martedì 16 maggio 2017

Corriere 16.5.17
La politica costruita sui soldi
di Ernesto Galli della Loggia

Senza soldi non si fa politica. Tra i tanti significati generali che possono essere attribuiti alla recente elezione del presidente francese ce n’è uno che è rimasto fin qui alquanto in ombra: l’indicazione, per l’appunto, della quantità di risorse di cui deve disporre oggi in un regime democratico un candidato per avere la speranza di vincere in una simile competizione. E il caso vuole che il candidato del cui bilancio sappiamo di più sia proprio il vincitore, Emmanuel Macron. Ne sappiamo di più grazie all’esame che il quotidiano Libération nel numero del 12 maggio scorso ha fatto delle mail scambiate per mesi dal suo entourage. Mail che, anche se rivelate dalla pirateria informatica (non si sa da chi: forse dai russi, c’è un’inchiesta in corso per appurarlo), il giornale ha comunque deciso di rendere pubbliche e di analizzare per il loro evidente interesse generale. Veniamo così a sapere che alla vigilia delle elezioni En marche!, il movimento del presidente, è arrivata a mettere insieme e a spendere in un anno la non disprezzabile cifra di circa 15 milioni di euro. A cominciare da quando, all’inizio, è un gruppo di una trentina di familiari di Macron che decide di sostenerlo staccando ognuno un assegno di 7.500 euro (limite annuale consentito dalla legge francese per le donazioni politiche: che pare sia stato sempre rispettato). Da questo momento inizia una girandola impressionante di cene, colazioni, brunch, cocktails, con una regia attentissima a contattare solo donatori definiti «pesci pilota» perché in grado di condurre ad altri donatori.
L a quale regia si deve a un ex alto dirigente di Bnp Paribas e al tesoriere del movimento, Cédric O, anch’egli alto dirigente di un gruppo industriale. Dalle mail emergono 78 grandi donatori che prima ancora che Macron lasci il suo incarico di ministro versano ognuno più di 4 mila euro. Tra essi molti dirigenti di banche d’investimento francesi, di società di gestione di capitali, quadri della banca Rothschild compresi due dei suoi massimi dirigenti, nonché fondatori o dirigenti d’imprese del settore digitale, e alcuni avvocati d’affari.
Uno dei «pesci pilota» che si dà particolarmente da fare specialmente in Belgio, dove risiede, è Olivier Duha, ex presidente di un’organizzazione padronale e cofondatore di un’azienda di telemarketing la cui capitalizzazione ammonta a un miliardo di euro. Ma oltre che a Bruxelles Macron può contare su banchieri che gli organizzano pranzi e cene in Inghilterra (ben sei visite) e a New York, dove dell’organizzazione dei suoi contatti s’incarica da par suo Christian Déseglise, uno dei direttori internazionali della Hsbc, che in termini di asset è la seconda azienda bancaria del pianeta. Il quale, in una mail chiede notizie «sulle modalità di ricezione delle donazioni» al fine, a sua volta, di «fornire istruzioni precise».
Gli incontri per la raccolta dei fondi avvengono in genere nelle case dei donatori. Prevedono 15 minuti di saluti, venti minuti di «speech», venti di domande e risposte, e poi l’incasso. Che arriva anche al 60 per cento del massimo ipotizzabile considerato il numero dei partecipanti.
Alla fine Libération tira le somme: è vero — come si è affrettato a sottolineare l’entourage del presidente — che il numero delle donazioni superiori ai 5 mila euro ha rappresentato solo l’1,7 per cento del totale delle donazioni a favore del candidato di «En marche!». Ma è pur vero che quell’1,7 per cento di donazioni ha rappresentato, da solo, poco meno della metà (il 45 per cento) dell’intero ammontare di quanto è affluito nelle casse di Macron. Senza quell’1,7 per cento la musica sarebbe stata ben diversa.
Da quanto fin qui detto è difficile non trarre almeno tre lezioni.
1) Se nei regimi democratici scompaiono i tradizionali partiti organizzati (Macron, lo ricordo, non aveva inizialmente alcun partito dietro le spalle), se non ci sono o latitano le grandi associazioni sindacali e di categoria, e se non esiste il finanziamento pubblico alla politica, allora tutto il meccanismo politico-elettorale non può che essere fatalmente dominato dalla ricchezza privata. Da quella dei singoli ricchi o, più facilmente, dalla ricchezza istituzionalizzata delle banche e dei grandi interessi finanziari in genere. Non è lecito dedurne sic et simpliciter che allora la politica sarà al servizio dei «ricchi». Ma certo è arduo pensare che stando così le cose essa possa mai prendere decisioni che gli dispiacciano. O che possano arrivare al governo persone che non abbiano il loro consenso di massima.
2) Una tale situazione, come si capisce, ha conseguenze decisive sull’immagine e sulla realtà dei regimi democratici. È un carattere intrinseco della democrazia, infatti — perlomeno della democrazia come storicamente si è sviluppata ed è stata vissuta dai popoli dell’Occidente — una condizione fisiologica di tensione tra la politica e la ricchezza.
Per l’ovvia ragione che, da una parte, la maggioranza degli elettori non sono ricchi, e, dall’altra, che per prendere i provvedimenti che in genere essi reclamano la politica deve necessariamente prelevare risorse da chi ce le ha: cioè per l’appunto dai ricchi. Ma se tale tensione scompare, se l’elettorato si convince che con il suo voto non riuscirà mai a difendere o ad affermare i propri interessi contro gli interessi dei «beati possidentes» perché di fatto sono loro i «padroni» della politica, allora per i regimi democratici si apre la prospettiva di una catastrofica crisi di consenso.
3) L’ultima lezione riguarda l’Italia. Immaginare, come da anni si fa qui da noi, che la politica possa costare quattro soldi è una pura ipocrisia. Che serve a coprire due ipocrisie ancora più grandi: quella della «democrazia elettronica» cara ai grillini, dove con un semplice clic su un computer tutti sarebbero in grado di dire la loro su tutto, sebbene non sapendo e non decidendo realmente nulla; e poi l’ipocrisia delle cosiddette «fondazioni», di cui ogni esponente politico o gruppo si è dotato da anni. Le quali, dietro presunte finalità culturali, servono solo a raccogliere soldi dalle imprese e dalle banche, in barba a ogni limite e divieto, e a utilizzarli al di fuori di ogni controllo per fare politica.
Mentre la sola misura capace di ridurre in quantità significativa i costi della politica (e dunque il bisogno di denaro) — cioè un sistema elettorale fondato sul collegio uninominale maggioritario — quella, naturalmente, continua a non avere la minima probabilità di essere adottata.

Corriere 16.5.17
l parroco e il «gabibbo» con i fondi per i profughi compravano ville e barche
di Fiorenza Sarzanini


Dallo Stato 100 milioni alla Confraternita. La «bacinella» del clan
ROMA Con i milioni di euro elargiti dal Viminale per gestire l’accoglienza dei migranti aveva comprato case, macchine, barche, persino un cinema. Perché Leonardo Sacco, governatore da oltre 15 anni della Fraternita di Misericordia di Isola Capo Rizzuto, amministrava il centro come se fosse un’azienda privata. E lo faceva sotto la direzione di don Edoardo Scordio, il parroco che in realtà per i magistrati è il vero «dominus» della struttura. E secondo un «pentito» sarebbe addirittura «il padre biologico di Sacco». Il legame tra i due si intreccia con quello che entrambi avrebbero con gli esponenti della cosca Arena alla quale assicuravano un’ampia fetta dei guadagni attraverso i contratti di appalto intestati a prestanome, ma anche l’assunzione di parenti e amici. Sono state le indagini dei carabinieri del Ros guidati dal generale Giuseppe Governale a ricostruire i contatti tra i responsabili del Centro e gli esponenti di ‘ndrangheta, tutti finiti adesso in carcere.
Il «gabibbo» e il clan
Per i «pentiti» che hanno collaborato con i magistrati, Sacco era «il gabibbo». Nel novembre 2016 il collaboratore Francesco Oliverio racconta: «Gli Arena potevano contare su un personaggio che si chiama Leonardo Sacco, che io conoscevo anche con il soprannome di “gabibbo”, il quale, a sua volta, era molto legato a un prete che io non ho mai conosciuto ma del quale mi hanno parlato Pasquale Arena e suo fratello Pino. Dicevano che il prete era loro amico... Tutte le imprese che fatturavano per il campo profughi erano scelte dalla società maggiore del locale degli Arena. Oltre a dovere dare una percentuale agli Arena, facevano fatturazioni per operazioni inesistenti, per gonfiare costi, in modo tale da creare fondi neri che erano amministrati dai Giordano, da Pecora zoppa e da Angelo Muraca, i quali, ribadisco, facevano usura e comunque finanziavano la cosca Arena» .
Battesimi e assunzioni
Racconta ancora Oliverio: «Sacco, per il tramite della Misericordia, garantiva alla famiglia Arena moltissimi posti di lavoro cioè faceva lavorare le persone segnalate dagli Arena». I magistrati effettuano controlli all’Inps e nel decreto di fermo specificano che «veniva confermata la presenza, tra i dipendenti della Misericordia e dell’impresa sociale “Miser.Icr. Srl” di Isola Capo Rizzuto, di mogli, figli e parenti di personaggi affiliati e comunque contigui al contesto criminoso investigato, cui veniva garantito un adeguato sostentamento». Non solo. Per verificare quanto sostenuto dai collaboratori di giustizia sono state svolte indagini sulle feste organizzate dagli appartenenti alla cosca. E si è scoperto che «Sacco aveva partecipato al matrimonio celebrato il 31 ottobre 2007 tra Teresa Lequoque e Fiore Gentile; aveva fatto da “padrino” in occasione del battesimo di Francesco Gentile, figlio dei predetti e l’evento veniva documentato da alcune fotografie in cui erano effigiati con il sacerdote».
Le convenzioni
Sono oltre 100 i milioni che il ministero dell’Interno ha elargito «alla Confraternita, in virtù di convenzioni stipulate direttamente o indirettamente, che poi ne malversava una parte rilevante non destinandola alla precitata finalità ma, per il tramite di prelevamenti per contanti, erogazioni a titolo di prestito e pagamento di asserite note di debito per assistenza spirituale alla Parrocchia Maria Assunta di don Scordio e introitavano le somme così distratte al fine di versarle in parte alla cosiddetta “bacinella” della cosca e comunque utilizzarle per interessi egoistici e diversi dalla loro destinazione pubblica».
Barche, case e cinema
Quale sia stata la destinazione del denaro pubblico appare chiaro leggendo il decreto di sequestro dei beni firmato dai magistrati ed eseguito dagli specialisti del Ros. Sono sotto sigilli «15 società attive nel settore agricolo, della ristorazione, del turismo, dell’edilizia, della prestazione di servizi, 129 immobili (tra cui 46 abitazioni, 1 residence, 4 ville, 9 garage, 6 depositi, 6 negozi e 38 ettari di terreno), 81 autovetture, 27 ambulanze e 5 imbarcazioni, nonché 90 rapporti bancari e 3 polizze assicurative, per un valore complessivo di circa 70 milioni di euro», riconducibili alla Confraternita e ai boss. La Misericordia «gestisce anche il presidio fisso “118” di Isola di Capo Rizzuto e il servizio di protezione civile per l’intera regione Calabria». Ma la società «Sea Lounge» di Sacco «ha corrisposto negli ultimi anni (dal 2010) gli unici redditi dichiarati al Fisco di ammontare variabile tra i 17 mila e i 50 mila euro l’anno, in netta sproporzione con il tenore di vita seguito».

La Stampa 16.5.17
Le mani delle cosche sui soldi per i migranti
Il Cara di Capo Rizzuto gestito dalla ’ndrangheta. I pm: sottratti 32 milioni, era il loro bancomat In manette 68 persone, c’è anche il parroco. Indagato il sindaco. Il M5S: ora Alfano si dimetta
di Gaetano Mazzuca


Migranti costretti a digiunare o a mangiare cibo «per maiali». Succedeva anche questo nel centro d’accoglienza di Isola Capo Rizzuto, divenuto «il bancomat della ’ndrangheta». Un affare da oltre 100 milioni di euro di cui almeno 32 sarebbero finiti direttamente nella «bacinella» (la cassa comune, ndr) della cosca Arena. Per oltre un decennio Leonardo Sacco, governatore della onlus Misericordia e imprenditore legato ad ambienti politici di vari schieramenti, e il parroco Edoardo Scordio avrebbero gestito il business dell’accoglienza per nome e per conto della ‘ndrangheta. In carcere sono finite 68 persone, altre 16 sono indagate a piede libero, tra queste anche il sindaco di Isola Capo Rizzuto accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Un’inchiesta durata anni e portata a compimento grazie al lavoro di squadra tra carabinieri, polizia e guardia di finanza. L’hanno chiamata «Jonny», nome in codice di un carabiniere che per lungo tempo aveva cercato di fare luce sugli illeciti nel Cara ma che è morto, stroncato da un male incurabile, prima di vedere i frutti del suo lavoro. Dentro sono raccontati i due volti della cosca, quello violento fatto di attentati ed estorsioni agli imprenditori, l’altro quello economico gestito da insospettabili. Nuovi affari come il gioco on line capace di far guadagnare oltre un milione e mezzo di euro in un anno oppure il traffico di reperti archeologici, le crociere turistiche, il calcio.
Ma sono i disperati la vera miniera d’oro. Si lucrava su tutto, appalti, servizi, forniture. I pasti non bastavano a sfamare neanche la metà degli ospiti. «Nel frattempo il presidente della Misericordia, il prete e la cosca Arena - ha detto il procuratore capo Nicola Gratteri - si ingrassavano per milioni di euro sulla pelle di questi disgraziati». Con quei soldi la Misericordia è divenuta una holding, ha comprato teatri, macchine di lusso, una flotta di barche, gestiva mense scolastiche, era proprietaria della locale squadra di calcio e aveva una quota anche nella società che gestiva l’aeroporto di Crotone. Un impero da oltre 70 milioni di euro finito sotto sequestro. Durante le perquisizioni di sono stati trovati oltre 200mila euro in contanti. Solo una goccia del mare di soldi finiti nelle mani degli affiliati calabresi. Sulla pelle dei migranti africani le cosche crotonesi, dopo una sanguinosa guerra, hanno siglato la pace: «Hanno capito - ha spiegato il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto - che i soldi c’erano per tutti, bastava saperseli spartire».
Le indagini vanno avanti per chiarire se vi siano state responsabilità tra le istituzioni che avrebbero dovuto controllare. Per il Movimento Cinque stelle non c’è bisogno di ulteriori accertamenti: dal blog di Beppe Grillo vengono chieste subito le dimissioni del ministro Angelo Alfano ritratto in una foto con Leonardo Sacco. Secca la replica del titolare della Farnesina ed ex ministro dell’Interno: «Non mi pare che sia stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano il reato di fotografia». Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, chiede però ad Alfano «di riferire immediatamente sui suoi rapporti con uno degli arrestati, presente al congresso del suo partito quando lui era ministro dell’Interno». Vede responsabilità del governo anche il leader della Lega, Matteo Salvini: «La verità è che il governo e l’Unione europea sono complici di tutto ciò».

La Stampa 16.5.17
Il prete-boss, i volontari e i mafiosi nel paese che sfrutta l’accoglienza
La Fraternita ha creato una rete che dava lavoro a 300 famiglie Le anziane: “Don Edoardo? Impossibile, lui non c’entra nulla”
di Francesco Grignetti


Il primo impatto è da urlo: lungo il corso, tre ragazzotti su un motorino scalcagnato, rigorosamente senza targa, e senza casco, fanno lo slalom tra le auto. E poi i soliti vecchietti, seduti sulle panchine in ombra. Infine, e questa è la nota nuova, a trotterellare lungo la strada ci sono tantissimi giovani immigrati, per lo più dell’Africa nera. Benvenuti a Isola di Capo Rizzuto. «Comune del sole e dell’accoglienza», recita il cartellone all’ingresso del paese, appena usciti dalla statale ionica. Un paese dove, secondo l’ultima inchiesta della magistratura, s’era formata un’immonda alleanza tra il parroco, il sindaco, il volontariato e la ’ndrangheta. Tutti assieme voluttuosamente ad abbuffarsi con i soldi che lo Stato spende per accogliere i richiedenti asilo, trasformando la cassa del Centro nel bancomat (la «bacinella») per la cosca.
Il Centro per richiedenti asilo è un grande spazio recintato, con i soldati al cancello, poco fuori dal paese, dirimpetto a un aeroporto che esiste solo sulla carta e sulle note spese di qualche ente locale. Dentro, ci sono appartamentini prefabbricati e una grande sala per la mensa. Millecinquecento posti per migranti e quasi mai un letto vuoto. L’ingresso è sbarrato agli estranei. Ogni tanto si sente una voce dagli altoparlanti. È come nei camping, ma qui chiamano qualcuno alla visita medica, oppure a un colloquio, o perché lo trasferiscono da qualche altra parte.
Ecco, il cartello dice bene: Isola di Capo Rizzuto è uno di quei paesi che hanno scoperto l’industria dell’accoglienza. Al popolo dei gommoni serve tutto, dai pasti alla biancheria pulita, all’assistenza sanitaria, ai vestiti. E qui a gestire le cose c’è una Misericordia, benemerita associazione di volontariato che in Italia esiste dal Medioevo, ma che a Isola di Capo Rizzuto pare avere assunto le vesti di un’arcigna ’ndrina.
Nel 2014, il Centro è costato 14 milioni di euro. Quasi 100 milioni in otto anni. E su questi soldi si sono buttati in tanti. Il principale accusato si chiama Leonardo Sacco ed è il gestore da una decina di anni. La «sua» Misericordia nel frattempo è diventata il motore economico del paese: non soltanto fa lavorare 300 famiglie per i servizi accessori al Centro, ma gestisce il poliambulatorio, il centro anziani, un ex cinema che stanno trasformando in bar-ristorante, la polisportiva annessa al santuario della Madonna greca.
La Misericordia era il braccio esecutivo del parroco, don Edoardo Scordio, il motore immobile che da quarant’anni tutto può e tutto muove a Isola di Capo Rizzuto. Bene lo sa l’ex sindaco, Carolina Girasole, schiantata per essere entrata in conflitto con don Edoardo quella volta che osò affidare alcune terre confiscate al clan Arena a una cooperativa di «Libera» e non ai soliti noti. Lei si mise di traverso. Ed è finita che fu arrestata e infangata con l’accusa di voto di scambio, salvo essere assolta al processo (ma ora pende l’appello).
Gli Arena, poi, sono i potentissimi capimafia. Se si guarda agli spelacchiati prati del Centro di accoglienza, tutt’intorno si notano soltanto le immense pale di un parco eolico che loro, quelli del clan, avevano creato sui propri terreni e certo non per spirito di ecologismo. A ben guardare, poi, quei terreni sono coltivati con pregiati finocchi, melanzane, pomodori. È una terra ricca, quella di Isola Capo di Rizzuto. Ma state sicuri che a rompersi la schiena c’è qualche immigrato.
Loro, ultimo gradino della società, entrano ed escono dal Centro ad occhi bassi. Racconta Djabati Alassane, 23 anni, della Costa d’Avorio, in un francese stentato: «Nel mio paese, lavoravo come meccanico. Ora sono qui dal 24 dicembre. Non faccio nulla, non c’è nulla da fare: mangio e dormo, e poi di nuovo mangio. E poi dormo». Kibron Tsesuly, 29 anni, eritreo, parla inglese: «Non c’è lavoro per noi, io ho chiesto asilo politico e ho indicato come possibili destinazioni la Svizzera, la Germania e l’Olanda». La sua storia è come quella di mille altri. «Ho pagato in tutto 3 mila e quattrocento dollari per passare dall’Eritrea all’Etiopia, poi al Sudan, ho attraversato il Sahara, ho aspettato 4 mesi in Libia e finalmente mi hanno fatto imbarcare su una barca piccolissima di legno. Come mi trovo? Bene. Il cibo italiano è buono, mi piace. Mangio molto pollo».
È su questi disgraziati che la ’ndrangheta faceva affari, spacciando pasti che non esistevano o comunque erano di qualità infima. E chi doveva controllare, era complice. Anche il parroco? «Noi non ci crediamo», dicono risolute Elisabetta, Pina e le altre signore del paese, all’entrata del Duomo. Al pomeriggio si sono riunite in fretta per pregare. «Lo facciamo per don Edoardo».

La Stampa 16.5.17
Theresa May sposta i conservatori a sinistra
“Più diritti ai lavoratori”
di Alessandra Rizzo


Leader conservatrice a caccia di laburisti delusi, Theresa May ha promesso di proteggere e migliorare i diritti della «working class» attraverso un pacchetto di misure che saranno messe nero su bianco nel manifesto elettorale Tory: innalzamento della retribuzione minima; diritto a un periodo di congedo per occuparsi di un parente malato; garanzie contro la cattiva gestione di fondi pensione da parte di aziende private; salvaguardia, dopo la Brexit, dei diritti già previsti dall’Unione europea. «È la più grande espansione di diritti e garanzie dei lavoratori nella storia dei governi conservatori», giura la premier britannica.
Certamente è il coronamento della visione di Theresa May, che abbandona il «laissez faire» thatcheriano per «mettere il governo al servizio della gente comune che lavora», secondo le parole da lei usate nella conferenza Tory dell’autunno scorso. Già quindici anni fa, in un famoso discorso, invitò i conservatori a disfarsi dell’etichetta di «nasty party», «partito cattivo» che se ne infischia dei lavoratori e fa gli interessi di ricchi, imprenditori e banchieri. «La nostra base è troppo ristretta», aveva detto allora. Da quando è entrata a Downing Street l’estate scorsa, ha promesso di lavorare per un Paese «che funzioni per tutti». Famiglia saldamente «middle class», figlia di un vicario, May ha potuto facilmente prendere le distanze dal «vecchio etoniano» David Cameron e dal suo gruppo di amici e consiglieri divisi tra Notting Hill e le campagne chic di Chipping Norton. May passeggia in montagna e ha uno stile senza fronzoli che la rende appetibile alle classi medie, nonostante i gusti costosi nel vestire.
Il voto dell’8 giugno le offre la possibilità di lanciare l’offensiva verso i laburisti moderati che si sentono abbandonati da un Labour spostato a sinistra e rappresentati da un leader, Jeremy Corbyn, che fa fatica a entrare in sintonia con lo zoccolo duro. Negli ultimi mesi i conservatori hanno mutuato idee dal manifesto di Ed Miliband, il predecessore di Corbyn sconfitto alle elezioni del 2015: per esempio la promessa di mettere un tetto al caro-bollette. Il «Financial Times» ha dato notizia di un incontro tra lo stratega di Miliband e il capo di gabinetto di May, e i conservatori si preparano a fare una campagna elettorale aggressiva in zone che sono tradizionale bacino di voti rossi, per esempio nel Nord-est. «È un audace tentativo di accaparrarsi il voto tradizionale laburista e raggiungere l’egemonia elettorale», ha detto recentemente Chris Brooke, professore al Dipartimento di Politica e Studi Internazionali di Cambridge.
La carta dei lavoratori presentata ieri offre ai dipendenti che abbiano un parente malato o che abbiano perso un figlio la possibilità di un congedo non pagato; promette una rappresentanza dei lavoratori nelle aziende (anche se non ci sarà l’obbligo di far sedere il rappresentante nei consigli di amministrazione); prevede l’innalzamento della retribuzione minima, oggi di sette sterline e mezzo l’ora, in linea con l’aumento dei salari medi per chiunque abbia più di 25 anni; e l’estensione di diritti, come per esempio la maternità, ai precari che lavorano nella cosiddetta «gig economy». La svolta, che per ora lascia scettici i sindacati, farà arrabbiare i thatcheriani di ferro nel partito. Ma soprattutto preoccuperà un Labour già in grave affanno.

La Stampa 16.5.17
Putin spinge l’alleanza dell’Eurasia
Con Xi la sfida all’America di Trump
La Russia sostiene il progetto di nuove vie della Seta dall’Europa all’Estremo Oriente
Il leader cinese alfiere della globalizzazione: stop protezionismo, allargare i commerci
di Francesco Radicioni


«La Russia sostiene il progetto di nuova via della Seta e partecipa attivamente alla sua realizzazione». Intervenendo a Pechino nel corso del forum Belt and Road, Vladimir Putin ha abbracciato l’iniziativa voluta dalla leadership cinese. Poche ore prima, il padrone di casa, Xi Jinping, aveva lanciato il suo monito a «espandere il commercio e gli investimenti» e a «rifiutare il protezionismo». Il progetto di nuove vie della Seta coinvolge 68 Paesi in Asia, Europa e Africa che rappresentano circa il 40% del Pil mondiale. Pesa l’assenza di Stati Uniti e Giappone. «L’iniziativa Belt and Road non esclude nessuno», ha però ripetuto ieri il presidente cinese.
Molti alzano il sopracciglio. Per il momento le imprese che lavorano ai progetti sono i colossi di Stato che dominano l’economia di Pechino. Le preoccupazioni non si rivolgono solo alle possibilità di accesso che le imprese straniere avranno nell’iniziativa. Nonostante il ruolo di ospite d’onore che la Cina ha voluto riservare a Vladimir Putin, anche la Russia ha finora guardato al piano cinese con un misto d’interesse e di preoccupazione. I corridoi economici più importanti delle nuove vie della Seta passano per l’Asia centrale: una regione che Mosca considera parte della propria sfera d’influenza. E’ per questo che ieri Putin ha chiesto alla Cina di integrare le iniziative di nuove vie della Seta con altri forum che vedono un ruolo di primo piano per la Russia, come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) e l’Unione Economica Euroasiatica (Uee). La Sco, nata nel 2001 per iniziativa di Pechino, Mosca e dei Paesi dell’Asia centrale, ha finora concentrato la sua azione sui temi della sicurezza e dell’anti-terrorismo. L’Uee è uno spazio economico tra Europa e Asia, di 180 milioni di persone, che coinvolge Mosca e diverse ex-repubbliche sovietiche, ma che esclude la Cina. Ancora non è chiaro se e come le nuove vie della Seta s’integreranno con la Sco e l’Uee.
«L’idea di creare uno spazio economico unico nell’Eurasia sta prendendo consistenza», assicura il presidente kazako Nursultan Nazarbayev. Putin ha ammesso che si tratta di un processo lungo e difficile, ma che si arriverà «a uno spazio economico unico dall’Oceano Atlantico al Pacifico». Altra regione fortemente integrata nell’iniziativa di Pechino è il Sud-Est asiatico: un mercato di oltre 600 milioni di persone e con una robusta crescita economica. Pechino sta innanzitutto esportando nei Paesi vicini la propria tecnologia di alta velocità ferroviaria. Sulle mappe delle nuove vie della Seta ci sono il Laos, la Thailandia e l’Indonesia. Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, vuole portare la ferrovia nell’isola di Mindanao e per farlo ha deciso di sedersi al tavolo dei negoziati con Pechino sulle contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale.
Nonostante la maggior parte dei progetti sulle nuove vie della Seta sia in Asia, anche l’Europa vuole giocare un ruolo nell’iniziativa cinese. «Un disegno geopolitico di grande interesse», lo ha definito il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, unico leader del G7 presente al forum di Pechino. «Se l’Europa se ne tirasse fuori sarebbe un grave errore, per questo l’Italia insieme ad altri Paesi europei ha scelto di essere presente», ha chiosato il premier.

Repubblica 16.5.17
Progetto Cina, nuovo motore del mondo
Mentre l’America di Trump chiude le frontiere Pechino diventa alfiere della globalizzazione
La sfida della globalizzazione
Dall’Europa all’Africa, il piano di Pechino per partire all’assalto dell’economia mondiale Comprare società estere, per trasformare in made in China il 70% dei beni oggi importati
I cinesi entro 8 anni vogliono fare in casa automobili, aerei e realizzare la grande produzione Con tassi di prestito agevolati per i colossi di Stato. Un incubo per la concorrenza internazionale
Lo shopping del Dragone
di Angelo Aquaro


PECHINO. Un piccolo volo per cinque cinesi, un grande volo per l’umanità. L’umanità, a dire il vero, finora non ci ha prestato molta attenzione, ma il primo viaggio del C919 – un’ora e 19 minuti, 5 uomini a bordo, partiti e tornati dallo stesso aeroporto di Shanghai Pudong, 5 maggio 2017 – rischia davvero di passare alla storia, e non solo dell’aviazione. Motivo? Mettiamo per un momento da parte la retorica della nuova via della seta – no al protezionismo, sì alla globalizzazione inclusiva – che Xi Jinping ha con tanto successo sbandierato nel primo summit suggellato ieri dal documento sottoscritto da 68 nazioni. E proviamo a seguire la strada che da sempre spiega (quasi) tutto: quella dei soldi. La parabola del primo jet made in China in questo senso è davvero da case history. Trema Europa, trema America: Airbus e Boeing non sono più soli, quanto ci metteranno i cinesi a primeggiare anche in questo business che solo qui vale 565 miliardi di dollari?
Per carità: un jet non fa primavera. Ma questo è il Paese del tempo lungo e degli imperi millenari: e che fretta c’è. Il nuovo ordine cinese è già scritto: e non solo nei 3mila miliardi di dollari in riserve straniere che potrebbero finanziare qualsiasi conquista. Certo Donald Trump che si fa da parte al grido di America First, pensiamo prima all’America, un aiutino lo dà. Ma è questione di forma mentis: il piano quinquennale sarà anche un’invenzione marxiana ma già ai tempi dell’impero la pianificazione da queste parti era tutto. Qui si ragiona per traguardi. Adesso, per esempio, tutto il Paese è concentrato su Made in China 2025. Che cos’è? Una tabella di marcia da 300 miliardi di dollari che fa rizzare i capelli ai funzionari della Camera di commercio europea. I cinesi vogliono che entro i prossimi 8 anni il 70% della produzione di beni oggi importati – dagli aeroplani, appunto, alle auto elettriche – sia fatta in casa. Per la concorrenza internazionale è un incubo. Anche perché il piano prevede non solo tassi di prestito agevolato per i soliti colossi di Stato, ma anche assistenza, sempre di Stato, alle aziende che prenderanno la scorciatoia di comprare direttamente le società straniere: trasformando per magia i loro prodotti in “fatto in Cina”.
È una strategia che arriva da lontano. Howard W. French ha appena pubblicato un libro, “Tutto sotto il cielo”, che spiega «come il passato serva a modellare la spinta della Cina per il potere globale». «Per buona parte degli ultimi duemila anni» ricorda il professore «la norma, per la Cina, è stato il dominio natu- rale su “ogni cosa sotto il cielo”: un concetto noto in cinese come Tian Xia». Altro che via della seta: vecchia e nuova.
Nella mappa del mondo, al centro, da sempre ci sono sempre loro: gli abitanti di Zhongguo, il Regno di Mezzo. Passato e presente si intrecciano: inseguendo il mistero della “grande strategia della Cina” gli analisti di Rand Corporation osservano come «i regimi cinesi abbiano dovuto affrontare gli stessi problemi di sicurezza: dal consolidamento del Paese sotto uno Stato unitario sotto la dinastia Han, terzo secolo avanti Cristo, fino all’ascesa dell’attuale governo comunista».
Sarebbe proprio l’ossessione sicurezza, in questo Paese circondato da “quell’incredibile confine di 16mila chilometri”, a determinare l’espansionismo di Pechino. Da una parte la sindrome da Grande Muraglia. Dall’altra una verità senza confini: la miglior difesa non è l’attacco?
La nuova via della seta è solo l’ultimo atto. Kerry Brown, lo storico inglese che è anche il biografo di Xi, ha tirato giù per “The Diplomat” un elenco delle istituzioni che Pechino ha nel tempo cercato di contrapporre all’Occidente. E dunque: la Shanghai Cooperation Organization, Sco, nei primi anni 90. I Brics, il blocco degli emergenti Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’Asian Infrastructure Investement Bank che oggi raccoglie mezzo mondo, tra cui anche l’Italia. L’Asean, l’associazione degli Stati del sud-est asiatico, oggi diventata Asean plus 1: dove quel numero uno rappresenta, manco a dirlo, la Cina. L’Apec, la conferenza dei Paesi asiatici del pacifico: era un’iniziativa australiana, oggi verrebbe da dire che quella C finale sta per Cina. La longa manus arriva da noi prima ancora di Belt and Road grazie a quello strano consesso dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale chiamato 16 plus 1: e indovinate chi è il numero uno.
Eccola la strategia del Panda: avanzare a cerchi concentrici di zone di influenza. Ma per arrivare dove? I nemici di Pechino giurano che i cinesi vogliono conquistare il mondo: e citano l’espansionismo militare nel mare del sud della Cina, gli occhi sulle Maldive da sottrarre a indiani (i nemici vicini) e arabi (quelli lontani), le missioni nell’Afghanistan dove gli americani si preparano a sloggiare, il nuovo colonialismo nell’Africa cinesizzata a botte di miliardi di dollari. I cinesi, invece, continuano a sventolare il vessillo di quello che loro chiamano “shuang ying” e gli anglosassoni traducono con “win win situation”: cercare, cioè, soluzioni vantaggiose per tutti. Domanda da 2mila miliardi di dollari e mezzo, che poi sarebbe il volume degli scambi che i Paesi della nuova via della Seta raggiungeranno sempre entro il 2025: e se avessero ragione proprio loro? Per dire: non sarà che quel piccolo volo per cinque cinesi, sul primo jet made in China, sia davvero un grande passo per tutta l’umanità?

Repubblica 16.5.17
L’occasione dell’Italia ma la Cina cerca un porto
Il caso. Gentiloni: “Un’opportunità”. Però Pechino ci chiede un hub
di Angelo Aquaro


PECHINO. È un amore da 17 miliardi di dollari: e sono ancora pochissimi. Paolo Gentiloni è venuto per questo fin quaggiù. Per «accettare questa sfida» chiamata nuova via della seta «che rappresenta anche una grande opportunità per l’Europa»: e naturalmente per l’Italia. Dodici sono i miliardi di dollari che Pechino ha fin qui investito da noi comprando di tutto: da Pirelli al Milan all’Inter. Cinque sono invece i miliardi prodotti dalle aziende italiane che operano in Cina. Ma siamo ancora agli inizi: e sulla Nuova Via della Seta Pechino potrebbe spendere oltre 10mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Come non approfittarne? Dice il premier, oggi a pranzo con Xi Jinping, che questa Belt and Road, la Cintura e la Strada, «è un disegno geopolitico di grande interesse e la Ue sbaglia se si taglia fuori»: perché questa è la via per collegare «la parte del mondo che cresce più velocemente, cioè l’Asia e il Sud est asiatico, con una delle aree che ha il più alto reddito, l’Europa». Eccola dunque l’occasione italiana: il premier ricorda «il ruolo privilegiato del Mediterraneo» e «il grande potenziale italiano su porti e logistica». Peccato che finora non siamo riusciti a offrire a Pechino uno straccio di porto, appunto, sicuro.
Quando, a febbraio, è venuto in visita con il presidente Sergio Mattarella, il ministro Graziano Delrio ha squadernato una serie di proposte, citando non solo Genova e Trieste, ma addirittura ripescando Taranto: riaprendo così ai cinesi la ferita di qualche anno fa, quando l’Italia snobbò l’offerta da mezzo miliardo di euro del gigante Evergrande. Anche per questo oggi il premier dice che bisogna chiudere al più presto, senza «dare l’impressione che ci siamo molte tappe da fare». Mentre Roma faceva le sue proposte, Atene veniva espugnata: una volta tanto per la gioia degli stessi greci, felicissimi di essersi fatti acquistare il Pireo dai cinesi. Il piccolo problema, per Pechino, è adesso far arrivare le merci da lì nel resto d’Europa. Nei Balcani c’è un lavoraccio da fare, bisogna tirar giù migliaia di chilometri di ferrovia, passando sopra, oltre alle difficoltà dell’orografia, alla litigiosità di serbi, macedoni & C. Per non parlare delle difficoltà individuate dalla Ue, che per una storia di permessi facili ha deciso di indagare nella ferrovia superveloce che collegherà Belgrado a Budapest: quei 350 chilometri di binario nel cuore dell’Europa che dovrebbero diventare l’ultimo miglio della via della seta balcanica. Non sarebbe più facile passare per l’Italia? Sia Genova che Trieste, ricorda il premier, sono «collegate con i corridoi ferroviari all’Europa centrale e del Nord». E Trieste, si sussurra, avrebbe anche il vantaggio della vicinanza a Venezia: permetterebbe cioè a Pechino di sbandierare sulla mappa della nuova via della seta la città da dove partì Marco Polo. Proprio il veneziano è stato tirato in ballo dal premier durante il pranzo di ieri con gli altri leader: gli spaghetti, ha scherzato, non sono uno storico esempio della collaborazione tecnologica tra Italia e Cina? Un modo per sottolineare l’importanza degli accordi, per esempio, sulla ricerca scientifica, su cui Gentiloni vorrebbe edificare «una via della seta della conoscenza». Percorrerla spetterà anche a quelle piccole e medie imprese ieri riunite nel business forum Italia-Cina presieduto da Marco Tronchetti Provera e Tian Guoli di Bank of China. E che da oggi potranno accedere al primo fondo comune da 100 milioni di dollari sottoscritto da Cassa Depositi e Prestiti e dalla China Development Bank. L’ultimo, tangibilissimo pegno di questa storia d’amore tra Pechino e Roma: stregate sulla via della seta.

Repubblica 16.5.17
La fine del secolo americano
Dai sostenitori del New Deal ai cantori della globalizzazione, per decenni ci si è illusi di poter conciliare profitti, imperialismo sfrenato e spirito missionario
Ma il fanatismo ideologico di neo-con e internazionalisti liberali ha prodotto il suo contrario: l’isolazionismo di Trump con lo slogan “Gli Usa al primo posto”
Pankaj Mishra, lo scrittore di origine indiana autore del recente e acclamato saggio “Age of Anger”, ripercorre la storia degli Stati Uniti spiegando come Trump chiuda definitivamente l’era dell’impero a stelle e strisce: un’epoca in cui il Paese ha culturalmente ed economicamente imposto ovunque il suo modello
di Pankaj Mishra


Così il sogno folle di esportare i propri valori si è trasformato nel nuovo disordine mondiale
George Santayana una volta ha descritto «l’orfano incompetente, inconsistente, cosmopolita » figlio del capitalismo industriale americano come «spavaldo nei modi ma incerto nella moralità». Questo personaggio, tanto diverso dal classico yankee noiosamente rispettabile, si è incarnato, nel romanzo di Santayana L’ultimo puritano (1935), in un insegnante chiamato Cyrus Whittle. Col suo ordinario fanatismo Whittle oggi sembra il prototipo degli internazionalisti liberali, fautori della democrazia neocon e della globalizzazione del libero mercato, che hanno reso così caotico il Secolo Americano – conclusosi con l’insediamento di Donald Trump: «Non solo l’America era la più grande del mondo, ma avrebbe sbaragliato tutto il resto; e nel delirio abbagliante e giocondo dell’adempiere a quel compito dimenticava di porsi il problema del dopo». Santayana aveva assistito, dal suo osservatorio di Harvard, alla trasformazione operata dall’industrializzazione e dall’imperialismo sull’America post-guerra civile, diventata un paese ricco e libero, pieno di seguaci dello stile di vita americano. Vissuto in Europa durante due guerre mondiali, morì nel 1952, nel momento in cui una nuova ambiziosa generazione di orfani cosmopoliti iniziava a promuovere la “modernizzazione”, ossia l’americanizzazione, del mondo.
È intrigante chiedersi se per il personaggio di Whittle Santayana si sia ispirato a Henry Luce, fondatore e direttore di Time, Fortune e Life, che nel 1941 esortò i suoi connazionali a «creare il primo grande secolo americano». Luce era molto attento al profitto. «Oggi pensiamo al commercio mondiale in termini assurdamente ridotti», recriminava; l’Asia «ci renderà quattro, cinque, dieci miliardi di dollari l’anno». Nello stesso tempo Luce, figlio di missionari presbiteriani in Cina, aveva la ferma convinzione che gli americani dovessero andare oltre la promozione di un «sistema di libera impresa». Come «eredi di tutti i grandi valori della civiltà occidentale» avevano il compito di rendere gli Stati Uniti «la centrale da cui gli ideali si diffondono nel mondo, assolvendo al misterioso compito di elevare la vita dell’umanità dal livello delle bestie». Thomas Friedman nel 2009 espresse il concetto in forma più concisa: «Voglio che tutti siano americani».
La storia globale degli ideali americani post-1945 non è stata ancora scritta, né esiste un’analisi sociologica esauriente che abbia per oggetto gli intellettuali americani e americanofili. Stiamo solo emergendo, storditi, dai decenni frenetici post-guerra fredda in cui, come scrive Don DeLillo, «la spettacolare ascesa del Dow Jones e la velocità di internet sono stati di invito per tutti a vivere permanentemente nel futuro, nello splendore utopico del capitale cibernetico ». È chiaro da tempo però che l’americanizzazione del mondo, iniziata negli anni Quaranta con progetti di modernizzazione nazionale e accelerata nella nostra epoca puntando a livello globale sui mercati non regolati, ha rappresentato l’esperimento ideologico più ambizioso mai intrapreso nell’era moderna. Si fondava sul presupposto che la popolazione del resto del mondo dovesse adottare la ricetta di progresso apparentemente valida in America, qualunque essa fosse (la libera impresa, il liberalismo del New Deal, il consumismo, la finanziarizzazione, l’individualismo neoliberale); e veniva accolta con ampio e fervido entusiasmo da non americani, come i consiglieri dello Scià di Persia, gli esperti favorevoli al libero mercato in India e i componenti della redazione dell’Economist. Gli adepti, alleati e facilitatori dell’americanizzazione, dalla Grecia all’Indonesia, erano anche di gran lunga più influenti dei loro rivali socialisti e comunisti. I linguaggi americani della modernità finirono per corrispondere al senso comune della vita intellettuale pubblica in tutti i continenti, alterando radicalmente la concezione che gran parte della popolazione mondiale nutriva della società, dell’economia, della nazione, del tempo e dell’identità individuale e collettiva.
Luce fu tra i primi americani a rendere la modernità sinonimo del proprio paese. In effetti i nomi stessi delle sue riviste – Time, Life, Fortune – miravano a sintetizzare la condizione umana all’epoca in cui gli Stati Uniti uscivano dalle due guerre mondiali come il paese più ricco e più potente della terra. I giardini d’Europa sembravano prossimi alla chiusura e le élite americane si consideravano le vere eredi dei valori apparentemente occidentali della ragione, della libertà e della democrazia, che le nazioni europee, rovinate dal massacrarsi a vicenda in patria ed esercitando con brutalità il potere imperiale all’estero, non potevano più credibilmente rivendicare. Luce propugnò il secolo americano al momento giusto. Molti liberali del New Deal condivisero dopo la guerra il suo spirito missionario esaltato. Avendo salvato il loro paese da una crisi economica rovinosa e poi sconfitto il fascismo in Europa, si sentivano chiamati a nuovi doveri nel resto del mondo, soprattutto in Asia e in Africa. La superiorità della società e della cultura americana a fronte della devastazione in Europa e in Asia era palese. Walt Rostow, autore nel 1960 di The Stages of Economic Growth: A non- communist manifesto ( Gli stadi dello sviluppo economico, Einaudi 1962, ndt) e divenuto in seguito tristemente famoso come uno dei più brillanti fautori del fallimentare intervento americano in Vietnam, era convinto che gli Usa, «figli dell’illuminismo... devono ora affrontare la maturità attivandosi da oggi in poi per far sì che i valori dell’illuminismo o i loro equivalenti nelle culture non occidentali sopravvivano e dominino il Ventunesimo secolo».
L’aura di intellettualismo non era solo questione di immagine; gli scenari e le strategie erano inserite in uno schema teorico vero e proprio, la teoria della modernizzazione. Nils Gilman nel suo superbo saggio Mandarins of the Future (2003) lo ha definito «il progetto più esplicito e sistematico mai inventato dagli americani per riorganizzare le società straniere». Basandosi sul netto contrasto tra una tradizione opprimente e una modernità affrancatrice, la teoria della modernizzazione postulava che le nazioni postcoloniali dovessero fuggire dal passato scegliendo la via dello “sviluppo”. Il punto di arrivo di questo percorso arduo e complesso erano gli Usa, come campioni della modernità liberale.
Decenni prima che Francis Fukuyama proclamasse la “fine della storia” i teorici della modernizzazione sostenevano che il mondo capitalista assimilato ai criteri americani fosse sia auspicabile che inevitabile. Molti nell’ambiente intellettuale- industriale statunitense all’inizio degli anni Sessanta giunsero alla conclusione che la stabilità era più importante della democrazia. Il saggio del 1968 Ordine politico e cambiamento sociale di Samuel Huntington esprimeva efficacemente il crescente timore nutrito dalle élite liberali razionali nei confronti delle masse irrazionali. Quando la Guerra Fredda esplose in una serie di guerre calde, la ricerca di un alleato affidabile e sicuro contro il comunismo portò i modernizzatori ad appoggiare tutta una serie di regimi ignobili. L’esempio più vergognoso fu il Vietnam del Sud, divenuto un grande laboratorio per Rostow, che ambiva a opporre a Marx la teoria non marxiana della modernizzazione. Gli americani, nella sua ipotesi, potevano assistere i vietnamiti del Sud nel superamento dei cinque «stadi di crescita economica», fino alla «fase di decollo» in cui sarebbero stati pronti a schiacciare i comunisti nordvietnamiti. L’umiliazione in Vietnam screditò i teorici della modernizzazione.
Il loro fallimento in Iran però è stato assai più devastante sotto il profilo geopolitico, alimentando l’islamismo radicale in tutto il mondo. Decine di migliaia di americani avevano vissuto in Iran sotto il regime dello Scià, molti come consulenti del progetto di modernizzazione più brutale e traumatico condotto in Asia. Lilienthal, che promuoveva le imprese americane all’estero tramite la sua società di consulenza, agì in Iran oltre che in Vietnam. Ricorrendo a trasferimenti forzati su larga scala contribuì al diffondersi dell’odio contro l’America e alla successiva feroce impennata del nazionalismo religioso – che Michel Foucault definì a ragione la «prima grande insurrezione contro i sistemi globali, la forma di rivolta più moderna e più folle».
Negli anni Ottanta però gli orfani cosmopoliti vendevano nuovi sistemi globali, armando al contempo i mullah in Afghanistan contro il comunismo sovietico. Può sembrare strano che la cupa atmosfera degli anni Settanta, associata alla ritirata disordinata da Saigon, alla crisi energetica e alla crisi economica, ai segnali allarmanti di deindustrializzazione e alla stagnazione dei salari in patria, abbia dato origine a nuovi sogni di gloria e potere americani. Ma questo clima culturale era in gestazione durante tutta la fase di agonia del liberalismo del New Deal ad opera degli intellettuali neo-conservatori. «Siamo i primi, siamo i migliori», sosteneva Reagan nel 1984. «Come è possibile non credere alla grandezza dell’America? Noi siamo americani». L’attenzione ai profitti era associata al nuovo nazionalismo come nel caso di Luce, ma con una differenza fondamentale: nella nuova visione dell’americanizzazione, la modernità era un progetto individualista e orientato al mercato, piuttosto che collettivo e programmato dallo Stato. Negli anni Ottanta il capitalismo del laissez- faire, largamente abbandonato dopo le devastanti crisi economiche di inizio secolo, sostituì nell’Anglo-America un modello ampiamente defunto di socialdemocrazia. Era il mercato ormai il vero regno della libertà umana, con l’ulteriore vantaggio di premiare tutti grazie a una maggiore efficienza e a maggiori profitti. «Sapete, il mercato ha qualcosa di magico quando è libero di agire», rifletteva Reagan all’inizio del 1982. «Come dice la canzone, this could be the start of something big (può essere l’inizio di grandi cose)».
Dagli anni Quaranta in poi, gli americanizzatori avevano ribadito che al capolinea della storia c’erano gli Stati Uniti. Neppure gli attacchi terroristici dell’undici settembre scossero questa convinzione. Il sospetto che l’islamofascismo avesse dichiarato guerra alla modernità liberale in realtà stimolò molti intellettuali americani a tentare con più audacia di creare un mondo nuovo a immagine dell’America che preferivano. I teorici della modernizzazione, rispettosi della lunga durata nella storia, affidavano alla classe media beneficiaria del capitalismo il compito di far crescere la democrazia. Ma la generazione “post-ideologica” degli internazionalisti liberali e dei neo-con pensava ormai che la democrazia potesse essere impiantata attraverso la terapia dello
shock- and- awe in società che non l‘avevano per tradizione. La loro teoria dominante identificava l’“altro da sé” sotto il profilo razziale e religioso come brutalità irrecuperabile, l’esatto opposto degli americani razionalmente egocentrici, che doveva essere sterminata universalmente attraverso una spietata guerra al terrorismo.
Le crisi e i crolli successivi hanno reso meno auspicabile, se non indesiderabile, la convergenza con il modello americano. La Russia post comunista è degenerata nel capitalismo gangster e nel dispotismo politico. Il caos e le sofferenze di massa hanno contribuito a trasformare un arcigno ex agente del Kgb, Vladimir Putin, nell’improbabile salvatore della Russia (che ficca sfacciatamente il naso nelle elezioni americane). In Iraq, il più audace esperimento di americanizzazione non solo ha causato una feroce insurrezione, ma ha spaccato il paese, favorito l’ascesa dello Stato islamico, e il disfacimento del Medio Oriente. Il vice cancelliere tedesco non sbagliava quando recentemente ha evidenziato i legami tra la crisi dei profughi in Europa e «l’erronea politica interventista americana, in particolare la guerra in Iraq».
Dopo la crisi finanziaria del 2008, la convinzione che anima sia i teorici della modernizzazione che i fautori neoliberali della terapia dello shock secondo cui la modernità politica ed economica tende a uniformare la condizioni umane, si è infine rivelata falsa proprio negli Stati Uniti, dove, a dispetto di un’enorme crescita della produttività e dell’innovazione, dai primi anni Settanta si sono intensificate le disuguaglianze di reddito e opportunità. Alla fine, come ha dimostrato la vittoria di Donald Trump nel novembre 2016, il Washington Consensus aveva fatto troppe vittime già nell’entroterra di Washington Dc. Mentre a Oriente infuriava la battaglia per la democrazia e il capitalismo, a Ovest del Potomac democrazia e capitalismo venivano continuamente minati da estreme concentrazioni di ricchezza, dalla costante criminalizzazione dei poveri, da politiche inefficaci, da forze di sicurezza canaglia e da media distratti. Risvegliandosi lentamente alla luce di queste squallide realtà, molti beneficiati dall’American Century, internazionalisti liberali nonché neo-con, si avvicinavano, fino a pochissimo tempo fa, alla famosa definizione del fanatico data da Santayana: «Colui che raddoppia gli sforzi quando ha perso di vista l’obiettivo ».
I fautori della terapia dello shock, o, come li definisce Joseph Stiglitz, «i bolscevichi del mercato», sembravano ignari del fatto che le economie in via di sviluppo o post-socialiste potessero dover seguire un percorso diverso in direzione della crescita sostenibile, rispetto alle economie pienamente sviluppate. Gli ideologi frustrati erano propensi ad attribuire alle culture – russe, arabe, comunque non americane – la responsabilità del fallito impianto della democrazia e dei liberi mercati. Non li sfiorava neppure il pensiero che le culture non americane non perseguissero la missione universale di convertire tutti allo stile di vita dell’America. Non avevano capito una cosa ovvia, ossia che in gran parte del mondo non sono presenti le condizioni culturali, economiche e sociali che hanno contribuito a dar vita all’ideale americano della libertà individuale e, in seguito, a estendere le possibilità di realizzarlo a una minoranza privilegiata.
Santayana temeva che la diffusione in tutto il mondo dell’ideologia americana dell’autoespansione avrebbe «destato un’avversione più profonda» di quella suscitata dai tiranni del passato, rischiando di provocare «una colata lavica di cecità e violenza primitiva». Ma nella sua inquietante lungimiranza Santayana non poteva prevedere che i delusi e i frustrati al centro stesso della modernità americana avrebbero fatto di un molestatore e bancarottiere seriale il loro salvatore. La tesi che il buon americanismo possa scongiurare il pericolo rappresentato dai pazzi demagoghi è ormai insostenibile. Il secolo americano si è formalmente concluso il 20 gennaio 2017, nel momento in cui Donald Trump si è insediato alla casa Bianca ribadendo che «da oggi in poi sarà soltanto l’America al primo posto». L’approccio nettamente transazionale di questo deal- maker, così si definisce, che irride apertamente la Nato come obsoleta e ammira Vladimir Putin, lascia scarso spazio a qualunque genere di universalismo ideologico. Trump punta a fare l’America di nuovo grande attraverso dazi e muri. «Per ora gli Stati Uniti», ha ammesso Robert Kagan recentemente sul
Financial Times, «sono fuori dal business dell’ordine mondiale ».
Non è affatto chiaro come affronteremo quello che gli orfani incompetenti, insistenti, cosmopoliti hanno creato: un grande disordine mondiale, che come risultato finale ha portato un imprevedibile provocatore, un troll di Twitter, spavaldo nei modi ma di incerta moralità, nella stanza dell’arsenale nucleare.
Questo testo è una sintesi di un articolo pubblicato sul
Times Literary Supplement. Pankaj Mishra, nato in India nel 1969, è un autore che pubblica libri di successo in Gran Bretagna e negli Usa, e che è spesso presente nelle classifiche dei giornali sugli intellettuali più influenti al mondo ( Traduzione di Emilia Benghi)

Repubblica 16.5.17
L’Europa del ’500, quattro giovani giapponesi, una missione voluta dai gesuiti
Il Grand Tour dei teenager dal Sol Levante
di Marco Panara


A che età si diventava adulti 500 anni fa? Alessandro Valignano per la prima missione giapponese in Europa scelse quattro ragazzi tra 12 e 15 anni e nessuno apparentemente si stupì. Le mamme però sono sempre le mamme, e anche quelle dei quattro giovani giapponesi piansero e cercarono di convincerli a rinunciare. Non li fermarono. I loro ragazzi partivano per un viaggio che nessun giapponese prima di loro aveva mai fatto, un viaggio verso l’ignoto che durò otto anni: partirono bambini da Nagasaki il 20 febbraio del 1582 e vi rientrarono uomini nel luglio del 1590. Valignano era un genio, diremmo oggi, del marketing applicato alla politica. Era “il Visitatore nelle Indie Orientali” nominato nel 1573
dalla Compagnia di Gesù per far crescere i semi di cristianità piantati vent’anni prima da Francesco Saverio, il primo missionario in Giappone. I padri gesuiti arrivati sulle navi dei mercanti portoghesi avevano avuto una buona accoglienza, in centomila si erano convertiti, erano nate scuole cattoliche e seminari.
Valignano, giunto in quelle isole remote, immaginò l’inimmaginabile: una operazione di comunicazione e propaganda fatta attraverso occhi, orecchie e voci giapponesi. Aveva due obiettivi il Visitatore, tutti e due strategici: legittimare il cattolicesimo in Giappone attraverso la narrazione della potenza e della ricchezza dell’Europa cristiana e del papato di Roma; legittimare in Europa la missione cattolica in Oriente e in Giappone per ottenere le risorse necessarie al suo futuro e assicurare ai gesuiti il monopolio su quell’area del pianeta.
Non fu un caso che Valignano per questa ambiziosa operazione abbia scelto dei giovanissimi. Li voleva aperti al nuovo senza essere ancora troppo legati alla loro cultura d’origine, non abbastanza maliziosi da intuire le trame che dominavano le corti rinascimentali, abbastanza curiosi da essere sorpresi da quello che avrebbero visto, ma non tanto da chiedersi dove fosse la povertà dietro la magnificenza, il brutto dietro il bello, il conflitto dietro l’apparente accordo. Chi meglio allora di quattro teenager, dai nomi cristiani di Mancio, Michele, Martino e Giuliano, giovani aristocratici educati nelle scuole dei gesuiti, in grado di ben presentarsi all’Europa che non aveva mai visto un giapponese, di inginocchiarsi con garbo davanti a papi, principi e re, stupendoli con la loro civile educazione e incuriosendoli con i loro abiti e con i racconti sulla loro terra lontana. E nello stesso tempo straordinari, perché credibili, testimoni in Giappone della gloria europea all’apice del Rinascimento con l’Europa inondata attraverso gli spagnoli dall’oro americano. Valignano aveva pensato a tutto: i ragazzi sarebbero stati scortati giorno e notte da tutori che avrebbero fatto loro vedere solo il meglio e incontrare solo il massimo, che ne avrebbero guidato i passi, gli occhi e le orecchie.
In Europa fu un successo straordinario. Quei quattro aristocratici giovanetti provenienti dalla fine del mondo suscitarono una curiosità entusiasta che uscì dalle corti e dalle cattedrali e raggiunse il popolo, le loro visite furono immortalate in quadri, libri, almanacchi, cronache. Incontrarono il favore curioso e affettuoso dei potenti di Spagna e Portogallo, l’accoglienza di Filippo II re e imperatore di mezza Europa e un bel pezzo di Mondo, dei Papi Gregorio XIII e Sisto V, di Francesco I de’ Medici, dei duchi di Montefeltro, d’Este, Gonzaga, del Doge di Venezia e di quello di Genova. Dovunque passarono furono loro aperte le porte più auguste e le stanze più preziose.
Anche in Giappone il successo fu grande. L’Europa vista da quei quattro ragazzi, anzi il mondo visto nel loro lungo viaggio, arrivò come una sorpresa, piena di meraviglie impensate, di ricchezze esagerate, di prodigi meccanici. Un’Europa terra pacifica e felice (nella lettura che Valignano volle far arrivare) guidata da monarchi illuminati, amministrata con saggezza, ricca per i frutti della terra e dell’ingegno umano, resa pacifica dalla fratellanza cristiana. Contrapposta a un Giappone diviso in fazioni, devastato e impoverito da guerre tra feudatari ambiziosi.
I quattro ragazzi guidati dal ferreo tutore Padre de Mesquita tennero un diario dei loro giorni tremebondi durante le perigliose navigazioni, e magnifici, alle corti di principi e re. Quei diari furono trasformati da Valignano in un dialogo leggibile e fascinoso e politicamente più efficace, che è giunto finalmente alla sua prima traduzione italiana, curata con passione e competenza da Marisa di Russo ( Dialogo sulla missione degli ambasciatori giapponesi alla Curia Romana e sulle cose osservate in Europa e durante tutto il viaggio, traduzione di Pia Assunta Airoldi, presentazione di Dacia Maraini, Leo S. Olschki Editore).
Quel primo incontro tra mondi così lontani non ebbe gli effetti politici che il Visitatore si proponeva. Il sostegno economico alla Missione in Giappone non fu stabile e ricco come si auspicava e il monopolio dei Gesuiti in Estremo Oriente fu presto infranto. L’effetto fu tutt’altro: grazie a quella Missione il Giappone ebbe una straordinaria visibilità in Europa che ne fu affascinata. Fino ad allora il Giappone era lo Zipango di cui aveva scritto Marco Polo e per i pochi che vi avevano accesso le informazioni contenute nelle corrispondenze dei Gesuiti.
In Giappone l’impatto fu più indiretto ma forse anche più profondo. Attraverso le parole di Michele, Mancio, Maurizio e Giuliano e attraverso i libri e gli oggetti che portarono dal loro viaggio i giapponesi scoprirono il vetro, la ferratura dei cavalli, la stampa a caratteri mobili, la cartografia, gli strumenti e le regole per la navigazione d’altura e infinite altre cose.
Dal confronto con l’Europa emersero anche le diversità profonde, per esempio tra la propensione degli europei a viaggiare e commerciare e contaminare la propria cultura, rispetto alla chiusura giapponese allo scambio e alla contaminazione.
Il De Missione rappresentò ai giapponesi la potenza, la ricchezza, la saggezza della cristianità. Ma il Giappone era un paese troppo periferico e ancora in via di consolidamento per trarre da quelle informazioni conseguenze politiche o strategiche. Mentre l’Europa che andava costruendo i suoi imperi coloniali che avrebbero segnato la storia dei tre secoli seguenti non colse il messaggio più importante del Visitatore, che è quello del riconoscimento e del rispetto delle culture diverse, tutte legittime. Si può essere diversi senza essere superiori e si può convivere riconoscendosi. Su quella strada passi avanti dopo Valignano fece Matteo Ricci, Visitatore in Cina. Ma è una strada della quale quattro secoli dopo facciamo ancora fatica a seguire la direzione.

Alessandro Valignano,
Dialogo sulla missione degli ambasciatori giapponesi alla Curia Romana ( a cura di Marisa Di Russo, traduzione di P. A. Airoldi, presentazione di Dacia Maraini, Leo S. Olschki editore, pagg. 670, euro 68)

il manifesto 16.5.17
Uno spettro si aggira in Europa: si chiama stagnazione secolare
Austerità. Presentato alla Sapienza di Roma il «Rapporto sullo stato sociale 2017»: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti
di Roberto Ciccarelli


ROMA Uno spettro si aggira per l’Europa, e non solo: la stagnazione secolare. L’espressione, coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, è stata riattualizzata da Lawrence Summers, già segretario al Tesoro negli Stati Uniti. Felice Roberto Pizzuti l’ha usata nel «rapporto sullo Stato sociale 2017» – giunto alla XII edizione, edito da Sapienza Università Editrice e presentato ieri alla facoltà di economia a Roma – per descrivere le conseguenze della «seconda grande recessione» esplosa nel 2007-2008.
Il ritorno alla crescita, rivendicata dalle principali istituzionali economiche globali e dai governi, non sembra produrre significativi passi in avanti in termini di aumenti di salari e di produttività, mentre la ripresa dell’occupazione avviene attraverso la moltiplicazione del precariato, utile a nascondere agli occhi delle statistiche l’anomalia di una «crescita senza occupazione fissa».
«STAGNAZIONE SECOLARE» è un’espressione utile per descrivere lo squilibrio prodotto all’eccesso di risparmio rispetto al drastico calo degli investimenti che spinge in basso il tasso d’interesse reale.
Oggi, anche a causa della «trappola della liquidità» prodotta dalle politiche di allentamento monetario («Quantitative Easing») intraprese dalle banche centrali (e dalla Bce in Europa) e dall’impiego restrittivo della politica fiscale, la domanda è scoraggiata.
Il progetto, enunciato anche dall’ultimo G7 dei ministri dell’economia a Bari, di rilanciare la crescita partendo da una maggiore «inclusione sociale» è scarsamente credibile perché permangono le cause che hanno portato la crisi: oltre alle politiche di consolidamento fiscale, c’è l’idea di uno sviluppo basato su esportazioni, bassi salari e avanzi commerciali.
Una visione incardinata nella tradizione ordoliberale tedesca che continuerà a dettare legge anche dopo quest’anno elettorale. La strategia è chiara, e tremenda.
I paesi, come l’Italia, che l’hanno adottata sin dagli anni Novanta si troveranno, tra pochi anni, in una situazione perfettamente descritta nel rapporto: legioni di lavoratori poveri, precari e discontinui con poche, o nessuna tutela oggi, trasformati in schiere di pensionati impossibilitati a sopravvivere domani, quando avranno superato i 70 anni. E dovranno, non si sa come, continuare a lavorare.
Il rapporto espone, in maniera cruda, le conseguenze della riforma Fornero: oggi i giovani sono più disoccupati degli over 50, anche a causa del Jobs Act, dovranno lavorare più a lungo precariamente e saranno incapaci di garantirsi una pensione privata integrativa. Davanti alla realtà materiale svanisce l’utopia neoliberale del soggetto-impresa, pilastro delle riforme previdenziali e del mercato del lavoro.
Siamo seduti su una bomba sociale e lo ignoriamo.
LA SOLUZIONE, si sostiene nel rapporto, è «ampliare e ridefinire il ruolo del pubblico». Il recupero di una politica economica potrebbe sopperire agli squilibri del mercato, adottando un welfare mirato a una redistribuzione del reddito e una politica degli investimenti verso ricerca, innovazione e sviluppo.
Obiettivi mancati dal piano Juncker e che restano sullo sfondo della vagheggiata riforma dell’Ue «a due velocità». Soluzioni di ben altro rilievo istituzionale, e costituzionale avrebbe bisogno un’Unione Europea.
IL «REDDITO MINIMO GARANTITO» è una delle soluzioni sostenute dal rapporto. Si tratta di un argomento ancora spinoso per la sinistra che lo confonde con la sua trattazione liberista.
In questa chiave l’erogazione del reddito avrebbe «un effetto diseducativo sui comportamenti individuali e della crescita collettiva». Si tratterebbe di una «prestazione assistenziale» mentre il reddito è «uno stimolo alla domanda» per liberare la persona dal ricatto del precariato e per «sostenere la crescita e l’occupazione» soprattutto quando le tendenze depressive dell’economia sono così forti.
Una misura assente in Italia, un paese che soffre della frammentazione degli ammortizzatori sociali e degli interventi contro la povertà. Una frammentazione, sostiene il rapporto, confermata anche dal Reddito di inclusione (Rei) approvato dal governo Gentiloni, per di più sottofinanziato (1,7 miliardi, ne servirebbero almeno 7 all’anno) e ispirato a logiche workfariste e selettive.
A questo bisogna aggiungere un’altra peculiarità italiana: quando la crisi si è fatta più dura il Welfare è stato tagliato: il fondo delle politiche sociali è passato dal miliardo del 2004 ai 278 milioni del 2016. E, ancora oggi, non c’è certezza sul suo rifinanziamento.

il manifesto 16.5.17
Unità, è sciopero a oltranza
di Roberto Ciccarelli


Da oggi i giornalisti dell’Unità sono in sciopero ad oltranza. Il conflitto che li oppone all’editore Pessina che ha in mano la maggioranza delle azioni del quotidiano del Partito democratico è arrivato alle stelle quando ai giornalisti è giunta una singolare richiesta: gli stipendi saranno pagati quando questi ultimi avranno convinto i colleghi a ritirare gli atti di pignoramento presentati contro l’azienda per ottenere il pagamento di spettanze e arretrati. Una richiesta che il comitato di redazione ha ritenuto inaccettabile: «Mai lavoratrici e lavoratori erano stati sottoposti ad un ricatto di una tale, devastante portata – sostiene il Cdr – per aver riconosciuto il vostro diritto al salario dovete conculcare i diritti di vostri ex colleghi; diritti sanciti da un tribunale. Non ci piegheremo a questo ricatto». Ad aprile ai giornalisti è arrivato uno stipendio da 88 euro, in qualche caso 93 eur o. Le cifre sono state denunciate ieri dai redattori nel corso di una conferenza stampa tenuta nella sede della Federazione nazionale della Stampa (Fnsi) a Roma. Il Cdr sostiene di avere sollecitato il versamento dello stipendio vero e proprio. Ma l’azienda avrebbe risposto con tre e-mail senza testo.
L’iniziativa è clamorosa. Mai, fino ad oggi, nel quotidiano «fondato da Antonio Gramsci», era stata adottata una simile forma di lotta. La prospettiva del licenziamento collettivo di 20 persone, preannunciata dall’editore, non lascia tranquillo nessuno in una redazione entrata in conflitto con l’ex direttore Sergio Staino e ora è diretta da Marco Bucciantini. «Ci opporremo in ogni sede e con la massima determinazione ai licenziamenti collettivi ipotizzati dalla proprietà» ha puntualizzato il Cdr. Con Stampa romana e Fnsi, il cdr dell’Unità ha avviato anche un procedimento giudiziario nei confronti dell’azienda per comportamento antisindacale. Da parte dell’amministratore delegato Guido Stefanelli, che nei giorni scorsi ha incontrato Bucciantini, c’è la «consapevolezza che il taglio dei posti di lavoro dovrà costituire l’extrema ratio, ma che al contempo la società deve trovare un sostenibile equilibrio finanziario». Giornalisti e poligrafici hanno ricevuto la solidarietà di Slc-Cgil: «bisogna mettere in campo tutti gli strumenti per rilanciare il giornale» è l’auspicio. «Ripristinare corrette relazioni sindacali e garantire soluzioni condivise evitando di umiliare i lavoratori» ha detto Anna Maria Furlan, segretaria della Cisl.

Il Fatto 16.5.15
Da oggi La redazione vuole risposte da Pessina e Pd: “Ci ricattano e Lotti non fa niente” Primavera calda all’Unità
di Roberto Rotunno

Sciopero a oltranza Al ricatto cui siamo sottoposti ri- sponderemo con lo sciopero a ol- tranza e con un ricorso al giudice per comportamento antisindacale”. La battaglia dei giornalisti dell’Unità contro la proprietà della testata, la Pessina Costruzioni, sta per trasfe- rirsi in tribunale. Un’iniziativa che sarà accompagnata, a partire da oggi, dall’astensione dal lavoro. Il dito dei cronisti è puntato anche verso il Par- tito democratico, in quanto partner di minoranza della società editrice e colpevole di avere quantomeno voltato lo sguardo dall’altra parte quando i croni- sti del proprio house organ hanno denun- ciato un abuso subito.

L’EPISODIO è stato segnalato il 3 maggio dal comitato di redazione. “Abbiamo chiesto all’ad Guido Stefanelli quando saranno pagati i nostri stipendi di aprile – ha scritto il cdr e la risposta è stata ‘appena farete ritirare il pignoramento alle vostre colleghe’”. Il riferimento è alle ex dipendenti del giornale che, vantando crediti da lavoro, hanno chiesto al giudice l’azione forzata, come tra l’altro è nel loro pieno diritto. Secondo quanto raccontato, insomma, la proprietà ha posto un aut-aut ai giornalisti che sono ancora “in servizio”. Volete l’ultima mensilità? Allora convincete chi è stato licenziato a rinunciare ai soldi che gli spettano. Sullo sfondo, c’è pure la spada di Damocle di nuovi tagli al personale che potrebbero colpire altri 20 dei 28 che compongono attualmente la redazione.
Non pervenuta finora la reazione del Pd, che secondo il neo-segretario Matteo Renzi si accinge a diventare “il partito del lavoro” ma si trova a fronteggiare una situazione complicata direttamente in casa sua. “Questa vicenda è politica – ha detto Umberto De Giovannangeli, che fa parte del cdr – Il Pd ha una quota significativa di azioni e in questo momento ha una responsabilità di governo del Paese: non può essere silente”. L’altro grande assente tirato in ballo è il ministro Luca Lotti, titolare della delega all’Editoria. “Chiederemo un incontro con lui. Dovrebbe interessarsi di noi così come ha fatto quando ci furono problemi simili all’Adnkronos”. All’Unità lo sciopero a oltranza non ha precedenti ed è appoggiato dal sindacato dei giornalisti: “Un atteggiamento del genere – ha detto Raffaele
Lorusso, segretario della Fnsi – va oltre le normali relazioni industriali, un ricatto contro chi si è rivolto ai magistrati per vedere riconosciuti i propri diritti”.
LA CRISI DEL QUOTIDIANO deriva dai numeri bassi nelle vendite e da una scarsa raccolta pubblicitaria, elementi che pongono i conti in uno stato comatoso. Negli scorsi giorni il direttore Marco Bucciantini – subentrato il 4 aprile a Sergio Staino – ha incontrato l’amministratore delegato per discutere di un possibile rilancio. “Sono mesi che parlano di un nuovo piano industriale ma ancora non lo vediamo”, ha affermato la giornalista Maria Zegarelli. La Pessina Costru- zioni ha acquisito la testata nel 2014 con un’operazione sulla quale Report ha gettato l’ombra di uno scambio di favori di tipo politico. Intanto, la re- dazione accusa i proprietari di non essersi comportati da veri editori. “Per due anni l’azienda è stata latitan- te – ha detto Massimo Solani – Si è fatta vedere solo negli ultimi sette mesi per farci questi ricatti”.

il manifesto 16.5.17
Nakba Day, Barghouti incita alla disobbedienza civile
Territori occupati. Il Mandela palestinese con una lettera-manifesto fissa i punti di un programma politico e avverte l'Anp di Abu Mazen: negoziato con Israele solo con nuove basi. In Cisgiordania e Gaza manifestazioni e raduni nel giorno della "Catastrofe"
di Michele Giorgio


BETLEMME «La lotta che portano avanti i prigionieri palestinesi non cesserà fino a che non saranno raggiunte tutte le legittime richieste». Queste parole di Marwan Barghouti, contenute nella lettera che il leader di Fatah, in carcere in Israele, ha consegnato al suo avvocato, riecheggiavano ieri nelle strade dei Territori occupati. Si sono unite agli slogan che migliaia di dimostranti hanno scandito durante manifestazioni e raduni per l’anniversario della Nakba, la “catastrofe” che per i palestinesi coincide con l’esodo di centinaia di migliaia di civili costretti con la forza a lasciare o fuggiti dai loro villaggi prima e durante la fondazione dello Stato di Israele nel 1948. Civili che assieme ai loro discendenti –oggi in totale sono oltre cinque milioni – da 69 anni languono in campi profughi sparsi nel mondo arabo ed il cui destino resta ignoto, malgrado una risoluzione delle Nazioni Unite, la 194, sancisca il loro diritto al ritorno nella terra d’origine. Le manifestazioni ieri spesso sono sfociate in scontri, con alcuni feriti tra i dimostranti, tra palestinesi e soldati israeliani nei pressi del campo profughi di Aida a Betlemme e al transito di Bet El (Ramallah). In un caso, ad Anabta, a caricare i dimostranti è stata la polizia palestinese. Nelle stesse ore spirava in ospedale a Gaza Muhammad Bakr, 23 anni, un pescatore ferito mortalmente, raccontano testimoni palestinesi, dal fuoco di una motovedetta israeliane. Nel giorno della Nakba segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Saeb Erakat, ha detto che «Al fine di raggiungere una pace giusta e duratura fra Israele e Palestina è importante che Israele riconosca la Nakba e chieda scusa».
L’attenzione intanto resta sullo sciopero della fame che oltre mille detenuti politici palestinesi osservano, su appello di Marwan Barghouti, nelle carceri israeliane dallo scorso 17 aprile. Ed è destinata a crescere con l’aggravarsi delle condizioni di salute di molti prigionieri. Lo stesso Barghouti, riferisce il suo avvocato Khader Shqeirat, è in condizioni precarie, ha perso 13 chili ed è molto debole. Il leader di Fatah, aggiunge Shqeirat, vive in «tremende» condizioni di detenzione, isolato, spesso ammettato per ore, in una cella priva dei requisiti minimi e infestata di insetti. Barghouti, prosegue il suo avvocato, non si è mai potuto cambiare i vestiti da quando è stato trasferito dalla prigione di Hadarim a quella di Jalameh e sarebbe sottoposto a «forti e continui rumori» che attutisce con pezzi di carta nelle orecchie.
Nella lettera Barghouti esorta i palestinesi ad appoggiare in ogni modo la protesta dei prigionieri e ad attuare la «disobbedienza civile» contro l’occupazione israeliana. Quindi invita il suo partito e gli islamisti di Hamas a riconciliarsi e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) a non riprendere il negoziato con Israele sulla base delle regole e dei principi applicati negli ultimi venti anni. Le trattative, spiega, saranno inutili fintanto che «Israele non cesserà la costruzione di colonie, non si impegnerà a terminare l’occupazione, non riconoscerà il diritto al ritorno per i profughi, non libererà tutti i prigionieri non accetterà il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente nei confini del 1967» con capitale Gerusalemme.
Richieste che di fatto sono il manifesto di un Fatah 2, alternativo a quello incarnato dall’attuale gruppo dirigente e guidato dal presidente Abu Mazen. Peraltro Fatah è uscito malconcio dalle elezioni amministrative di sabato scorso in Cisgiordania malgrado l’assenza di liste dei rivali di Hamas, del Jihad e del Fronte popolare che hanno boicottato il voto. Fatah ha conquistato Hebron, Gerico e Jenin ma spesso ha dovuto appoggiarsi a liste locali, come è avvenuto a Nablus. Bassa la percentuale dei votanti, 53%. Notizie poco rassicuranti per Abu Mazen che in questi giorni cerca di darsi una immagine di leader forte e deciso in vista dell’incontro che avrà con Donald Trump durante la visita che il 22 e 23 maggio il presidente americano effettuerà in Israele e Cisgiordania

il manifesto 16.5.17
Tagliato il nesso tra rito e potenza della chiesa
I miracoli di Bergoglio.
di Bia Sarasini

Leggero, sorridente, contemplativo Papa Francesco nella sua giornata a Fatima lo scorso sabato13 maggio, nel giorno del centenario dell’apparizione della Madonna ai tre pastorelli, ha cercato i segni della fede, più che quelli della potenza della Chiesa.
La fede autentica, semplice, diretta. La fede del popolo, delle persone che in quei luoghi, vengono a cercare segni che curino corpi ed esistenze tribolate e infelici. Anche a Fatima, cuore hard del miracolismo novecentesco, visibilmente poco gli importa dei segni della potenza del sacro, dell’affermazione di un ordine soprannaturale che si rispecchia nelle grandi spianate, adatte a grandi masse.
Lo ha spiegato bene il giorno dopo, alla folla radunata a Piazza San Pietro, quando ha parlato della canonizzazione dei due pastorelli: «La loro santità non è conseguenza delle apparizioni, ma della fedeltà e dell’ardore con cui essi hanno corrisposto al privilegio ricevuto di poter vedere la Vergine Maria». Insomma, non è il miracolo, che fa santi, ma l’esperienza che da quell’incontro cambia la vita. Un bel rovesciamento. «Dopo l’incontro con la “bella Signora”, essi recitavano frequentemente il Rosario, facevano penitenza e offrivano sacrifici per ottenere la fine della guerra e per le anime più bisognose della divina misericordia. Anche ai nostri giorni – ha scandito il Papa – c’è tanto bisogno di preghiera e di penitenza per implorare la grazia della conversione, come pure la fine degli assurdi conflitti e delle violenze che sfigurano il volto dell’umanità».
Venerazione, rispetto, preghiera. Questo il comportamento di un Papa che proprio a Fatima era aspettato alla prova dai suoi avversari interni, da chi lo accusa di comunismo se non peggio. Un conto, viene più o meno sussurrato, è avere contro i dubia di quattro cardinali e ambienti tradizionalisti. Un conto sarebbe mettersi contro la devozione di un popolo. E papa Bergoglio, che si affida all’uso del discernimento, si è fatto parte del popolo che crede.
Non ha avuto accenti trionfali, ha preferito raccogliersi, pregare in silenzio. «A Fatima mi sono immerso nella preghiera del santo Popolo fedele, preghiera che là scorre da cento anni come un fiume, per implorare la protezione materna di Maria sul mondo intero».
E la pace è stato un richiamo forte, nel 1917 la prima guerra mondiale devastava l’Europa, e non c’era nessuna speranza di vederne la fine. Della preghiera di Papa Francesco ha poi colpito il richiamo al suo essere pellegrino vestito di bianco, come gli altri pontefici venuti in passato lì a pregare. Sembrava una ripresa del linguaggio del famoso terzo mistero. Ma subito, nell’aereo che lo riportava a Roma, conversando con i giornalisti, lo ha svuotato di ogni aura mistica. Era una preghiera scritta dal santuario, ha detto, io l’ho soltanto letta. Insomma, nessun desiderio di coltivare la mitologia dei segreti di Fatima, in particolare l’ultimo, il cui contenuto profetico Giovanni Paolo II identificò con l’attentato di cui fu vittima, proprio un 13 maggio. Fino a volere che la pallottola che l’aveva ferito senza ledere nessun organo vitale, fosse incastonata nella corona della Vergine, dove si trova tuttora.
Già papa Ratzinger aveva insegnato che i misteri di Fatima lasciano liberi, non è obbligatorio crederci. Papa Bergoglio ne ha asciugato la dimensione mitica. Come si appresta a fare, con molta determinazione, con le apparizioni di Medjugorie: «La Madonna non è una postina», ha ribadito mentre smontava pazientemente tutto l’armamentario di coincidenze che stanno intorno all’ideologia di Fatima. Fino a dire, per esempio, che non aveva mai fatto caso – fino a quel giorno – al fatto che era stato nominato vescovo un 13 maggio.
Non è cosa da poco sciogliere il nesso tra culto mariano e potenza della Chiesa e del papato. È da quando nel 1854 Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione – e Pio XII nel 1950 quello dell’Assunzione – che il papato attraverso Maria ha affermato il proprio potere simbolico contro la modernità. Dove porterà stare con la preghiera del popolo?