il Riformista 4,10.06
Riccardo Lombardi, una storia del «socialismo difficile»
di Paolo Franchi
Prima di tutto, un’avvertenza. Questa non è un’intervista, ma il resoconto, spero fedele, di una lunga e appassionata conversazione con Fausto Bertinotti su Riccardo Lombardi, il Cinquantasei, la complessa e ricca vicenda dell’autonomismo socialista in Italia. Che prende spunto da due considerazioni. La prima: i suoi primi passi in politica il leader di Rifondazione comunista, oggi presidente della Camera, li ha mossi da socialista lombardiano. La seconda: sempre lui, Bertinotti, ha voluto che il partito della Sinistra europea, in cui le formazioni vetero, post e neocomuniste pesano in modo determinante, tra le «tracce» storico-politiche meritevoli di essere seguite e indagate.
Grava su Lombardi, morto ventidue anni fa di questi giorni, il peso dell’oblio. E ancor più, forse, un giudizio o un pregiudizio diffusi che lo considerano, nel migliore dei casi, un acchiappanuvole preda di astratti furori ideologici. Inutile dire che a Bertinotti queste valutazioni non tornano affatto. «La storia socialista dell’ex azionista Lombardi, che si definiva in tempi non sospetti un a-comunista, è sin dall’inizio tutta interna a quella dell’autonomismo. E nel Psi “autonomia” voleva dire autonomia dal Pci. Anzi, vorrei dire che, almeno sul piano politico, Lombardi fu forse il più autonomista di tutti». Sul concetto di autonomismo, però, anche perché si parla di storie dell’altroieri, è il caso di intendersi. «C’è stato, nel Psi, un riformismo autonomista che non ha mai rifiutato in via di principio l’idea di una rottura del sistema capitalistico, ma non l’ha mai cercata, e anzi ha accettato l’idea di un compromesso strategico con il capitalismo. Lombardi no, Lombardi era un riformista rivoluzionario…». Se è così, si capisce bene perché faticassero a convivere, due concezioni così radicalmente diverse. «Faticavano, naturalmente, ma si rispettavano. Vuole un parere pro veritate? L’altro giorno è venuto a trovarmi un vecchio e illustre socialista della prima schiatta, Giovanni Pieraccini, e mi ha portato il suo ultimo libro (Socialismo e riformismo, Marietti 1820, ndr). Certo, anche Pieraccini rimprovera a Lombardi, cui pure riconosce “una personalità complessa, affascinante, acuta, colta”, una forte dose di “astrattezza ideologica”. Ma descrive nitidamente il suo pensiero, l’idea cioè delle riforme di struttura, il cavallo di battaglia lombardiano, “come una serie di duri colpi all’accumulazione capitalistica, e quindi al sistema”. E, se ne contesta il carattere irrealistico, agli albori del centro-sinistra, è soprattutto per via dei rapporti di forza politici: come si poteva pensare, dice, di lavorare alla demolizione del capitalismo con un Psi al 14 per cento e una Dc al 38, che controlla tutto o quasi il potere?».
Se Pieraccini, in sostanza, contesta a Riccardo Lombardi di essere stato Riccardo Lombardi, nella sinistra europea c’è chi lo capisce. «Su tutti, il giovane André Gorz, in un libro, Il socialismo difficile, che in molti trovammo affascinante». Perché difficile? «Prima di tutto, e per l’epoca non è davvero poco, perché non ha niente da spartire con il cosiddetto socialismo reale dell’Est. E poi perché si fonda su una strategia, quella delle riforme di struttura, che vuole modificare dall’interno le strutture economiche e sociali del capitalismo per trascenderlo».
Mi viene in mente una espressione tipica di Lombardi: si tratta di cambiare il motore con la macchina in movimento. «Sa che cosa diceva scuotendo la testa il riformista padano Fernando Santi, ogni volta che Lombardi la ripeteva? “E pensare che è un ingegnere”… Rispetto a tutti gli altri uomini della sinistra italiana che Gorz individua come possibili protagonisti della costruzione del “socialismo difficile”, mi vengono in mente Lelio Basso, Vittorio Foa, Pietro Ingrao, Bruno Trentin, Lombardi è il meno curioso verso i mutamenti che la ripresa del conflitto sociale determina nella società, non vede quello che cambia nella Cisl, o tra i metalmeccanici. Per dirla con un linguaggio attuale, è tutto fuorché un movimentista. Esagerano, i suoi critici, quando sostengono che vuole fare il socialismo per legge. Ma, se è lecito immaginare un giacobinismo senza ghigliottina, Lombardi è un neogiacobino. Un grande neogiacobino».
Facciamo qualche passo indietro. Fino al Cinquantasei, al XX Congresso del Pcus, all’insurrezione ungherese: perché se Lombardi è autonomista già da un pezzo, la stagione della speranza autonomista comincia qui. «Qualcosa si è già messa in movimento prima. Al congresso socialista di Torino, nel ’55, è Rodolfo Morandi, non certo un uomo della destra socialista, a pronunciare, poco prima di morire, un discorso importantissimo di apertura ai cattolici e alla Dc. Ma è il Cinquantasei ad aprire una prospettiva nuova a forze autonomiste che fin lì erano state costrette a mordere il freno. E quanto più Palmiro Togliatti frena il cambiamento tanto più si rafforza il loro ruolo». Insisto: non tutti gli autonomismi socialisti hanno lo stesso segno. «Dovessi giudicare con gli occhi di oggi, direi che c’è un autonomismo di destra, quello che comincia con l’incontro tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat a Pralognan, e finisce con il centrosinistra e l’unificazione tra Psi e Psdi; e un autonomismo di sinistra di cui Lombardi è l’esponente più significativo. Ma allora le cose erano molto più complicate. Anche uomini del socialismo di sinistra, cito per tutti Raniero Panzieri, Luciano Della Mea, Luciano Libertini si dicono e dicono ai compagni: “Vediamo cosa fa Nenni, vediamo dove va Nenni”…: l’autonomismo socialista del Cinquantasei racchiude destini politici assai diversi, il centro-sinistra, il riformismo rivoluzionario di Lombardi, l’operaismo di Panzieri».
Lombardi, il neogiacobino, interpreta, secondo Bertinotti, lo spirito del tempo, in un’Italia che, magari confusamente, dall’apertura a sinistra si aspetta molte cose. «Prepara attivamente il centro-sinistra, contro i suoi amici Basso e Foa. Ma non accetta di annacquarne il programma: alla prova del governo, di fronte all’idea che bisogna allearsi con la Dc soprattutto per salvare la democrazia, rompe. E torna a investire sul partito, nella speranza di accumulare le forze per rilanciare le riforme di struttura». Una speranza vana. «Sì, anche perché il neogiacobino Lombardi, che segue con attenzione estrema quel che capita non solo nella politica ma anche nel mondo cattolico al tempo del Concilio, non dispone direi quasi concettualmente della risorsa società: non vede il Sessantotto e l’autunno caldo». Da questo punto di vista sembrerebbe un leader politico lontano anni luce dal movimentista Bertinotti. «Rivendicarne l’attualità mi sembrerebbe una sciocchezza, stiamo parlando di un’altra stagione, quando in campo, oltre tutto, c’erano le classi, non i movimenti. Se ho pensato e penso che nella lezione dell’a-comunista Lombardi ci sia qualcosa di importante per la Sinistra europea e per Rifondazione, è perché trovo tuttora straordinario il suo arrovellarsi, che è anche il mio, sul socialismo. Su un socialismo, dico, che, per recuperare tutte le forze almeno disponibili alla ricerca che sono in campo, deve essere nutrito di una cultura esplicitamente neorevisionistica».
Quasi dimenticavo di chiedere a Bertinotti come mai, in politica, ha cominciato da socialista e da lombardiano. «Le rispondo in modo molto netto: non ho mai provato l’attrazione togliattiana. Al gruppo dirigente comunista riconosco un merito storico straordinario, che i socialisti non possono neanche sognarsi di accampare: è riuscito a impiantare saldamente il Pci nel profondo della società italiana, a farne un partito di massa. Ma la tradizione comunista mi è sempre parsa troppo sicura di sé e del suo percorso, troppo aliena, fatta eccezione per l’inquietudine di Pietro Ingrao, dal dubbio. Il dubbio, nella storia della sinistra italiana, è più roba da socialisti».
l'Unità 4.10.06
TRENTIN E L’UNGHERIA 1956
E Togliatti attaccò Di Vittorio
di Bruno Ugolini
Torna alla ribalta il tema del dissidio tra Togliatti e Di Vittorio
sui fatti d’Ungheria del 1956. La Fondazione Di Vittorio ha, infatti,
indetto per domani, giovedì, un apposito convegno. Sarà anche letto
(accanto alla relazione di Adolfo Pepe e gli interventi di Piero
Boni, Antonio Carioti, Luciana Castellina, Piero Fassino, Adriano
Guerra, Guglielmo Epifani, Carlo Ghezzi) un contributo di Bruno
Trentin. Lo scritto era stato composto dall’ex segretario generale
della Cgil, poco prima dell’incidente che lo ha colpito questa estate.
Trentin riporta alla ribalta e approfondisce, tra l’altro, un
episodio già presente in un libro realizzato con Adriano Guerra e
uscito nel 1997 («Di Vittorio e l’ombra di Stalin», Ediesse). È un
episodio rimasto un po’ in ombra e che riguarda quel terribile 1956.
Giuseppe Di Vittorio era stato giudicato colpevole da Togliatti per
aver difeso le ragioni degli operai ungheresi. Il tutto si era
trasformato in un attacco alla Cgil - sostiene Trentin - poi
sviluppato in tutte le sezioni del Pci e culminato «in una lettera di
Togliatti, nella quale informava il Comitato centrale del Pcus
dell’esistenza nel Pci di gruppi che sostenevano l’insurrezione di
Budapest. Nella lettera, inoltre, si sottolineava che tali gruppi
esigevano che l’intera direzione del partito venisse sostituita, con
Di Vittorio nuovo segretario». «Questa denuncia di carattere
delatorio prosegue Trentin (nessun gruppo, come Togliatti sapeva
bene, aveva avanzato la candidatura di Di Vittorio alla segreteria
del Pci, né Di Vittorio l’avrebbe mai avallata), tendeva
evidentemente a delegittimare il leader della Cgil fra i sovietici e,
attraverso il loro intervento, nella FSM (l’organizzazione sindacale
mondiale, ndr)».
Trentin chiama poi in causa altri dirigenti sottolineando «l’attacco
a Di Vittorio da parte della Direzione del Pci, e l’aggressione
faziosa, in particolare, di Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta,
Paolo Bufalini e Mario Alicata. Solo Luigi Longo si distinse per la
sua volontà di dialogo. E la figura di Longo va profondamente
riconsiderata, contro molte caricature che ne sono state fatte. Penso
alla sua analisi lucida e rispettosa dell’esperienza e dell’eredità
togliattiana, che però non ne ignorava i limiti e le contraddizioni;
ai primi contatti avviati (attraverso Giorgio Napolitano) con la SPD
di Willy Brandt; all’apertura di un dialogo con le forze di sinistra
che combattevano lo stalinismo (che andrà avanti fino alla
partecipazione “autorizzata” mia e di Rosario Villari - al Convegno
internazionale di Venezia sull’opposizione nei Paesi dell’Est,
promosso dal Manifesto nei giorni immediatamente precedenti la
cosiddetta “Biennale del dissenso” del novembre 1977. Partecipazione
bollata da Armando Cossutta come antisovietica...)».
Una testimonianza inedita e importante, questa di Trentin, che
ripropone il tema vero presente anche nel convegno della Cgil, quello
della conquista dell’autonomia da parte del sindacato. La “rottura”
di Di Vittorio, spiega ancora Trentin, «non fu un fulmine a ciel sereno.
Essa maturò dopo un lungo processo d’incubazione, scandito da una
serie di altri fatti: le lotte per il Piano del lavoro; il programma
di riforme elaborate anche mediante un confronto vivo con settori
importanti della cultura economica e sociale italiana; il grande e
articolato movimento di massa nelle campagne; gli scioperi al
rovescio per ottenere la costruzione di nuove centrali elettriche nel
Sud; il rilancio dell’azione rivendicativa contro le forme più odiose
di sfruttamento e di limitazione della libertà sindacale
nell’industria del Nord; la battaglia per imporre una politica di
riconversione dell’industria bellica. Insomma: un enorme patrimonio
programmatico e rivendicativo, che rispecchiava l’autonomia anche
culturale - raggiunta dalla Cgil nel corso degli anni cinquanta.
Una tensione progettuale e una capacità di lotta che mettevano
oggettivamente in questione il monopolio dei partiti della sinistra
non solo sulla politica internazionale, ma anche sulla politica
economica e sul grande tema dei diritti individuali. Penso, ancora,
alla lungimiranza di Di Vittorio quando lanciò il grande obiettivo
dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Penso al dibattito sul
“Piano Vanoni” (concepito come risposta al Piano del lavoro):
occasione di un altro attacco del Pci all’approccio critico ma
costruttivo della Cgil (Amendola se ne lamentò fortemente sia al
Comitato centrale del partito sia in Parlamento), volto sempre alla
ricerca di un interlocutore, fuori da una logica d’opposizione
subalterna. Lo stesso avvenne durante il confronto, duro ma
dialogante, con Pietro Campilli, Presidente della Cassa per il
Mezzogiorno. Per non parlare delle divergenze sul “Piano Pieraccini”,
che aveva tra i suoi ispiratori intellettuali del rango di Giorgio
Ruffolo, su cui i deputati sindacalisti della Cgil si astennero,
nonostante il voto contrario del Pci. Mentre nel 1970 fu il Pci ad
astenersi sullo Statuto dei diritti dei lavoratori, che, su impulso
di Giacomo Brodolini e Gino Giugni, sanzionava con una legge dello
Stato le conquiste dell’autunno caldo».
È una lunga storia che ha accompagnato le celebrazioni per i 100 anni
della Cgil. Un sindacato, come ha voluto sottolineare Carlo Ghezzi,
presidente della Fondazione Di Vittorio, presentando il convegno,
che, proprio in riferimento ai fatti d’Ungheria, non abbisogna oggi
«di alcuna autocritica
Corriere della sera 4.10.06
Psicoanalisi e nuovi orizzonti
IL TRANSFERT È COME UN FILM
di Silvia Vegetti Finzi
L'offerta di psicoterapie è ormai così ricca e variegata che si rende necessaria una mappa per orientarsi. Uno dei riferimenti più sicuri è costituito dalla Società Italiana di Psicoanalisi (Spi), che rappresenta la più convalidata genealogia freudiana. Molti temono che un'istituzione così ufficiale si sia arroccata nella difesa dell'ortodossia e della corporazione. Ma se c'è un merito della psicoanalisi è la sua capacità di interrogarsi, di mettersi in crisi, di formulare, pur nel costante riferimento ai capisaldi della disciplina, metodi e obiettivi nuovi. Un secolo di ascolto clinico non è trascorso invano e la consapevolezza raggiunta è tale da indurre un raffronto, in corrispondenza al centocinquantesimo anniversario della nascita di Freud, tra le origini della psicoanalisi e i suoi attuali sviluppi. L'occasione è stata fornita dal XIII Congresso nazionale della SPI, appena svoltosi a Siena, sul tema: «Il transfert. Cambiamenti nella teoria e nella pratica clinica». Le due relazioni principali, quella storica affidata a Stefania Turilazzi Manfredi, psicoanalista fiorentina di vasta e raffinata cultura, e quella clinica attribuita ad Antonino Ferro, didatta dell'Istituto di Milano, hanno permesso di valutare i mutamenti intervenuti negli ultimi anni rispetto alla tradizione. Ferro rappresenta, in questo momento, una figura centrale nel campo psicoanalitico internazionale, come attestano le traduzioni delle sue numerose opere in quasi tutte le lingue occidentali.
In questo momento privilegiare il tema del transfert è stata, come hanno argomentato in apertura il presidente della Società Fernando Riolo e la responsabile scientifica Anna Ferruta, una scelta coraggiosa perché il transfert, inteso come scambio incrociato di pensieri, parole, affetti ed emozioni tra analista e paziente, costituisce al tempo stesso il motore e il combustibile della cura freudiana. Certo il transfert funziona anche fuori dallo studio psicoanalitico e, con maggiore o minore intensità, alimenta tutte le nostre relazioni. Ma la psicoanalista ha un occhio in più in quanto monitorizza contemporaneamente il paziente, se stesso e gli scambi reciproci. L'importanza di questo dispositivo è tale che si può organizzare la storia della psicoanalisi intorno alle sue successive elaborazioni e trasformazioni.
Mentre Freud lo considerava soprattutto un veicolo per riportare nel presente dell'analisi esperienze del passato non metabolizzate, rendendole così disponibili a una successiva elaborazione, le ultime tendenze si soffermano piuttosto sull'apertura al futuro che tale dinamica comporta.
Nella «cucina» analitica di Ferro troviamo pertanto, oltre all'interpretazione e alla ricomposizione della memoria, che conservano un indubbio potere euristico e terapeutico, anche nuove ricette per trasformare, insieme ai pensieri, l'assetto della mente, contenuto e contenitore. Ad esempio, di fronte agli effetti negativi di un trauma infantile, non basta rievocarlo e scioglierlo in una narrazione che lo renda pensabile, dicibile e condivisibile. Non è sufficiente che la psicoanalisi ripari i danni subiti dal paziente se può ottenere, con nuovi dispositivi, che il suo apparato psichico, ricostituito, metta in atto capacità inespresse, realizzi potenzialità insperate.
Per raggiungere risultati così radicali è però necessario che il radar analitico ampli il suo raggio d'intercettazione sino a captare sensazioni oscure, emozioni grezze, vissuti che non hanno mai raggiunto la mente, che non sono mai divenuti pensiero. MauroMancia, psicoanalista e neurofisiologo, li colloca nella memoria implicita dove sono depositate sensazioni precocissime, suscitate dal contatto del neonato con il corpo e la voce della madre. Prive di rappresentazione, quelle emozioni non sono mai state memorizzate. Tuttavia urgono nel sogno e nel transfert e possono essere recuperate alla cura se l'analista coglie l'«intonazione musicale» con cui si esprimono e la trasforma in una «fiaba», capace d'integrare le lacune della biografia.
Secondo Ferro, per recuperare emozioni non legate al ricordo si può utilizzare qualsiasi mezzo espressivo: la parola, la musica, il disegno, il gesto, il fumetto, il film e non importa se essi non riportano la storia reale del paziente perché oggetto della psicoanalisi sono gli stati della mente, non del mondo. «In ultima istanza il transfert è la forza che porta ciascuno a mettere in scena un dramma che sarà poi sciolto in modi imprevedibili». Lo schermo sul quale si proiettano le emozioni da configurare è costituito dalla mente dell'analista che, dopo aver accolto materiali amorfi, pezzi di pensieri e brandelli di affetti, li monta in un filmato inedito, girato dal pensiero onirico del giorno e della notte. Il risultato di questo lavoro condiviso sarà inatteso, sorprendente, unico, così com'è irripetibile ogni opera d'arte. A proposito di metafora cinematografica, il premio «Cesare Musatti» è stato attribuito quest'anno al regista Bernardo Bertolucci.
Uno «scambio» che è motore e combustibile della cura freudiana.
Repubblica 4.10.06
Minaccia di scissione contro il partito democratico: alle Camere già possibile il gruppo autonomo
Sinistra ds verso la rottura "Noi, terza forza dell'Unione"
Appello al premier: si fermi e ragioni con noi
I vertici della Quercia irritati con Parisi per "l'ennesima entrata a gamba tesa"
di Goffredo De Marchis
ROMA - Qualcuno l'ha già immaginata, la scissione sotto la Quercia. «Non prevedo uno strappo traumatico come nell '91, al congresso di Rimini. Nessuno avrà da recriminare. Ci faremo gli auguri. E ognuno per la propria strada», dice Carlo Leoni, esponente del correntone e vicepresidente della Camera. «Detto questo - aggiunge - speriamo di non arrivarci». Ma i motori di una separazione in casa Ds sono accesi. Ci sono i numeri, le condizioni e anche lo spazio politico (con il riferimento al socialismo europeo che tanto divide i protagonisti del Partito democratico) per creare nuovi gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. «Diventiamo la terza forza della coalizione», annuncia orgoglioso Cesare Salvi, il leader della corrente «per il socialismo». «Siamo già un gruppo più grande di Pdci e Verdi. Possiamo crescere», spiega Marco Fumagalli. E ripete i numeri: «Ventitrè deputati, dieci senatori, tre europarlamentari... ». Parla dei firmatari della lettera aperta con cui le minoranze diessine hanno annunciato la loro assenza al seminario sul Partito democratico a Orvieto. Con quelle adesioni si possono creare formazioni politiche autonome in Parlamento. «Il nostro messaggio è rivolto a tutti - avverte Fumagalli -. Ai Ds, ma anche a Prodi». Come dire: Romano fermati. Perché le scissioni non aiuteranno la stabilità del tuo governo. «Il premier - dice Salvi - deve tenere conto di una rappresentanza parlamentare come la nostra. Deve ragionare con noi».
Le minoranze hanno gettato il sasso e ieri si sono goduti i risultati. Il ridimensionamento dell'appuntamento di Orvieto, la rabbia della maggioranza diessina nei confronti di Arturo Parisi, che con l'intervista a Repubblica, ha di nuovo accelerato immaginando lo scioglimento dei partiti. Con i Ds ci aveva già provato. Alla vigilia del congresso di Torino. Pierluigi Bersani lo ha criticato in maniera esplicita sottolineando il valore dell'iniziativa degli ex popolari a Chianciano. Il percorso identitario in fondo è l'unico che può evitare un'emorragia consistente dentro la Quercia. E anche nel prevertice dei Ds tenuto prima della riunione con Prodi, Piero Fassino e Massimo D'Alema hanno condannato «l'ennesima entrata a gamba tesa» di Parisi mentre Anna Finocchiaro metteva in guardia lo stato maggiore: «Al Senato il gruppo socialista di Salvi può nascere sul serio». Gli uomini e le donne del correntone non fissano scadenze, non preparano iniziative pubbliche. Gli basta incassare i successi che vengono dalle difficoltà altrui. L'ipotesi del Partito democratico ha rivitalizzato una minoranza che all'ultimo congresso di Roma, nella sua componente più grande, quella che fa capo a Fabio Mussi, era stata ridotta al lumicino del 14,5 per cento. Con Walter Veltroni ormai concentrato su Roma e Sergio Cofferati «in sonno» a Bologna. Le minoranze erano divise: Mussi da una parte, Salvi dall'altra, Fulvia Bandoli nella trincea ecologista. Oggi invece sono tutti lì, in calce alla lettera che difende il governo Prodi, ma rivendica un soggetto che abbia i nomi «socialista» e «sinistra». Fare dei nuovi gruppi parlamentari, poi, può essere un'esigenza politica ineluttabile e anche conveniente. Si ottengono dei finanziamenti, cresce il potere contrattuale, si può lavorare su una sinistra alternativa al «moderatismo» del Partito democratico. La nuova forza del «socialismo europeo» manterrebbe anche un ministro nell'esecutivo. «Mussi è lì in rappresentanza della sinistra ds. Chi può chiedergli di lasciare?», fanno osservare i suoi compagni di corrente. Forse dovrebbe rinunciare Leoni, alla Camera. «Certo - dice lui -. Ma non sarebbe un problema».
L'intervista di Parisi che ha irritato i vertici del Botteghino, di riflesso, non è dispiaciuta alle minoranze. Perché secondo loro alimenta la confusione. E «condivido le parole del ministro: la strada non è segnata, non si crea un partito solo perché non si può tornare indietro», sorride Leoni. Per il momento, forti di numeri e di uno spazio che consentono autonomia di movimento, i «dissidenti» del Pd non cercano raccordi con i partiti dell'ala radicale. Anzi, la loro è una sfida. «La Sinistra europea di Pietro Folena oggi è tutta una cosa di Rifondazione, piuttosto il nostro riferimento è la Cgil», osserva Leoni. Non ci sono contatti con i «ribelli» Gavino Angius, Gianni Cuperlo e Peppino Caldarola, che criticano il progetto prodiano. Semmai una fase di studio. In attesa che dalla maggioranza congressuale si sfilino altri dirigenti. «Del resto - dice Fumagalli - è vero che i Ds ormai hanno il fiato corto. Ma la somma di un partito asfittico e di un partito del cavolo come la Margherita non darà vita a un capolavoro».