Repubblica 1.7.17
DALL’ARTE E DALLA CULTURA NASCE IL NOSTRO IUS SOLI
TOMASO MONTANARI
APPAIONO
non solo incomprensibili, ma destituite di ogni fondamento storico e
culturale, le obiezioni relative al nucleo stesso della legge sullo Ius
soli. Per una ragione molto semplice: in Italia l’idea stessa di nazione
è indissolubile dal territorio come costruzione culturale.
Non
siamo mai stati una nazione etnica, “per via di sangue”: non c’è nazione
più felicemente “impura” di quella italiana, frutto dei più vari e
numerosi meticciati. È un’altra, la nostra storia.
Negli stessi
versi dell’XI canto del Purgatorio in cui Dante mette in chiaro che
Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti e poi soprattutto lui stesso hanno
la gloria di aver fondato il volgare italiano, vengono esaltati Cimabue e
Giotto, padri dell’altra lingua degli italiani: quella dell’arte
figurativa, e dei monumenti. E quando Raffaello, nel 1519, prova a
convincere papa Leone X a difendere le rovine di Roma antica, definisce
questa ultima «madre della gloria e della fama italiane»: in un momento
in cui l’idea stessa di nazione era ancora solo un vago progetto, era
già evidente il ruolo decisivo che in esso avrebbe avuto il suolo, e ciò
che su quel suolo avevamo saputo costruire. Come tre secoli prima aveva
capito Cimabue rappresentando (sulla volta della Basilica Superiore di
Assisi) l’«Ytalia» attraverso i monumenti di Roma, è proprio la lingua
monumentale dell’arte quella che, lungo i secoli, ha reso noi tutti
“italiani” per purissimo Ius soli.
È un filo, questo, che si può
seguire fino al Novecento. Per esempio, fino al momento in cui un gruppo
di intellettuali antifascisti (Piero Calamandrei, Nello Rosselli, Luigi
Russo, Attilio Momigliano, Benedetto Croce, Alfonso Omodeo, Leone
Ginzburg e altri ancora) intraprese una straordinaria serie di “gite”
domenicali per cercare nel paesaggio e nei monumenti «il vero volto
della patria». Scrive Calamandrei: «C’era prima di tutto un grande
amore, proprio direi una grande tenerezza, per questo paese dove anche
la natura è diventata tutta una creazione umana… Era questo amore, che
nelle nostre passeggiate ci guidava e ci commoveva; e lo sdegno contro
la bestiale insolenza di chi era venuto a contaminare colla sua presenza
l’oggetto di questo amore, e a preparar la catastrofe (che tutti
sentivamo vicina) di questa patria, così degna di essere amata». Mentre
il fascismo pervertiva il concetto stesso di nazione, si sentiva che era
dal territorio — cioè dal suolo, dalla sua natura e dalla sua storia —
che potevano rinascere un’idea di nazione e di patria.
È ciò che,
dopo la Liberazione, riconosce la Costituzione, dove la Repubblica
prende solennemente atto che siamo nazione per via di cultura. Accade
nell’unico dei principi fondamentali dove appaia la parola “nazione”, il
9. Dicendo che la «Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio
storico e artistico della nazione» si iscrive nella Carta fondamentale
la vicenda nazionale preunitaria. E lo si fa attraverso che cosa? Non
attraverso la lingua, non attraverso il sangue, non attraverso la fede
religiosa, ma attraverso la storia, l’arte e la loro inestricabile
fusione con l’ambiente naturale italiano. In altre parole, la Repubblica
prende atto del ruolo fondativo che la tradizione culturale e il suo
sistematico nesso col territorio hanno avuto nella definizione stessa
della nazione italiana, agli occhi dei propri membri e agli occhi degli
stranieri.
Non è un’idea astratta. Chiunque abbia un figlio che
frequenti una scuola pubblica vede con i propri occhi come bambini di
ogni provenienza divengano giorno per giorno italiani: facendo propria
la lingua delle parole, ma anche prendendo parte a quell’antico rapporto
biunivoco per cui noi apparteniamo al suolo patrio, che a sua volta ci
appartiene. Siamo tutti, da sempre, italiani per via di suolo e cultura.
La
legge sullo Ius soli si può certo discutere laddove (per esempio
riferendosi al reddito del genitore non comunitario) rischia di
introdurre una cittadinanza per censo. Ma la necessità di migliorarla ed
ampliarla (ciò che si dovrà fare in seguito) non può certo indurre a
dubitare della necessità di approvarla quanto prima: se non altro perché
non fa che riconoscere un antico dato di fatto.