il manifesto 5.10.16
Conti sballati, di sicuro cresce solo il debito
Pochi investimenti condannano la nostra economia
di Alfonso Gianni
Non
è più solo l’Ufficio parlamentare per il bilancio (Upb) a dubitare
delle stime del governo. Le audizioni parlamentari delle commissioni
Bilancio di camera e senato sono state un calvario per l’esecutivo. Dopo
che l’Istat aveva rivisto al ribasso le valutazioni sulla crescita per
il secondo trimestre del 2016, fissandolo sullo 0,6%, Banca d’Italia,
Corte dei Conti, oltre all’Upb, hanno smontato l’impianto programmatico
contenuto nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e
finanza che il governo dovrà presentare a Bruxelles entro il 15 ottobre.
Nello
stesso tempo neppure il Fondo monetario internazionale si mostra
convinto, anche se i suoi rilievi sono più teneri. Renzi fa spallucce e
dichiara che tirerà dritto per la sua strada, che il Def sarà presentato
alle Camere ma intanto appare in guerra con gli istituti finanziari e
di valutazione interni e internazionali. Gli sherpa minimizzano.
E
si lamentano che ogni anno «è la solita storia», invece di pensare ad
una sterzata. Padoan rimanda alla manovra che verrà, di cui i previsori
sarebbero all’oscuro, e chiama a correo addirittura il presidente della
Bce Mario Draghi sostenendo di avere agito con la cura da lui invocata.
Chissà se quest’ultimo è d’accordo. Intanto è la stessa Corte dei Conti a
sottolineare che l’effetto espansivo del Pil per il 2017 appare del
tutto sovrastimato rispetto a quanto si sa sulle manovre in cantiere.
La
faccenda è seria. Stando così le cose, con una differenza di 0,4 punti
tra l’andamento tendenziale, cioè a legislazione costante, e la stima di
crescita dell’1% vantata dal governo e il pessimismo più che motivato
sulla possibilità che le politiche messe in campo da Renzi possano
colmare tale divario, l’Upb non è disponibile ad apporre il proprio
bollino. Sarebbe la prima volta da quando nel 2014 è stato costituito
l’Ufficio che il quadro programmatico del governo non riceverebbe la sua
validazione. Il che renderebbe la strada maledettamente in salita per
ottenere dalla Ue quella flessibilità tanto invocata da Renzi.
Indispensabile anche per conquistare voti nel referendum del 4 dicembre.
Tanto più che anche la Lagarde non va al di là di uno 0,9% di crescita
stimabile per il nostro paese per il 2017, una previsione più vicina ma
comunque sempre al di sotto di quella desiderata, cioè quell’1% – che
non sarebbe di per sé un granché – tondo tondo, diventato un obiettivo
politico e propagandistico del governo.
D’altro canto le critiche
di Bankitalia sono puntuali e fanno leva anche su alcune delle vie
d’uscita indicate da Padoan. Da via Nazionale si sottolinea la continua
crescita del debito pubblico, il sostanziale fallimento della spending
review, la modestia degli obiettivi di nuove privatizzazioni, ma
soprattutto la scarsa credibilità per non dire inconsistenza di un piano
di investimenti pubblici e privati che possano rilanciare
effettivamente l’economia reale. Il ponte sullo stretto di Messina, con i
suoi vaneggiati 100mila posti di lavoro, non se lo beve nessuno.
Non
sono molti quelli che corrono in soccorso a Renzi. Tra questi Juncker e
con riconquistata vivacità Gianni Pittella, capogruppo socialista al
parlamento europeo, il quale si lancia nella missione di salvare il
soldato Renzi tornando a utilizzare la sciagura del terremoto come
apripista per la flessibilità. Ma è chiaro che i margini si fanno sempre
più stretti. Se Renzi è sotto referendum, i cui esiti per lui sono
sempre più incerti, gli altri leader europei, quelli che contano, sono
sotto elezioni. Nessuno vuole restare scoperto dal proprio lato. Se il
mugnaio Arnold di Potsdam poté alfine contare su un giudice a Berlino –
ed era Federico il Grande, in quanto magistrato supremo – è assai più
improbabile che Renzi di Rignano riesca a trovare a Bruxelles chi possa
invertire il suicidio delle politiche di austerity cui da anni è
condannata l’Europa.