venerdì 3 giugno 2016

Repubblica 3.6.16
Escono gli scritti sul cinema del maestro Yasujiro Ozu
Io, regista grazie al riso con il curry
di Yasujiro Ozu

Al giorno d’oggi, per un giovane è difficile riuscire a diventare un regista vero e proprio, ma io sono stato davvero fortunato perché ce l’ho fatta grazie a un piatto di riso con curry. All’epoca degli studi cinematografici di Kamata, ero assistente del regista Okubo Tadamoto. Si comportava come un dio in terra e fare l’assistente sotto di lui era davvero dura, dovevo fare proprio di tutto, al punto che non c’era neanche il tempo di fumare una sigaretta. Avevo sempre fame. L’unico piacere era mangiare.
Un giorno, le riprese andavano per le lunghe e anche quando arrivò l’ora di cena non accennavano a finire. Ero ormai stanco e affamato. Ciononostante, Okubo, trovando sempre nuove motivazioni, non si fermava. Dentro di me mi dicevo che non era poi un film così eccezionale da dover lavorare anche di notte ed ero sempre più irritato.
Finalmente le riprese finirono e arrivò il momento di mangiare. Alla mensa si faceva la fila e poiché chi prima arrivava prima mangiava, mi affrettai a prendere posto.
I piatti fumanti di riso con curry venivano distribuiti seguendo l’ordine dal primo posto occupato. Il piacevole profumo del curry mi arrivava fino alla pancia. Mentre con l’acquolina in bocca mi dicevo che fra poco sarebbe toccato a me, arrivò un regista e si sedette. Il piatto che doveva toccare a me venne messo davanti a lui. Furibondo, esplosi: «Ehi! Rispettate l’ordine!». «L’assistente viene dopo», disse una voce. «Cosa?!» e senza neanche ancora capire chi avesse parlato, mi alzai in piedi pronto per fare a pugni ma qualcuno mi trattenne. Io però continuai a urlare «Portatemi il piatto! Rispettate l’ordine!». Comunque, non si può certo dire che non mangiai un piatto abbondante di curry.
Il mio comportamento venne riferito al direttore degli studi di allora, Kido Shiro. Non so se abbia pensato «Dev’essere un tipo interessante » ma il mese successivo mi disse di provare a fare un film, così cominciai a girare
La spada della penitenza (1927), un jidaigeki (film in costume, ndr) in sei rulli. Non venni apprezzato per la mia intelligenza o la mia bravura. Fu solo grazie a un piatto di riso con curry. Doveva essere più o meno la primavera del 1927.
***
Quando aprivo la porta d’ingresso di una sala cinematografica venivo investito dall’aria calda e soffocante della gente. Una volta le sale non si chiamavano così ma «baracconi delle immagini in movimento» e mi veniva mal di testa già dopo dieci minuti che ero immerso in quell’aria viziata. Ciononostante, quando da una sala cinematografica mi giungeva il suono della piccola banda che accompagnava il film dal vivo, non potevo passarci davanti senza entrare. Quella strana cosa chiamata cinema aveva su di me una sorta di misterioso potere magico.[...] A un certo punto, uscì il film americano Civiltà ( Civilization, 1916) di Ince. Aveva un grosso budget per l’epoca ed era davvero stupendo. Mi impressionò profondamente. Fu proprio in quel momento che mi dissi che volevo diventare un regista. Credo che i miei genitori avrebbero voluto che andassi all’università, ma io non mi curai minimamente delle loro aspettative, non avevo nessuna intenzione di proseguire gli studi. In poche parole, forse a me studiare non piaceva. Ripensandoci adesso, avevo fiducia in me stesso ed ero convinto di riuscire a farcela anche senza laurearmi. Non mi smossi più dalla decisione di diventare regista. Per fortuna, un mio zio affittava un terreno alla Shochiku e, grazie a questo, subito dopo il diploma di scuola media entrai nei loro studi, che erano a Kamata.
Oggigiorno, se dici che fai il regista ti guardano con invidia e puoi anche esserne orgoglioso ma ai miei tempi, quando dicevi che lavoravi nel cinema, sotto sotto il commento era: «Che razza di mestiere!». Io però non me ne curavo affatto. [...] Studiavo come giravano i registi più anziani senza perdermi un solo particolare. È così che trovai il mio modo di mettere in scena e riprendere, facendo dei passi avanti senza imitare acriticamente nessuno. Sarò testardo ma non c’è rimedio, sono fatto così. Per questo non ho maestri. Ce l’ho fatta contando solo su me stesso.
Chi pensa che il mestiere di regista consista nel dirigere le star a proprio piacimento, solo con il megafono in mano, si sbaglia di grosso. Senza dormire neanche la notte, bisognava programmare le riprese e organizzare le varie scene, c’era da dimagrire per la fatica già solo a essere lì a guardare da vicino. Ma così facendo, senza nemmeno rendermene conto, pian piano è venuto fuori il piacere di creare. Il mio istinto di non darmi per vinto mi ha portato a diventare regista, senza mai perdermi d’animo di fronte a nessun ostacolo.
IL LIBRO Scritti sul cinema, di Yasujiro Ozu, a cura di Franco Picollo e Hiromi Yagi ( Donzelli, pagg. 250, euro 26). Sopra, Ozu alla macchina da presa. A sinistra, sul set di C’era un padre( 1942) davanti al Grande Buddha di Kamakura