giovedì 14 luglio 2016

il manifesto 14.7.16
Una nuova guerra in Libano è una scelta solo di Israele
Dieci anni dopo. Hezbollah non può permettersela. Il movimento sciita è impegnato con migliaia di combattenti nel sanguinoso conflitto siriano e non può lottare su due fronti. Israele intanto prepara il secondo round del conflitto di dieci anni fa
di Michele Giorgio

Percorrendo le strade, talvolta tortuose, del Libano del sud fino al confine con Israele o la statale che corre nella Valle della Bekaa, non passano inosservati i volti su grandi poster dei “martiri” di Hezbollah, i combattenti del Partito di Dio libanese caduti in battaglia. Se prima del 2011 appartenevano ai morti nelle guerre contro l’occupazione israeliana, oggi su quei manifesti ci sono anche i giovani sciiti caduti nei combattimenti in Siria a sostegno dell’esercito governativo contro i jihadisti. Dieci anni dopo l’offensiva israeliana nel Libano del sud, la Harb Tammuz (Guerra di Luglio), la nuova generazione di “martiri” è figlia della crisi siriana. Certo, un altro conflitto tra Hezbollah e Israele è possibile, se ne parla da tempo e i comandi israeliani si preparano al nuovo “round”. Da parte sua il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, avverte che il suo movimento possiede decine di migliaia di razzi e missili in grado di colpire anche Tel Aviv e di difendere il Libano. Eppure oltre i proclami bellicosi le due parti sanno che se scoppierà una nuova guerra a innescarla sarà Israele. Hezbollah non se la può permettere.
La disciplina e le motivazioni dell’ala militare del movimento sciita sono note. Tuttavia una guerra su due fronti va oltre le possibilità di Hezbollah che conterebbe su 15mila combattenti scelti e su una “riserva” di 20mila uomini. Certo, ha molti razzi ma contano poco quando si combatte sul terreno come nell’estate di dieci anni fa 2006 quando gli uomini del Partito di Dio inflissero pesanti perdite all’esercito israeliano che aveva invaso il Libano del sud. Non è noto il numero ufficiale di combattenti di Hezbollah in Siria. Sarebbero almeno 5mila secondo alcune fonti, impegnati intorno ad Aleppo, lungo il confine tra Siria e Libano contro al Nusra (al Qaeda), nella regione di Latakiya e in altre località dove la guerra miete ogni giorno decine di vite. Un impegno che sarebbe costato in quattro anni la vita di circa 1500 uomini, non pochi dei quali veterani delle guerre con Israele. La leadership di Hezbollah riconferma ad ogni occasione che l’impegno in Siria contro il jihadismo e a sostegno delle truppe siriane non è in discussione e all’interno del movimento e tra i simpatizzanti il consenso all’alleanza con il presidente siriano Bashar Assad resta altro. I morti però pesano e tante famiglie sciite libanesi piangono i loro giovani morti, trenta dei quali il mese scorso ad Aleppo.
La corda non è lunga e i vertici di Hezbollah sanno di non poterla tirare oltre. Israele ne è consapevole e ne ha approfittato per uccidere in Siria, con i suoi agenti segreti e l’aviazione, alcuni dei più importanti comandanti militari di Hezbollah: Imad Mughniyeh e, più di recente, Ali Fayyadh, Mahdi Obeid, Hussein al Haj, Jihad Mughniyeh (figlio di Imad), Samir Kuntar e forse anche il capo di stato maggiore Mustafa Badreddine. Perdite alle quali Hezbollah ha risposto con azioni limitate, per non offrire a Israele il pretesto per cominciare la terza guerra del Libano, dopo quelle del 1982 e del 2006.
Israele punta anche sulle difficoltà politiche che il movimento sciita e Hassan Nasrallah hanno all’interno del Libano e nel mondo arabo. Un tempo il segretario generale era il campione della resistenza contro Israele, amato dalle popolazioni arabe. Oggi, sull’onda del conflitto settario tra musulmani, sul quale puntano con più forza l’Arabia saudita e altre monarchie sunnite del Golfo, Nasrallah è accusato dalla maggioranza dei libanesi sunniti e dai cristiani legati alla destra, di aver “trascinato” il Paese nel bagno di sangue siriano e da non pochi arabi di lavorare per gli interessi dell’Iran. Nasrallah respinge le accuse, spiega le motivazioni strategiche dell’impegno in Siria ma nel clima che oggi si respira nel Paese dei Cedri, Hezbollah difficilmente riuscirebbe a giustificare un altro conflitto con Israele. Senza dimenticare che è ancora vivo il ricordo delle oltre 1200 vittime libanesi dei pesanti bombardamenti israeliani del 2006 su decine di villaggi del sud e a Beirut (i morti israeliani furono 160). «Per Israele questo è uno scenario da sogno – dice l’analista Maha Yahya del Carnegie Middle East Center «tutti i suoi nemici si ammazzano a vicenda in Siria e non deve tenere neanche un soldato sulle linee di fuoco». Dieci anni dopo quella del 2006 solo Israele può decidere di scatenare una nuova guerra in Libano.