analitica, indipendentemente dai modi con cui esprimono questo investimento. Sto parlando dell'espressione spontanea di una soggettività desiderante, che cerca nel rapporto con l'analista un incontro con l'altro, tale per cui il desiderio prende forma e esiste come un modo di essere che tende verso l'appagamento. Ciò che più conta, nel transfert come nel sogno, non è l'appagamento di un desiderio concreto in sé, ma la sua legittimazione interna, la realizzazione della persona, l'affermazione del suo modo di sentire e di desiderare. Più problematica è la definizione del transfert negativo. Potremmo distinguere tra assenza di transfert e «reazione terapeutica negativa»: nel primo caso, l'esperienza traumatica del passato non può essere riprodotta, perché - come dice Winnicott - mentre quella esperienza aveva luogo, il soggetto non era lì per esperirla. In altre parole, il trauma non ha concesso alla soggettività di costituirsi. L'analista incontra un buco nella tela del transfert, cui corrisponde come segno positivo l'oscuro e angoscioso presentimento da parte del paziente che possa verificarsi per la prima volta una catastrofe, in realtà già accaduta senza che egli l'abbia registrata internamente. Sulla «reazione terapeutica negativa», ci si può riferire a André Green quando osserva come alcuni pazienti trasferiscano nella relazione analitica il loro desiderio di non desiderare, che deriva da una mortificazione estrema della loro soggettività: la cosa importante non è più appagare il proprio desiderio, ma dimostrare a se stessi di poter fare a meno di questa soddisfazione.
Oggi la forza di quella autorità simbolica che Freud faceva coincidere con il padre, e sulla quale si reggeva l'intero programma della civiltà, sembra essere tramontata, o comunque conoscere una esasperazione drammatica della sua inadeguatezza. Quel che sarebbe interessante capire è come questa perdita si riflette nei disagi psichici e se gli analisti notino, più spesso di quanto non capitasse in passato, scompensi nella formazione del super Io, soprattutto nei pazienti più giovani.
Lei tocca un punto spesso misconosciuto negli ultimi tempi, ossia l'importanza del padre nella formazione del Super Io, inteso non soltanto come coscienza morale, ma soprattutto come istanza che differenzia desideri e ruoli, garantendo l'assunzione individuale di un senso di responsabilità nei confronti dell'altro e di se stessi. L'acquisizione di un senso di colpa sociale, sul quale Freud giustamente insisteva e che le elaborazioni di Melanie Klein hanno messo successivamente in ombra, è decisiva tanto nella formazione quanto nella affermazione di un proprio modo di essere. Ora, la difficoltà di assumersi la responsabilità della propria esistenza in relazione agli altri è fin troppo evidente, non soltanto nei pazienti adolescenti ma anche in molti trentenni che vivono con paura la possibilità di fare scelte che li impegnino.
Lei ha scritto sulla tragedia greca e sulle affinità che - a partire dal procedimento catartico - la terapia analitica ha mutuato dalle sue dinamiche. Naturalmente, nonostante la società e l'organizzazione familiare siano velocemente cambiate negli ultimi decenni, il modello della tragedia classica vale ancora e varrà per sempre a dare rappresentazione ai movimenti dell'inconscio. Ma i personaggi che si presentano sulla scena analitica hanno spesso terremotato il loro rapporto con i ruoli tradizionali. Come riassumerebbe i cambiamenti più significativi ai quali ha assistito negli ultimi anni?
La tragedia mette in scena il disordine dei ruoli costituiti evidenziando il paradosso intrinseco all'organizzazione sociale e familiare, perché queste strutture traggono la loro legittimità solo dalla tensione dialettica con ciò che minaccia di sovvertirle: esse esistono in quanto strutture di trasformazione, che devono costantemente elaborare l'esperienza oscura e intuitiva di comunione con il mondo trasformandola in relazioni di scambio. Freud ha avuto la fondamentale intuizione di identificare il sogno come il luogo in cui il desiderio indifferenziato, ossia rivolto verso di sé, si trasforma in desiderio differenziato, ossia indirizzato all'altro. In questo senso egli è il vero erede della tragedia classica, che invitava lo spettatore a «sognare» l'impasse delle relazioni di scambio portate sulla scena, cioè ad attivare in se stessi uno spazio isterico, un luogo catartico capace di trasformare e riorganizzare dentro di sé queste trasformazioni. La questione di fondo è la rigidità che si può verificare nella distribuzione dei ruoli all'interno della organizzazione privata e pubblica della nostra relazione con l'altro, quando questa relazione è messa in pericolo. In una simile prospettiva, sempre più spesso sembra che le persone in analisi non siano in grado di riconoscere e usare il sogno come luogo di sovversione di un ordine dell'esistenza ingessato e immobile.
Un altro tra i fattori di cambiamento è imputabile alla magmaticità e talvolta dalla interscambiabilità di comportamenti e di ruoli sempre più svincolati dalla appartenenza sessuale. Nella sua esperienza psicoanalitica, come si disordina e come si riorganizza la psiche per rispondere a queste sollecitazioni sociali?
Penso che la necessità di ridefinire e riorganizzare i rapporti tra uomini e donne rischi di slittare insidiosamente verso una deriva androgina. A pagare le spese di una confusione dei linguaggi e dei ruoli è l'elemento femminile, presente in entrambi i sessi, ossia il desiderio di ospitare l'altro internamente. La parte femminile, accogliente di sé, è percepita come luogo di precarietà e di destabilizzazione, trattata con sfiducia e diffidenza, a volte persino con segreto disprezzo. Tutto ciò prelude a una riorganizzazione tendenzialmente fallica, autarchica, del proprio psichismo, che sospende il riconoscimento e l'elaborazione delle perdite.
In un suo libro recente sui disturbi alimentari, scritto a quattro mani con Uberto Zuccardi Merli, Massimo Recalcati nota che la nostra epoca è contraddistinta da «una ricerca di rimedi mondani al carattere imperfetto dell'esistenza». Poiché sembra che l'imperativo della civiltà contemporanea non sia più quello del dovere bensì quello del godimento, prima di tutto per i genitori è diventato problematico indicare e trasmettere il senso etico della rinuncia. L'assunzione di droghe, l'abuso di farmaci, gli attacchi di panico e un rapporto patologico con il cibo sono tra le risposte più frequenti all'esigenza di controllare il desiderio al di fuori della relazione con l'altro. Funzionano come strategie per organizzare una coesione narcistica di sé, e insomma assegnarsi una identità all'interno di una tendenza difensiva che ambisce all'omologazione con gli ideali del mercato, non certo alla loro sovversione. Lei come legge queste trasformazioni?
Gli ideali del mercato hanno una forza di penetrazione sbalorditiva, perché si incastrano con l'esigenza diffusa di evadere l'elaborazione del lutto, e in generale le perdite. Dietro le luci abbaglianti della globalizzazione è in crisi profonda l'organizzazione sociale delle relazioni di scambio, ossia la struttura più affidabile tra quelle che gli esseri umani hanno tradizionalmente usato per elaborare il lutto correlato al «carattere imperfetto dell'esistenza». L'esigenza di sostare come soggetti desideranti al di fuori della relazione con gli altri deriva dal fatto che questa relazione è diventata molto difficile. Accanto all'abuso di stupefacenti conosciuti e catalogati, assume dimensioni preoccupanti la tendenza a usare come «additivo» dell'esistenza tutto ciò da cui si può dipendere senza impegno, né costi mentali e psichici, siano essi relazioni o oggetti. Il che allarga enormemente la possibilità del mercato di vendere soprattutto «atmosfere», con i prodotti materiali che le «arredano». Gli psicoanalisti devono stare attenti a non partecipare a questa fiera, a non acquistare soprapensiero le proposte allettanti di «nuove forme del disagio psichico». Mi preoccupa la mistificazione di queste sofferenze e il loro spogliarsi di espressioni autentiche.
Come descriverebbe, partendo dalla sua esperienza clinica, queste recenti forme di disagio?
Si sta diffondendo sempre di più una isteria spostata sul suo versante narcisistico, melanconico. È un fenomeno noto e tutti ne parlano, seppure in modi diversi. Molto minore attenzione viene prestata, invece, a quei pazienti che tendono essenzialmente a mettere in scena un mondo privato, fatto di solitudine. Noi analisti vediamo questo disagio evidenziarsi in una esitazione drammatica messa in atto nella trama del transfert, perché esso consiste in primo luogo nel portare ciò che giace nel proprio mondo privato verso la relazione con l'altro. A tutti i futuri analisti consiglierei la lettura di un libro di Paul Auster titolato L'invenzione della solitudine, in cui vengono citati, tra l'altro, alcuni versi di una canzone di Billy Holiday che trovo di estrema attualità per ché danno voce a una solitudine che parla con lo scopo di mantenersi tale, ma anche di farsi ascoltare, per esempio nella relazione con l'analista. E chi la ascolta capisce che questo parlare colloca lui e il paziente al tempo stesso nel presente e nel passato: in un presente che rivela come la speranza del passato sia una illusione e in un passato che difende la speranza contro ogni tentazione di illusione attualizzata.
La diffusione così esplosiva dei disturbi della alimentazione, dalla anoressia alla bulimia alle loro numerose complicazioni, quali bisogni insoddisfatti ci segnala in particolare?
L'anoressia femminile è l'esempio più diffuso dell'isteria melanconica cui facevo riferimento poco fa. La pretesa di fare a meno dei propri desideri conduce alla disincarnazione dell'esperienza, perché il corpo è precisamente ciò che contraddice una simile pretesa. A venire pesantemente rifiutata è l'imbarazzante complementarità con l'altro; e non è sorprendente che la questione esploda nell'adolescenza, quando i problemi relativi ai rapporti tra i due sessi si manifestano in tutta la loro drammaticità Molte adolescenti soffrono la crescente difficoltà di identificazione femminile con le propri madri ma anche l'ingresso brutale nel campo della sessualità. Dico brutale, perché dietro una proliferazione dei «segni» propri alla seduzione è aumentato lo iato tra la spinta che anima il corpo desiderante e l'effettiva capacità dell'adolescente di gestirlo. Con il linguaggio corporeo «in negativo» delle ragazze anoressiche, che pare si diffonda per imitazione, prende forma una forte denuncia, sebbene inconsapevole, della ipocrisia intrinseca alle relazioni sessuali. Le isteriche di una volta mettevano in scena ciò che era coperto dal silenzio, mentre le ragazze anoressiche di oggi mettono in evidenza il vuoto che si nasconde dietro il troppo parlato. E in un certo senso le si può considerare emblematiche dell'impasse che lo spazio tragico conosce nella nostra epoca. Se il dilemma tragico sta nel fatto che l'altro è una minaccia per la nostra esistenza e insieme è costitutivo della nostra identità, l'anoressia testimonia l'impossibilità di sostare nel campo di questo dilemma.
Questo protagonismo del corpo nell'arte contemporanea, per di più violato, trafitto, sessualmente ibridato, cosa le suggerisce?
Verrebbe da dire che ci si trova di fronte a una «frigidità» della psiche, la cui manifestazione clinica più diretta è l'incapacità di accogliere ed elaborare il dolore. Mi viene in mente un film di tanti anni fa, L'uomo del banco di pegni, che ha per protagonista un sopravvissuto dei campi nazisti, diventato incapace di provare emozioni: un certo giorno piomba in una situazione che gli impone di soffrire, ma per l'appunto non è capace, e allora trafigge la propria mano con un fermacarte a forma di chiodo. Quel che al corpo viene domandato è di supplire alla mancanza di lavoro psichico. In questo modo il corpo è mandato allo sbaraglio, perde il suo «scopo» che è quello di tendere verso la relazione con un altro corpo che lo completi, perché capace di trasformare in esperienza emotivamente significative le spinte disordinate che lo animano. Un corpo senza emozioni, puramente sensoriale e senza un legame con la psiche che lo usa come la sua via di scarico, è un corpo cieco e disorientato, oggetto inanimato da manomettere.
Carta settimanale 30.9.06
Ma chi è Massimo Fagioli
Il sodalizio con Bertinotti, il settimanale Left, il voto alle elezioni e le feste di Liberazione. Lo strano incontro tra il Prc e Massimo Fagioli. Che non piace a tutti
di Rosa Mordenti
ERA SCOMPARSO da un po', è sulla scena a braccetto con Fausto Bertinotti, nell'estate dell'anno scorso, quando l'ex segretario del Prc decise di lanciare la sua candidatura alle primarie dell'Unione nei locali della libreria «Amore e Psiche». Al suo fianco, riecco Massimo Fagioli, lo «psichiatra artista»; davanti, un pubblico numeroso ed elegante. Chi, dentro Rifondazione, ha creduto che quella con Fagioli fosse solo una delle eterodosse e personali frequentazioni dell'ora ex segretario, ha dovuto ricredersi. Pare piuttosto un sodalizio che ha dato diversi frutti, non tutti facili da mandare giù, nel partito.
Come psichiatra, Fagioli è un ribelle: ha abbandonato la Società psicoanalitica italiana nel 1976, ed è considerato «un cialtrone» dai suoi ex colleghi: reazione corporativa? Agli incontri fagioliani di «analisi collettiva» [vedi scheda] partecipano decine, a volte centinaia di persone. Molti sono intellettuali e professionisti della borghesia romana, chiamati in città «fagiolini». Si è così formato un gruppo ricco di relazioni e possibilità, che ha permesso a Fagioli di dare vita a una casa editrice [la «Nuove edizioni romane»] e di disegnare e costruire una libreria [«Amore e Psiche» appunto, aperta nel '92 a due passi dal Pantheon], due piazze con fontane [in Largo Rolli e in piazza Cavalieri] un Palazzo a forma di vela nel quartiere Piccolomini. la «Scultura blu» nel cortile della Facoltà di Studi Orientali dell’Esquilino, e di occuparsi del restauro di un palazzetto nel cuore del centro storico dl Roma, in via Sant'Andrea delle Fratte. Poi c’è il regista Marco Bellocchio, naturalmente. con il quale Fagioli si è dato al cinema, affiancandolo nella sceneggiatura e perfino nella regia di film e altre opere «private».
Forti di tanto bagaglio. Fagioli e i suoi hanno infine incontrato il mondo del Prc. Qualche dirigente del quale ha fatto due conti, e ha calcolato che il «giro» dello psichiatra avrebbe portato a Rifondazione tremila voti a Roma. Qualche «fagiolino» è stato candidato nelle liste municipali, anche se i voti, si è visto poi, si sono divisi con le liste radical-socialiste della Rosa del pugno.
Però le strade continuano ad incrociarsi. Alla «Liberafesta» di Roma, Fagioli è stato chiamato sul palco [insieme a Daniele Capezzone e Gennaro Migliore] da Luca Bonaccorsi, direttore editoriale di Left, il settimanale nato dalle ceneri di Avvenimenti che dello psichiatra ospita una ampia rubrica [di nuovo, c'è chi ha calcolato che questo assicura la vendita di circa duemila copie]. Così alla festa, si è vista la «claque fagiolina». Anzi si è sentita, dato che da lì sono venute contestazioni imbarazzanti agli ospiti e interventi letti sul palco mentre in platea lo psichiatra-artista annuiva sorridente.
Il partito, alla base e ai vertici, reagisce in modo contraddittorio e soprattutto anonimo. C'è chi trova interessanti queste persone «flchissime», chi invece si lamenta di quella che chiama «una setta» o perfino «un nuovo cancro, l'ennesima metastasi nel corpo del partito».
A infastidire molti è stata per esempio un'intervista di Bellocchio al Corriera della sera: «C'è Fagioli dietro la sinistra che nega la violenza». Dice Elettra Deiana, deputata del Prc: «Bertinotti ha compiuto spesso 'mosse del cavallo’ che hanno prodotto spiazzamenti salutari. Ma la nonviolenza dentro Rifondazione viene da una filiera culturalmente lontanissima dal pensiero di Fagioli: viene dal femminismo, dal pacifismo, dalla nostra storia».
Almeno un problema però c'è. Fagioli definisce l'omosessualità «questione psicopatologica», «legata alla pulsione di morte», e ha dichiarato in un'intervista: «Massimo rispetto per tutti. Ai limiti, nella misura in cui gli omosessuali rivendicano i diritti civili, io vado con loro a fare la manifestazione. Se però vengono nel mio studio... dico: amico mio, tu questa omosessualità la devi affrontare, perché l'omosessualità non fa star bene». Titti De Simone, deputata del Prc ed ex presidente di Arcilesbica, risponde che sarebbe lieta di avere un confronto pubblico sul tema, mentre Saverio Aversa, responsabile nazionale «diritti e culture delle differenze», meno diplomaticamente avverte: «È il momento di sollevare questo problema. Io sono un omosessuale felice, e Fagioli dice cose vecchie».
Psicoterapia di folla
A sancire la separazione con la società psicoanalitica italiana non sono stati solo gli insulti di Massimo Fagioli a «quell'imbecille chiamato Freud» o le critiche a Franco Basaglia, ma soprattutto la tecnica che la psichiatra usa dal 1975 e che lui definsce «analisi collettiva». Viene chiamata anche «psicoterapia di folla»: vere e proprie assemblee con decine di persone che si svolgano in piazza San Cosimato. a Roma. Per partecipare è sufficiente una sottoscrizione [anni fa 10 mila lire] però ci si va anche quattro volte a settimana, affrontando un percorso, definito di «cura-formazione-ricerca» che può non avere fine. Negli anni, Massime Fagioli ha dato vita a una sua Scuola romana dl psichiatria a psicoterapia.
Oreste Scalzone
Né en 1947, à Terni, ville ouvrière, fief de la métallurgie italienne. Suite aux grandes émeutes qui secouent l’Italie en 1960, milite aux jeunesses communistes. Quitte les jeunesses communistes au milieu des années soixante, sur la ligne de fuite d’une contestation du mouvement ouvrier institutionnel. Pendant trois ans, "chien sans collier". Etudiant en philosophie, théâtre politique, piquet de grève, manifestations, occupation de l’université de Rome. En 1968, se trouve propulsé sur le devant de la scène en devenant un des leaders du mouvement étudiant. En 1969, fonde avec Franco Piperno et Toni Negri, le groupe politique Potere Operaio qui se developpe au moment des grands débrayages non institutionnels de la FIAT. En 1977 (année de la création des prisons spéciales par le général dalla Chiesa) Oreste devient, de fait, le leader de l’ensemble des groupes politiques rangés sous la banière de l’Autonomie. De nouveaux mouvements de révolte éclatent un peu partout en Italie, conjugués avec une vague d’occupation de toutes les universités ; un incendie qui s’annonce plus violent et plus désespéré qu’en 1968. En 1978, lors de l’ enlèvement et l’assassinat d’Aldo Moro par les brigades rouges, le groupe de la revue Metropoli, animé par Piperno et Scalzone, procéde à des tentatives de médiations. Le 7 Avril 1979, la police procède à 23 arrestations dont celles de Negri et Scalzone : c’est le tournant des grandes rafles, des inculpations de responsabilités collectives et morales, des délits de proximité. Le mandat d’arrêt parle d’une direction, occulte et centralisée de toute la subversion. Les inculpés du 7 avril sont accusés d’avoir chapeauté tous les groupes armés en plus de la mouvance de l’autonomie. Oreste, accusé de tentative d’insurrection armée contre l’Etat, sera condamné en 1988 pour constitution d’association subversive et de bande armée, à 9 ans de prison. Tombe très malade au cours de sa détention au point de devoir être hospitalilisé. A la suite d’une campagne publique (recueil de signatures etc...) il bénéficie d’une liberté provisoire pour raison de santé : il en profite pour fuir l’Italie et s’installe en France en 1981.
Giorgio Ferrara
Un «Italien», uomo di teatro e cinema, vince a Parigi. E per l'Italia è un momento di gloria. Giorgio Ferrara, nato a Roma nel 1947, che dal 2004 dirige l'Istituto italiano di cultura nella capitale francese, è stato infatti eletto presidente del Forum, che riunisce tutti i 38 direttori degli istituti di cultura presenti a Parigi e che organizza ogni anno circa duecento manifestazioni. Allievo di Luca Ronconi nella regia e spronato da Luchino Visconti a fare pure l'attore, Giorgio Ferrara nascondeva in famiglia la propensione a esibirsi in palcoscenico. La nonna materna era un'ottima pianista, il padre Maurizio, personaggio di spicco dell'aristocrazia comunista, scrisse un musical in versi con lo pseudonimo di «Anonimo italiano», e il più giovane fratello Giuliano fin da piccolo cercava di trovare lo spazio a lui più consono sulle scene affollate della politica di casa nostra. Per di più Giorgio sì è scelto per moglie la straordinaria e simpatica Adriana Asti, una delle migliori attrici italiane. E proprio lei. la compagna della vita, Ferrara ha voluto dirigere nei film «Un cuore semplice» del 1977, con cui Giorgio vinse il David di Donatello. e «Tosca e altre due» del 2002. In teatro la coppia Asti-Ferrara si è ritrovata anche nel campo interpretativo, dando vita ai due coniugi protagonisti de «Le sedie» di Eugène Ionesco. In questi mesi all'Istituto italiano di cultura — che ha sede a Parigi in rue de Varenne 50 e vanta la biblioteca «Italo Calvino» di circa 40 mila volumi riguardanti tutti i diversi aspetti della nostra cultura —, Giorgio Ferrara sta proponendo un nuovo spettacolo da lui diretto e scritto da Corrado Augias e Vladimiro Polchi: «Aldo Moro. Une tragedie italienne», la cronaca dettagliata del più tragico rapimento a scopo politico del dopoguerra in Italia.