domenica 5 giugno 2016























Repubblica 5.6.16
Un inviato agli inferi in viaggio tra i migranti
L’incredibile avventura umana di Domenico Quirico, un reportage vissuto in prima persona tra le orde di esseri umani in cammino verso l’Europa
di Susanna Nirenstein

Domenico Quirico è un giornalista che per capire il terzo millennio e le sue mutazioni mette in gioco corpo, mente, vita. Quirico è l’inviato della Stampa, che, nel 2013, mentre si muoveva tra bande e eserciti combattenti nella guerra che distrugge la Siria, fu fatto prigioniero insieme al collega belga Pierre Piccinin per cinque mesi e torturato, assetato da Jabhat al-Nusra e altri gruppi armati nell’enorme macchia nera dell’islamismo omicida.
Dopo aver raccontato con la sua lingua potente il progetto crudele di chi crede che Dio possa ordinare di uccidere nel Paese del Male e Il Grande Califfato, ecco un’altra prova della determinazione del cronista a gettarsi nei movimenti che stanno cambiando il mondo. È questa l’origine di Esodo. Storia del nuovo millennio (Neri Pozza), una storia di migrazioni che Quirico ha condiviso con le colonne di esseri umani che attraversano a piedi continenti nella certezza che nessuno potrà fermarli. I viaggi sono molteplici, tutti sospesi su un baratro, con 111 giovani compagni, ad esempio, imbarcati in un battello di dieci metri con un motore rotto tra Tunisia e Lampedusa. C’era un’altra scelta per quei ragazzi, sorretti dalla speranza del Paradiso Europa? No, racconta Quirico, mentre descrive l’attesa che scandisce il tempo prima del passaggio, per accumulare i soldi, l’attesa del mediatore, della nave giusta, dei passeggeri necessari, del mare buono, del momento in cui la polizia sarà distratta. Non c’è altra scelta. Questo è uno dei pensieri che accompagnano il nostro inviato, deciso a cogliere il momento in cui, varcata la frontiera, entreranno in una nuova condizione umana. Perché non è tra i profughi delle guerre che questa volta vuole andare, gente costretta da necessità riconosciute, sorretta da altri aiuti. Quirico scende agli inferi. Tra i rimpatriati, tunisini, algerini spaventati dai salafiti, libici. Si aggira tra i cimiteri e non trova le migliaia di nomi che dovrebbero esserci e non ci sono. Oppure nell’Africa a Sud del Sahara, nelle selve della Nigeria e nelle savane somale. Vede Bamako, nel Mali, paesini cosparsi “di carta rifiuti plastica escrementi”, oppure Kayes, un continente intero dai quindici anni in su pronto a partire. Di là in poi si srotola il deserto e Quirico si addentra insieme agli altri stipati nel cassone di un camion. Vuol contare quanti soldi ci vogliono, dove li troveranno, da dove passeranno. È spinto da una forza inarrestabile: il suo grido è come un ruggito, vuole che l’Europa sia capace di accoglierli, che smetta di essere vile e che li integri, prima che l’islamismo scriva su di loro un codice nuovo facendoli diventare una massa di manovra e di morte.
ESODO, DI DOMENICO QUIRICO NERI POZZA PAGG.174, EURO 16

Il Sole 5.6.16
Microcosmi le tracce e i soggetti
Una prospettiva oltre l’emergenza dei popoli migranti

Milano, Piccolo Teatro, “Dialoghi di vita buona” promossi dalla Curia di Milano sul tema Confini e migranti: paure e soluzioni. Si ragiona del salto d’epoca globale. L’Onu stima in 244 milioni i migranti a livello mondiale nel 2015, il Mediterraneo non è che un microcosmo. Abbiamo assistito in questi ultimi giorni ad un nuovo dramma di olt re 700 morti annegati nell’attraversata del braccio di mare che ci separa dalla vicina Libia. E ciò, nonostante il grande sforzo profuso dalla Marina di trarre in salvo quante più persone possibile.
Al di qua della faglia, quella di approdo, il tema interrogante è oggi quello della paura, che rischia di trasformare i confini in muri, l’essere in comune in comunità rinserrate, come sembrano indicare anche i dati raccolti dall’Istituto Toniolo in relazione all’atteggiamento dei millennials italiani verso i “non nationals” permeato da timore e diffidenza, il 70% dicono “sono troppi”, pur essendo altrettanto convinti (64%) che i migranti debbano essere accolti, a prescindere dalla loro patente di “profugo” o “migrante economico”. Distinzione, quest’ultima, che rimanda a quell’insieme di cavilli giuridici dietro i quali si nasconde l’impotenza, la mancanza di coraggio o l’incapacità della politica di farsi carico del salto d’epoca.
Ma quando è nata e come si è diffusa la paura? Nel 1991 fu organizzata la prima ed unica Conferenza Nazionale sull’Immigrazione dalla quale scaturì la prima legge che riconosceva e regolava i flussi dei migranti. A quell’epoca, come potei constatare di persona, il clima sociale, da Como a Trapani, era predisposto all’accoglienza, forse anche perché non sapevamo a cosa stavamo andando incontro. Infatti in quello stesso anno sbarcarono in pochi giorni a Bari 27.000 albanesi, un salto di confine di massa che produsse la scintilla della sindrome da invasione che incendiò la politica nazionale.
Negli anni successivi si sono succeduti diversi tentativi di regolare i flussi, prima con la legge Turco Napolitano del 1998 che riconosceva i ricongiungimenti familiari, quindi la legge Bossi-Fini del 2002 che istituiva il reato di clandestinità. Il tutto scandito da una serie di sanatorie. Le diverse regolazioni sono restate però sempre all’interno del perimetro giuslavoristico, senza considerare che, come ebbe modo di constatate il filosofo svizzero Max Frisch a proposito degli immigrati italiani in Svizzera, “avevamo bisogno di braccia, sono arrivate persone”.
I luoghi della paura del migrante non sono tanto i luoghi di lavoro, ma sono quelli fuori dalle mura i quartieri , la casa, i luoghi di socialità, di culto e il rapporto con la sicurezza. Il processo di diffusione dei flussi migratori sul territorio italiano ha seguito la geografia diffusa dell'economie territorializzate, con un’inclusione molecolare che ha scongiurato la creazione di banlieues metropolitane, pur con la creazione di piccoli e grandi ghetti come Padova, Sassuolo, Prato, ed enclave nei quartieri delle aree metropolitane.
Con il nuovo secolo il tema delle migrazioni ha assunto una connotazione più complessa, con un articolazione altrettanto complessa delle paure. Il Mediterraneo diventa un luogo soglia ma anche enorme cimitero (3.771 morti accertati nel 2015). La via balcanica è diventata un percorso ad ostacoli, con muri sempre più alti. La geoeconomia ci restituisce la crisi finanziaria, la crisi del debito, e una prospettiva da stagnazione secolare dalle conseguenze imprevedibili. La demografia ci restituisce squilibri globali sempre più ampi: l’età media in alcuni paesi sub sahariani oscilla tra i 15 e i 20 anni, quella degli europei intorno ai 45 anni e più. La crisi ambientale, d’altra parte, prepara una nuova figura, quella del “migrante ambientale”.
Questo salto di complessità ha fatto saltare i confini e posto sotto pressione il significato del nostro essere in comune. Crescono le comunità del rancore, che da fenomeni locali rischiano di diventare fenomeni nazionali, resistono con difficoltà le comunità di cura imperniate sul welfare state e sul tessuto dell’associazionismo e del terzo settore, entrano in crisi le comunità operose: la Ue, la Statualità e la società, che non riescono ad esprimere una visione ed una prospettiva dello sviluppo di lungo periodo, oltre l’emergenza.
Senza questa visione i confini diventano facilmente muri, ai piedi dei quali prolifera un’ambigua economia del margine che oscilla tra accoglienza e speculazione sull’emergenza a livello basso nei territori e in alto si discute senza esito, per ora, di Migration Compact. Occorre partire dal presupposto che il meticciamento è il nostro destino e, ancor più, dei giovani.
A questo tema potrebbe essere orientato il servizio civile. Di questo devono essere consapevoli le grandi istituzioni, i territori, le città che se da una parte solo 600 comuni su oltre 8.000 hanno accettato di accogliere qualche profugo con il sistema Sprar, in altri casi sono stati stipulati accordi con realtà locali e con centrali del terzo settore molto significative e con prospettive che guardano oltre l’emergenza.
Queste esperienze locali hanno fornito più e migliori risposte della agenda di re-location dell’agenda Juncker, ferma al palo dei 600 ricollocati, segno di un’Europa in cui il sogno della casa comune va sempre più trasformandosi nell’incubo del ritorno ai rinserramenti, di un’Europa, per citare una previsione del presidente Delors, che pare avere smarrito la memoria del senso del tragico, da cui è rinata nel tardo Novecento.

Il Sole 5.6.16
L’inchiesta di Roma. Concluse le indagini
Concorsi pilotati, i pm valutano se sentire Barbera
di Ivan Cimmarusti

ROMA Il giudice costituzionale Augusto Barbera potrebbe essere ascoltato dalla Procura della Repubblica di Roma. Un atto dovuto, dopo la notifica dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari per il giurista, accusato con una dozzina di docenti universitari di aver controllato tra il 2008 e il 2010 alcuni concorsi per cattedre in diritto pubblico.
L’inchiesta è solo una parte della più ampia indagine avviata nel 2008 dalla Procura della Repubblica di Bari, la quale, in un primo momento, aveva ritenuto esistente un’associazione per delinquere col fine di controllare i concorsi negli istituti di diritto Pubblico alle facoltà di Giurisprudenza di Bari, Milano, Roma, Bologna, Napoli, Reggio Calabria, Teramo, Messina, Macerata, Piacenza e Firenze. Un’ipotesi che, però, non ha retto. Il fascicolo, così, è stato spezzettato in diversi filoni d’indagine stralciati ai vari uffici giudiziari competenti, tra i quali Roma.
Nella Capitale è giunto il fronte legato a Barbera che, stando all’impostazione accusatoria, avrebbe esercitato pressioni per favorire uno dei candidati al concorso, Federico Pizzetti, figlio di Franco, ex Garante della Privacy. Agli atti del fascicolo risultano anche alcune conversazioni telefoniche dello stesso ex garante col professore di diritto Costituzionale di Bari, Aldo Loiodice. In particolare, il primo chiede «garanzie» sul sostegno che sarebbe dovuto essere assicurato al figlio, in vista di un concorso che, tuttavia, non supererà mai. Tra gli indagati risultano anche la giurista, candidata del Movimento 5 stelle alla Corte Costituzionale, Silvia Niccolai, e Luca Mezzetti, docente di diritto Costituzionale all'Università di Bologna.
C’è da dire che l’accusa riguarda fatti accaduti nel 2010 e, dunque, la prescrizione dei reati potrebbe già giungere a settembre prossimo. Inoltre non è escluso che la memoria difensiva depositata nei giorni scorsi dai legali di Barbera possa indurre la Procura capitolina a chiedere l’archiviazione dell’indagine.
Allo stato, però, il nome di Barbera risulta iscritto con l’accusa di corruzione. «L’ipotesi di corruzione - hanno commentato i legali del giudice, Filippo Sgubbi e Vittorio Manes - non riguarda alcun passaggio di denaro, né scambio di favori, ma solo un collegamento tra diversi concorsi universitari nell’ambito dei quali sarebbero intervenuti aiuti vicendevoli per sostenere i vari candidati». Inoltre, aggiungono che «la Procura di Roma ha semplicemente ripreso un’ipotesi di accusa di corruzione formulata dalla Procura di Bari, che, a sua volta, l’aveva ripresa da una informativa della polizia giudiziaria».
Spiegano, infine, che Barbera «non era nemmeno commissario in tali concorsi, e che si è sin da subito messo a disposizione della magistratura inquirente per essere sentito. Anche a seguito della notifica dell’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura di Roma, comunicato solo poche settimane fa, abbiamo immediatamente presentato una memoria esplicativa a sostegno della richiesta di archiviazione della posizione del professor Barbera, e al tempo stesso ribadito la sua piena disponibilità ad essere interrogato».

Il Fatto 5.6.16
Gli 80 euro da restituire: il problema spiegato a Renzi
di Marco Palombi

Matteo Renzi non si fa capace. È incredulo. C’è gente, si la- menta, che sottolinea con rancore che 1,4 milioni di italiani do- vranno restituire il bonus da 80 euro al mese illegittimamente percepito nel 2014. Dice il premier: avevamo detto che i soldi andavano ai lavoratori di- pendenti con redditi tra 8 e 26mila euro l’anno e l’abbiamo dato a 11,2 milioni di persone. Non senza qualche danno collaterale, però: il numero totale dei percettori è infatti la somma dei 9,6 mi- lioni che lo hanno preso avendone diritto, cui vanno aggiunti altri 1,6 milioni che hanno scoperto che gli era dovuto solo a consuntivo. E poi ci sono gli 1,4 milioni: loro l’hanno preso, ma a fine anno hanno scoperto di aver guadagnato più (o meno) della soglia. Risultato: devono restituire i soldi, tutti, pure i 350 mila incapienti, cioè quelli con reddito inferiore a 8 mila euro. Tradotto: uno che guadagna una miseria deve ridare indietro i soldi o aspettare che glieli richieda non gentilmente il Fisco. Problema: se questi 1,4 milioni non avevano diritto al bonus, va anche detto che non l’avevano chiesto. Il pasticcio si crea per il modo in cui Renzi ha scelto di dare gli 80 euro: uno normale avrebbe agito sulle aliquote Irpef, ma lui voleva la scritta “bonus” in busta paga, voleva che fosse chiaro che il regalo era suo. I datori di lavoro, a quel punto, si sono basati sul reddito presunto, che però qualche volta - cioè 1,45 milioni di volte nel nostro caso - non è quello finale.
La faccenda è tutta qui: se vuoi governare dando brioches agli affamati, capita che si incazzino se gliele togli.

Corriere 5.6.16
«Meno reddito in famiglia.  Cresce la diseguaglianza»
di Enrico Marro

Negli ultimi quarant’anni il reddito degli italiani si è ridotto. Le famiglie dipendono sempre di più dalla ricchezza dei pensionati; il ceto medio si è assottigliato; mentre le diseguaglianze risultano aumentate. È quanto si ricava da un capitolo aggiunto quest’anno alla Relazione della Banca d’Italia che accompagna le Considerazioni finali del governatore, lgnazio Visco.
Quello che è successo alla famiglie italiane dal punto di vista economico negli ultimi 40 anni è sintetizzabile in tre formule: dipendono sempre di più dalla ricchezza dei pensionati; il ceto medio si è assottigliato; le diseguaglianze sono aumentate. Lo si ricava da un capitolo aggiunto quest’anno alla Relazione della Banca d’Italia che accompagna le Considerazioni finali del governatore, lette martedì scorso da Ignazio Visco. Il quindicesimo capitolo si intitola: «I bilanci delle famiglie italiane, uno sguardo di lungo periodo». Che è possibile, sottolinea la banca centrale, perché la specifica indagine annuale che Bankitalia dedica a questo tema, «sin dalla metà degli anni Sessanta, è tra le più longeve al mondo».
Come negli anni 70
Un primo paradosso che si osserva è che nonostante in quarant’anni ci sia stato un «aumento delle risorse umane disponibili», dovuto soprattutto all’incremento delle donne che lavorano (ma anche al flusso di immigrati) e nonostante i livelli di istruzione siano fortemente cresciuti, «la capacità del Paese di impiegarle in modo efficiente ( queste risorse, ndr ) ha progressivamente smesso di espandersi». E così «la produttività totale dei fattori, che approssima l’efficienza complessiva del sistema produttivo, ha rallentato da una crescita media annua dell’1,4% nel periodo 1974-1993 allo 0,3% nei vent’anni successivi». Di conseguenza, il reddito annuo medio netto pro capite da lavoro dipendente, dopo essere salito fino alla fine degli anni Ottanta, ha invertito la rotta ed è tornato al livello di fine anni Settanta. A prezzi 2014, calcola Bankitalia, il picco fu toccato nel 1989 con circa 20 mila euro l’anno. Nel 2015 è sceso invece sotto i 17 mila. Un andamento sul quale ha pesato, dice la relazione, anche «la diffusione di forme di occupazione meno stabile», il precariato insomma. Nello stesso arco di tempo, i redditi netti dei pensionati sono invece raddoppiati, da 7 mila a oltre 13 mila euro l’anno. I lavoratori autonomi, come è logico, hanno avuto un andamento altalenante: con la recessione post 2007 sono tornati ai redditi di quarant’anni prima e solo ora si stanno riprendendo, con redditi medi netti di poco oltre i 19 mila euro l’anno. In generale, gli italiani hanno compensato gli effetti della crisi col vecchio e caro mattone.
Il ruolo del mattone
«Nonostante l’andamento complessivamente contenuto del reddito, la ricchezza delle famiglie è cresciuta nell’intero periodo dell’indagine, in modo sostenuto». Le famiglie proprietarie di immobili sono salite «da poco più della metà nel 1977 al 72% nel 2010». Facendo le somme, il reddito disponibile netto pro capite, che tiene conto anche dei canoni d’affitto percepiti e del valore d’uso della prima casa, «è cresciuto, tra il 1977 e il 2006, di circa il 75% in termini reali». Ma la successiva recessione «e i ritmi ancora modesti della successiva ripresa hanno eroso circa un quarto di questo aumento». Così l’aumento complessivo del reddito netto disponibile pro capite fra il 1977 e il 2014 è stato del 54%. Insieme alle case, in soccorso delle famiglie sono arrivati i pensionati. Infatti, dicono i dati di Bankitalia, la quota di popolazione che vive in famiglie con reddito derivante per almeno due terzi da pensione è raddoppiata, passando dall’11% nella fine degli anni Ottanta a quasi il 20%, mentre la quota di chi vive in famiglie con reddito per almeno due terzi da lavoro è scesa dal 74% a circa il 50%. Numeri che dicono molto di come sia cambiata la società. È vero, nel 2014 «sulla base delle statistiche ufficiali, la ricchezza netta delle famiglie ammontava a circa sei volte il prodotto interno lordo», cioè la bellezza di 8.730 miliardi di euro — pari a 145.500 mila euro per ognuno dei 60 milioni di italiani — di cui 5.848 miliardi di euro in immobili e 3.793 miliardi di euro in depositi, conti correnti, titoli e altre attività finanziarie. Ma le distanze tra ricchi e poveri sono aumentate. Sia sui redditi sia sulla ricchezza. Le persone a basso reddito (comprensivo dei proventi da attività finanziarie), rappresentavano il 16% del totale nel 1989, sono salite al 21%, sottolinea Bankitalia, e detenevano meno del 4% della ricchezza netta complessiva, tre punti meno che nel 1995. La classe media, quella con un reddito tra il 60% e il triplo di quello mediano, è invece scesa dall’82% al 76%. La classe ricca (reddito almeno triplo di quello mediano) è passata da poco meno del 2% a poco più del 2%, ma la loro quota di reddito sul totale è salita dal 6% del totale al 9% circa. L’indice di Gini, una misura di disuguaglianza che varia tra zero e 100, dove zero significa uguaglianza totale, è sceso fino alla prima metà degli anni Ottanta, arrivando a 28.
Il passo del gambero
Poi ha ripreso a salire e ora è vicino a quota 33, come quarant’anni fa. Anche qui, il passo del gambero. E fa impressione notare che nelle famiglie «con capofamiglia di età non superiore ai 30 anni, oltre una persona su tre è in condizione di basso reddito». Era «solo una su dieci alla fine degli anni Ottanta». I giovani però «possono attendersi una maggiore ricchezza ereditata» rispetto alle precedenti generazioni. Ma anche l’eredità non fa che accentuare le diseguaglianze, conclude la relazione, visto che in Italia c’è scarsa mobilità sociale e il benessere finisce per essere determinato più dalla ricchezza ricevuta dai genitori che dal lavoro esercitato .

Il Sole 5.6.16
Fisco. Evasione Iva al 30%, in Europa la metà
Orlandi: siamo la struttura più telematizzata d’Europa, la percezione del Paese sotto il profilo fiscale è lontana dalla realtà
di Alessandro Galimberti

Trento La cartina geografica dell’Italia che evade le tasse restituisce un paese molto più complicato e molto meno omogeneo di quanto potrebbe suggerire la tripartizione storica, meno che mai i luoghi comuni. Pur con dei fondamentali ancora in evidente difficoltà - dall’evasione Iva al 30%, unico dato raffrontabile per omogeneità con l’Ue, dove è al 15,2 %, fino al Tax Gap ancora oltre i 91 miliardi - il rapporto degli italiani con il Fisco va migliorando, nonostante tutto, e la stessa agenzia delle Entrate si scopre (fonte Ocse) la più telematizzata d’Europa. Tanto da far dire a Rossella Orlandi, ospite al Festival dell’Economia di Trento, che “la percezione, quando non il racconto stesso del Paese, almeno sotto il profilo fiscale spesso sono molto lontani dalla realtà”.
Molta acqua è passata sotto i ponti da quando una giovane donna caponucleo dell’Intendenza di finanza svolgeva la sua prima verifica a Certaldo - singolare premonizione dantesca - scoprendo un grande calzaturificio evasore pressoché totale, perché da allora, anche se con fatica, “l’idea che pagare le tasse e’ doveroso, che il nero non è furbizia competitiva ma alterazione e infezione del mercato ha preso progressivamente piede anche da noi”. Certo, ha detto la Orlandi, il paese va guardato e capito intrecciando i dati economici con quelli sociali e pure con quelli criminali. Perché se è vero che il Nord si carica il 53 % dei 91,5 miliardi di Tax gap, ciò è dovuto solo ai volumi del Pil sopra la linea del Po’, perché qui la propensione ad evadere non sfiora mai lontanamente i livelli del Sud (dove arriva a toccare il 60%). Ma sarebbe ingeneroso inchiodare il Mezzogiorno alle sue performance senza capire che quello è il prodotto di difficoltà economiche, sociali e criminali che richiedono, semmai, “un intervento coordinato delle istituzioni, ognuna nel suo ruolo, per ridare prospettiva” alle aree più depresse del paese.
Ma la platea numerosa e attenta che riempie Palazzo Geremia, nel centro del capoluogo della provincia autonoma ex austriaca, e’ interessata soprattutto all’attualità: non è che questo tasso di evasione dipenda da stato di necessità, alias da un fisco troppo vorace? Sul tema la Orlandi la prende da lontano, ma non perde il punto: “Questo è un aspetto che abbiamo molto approfondito” con metodologie e approcci integrati, dice il direttore delle Entrate, per scoprire che “l’anomalia non è la pressione fiscale, alta ma non al top in Europa, ma il fatto che in Italia le tasse le paga un numero di cittadini inferiore a quello dei contribuenti tenuti a farlo”. E allora il dibattito si sposta su evasione e controlli: “Un mito” che l’agenzia possa scovare l’evasione ( e l’elusione) “pigiando un tasto del computer”, e “ con 11 mila addetti ai controlli e’fisicamente e umanamente impossibile controllare 40 milioni di dichiarazioni fiscali “. Quindi? “Lavorare sulla repressione e’ imprescindibile, e noi e la Finanza lo facciamo penso anche abbastanza bene” (15 miliardi la riscossione effettiva del 2015, ndr) “ma il vero cambio di passo sono le precompilate, le centinaia di migliaia di lettere dell’agenzia che segnalano incongruenze (lo scorso anno il 50% di adeguamenti spontanei senza contraddittorio)” in sostanza lo sviluppo e l’implementazione di un sistema di compliance sia con le imprese sia con i privati.
Non può mancare un riferimento, sempre chiesto dal pubblico, ai Panama Papers (”stiamo incrociando i dati con i gruppi di lavoro dell’Ocse, e tra poco forse anche dell’Ue. Ma certo questa inchiesta da’ l’ultimo spintone al segreto bancario”) che ovviamente e automaticamente porta con se l’ultimo interrogativo: quando riapre la voluntary disclosure (data ormai per molto imminente)? “Ah no, non è a me che dovete fare questa domanda”.

Corriere 5.6.16
E Visco: 500 euro garantiti a chiunque ogni mese? Insostenibile
di Francesca Basso

TRENTO L’ipotesi di garantire un reddito minimo nell’eurozona «non è sostenibile dal punto di vista finanziario». Per il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, se si ipotizzasse di dare 500 euro al mese ad alcune specifiche categorie sarebbe disincentivante nella ricerca del lavoro e se venisse dato a ciascun cittadino, inclusi bambini e anziani, «per 12 mesi» avrebbe un peso «pari al 20% del Pil».
La ripresa di crescita e occupazione in Europa passa per altre vie, che intrecciano politica monetaria e scelte politiche (da leggere riforme), come hanno messo in evidenza Visco e il governatore della Banca centrale francese François Villeroy de Galhau, che al Festival dell’Economia hanno risposto alle domande di Ferruccio de Bortoli. La crisi del 2008 ha insegnato che «dobbiamo puntare di più alla stabilità finanziaria, al completamento del mercato e tener conto delle contingenze — ha spiegato Visco —. Abbiamo però bisogno anche di maggiore vigilanza». In questo scenario un ministro unico delle Finanze dell’eurozona sarebbe per Visco un «passo molto importante» per «avere una politica di bilancio coordinata», però a condizione che disponga di «un suo bilancio, anche virtuale» e un «debito unico». Per Villeroy de Galhau quello è un punto d’arrivo, una fase intermedia potrebbe essere attribuire al ministro delle Finanze Ue il potere di elaborare «una strategia collettiva e di coordinamento delle politiche fiscali». Un «negoziato complicato», ha ammesso Visco, tenuto conto che la Germania è molto scettica. Però ormai è chiaro che il futuro della Ue passa dal cambiamento della governance e dal completamento dell’Unione economica, come sostenuto nel Rapporto dei cinque presidenti di un anno fa. Il referendum sulla Brexit sarà uno spartiacque. Per Visco se vincesse l’ipotesi di addio alla Ue «anche tra i Paesi dell’eurozona ci potrebbero essere tentazioni di fuoriuscita giustificate con la possibilità di regolare i tassi di cambio». Il rischio è di «tumulti sui mercati finanziari: noi dovremmo contrastare queste forze».

Repubblica 5.6.16
Perché avanza il popolo contro
di Ilvo Diamanti

ALLA vigilia di ogni consultazione avanza, minacciosa, l’ombra dell’astensione. Se ne parla anche in questa occasione, in vista delle elezioni amministrative di oggi, che interessano oltre 1300 Comuni, di cui 150 “superiori”. Cioè, oltre i 10-15mila abitanti. Compresi tredici “superiori” a 100mila. In questi Comuni l’affluenza nel 2011 fu del 65%, circa. Se facciamo riferimento alle città dove si vota oggi, a Milano nel 2011 si recarono alle urne poco più di 2 elettori su 3, come a Torino. A Napoli 6 su 10 e a Bologna oltre 7 su 10. Al contrario, a Roma (nel 2013) la partecipazione elettorale si fermò poco sopra il 50%.
Dovunque, d’altronde, l’affluenza alle urne è calata in modo continuo e costante, da oltre vent’anni. Anche se ogni volta, in occasione delle scadenze elettorali che si susseguono frequenti, l’allarme “democratico” risuona. Ma non c’è nulla di cui allarmarsi. L’astensione non è una minaccia che incombe sulla nostra democrazia. È, invece, fisiologica. Anche se, fino agli anni Novanta, in Italia votavano tutti. Almeno: alle elezioni politiche. Meno — appunto — alle amministrative. Ancor meno alle europee. Ma allora il voto rifletteva ideologie politiche profonde e radicate. Poi è caduto il muro di Berlino, Tangentopoli ha affondato la classe politica insieme ai partiti di massa della Prima Repubblica.
Così il voto ha cambiato significato. Non più un atto di fede, ma, semmai, una scelta di campo. Pro o contro Berlusconi. E poi: pro o contro i partiti e i politici. La stessa astensione ha mutato segno. Spesso è una scelta “contro”. E per votare servono, comunque, buone ragioni. In ambito comunale: occorrono candidati e liste capaci di mobilitare gli elettori. A proprio favore. O contro. Ma non è facile. Perché non ci sono più partiti che selezionano i leader. E fanno campagna elettorale. Dovunque è un fiorire di liste civiche e personali, spesso sconosciute ai cittadini meno informati. Cioè, la maggioranza. Poi, mancano risorse. Fateci caso: manifesti e volantini sono una rarità. Il “porta a porta”: lo fanno solo i venditori ambulanti. Invece, spira un sentimento di sfiducia che neppure il M5s e la Lega riescono a trasformare in un clima anti-politico capace di coinvolgere.
Siamo, dunque, lontani dal 1993, quando venne istituita l’elezione diretta dei sindaci, salutata come la rivincita del territorio nei confronti dello Stato centrale. E dei leader locali sui partiti nazionali. Oggi i sindaci hanno perduto risorse e poteri. Non sono più attori (politici) ma esattori. Per conto dello Stato.
D’altronde, in questa campagna elettorale non si è parlato di problemi del territorio, ma del referendum costituzionale. Pro o contro Renzi.
Così, l’astensione diviene normalità, non un fenomeno in-atteso. D’altronde, se votare è un diritto e lo è anche non votare. Chi non vota accetta — e subisce — la scelta di chi vota. A Londra, di recente, è stato eletto sindaco il laburista di origine pachistana Sadiq Khan. Ha votato meno della metà degli aventi diritto. Ma a nessuno è venuto in mente di discutere legittimità del voto. Né il fondamento della democrazia in Inghilterra.

Repubblica 5.6.16
Al voto con rischio astensione
A Roma test chiave Pd-M5S.“Un milione può disertare”
Chiamati al voto 13 milioni di cittadini per 1.342 amministrazioni. Ma incombe la disaffezione verso la politica
I sondaggisti: prima veniva colpita la destra, ora è trasversale
di Carmelo Lopapa

ROMA. Le hanno provate tutte, i candidati sindaci e l’esercito di aspiranti consiglieri, pur di trascinare oggi al voto almeno buona parte dei 13.316.379 elettori dei 1.342 Comuni che in tutta Italia vanno al rinnovo. Venticinque capoluoghi, cinque tra le più grandi città del Paese, Roma e Milano su tutte. Nella Capitale lo scontro di punta. Sarebbero chiamati all’appello anche 18.318 diciottenni. Ma quanti di loro si presenteranno al seggio tra le 7 e le 23 di oggi?
L’astensionismo è la grande incognita, che gli studiosi tutti definiscono oramai trasversale. Un tempo penalizzava solo la destra, non è più così, in una tornata che segna come mai in passato la fuga della politica, le sigle tradizionali sparite in due Comuni su tre. Complice quella che Roberto Saviano ha definito «la resa delle istituzioni» e della politica stessa, ma anche la disaffezione generalizzata e crescente. Sta di fatto che, come scriveva ieri l’Osservatore Romano, «il massiccio astensionismo sembra essere uno dei pochi dati certi di questa consultazione », che giunge al termine di una campagna che, «fatta qualche eccezione, è stata piuttosto incolore» sentenzia il quotidiano della Santa Sede. Del resto è il trend conclamato anche secondo politologi e sondaggisti. Restano da indagare le ragioni profonde del malessere, del quale la crisi economica costituisce solo una delle spiegazioni possibili. Forse davvero molto dipende da quel che il presidente dell’istituto Ixè Roberto Weber definisce il «tasso di rancorosità sociale» diffuso nel Paese. Alla domanda “ritieni di aver dato al Paese più di quanto hai avuto”, spiega, «fino a qualche anno rispondeva sì il 40 per cento, oggi la percentuale tocca il 65». Due elettori su tre appartengono proprio a quella categoria dei “rancorosi” e buona parte di loro sarebbe intenzionata a trasformare la rabbia in “non voto”. E mentre in passato si poteva inserire la categoria degli astensionisti nelle caselle “anziani”, “donne” e Sud”, continua Weber, oggi è tutto più «trasversale e confuso ». Perché ampio è il ventaglio di popolazione «sofferente sotto il profilo economico e dunque insofferente sotto quello politico». Una tagliola che secondo gli studiosi incombe anche su partiti a spiccata vocazione populista come Lega e M5S.
Forse pesa non poco anche l’innalzamento dell’età media di coloro che rispondono alla convocazione ai seggi. «È stata di 54 anni alle ultime primarie Pd», ricorda Antonio Noto che presiede Ipr Marketing e che, se costretto a una previsione, stimerebbe l’affluenza di oggi tra il 58 e il 60 per cento, comunque meglio del 54 delle regionali dell’anno scorso. «Quando nel ’97 l’affluenza è scesa al 67 per cento divenne un caso nazionale ». Sembra un secolo fa. «In questo scenario elettorale, per paradosso, il proliferare di liste civiche non corrisponde a un maggior desiderio di coinvolgimento del cittadino comune, in grado di trainare l’affluenza – spiega ancora Noto – Tutt’altro: quelle sigle sono espressione di singoli politici locali, veri e propri ras, che vogliono testare la loro forza, pesarsi in vista dell’Italicum, per conquistare posti di prestigio quando saranno stilate le liste per le politiche. Più che un avanzamento della democrazia, una sua distorsione: vedrete infatti che da Cosenza a Roma, dove le civiche spadroneggiano, l’affluenza non ne beneficerà affatto».
Dunque astensionismo «assolutamente trasversale» prevede anche Pietro Vento di Demopolis. «Un tempo si sarebbe detto che avrebbe penalizzato il centrodestra, oggi non è più così. Inciderà su Roma e sul Mezzogiorno più che altrove» dice. Con picco proprio nella Capitale, «dove minaccia di non votare oltre un milione dei 2,3 milioni di elettori». Quasi la metà. Le ragioni del non voto? «Oltre un terzo dei potenziali astensionisti attribuisce la propria scelta a sfiducia e delusione verso i partiti e i candidati». C’è anche il fatto che la campagna elettorale «è stata meno sentita rispetto alle altre - è l’opinione di Renato Mannhaimer – con un coinvolgimento dei cittadini inferiore a un tempo e su temi di politica generale anziché sulle città, addirittura mesconado il referendum con le amministrative».
Che il pericolo sia trasversale e avvertito come tale lo si intuisce dalle contromosse di leader e partiti. Silvio Berlusconi ha fatto diffondere anche via social nelle ultime ore il suo appello finale al voto lanciato su Whatsapp, proprio a caccia degli under 40. Luigi Di Maio ha messo le mani avanti, nel suo ultimo intervento: «È stato scelto dal governo un week end strategico che è un invito all’astensione », con riferimento alla prossimità col 2 giugno. «Queste amministrative saranno un banco di prova anche per verificare se prosegue la crescita dell’astensionismo – spiega il senatore pd Federico Fornaro, area Bersani, appassionato di statistica – Nei 25 capoluoghi, alle precedenti consultazioni votò solo il 61,2 per cento, fenomeno esploso poi alle regionali del 2014 e del 2015».
Tutto lascia intendere che oggi non andrà molto meglio.

Il Sole 5.6.16
I mercati temono il rischio politico: le elezioni pesano sulla crescita
di Isabella Bufacchi
qui

Repubblica 5.6.16
La sociologa Chiara Saraceno
“La disaffezione colpa anche degli ex del ’68”
Giudicano i più giovani con il metro del proprio passato dicendo: non siete bravi come noi
intervista di G. C.

ROMA. «Il disimpegno riguarda i più giovani. Ma forse gli ex sessantottini hanno contribuito a creare le cause dell’astensione ». Chiara Saraceno, sociologa, giudica che non venga dalla “generazione dell’impegno” il rischio astensione.
Saraceno, è nella generazione del Sessantotto, che voleva cambiare il mondo e si ritrova “rottamata”, che si annida il massimo della disaffezione elettorale?
«Credo al contrario sia la generazione che mantiene una motivazione più forte o rabbiosa. Nelle élite è quella che stava in coda dietro i grandi vecchi, aspettando il suo turno, e invece è stata fatta fuori».
La generazione dell’impegno ora si è disimpegnata?
«Direi di no. Il disimpegno riguarda i più giovani. Piuttosto è una generazione senza più radici. Si è impegnata ma non sa più bene per che cosa, non sa più bene a cosa riferirsi, è attraversata dal “pentitismo”, solo le femministe lo sono un po’ meno».
Meno astensionista?
«Sì, però ha delle responsabilità rispetto all’astensione perché manda in generale messaggi contraddittori. Glorifica il proprio passato, tuttavia ne nega la validità nel presente. E giudica i più giovani con il metro del passato, dicendo “non siete bravi come eravamo noi».
Lo spettro dell’astensione incombe?
«Non lo giustifico, ma ha un fondamento. I partiti si nascondono dietro le liste civiche e si camuffano. Comunque dipenderà città per città. Roma è reduce da un disastro; a Milano l’addio di Pisapia potrebbe aver prodotto una disaffezione; a Torino, con tutto l’apprezzamento per Piero Fassino, l’idea della ripetizione un po’ stanca, soprattutto che siano sempre gli stessi gruppi sociali a dare le carte. E poi il discorso pubblico sulla politica nazionale ha come cancellato queste amministrative con continui proclami sul referendum di ottobre».

Il Sole 5.6.16
L'unica sorpresa di questo voto sarà Roma
di Lina Palmerini
qui

Corriere 5.6.16
Qui Roma
di Sergio Rizzo

Non s’illudano. Con quella macchina amministrativa obesa, inefficiente, appesantita dalle clientele sindacali e politiche, infarcita di rendite di posizione e talvolta non insensibile a interessi esterni, tutti dovranno fare i conti. Perciò suggeriamo ai candidati un rapido ripasso sui tre anni passati.
Sarebbe ingeneroso non riconoscere che i guai di Ignazio Marino sono cominciati quando ha preso di petto la macchina amministrativa. Prima lo scontro con i vigili urbani: seimila e potentissimi. Una guerra di logoramento andata avanti un anno e mezzo, culminata con la clamorosa defezione dì massa della notte di San Silvestro del 2014. E conclusa con l’unico esito possibile: nessun vigile ci ha rimesso il posto. Mentre il sindaco ha fatto le valigie. Non basta. La rotazione, sacrosanta, degli incarichi dei pizzardoni è naufragata miseramente grazie a una sentenza del tribunale che ha accolto un ricorso sindacale. Quindi l’altra sconfitta nella battaglia sul salario accessorio, che per prassi consolidata negli anni veniva, e ancora viene, distribuito a pioggia: alla faccia del Tesoro che l’ha dichiarata illegittima.
Poi c’è il capitolo degli apparati dirigenziali. Quando l’ex assessore alla mobilità Stefano Esposito parlò di amministrazione «compromessa», non si riferiva solo ai livelli più bassi. Citò anche il caso di una delibera per bloccare l’ingresso dei pullman turistici nel centro storico che uscì dagli uffici competenti scritta in modo da ottenere il risultato esattamente contrario alle istruzioni impartite. Una micidiale cartina al tornasole. Per non parlare degli appalti al rallentatore, degli affidamenti in perenne proroga, dei conflitti d’interessi… I trasporti sono al collasso: girano poco più della metà degli autobus a disposizione.
L’Atac è in coma. Le statistiche europee dicono che Roma è la più sporca fra le 32 capitali europee, nonostante un costo del servizio superiore del 51,9% (ha calcolato Confartigianato) alla media italiana. Il traffico è infernale: qui c’è il record mondiale del rapporto fra abitanti e mezzi a motore. Le periferie sono in condizioni inaccettabili. L’ombra della criminalità affaristica si è allungata su Ostia. E la linea C della metropolitana esibisce costi astronomici e ritardi equivalenti. Non si sa quando e se verrà completata.
Impensabile che in questo stato di cose non ci siano responsabilità dell’amministrazione. Quindi è impensabile che Roma si possa rimettere in piedi senza intervenire duramente sull’amministrazione. Così anche sulle municipalizzate dove il partito trasversale, nel quale si saldano interessi politici e sindacali, quando non affaristici, dispiega tutta la propria incontrastata potenza.
Tutti, dicevamo, dovranno farci i conti. Ma ci sono due modi. Il primo è quello del compromesso. Pochi rischi, zero grane, tanto consenso, nessun cambiamento. Il secondo è l’esatto contrario: ristabilire le regole, costi quel che costi. Ristabilirle negli uffici capitolini, dove lavorano 24 mila persone, e nelle partecipate, dove ce ne sono altri 37 mila. Molti rischi, un sacco di grane, zero consenso (nel Comune, forse, ma tantissimo fra i cittadini), cambiamenti radicali. Finalmente. Quello che serve alla capitale d’Italia per non doversi più vergognare. Ma chi è pronto per questo passo?

Repubblica 5.6.16
Se Berlino ritorna al marco Renzi che farà?
di Eugenio Scalfari

OGGI 13 milioni di italiani vanno ai seggi elettorali per votare i sindaci e i consiglieri comunali di 1342 Comuni, alcuni dei quali molto importanti: Roma, Napoli, Torino, Milano, Bologna, Cagliari e molti altri.
Il voto avrà inevitabilmente un doppio significato: locale e nazionale. Avviene sempre così, ma questa volta il senso nazionale è reso più evidente per la sua connessione politica con il referendum costituzionale del prossimo 2 ottobre il quale a sua volta è strettissimamente collegato con la legge elettorale già esistente e pronta ad essere usata quando l’intero popolo “sovrano” sarà chiamato ad eleggere un Parlamento di cui fino al referendum non sappiamo se sarà ancora composto da due Camere o soltanto da una.
Situazioni così complicate si verificano raramente, ma questa che abbiamo qui tratteggiato guardabile da un punto di vista nazionale lo sarà molto di più se teniamo conto anche del quadro internazionale: quello europeo di cui facciamo parte e che ha raggiunto una situazione che dir drammatica è dir poco; quello americano che affronterà tra pochi mesi le elezioni del presidente; quello dei Paesi emergenti, Cina, India, Indonesia, Brasile, Sudafrica. Infine last but not least una situazione economica che sta coinvolgendo l’intera società globale e in particolare alcune Banche centrali: la Federal Reserve americana, la Banca centrale europea e quella cinese.
Non s’era mai visto un intero mondo di fronte a svolte così decisive e così interconnesse tra loro.
L’ABBIAMO più volte scritto su queste pagine: siamo di fronte alla crisi di un’epoca che stravolge l’intero pianeta. La stessa ci racconta analoghi eventi avvenuti nel corso di millenni, si comincia dal Tremila a. C. (prima era preistoria, più immaginata che documentata) ma non era mai avvenuta una crisi d’epoca che coinvolgesse l’intero pianeta, la sua politica, la sua economia e perfino il suo clima e non era mai avvenuto che una tecnologia estremamente sofisticata fosse diffusa e usata in tutto il mondo come strumento e talvolta addirittura come regista che impone le sue scelte alle comunità che la usano.
In un quadro di questo genere è chiaro che il voto italiano di oggi conta assai poco. È chiaro, sì, ma altrettanto chiaro è che la realtà si muove a piccoli passi, ciascuno dei quali è compiuto da singole comunità e da singole persone, alcune più significative di altre. Bisogna cercar di capire quali siano gli elementi determinanti. Le religioni ne sono uno, le filosofie un altro, l’interesse proprio un altro ancora; infine l’esperienza consapevole che forse è lo strumento fondamentale ma che pochi sono disposti ad usare. La lealtà e la storia di una specie come la nostra, sarebbero molto diverse se le persone consapevoli fossero numerose, ma non è così. Sono gli istinti a dominare e quello più forte di altri è l’Interesse. Come il proprio? Ecco la domanda centrale ed è questa cui siamo chiamati a rispondere.
***
Non vi aspetterete certo che sia quella risposta il tema di questo articolo domenicale, ma mi piaceva ricapitolare un quadro al quale personalmente ho dedicato gran parte della mia vita. Ora l’ho fatto e vengo ad alcune situazioni più vicine ad un commento giornalistico che scrivo con cadenza settimanale.
Comincerò con un intervento di venerdì scorso di papa Francesco mentre partecipava ad un convegno di giuristi. Francesco è una figura estremamente singolare. Essendo nemico giurato d’una Chiesa che per secoli è stata dominata dal potere temporale e lo è ancora da quanti non condividono le posizioni del Papa attuale, Lui ha la capacità di spiazzarli e la usa all’improvviso quando nessuno se lo aspetta; è il suo carattere che lo guida. All’improvviso ha preso la parola e ha detto che la Chiesa deve occuparsi di politica alta. I presenti sono rimasti sbalorditi: Francesco predica la politica? Alta, sia pure, ma politica?
Sì, ha proseguito Lui, la Chiesa deve schierarsi politicamente affinché la politica sostenga il bene comune, l’interesse generale e il valore della misericordia. Leggi, iniziative, mobilitazione di risorse materiali e loro impiego affinché il bene comune sia tutelato e la misericordia diventi non soltanto una verità religiosa ma una politica sociale verso i deboli, gli esclusi, i poveri. Questa è la politica alta di papa Francesco. A me sembra che dovrebbe essere la politica di tutti i responsabili consapevoli. Il bene comune è esattamente il contrario dell’interesse proprio. Accade spesso che chi è mosso dall’interesse proprio lo camuffi da bene comune. I demagoghi sono maestri di questa pratica e sono loro gli avversari da individuare. Non è facile. Ma accade spesso che la persona dominata dall’interesse proprio creda veramente di essere portatore del bene comune. Non lo dice soltanto, ma lo pensa. Qual è il rimedio? La libertà e la divisione dei poteri. Questa è la politica alta: tutelare la divisione dei poteri e dei contropoteri.
Papa Francesco due settimane fa ha addirittura esortato le nazioni europee a dar vita ad un potere federato, in mancanza del quale le singole nazioni rispettano soltanto l’interesse proprio e non quello comune d’una delle più alte civiltà del mondo. Venerdì scorso ha ricordato papa Montini che la politica alta l’aveva sempre praticata. E papa Giovanni che promosse il Concilio Vaticano II e una delle sue finalità che fu l’incontro della Chiesa con la modernità intellettuale e culturale.
Questa è la politica alta e questa caratterizza il Pontificato di Bergoglio.
Tra i vari punti di crisi ce n’è uno che sta sconvolgendo l’economia in genere e quella monetaria in particolare. Si sta profilando in Usa e in Germania. È inutile dire che le ripercussioni si diffondono sulla politica economica e monetaria di tutto l’Occidente.
In Usa c’è stata una netta caduta dei nuovi posti di lavoro. Può dipendere da molti fattori, ma il primo soggetto a dover affrontare questa svolta è la Federal Reserve e i tassi che attua sul dollaro. Qualche mese fa furono aumentati di un quarto di punto. Secondo il programma già allora stabilito dovrebbero aumentare ulteriormente di un altro quarto entro i prossimi due mesi e entro un anno arrivare addirittura ad un punto. Le ripercussioni sono un rafforzamento del dollaro, ma la Fed ha ora congelato il programma. Tutto è rinviato al 2017 in attesa e con la speranza che l’andamento dell’occupazione torni ad aumentare.
Nel frattempo la Germania attacca duramente la politica di Draghi che continua ad aumentare la liquidità nelle forme più varie. Ha abbassato i tassi di interesse per i depositi delle banche dell’Eurozona, si appresta ad acquistare direttamente titoli emessi da imprese private e forse addirittura a fornire liquidità direttamente ai cittadini con potere di acquisto medio-basso, disponibili ad aumentare la domanda dei consumi e la disponibilità ad investimenti privati. Infine suggerisce sgravi d’imposta che incoraggino investimenti pubblici. Per l’Italia la Commissione suggerisce una politica di forti tagli del cuneo fiscale da praticarsi immediatamente.
La Germania giudica malissimo questa politica. Schäuble vorrebbe addirittura un “german-Brexit”, appoggiato dall’olandese vicepresidente del Consiglio. La Merkel, che un tempo appoggiava Draghi, stavolta tace e lascia parlare Schäuble. Un “german- Brexit” che tornasse al marco o ad un euro con diverse velocità?
Personalmente avrò un incontro pubblico con Matteo Renzi al Festival delle Idee di Repubblica la sera del prossimo 11 giugno, nella sala di Santa Cecilia all’Auditorium. Lo dico qui per informare i nostri lettori ma anche per sottoporre una delle domande, anzi la prima, che rivolgerò al nostro presidente del Consiglio: non spetta all’Italia, cioè a lui, diffidare la Merkel da un “german-Brexit”? E in quel caso non spetta all’Italia di creare un fronte unico di tutti i Paesi dell’Eurozona che fronteggi la Germania per la politica deplorevole che sta attuando?
Questa sarebbe una grande funzione politica ed economica, parallela o addirittura convergente con quella di Draghi.
Ascolteremo la risposta. Mi auguro sia positiva.

La Stampa 5.6.16
Mezzi uomini che uccidono le donne
di Gavriel Levi

Cerchiamo di pensare qualche altra mezza verità. Un uomo che, oggi, massacra e uccide una donna è (così giustamente si dice).
Un omicida incontrollato, un femminicida annunciato, un avanzo della società medioevale o dell’orda preistorica, un cannibale del potere.
Potrebbe altrettanto essere: un suicida potenziale ma vigliacco, un omofobo che non sa di esserlo, un prodotto outlet della modernità affollata, gassosa e solitaria, un compratore insaziabile di insicurezze.
Forse tutte queste mezze verità vanno confrontate e messe assieme, per completarsi. Probabilmente, in ogni singolo caso, i diversi fattori si compongono e si squilibrano in misture diverse e complesse.
Ad una prima analisi: un uomo che, per eternare e congelare un rapporto, ammazza una donna, nebulosamente amata, ha un problema con il suo immaginario femminile/maschile. Ma in controluce: un uomo che, per aggrapparsi ad una donna che gli sfugge, la uccide è, comunque, un mezzo individuo, che ha un problema con la sua individualità umana. Un problema che questo individuo dimezzato cerca di spostare e di nascondere in una sua guerra fantastica, segreta e miserabile fra tutti gli uomini e tutte le donne.
Se, per prendere le distanze, parliamo di narcisismo distruttivo e di odio sociale contro le donne, diciamo una cosa giusta ma corriamo il rischio di confondere le dimensioni. Il narcisismo è una maschera ingannevole, specie quando il narcisista identifica tutte le relazioni umane con la relazione fra i due sessi.
Il narcisista a rischio, può diventare sempre più fragile e pericoloso quando nella sua storia personale con una donna, cerca la segregazione e costruisce ogni momento una scommessa fra avere tutto ed essere nulla, fra dominazione ed umiliazione, fra rabbia vitalizzante e vergogna mortale, fra idolatria e disgregazione, fra trionfo e disperazione.
Il narcisismo è una maschera ingannevole anche nel mito originario. Perché Narciso, proprio per esistere, deve far morire Eco. E la Ninfa Eco, terribilmente, almeno in parte, collabora, uccidendosi da sola. Forse si uccide proprio per non essere uccisa. Lo fa in diversi modi: qualche volta lo fa illudendosi che tutto potrà andare bene e quindi non riconoscendo i segnali della violenza omicida; qualche volta donandosi sempre di più, per curare chi non vuole essere curato; qualche volta spegnendosi lentamente e fuggendo troppo tardi e senza prendere le necessarie difese. Ma queste ultime considerazioni valgono di meno per la ninfa Eco e di più per le donne reali di oggi.
Il punto è proprio questo. I fatti degli ultimi anni ci stanno parlando di un femminicidio che riflette alcune tematiche dell’antichità, ma non trova i suoi veri meccanismi nelle piccole logiche mediatiche della modernità. Ovviamente nelle sue sacche sociali più paludose, dove molto si gioca sempre più su immagini di sé più fittizie.
Ed è in questa area che possiamo e dobbiamo lavorare se vogliamo combattere la fabbrica del femminicidio, oltre che deprecare i suoi carnefici e santificare le loro vittime.
E’ l’immagine del femminicida che va compresa e presentata per quello che è; un suicida senza coraggio che crolla quando si accorge che la sua compagna non è un’ombra ma una persona.
Questa immagine tanto ridicola quanto dolorosa può essere individuata direttamente dai tanti protagonisti di queste storie. Dai potenziali femminicidi che possono imparare a conoscere in tempo la loro fragilità; dalle loro potenziali compagne, che possono imparare almeno a non cadere nell’illusione dell’io ti cambierò/io ti salverò; da coloro che li hanno educati a crescere nell’altalena rabbiosa tra fantasie di onnipotenza e fantasie di impotenza. A tutti noi che davanti ai problemi della crescita umana dobbiamo pensare senza retoriche e schemi prefabbricati.

La Stampa 5.6.16
Quelle processioni da abolire
di Lorenzo Mondo

Ultime notizie sul fronte della mafia. Anche quando si attenua il rumore delle armi, essa manifesta la sua presenza in forme cerimoniali o rituali che denotano un intatto prestigio sociale. Come accade in occasione di festeggiamenti e funerali. Prendiamo Corleone, che ha una triste nomea per avere dato i natali a Totò Riina (ad un suo figliolo Bruno Vespa ha concesso recentemente l’onore di essere ospitato in «Porta a porta»). Bene, c’è stata una processione e, guarda un po’, la statua di San Giovanni si è inchinata davanti al balcone di casa Riina: dove stazionava, con le sorelle, Ninetta Bagarella, la moglie del boss condannato al carcere duro per le sue efferatezze. Il parroco Domenico Mancuso ha detto di non saperne niente, che la fermata non era prevista, anche se ammette, enigmaticamente, che «ci voleva più prudenza». Risoluta la condanna del vescovo di Monreale, Michele Pennisi. Che deve però mettersi le mani nei capelli se, per prevenire altre losche sudditanze, arriva a suggerire un paradossale protocollo d’intesa. In base al quale le soste devono essere concordate con le forze dell’ordine. I poliziotti chiamati a fiancheggiare o sostituire i parroci. Ed era stato lo stesso vescovo a chiedere che nessun pregiudicato fosse accolto in confraternite e organizzazioni religiose. Ma non sarebbe meglio, intanto, abolire queste sacrileghe processioni, salvando la faccia a santi e madonne?.
Un’altra storia riguarda Cinisi, provincia di Palermo. Là era nato Peppino Impastato, il giornalista vittima della mafia, ma anche Procopio Di Maggio, morto centenario in questi giorni. Apparteneva alla «cupola» di Riina, anche se è riuscito a evitare i rigori della legge: è scampato però a due attentati, un suo figlio è in galera e un altro è stato ammazzato. Il questore ha vietato per lui i funerali pubblici. Con buoni motivi. In occasione del suo compleanno, c’era stata una gran festa in paese, con molta gente e fuochi d’artificio. Qui è stato evitato un sia pur laico «inchino», l’omaggio postumo all’uomo d’onore. Ma il fatto stesso che si sia dovuto provvedere lascia intendere che tira brutta aria da quelle parti. Se ne vanno, per fortuna, anche i boss, altri invecchiano dietro le sbarre, ma non vengono meno l’omertà e complicità mafiosa. E ci tocca confrontarci periodicamente con storie perfino stucchevoli, se non fossero indizio di una trucida realtà che non vuole morire.

Corriere 5.6.16
TTIP
Europa e Usa , il difficile matrimonio d’interessi
di Jean-Marie Colombani

I l grande progetto di partenariato commerciale fra Europa e Stati Uniti tende progressivamente a diventare un’occasione perduta, mentre si profila nel prossimo mese di luglio una nuova fase di negoziati. Giunto di recente sul suolo europeo, Barack Obama aveva auspicato che tale partenariato (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) fosse concluso prima del termine del suo mandato. Entro la fine dell’anno.
È la Commissione europea ad avere il mandato dagli Stati membri di negoziare in nome dell’Europa, e a chieder loro recentemente maggior sostegno. «I due mercati saranno avvantaggiati se uniranno le loro forze», ha sostenuto Jean-Claude Juncker a Parigi, meravigliandosi della levata di scudi che il negoziato suscita, ancor prima che se ne conoscano tutti i termini; il presidente della Commissione ha soprattutto protestato contro i permanenti sospetti di tradimento degli interessi europei che gli sono rivolti in maniera assurda e caricaturale. Mentre la Gran Bretagna (a condizione che resti nell’Unione) e l’Italia offrono un forte appoggio al negoziato, la Francia si è distinta schierandosi immediatamente fra gli oppositori al Trattato, così come si presenta nella fase attuale. Il governo si allinea in tal modo con una parte dell’opinione pubblica che si nutre sia di una ostilità verso tale o talaltra categoria professionale, sia di un vecchio ed eterno antiamericanismo, sempre presente nella politica francese, e tale da fargli ritenere, per principio, di poter esistere solo opponendosi agli Stati Uniti. Anche se il Presidente americano è Barack Obama, che continua a suscitare notevoli simpatie. La Francia non è sola: Sigmar Gabriel, vice Cancelliere tedesco, ha ribadito che secondo lui «un accordo affrettato sarebbe un cattivo accordo» che la Germania non approverebbe.
La posta in gioco di questo negoziato è molto alta; e le difficoltà che esso solleva sono ben reali. Viviamo un momento della Storia in cui è in discussione il posto relativo di ciascuno nell’equilibrio del mondo nel XXI secolo. Il progetto del Trattato è che Europa e Stati Uniti non siano le vittime dello sconvolgimento in corso, ma che lo controllino e ne escano addirittura rafforzati. Più che di utilizzare la leva tradizionale di crescita e sviluppo che è il libero scambio (abbassando i diritti doganali), si tratta di tener sotto controllo la chiave del commercio mondiale, e cioè le norme ambientali, sociali e tecnologiche (che proteggono i consumatori e i lavoratori dipendenti). Infatti, non appena una comunità di 80 milioni di abitanti che rappresenta la metà della produzione mondiale si accordasse su delle norme, con ogni probabilità queste si imporrebbero sull’intero pianeta. Ecco in cosa consiste il grande disegno. Ma è qui che cominciano le difficoltà.
Europei e americani non hanno affatto le stesse norme. Per esempio, gli americani accettano le carni bovine agli ormoni che in Europa sono impensabili. In maniera generale, da questo negoziato ciascuno cerca di trarre i propri vantaggi. Così gli americani, che hanno un pesante deficit commerciale agricolo con l’Europa, cercano di eliminare gli ostacoli per esportare di più. Al contrario i francesi, che negli scambi agricoli vogliono siano riconosciute le indicazioni geografiche segnalando l’origine dei prodotti alimentari, cercano di preservare territori e savoir-faire locali. Uno dei punti più importanti per gli europei è ottenere l’apertura dei mercati pubblici americani (apertura che è inferiore al 50 per cento), mentre i mercati pubblici europei sono fin da ora ampiamente aperti alle imprese americane (apertura che va oltre l’80%)! Ebbene, le regolamentazioni dei mercati pubblici negli Stati Uniti sono una delle manifestazioni più evidenti di un protezionismo celato.
Questo negoziato, che per l’interesse comune è ritenuto utile da Europa e Stati Uniti, perché rafforzerebbe la loro posizione di fronte alla Cina e ai Paesi emergenti, è quindi particolarmente complicato e difficile. Se dovesse tuttavia essere concluso prima del termine auspicato da Barack Obama (il che è poco verosimile), non sarebbe applicato in un giorno. Come sottolineato da Pascal Lamy, ex direttore dell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio), occorrerebbero fra i trenta e i quarant’anni per ottenere risultati tangibili. In questione è l’avvenire dell’Europa nel mondo.
Ma più la campagna per le elezioni presidenziali americane avanza, più il progetto di partenariato ha il piombo sulle ali: Donald Trump è ferocemente protezionista e si è pronunciato contro; Hillary Clinton, a sua volta, ha appena preso le distanze da quello che era l’ultimo grande obiettivo della presidenza Obama. E che assomiglia sempre di più a un progetto nato morto.
(Traduzione di Daniela Maggioni)

Il Sole 5.6.16
Quesito sul capitalismo
di Guido Rossi
qui

La Stampa 5.6.16
Come affrontare la doppia minaccia di Cina e Corea
di Bill Emmott 


Contiene un regime isolato e brutale in possesso di armi nucleari, vale a dire la Corea del Nord, e una nuova superpotenza che crede di avere il diritto di possedere i mari che circondano le sue coste, sto parlando della Cina, a prescindere dalle rivendicazioni degli altri Paesi che vi si affacciano. La minaccia è reale. Ma oltre i problemi c’è un’altra domanda ancora più fondamentale: in base a quali regole dovrebbero essere governati la regione, e il mondo?
Come ogni anno degli ultimi 15, il forum più importante per discutere di queste preoccupazioni si è tenuto a Singapore, è il «Shangri-La Dialogue» (dal nome dell’hotel in cui si svolge) ed è organizzato da un think-tank londinese, l’Istituto Internazionale di Studi strategici. Quest’anno l’incontro si è aperto il 4 giugno con un intervento del segretario americano della Difesa Ashton Carter, durante il quale ha usato 37 volte l’espressione «di principio».
Non è stato un caso, come ha sottolineato l’analista francese in tema di sicurezza che ne ha tenuto il conto, François Heisbourg. Quello che l’America sta cercando di fare in Asia è di presentarsi come il nobile difensore del diritto internazionale e dei principi di buon vicinato cercando di stabilire, ha detto il segretario Carter, una «rete di sicurezza di principio» aperta a chiunque voglia aderire – in riferimento ovviamente alla Cina -, purché ne rispetti i principi.
Ma non può farlo, o per lo meno non lo farà, ha borbottato ogni ministro della Difesa presente, dai Paesi del Sud-Est asiatico al Giappone. Da due anni nel Mar Cinese del Sud, la Cina sta costruendo isole artificiali sopra scogliere sommerse per piazzarvi piste d’atterraggio e altre strutture militari. Quelle nuove isole hanno trasformato le antiche rivendicazioni teoriche della Cina per la sovranità su tutto il Mar Cinese Meridionale in una realtà, con grande costernazione in particolare delle Filippine, del Vietnam e della Malesia, i suoi principali rivali.
Due anni fa al Shangri-La Dialogue un generale cinese aveva cercato di giustificare questa pretesa facendo riferimento a una dinastia imperiale di 2000 anni fa, un po’ come se l’Italia rivendicasse gran parte del Mediterraneo sulla base dell’impero romano. I partecipanti non credevano alle proprie orecchie. Eppure era mortalmente serio. Probabilmente non in senso letterale in termini giuridici, ma piuttosto nei termini dell’autopercezione che la Cina ha di sé come superpotenza: 2000 anni fa era lo Stato più forte dell’epoca e controllava il Mar Cinese Meridionale e così sente che dovrebbe farlo di nuovo ora.
Da qui il ricorso americano ai «principi» e allo stato di diritto. Durante le prossime settimane la Corte permanente di arbitrato dell’Aia dovrà dirimere una controversia per un caso sollevato dalle Filippine contro la Cina che, sostengono, ha violato il loro territorio sovrano. Quella sentenza, ha detto il segretario Carter, rappresenterà «un’opportunità» per tutti i Paesi di sedersi insieme e risolvere i loro dissidi in base al diritto internazionale. Tranne che non sarà affatto così, perché la Cina non riconosce la competenza del tribunale dell’Aia nel merito della questione.
I dettagli di queste dispute marittime sono tecnici. Ma le accompagnano un pericolo immediato e un problema molto più fondamentale. Il pericolo immediato - dato che, da ogni parte, un sempre maggior numero di navi e aerei militari transita attraverso le acque contese, per cercare di dimostrare il proprio diritto - è una collisione accidentale o, anche, un conflitto. La questione fondamentale, però, verte sul se le superpotenze dovrebbero davvero rispettare le regole.
La Cina è, per molti aspetti, un grande difensore della legge internazionale e dell’uso di organizzazioni multilaterali per disinnescare le tensioni - tranne quando tale legge entra in conflitto con i propri interessi. La Cina ha sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che ironicamente è la base di molte delle rivendicazioni territoriali fatte contro di essa da altri Paesi asiatici. Semplicemente la Cina decide di ignorare l’Unclos quando le serve.
La difficoltà per la nuova presa di posizione «di principio» dell’America in Asia è che questo è esattamente il modo in cui anche gli Stati Uniti operano. Gli Stati Uniti non hanno ratificato l’Unclos. E per decenni hanno trattato il diritto internazionale come qualcosa che si applica agli altri Paesi. Quello che stiamo vedendo in Asia è che la Cina aspira a comportarsi nello stesso modo. La Cina vuole essere come l’America, sotto questo e altri aspetti.
Probabilmente è una fortuna che la Corea del Nord rappresenti un grosso problema di sicurezza per la regione tanto per la Cina come per gli Stati Uniti. Possono non essere d’accordo su tutto, ma è chiaro ad entrambi che avrebbero preferito che la Corea del Nord non avesse armi nucleari. Questo è almeno un principio che possono condividere. E la necessità di cooperare nel trattare con la Corea del Nord ha fornito, per quanto strano possa sembrare, l’unica ragione di ottimismo al Shangri-La Dialogue di quest’anno. Non che qualcuno sappia quale potrebbe essere la soluzione. Ma sono d’accordo sul problema.
Traduzione di Carla Reschia

Repubblica 5.6.16
Riscrivere la Storia
Come le democrazie illiberali usano la cultura e il passato per legittimarsi
Da Putin a Erdogan, dalla Polonia all’Ungheria. Ma è l’India di Modi il caso esemplare di un utilizzo strumentale della tradizione per finalità identitarie
di Roberto Toscano

Uno dei fenomeni che caratterizzano il nostro tempo è quello dell’onda montante delle “democrazie illiberali” — democrazie perché i governi si basano sul consenso elettorale; illiberali perché una volta conquistato il potere lo gestiscono senza rispetto per le minoranze, la libertà di stampa, lo stato di diritto. Quello che le accomuna è la ricerca di una legittimazione sul terreno della cultura e della storia: Putin solleva le icone della Santa Russia ed esalta i valori conservatori di un popolo chiamato a contrapporre quei sani valori alla modernità corrotta dell’Occidente; Erdogan, novello sultano, rievoca le glorie ottomane e promuove sistematicamente un’identità turca in cui religione e nazione si fondono. E si potrebbe continuare con il caso della Polonia e dell’Ungheria, impegnate in una rilettura identitaria della storia.
È vero anche nell’India del primo ministro Modi, dove sono in corso “battaglie culturali” che riguardano soprattutto la definizione dell’identità indiana, che il governo del Bjp pretende di far coincidere con l’identità indù. Si tratta di un’offensiva ideologica particolarmente pericolosa nella misura in cui mira alle radici stesse della democrazia indiana nata sulla base di principi di pluralismo anche religioso — gli unici che possano permettere la convivenza in un paese così immenso e così straordinariamente diverso.
Alla base di questa ideologia e di questo progetto politico troviamo una precisa (e distorta) visione della storia dell’India. In questa visione la civiltà indù viene descritta non solo come antichissima, ma come omogenea e avanzatissima. Intellettuali organici al Bjp non hanno remore nel pubblicare demenziali libri e articoli su viaggi spaziali e chirurgia estetica che la superiore civiltà indù sarebbe stata capace di realizzare qualche migliaia di anni fa. Secondo questa “storia ufficiale” questa età dell’oro venne interrotta dall’arrivo di feroci (e inferiori) invasori. Per primi i musulmani seguiti, secoli dopo, dai britannici. In un recente discorso Modi ha detto che non bastava ricordare i «200 anni di schiavitù» patiti dall’India sotto il dominio coloniale inglese, ma anche i «1.200 anni di schiavitù», quelli del dominio musulmano. Emerge qui un cruciale nesso con la questione religiosa. È da questa schiavitù, prodotto di conquiste e oppressione, che viene fatta dipendere la presenza in India di milioni di musulmani e cristiani, strappati con la violenza alla religione indù. Storia ideologizzata, e come tale facilmente contestabile. Infatti, se è vero che l’arrivo in India di islam e cristianesimo è legato alla conquista musulmana e al colonialismo britannico, è falso che la conversione di milioni di indù sia stata di natura forzosa. In realtà sia nel caso dell’islam che del cristianesimo l’adesione alle religioni “importate” dipese essenzialmente dall’aspirazione — da parte di numerosissimi appartenenti alle caste inferiori, e ancora di più ai “fuori casta”, gli intoccabili o Dalit — ad abbandonare una religione che li considerava esseri inferiori, umiliati ed esclusi. Le conversioni, quindi, si spiegano con la forza del messaggio ugualitario che caratterizza sia islam che cristianesimo.
Proprio questa teoria della conversione forzata spiega la peculiare linea di condotta del fondamentalismo indù nei confronti della questione religiosa, una linea radicalmente opposta a quella dei fondamentalisti islamici, con cui pure coincidono per molti altri versi, a partire dal ricorso alla violenza in nome della religione. I radicali musulmani — oggi egemonizzati dal wahabismo promosso e finanziato dai sauditi — sono definiti takfiri (quelli che escludono, dividono) in quanto si arrogano il diritto di dire chi è vero musulmano e chi invece è apostata mascherato o eretico. I radicali indù, invece, vogliono includere. Per loro, tutti gli indiani, anche quelli di altre religioni, sono in realtà indù, e dovrebbero essere richiamati alla casa comune. Si chiama infatti “ritorno a casa” la campagna condotta per promuovere le ri-conversioni all’induismo.
Un progetto esclusivo che prende di mira il pluralismo religioso dell’India come una patologia da curare, una violenza da invertire, e che si estende anche a religioni che, avendo avuto origine dall’induismo (i Buddisti, i Sikh, i Jain)gli ideologi contemporanei dell’induismo tendono — indifferenti alle loro obiezioni — a considerare come appartenenti al grande alveo dell’induismo.
Ma perché non immaginare che questa confluenza possa ricostruire quella “galassia indù” capace di comprendere tante tendenze quante divinità, e tanti riti e interpretazioni quante le lingue del subcontinente? In fondo era questo l’induismo originale: “induismo” è un termine non-indù inventato dai conquistatori musulmani per dare un senso a un fenomeno estremamente plurale, senza una teologia, con un’etica complessa e sempre aperta alla controversia, senza una liturgia unificata. Abbracciare tutti per ricreare all’interno di un unico alveo una pluralità di correnti: perché no? Ma che il pan-induismo pluralista sia un’utopia lo rivelano vari fattori.
In primo luogo, i metodi con cui viene perseguito sono l’opposto del pluralismo. L’Rss, il movimento dal quale proviene Modi, è un organismo i cui dirigenti, fin dalla fondazione, non hanno nascosto le simpatie per il fascismo italiano e poi per il nazismo. Non solo: esso si struttura nella società in una serie di organizzazioni di militanti, dal Vhp, fronte induista internazionale (con un forte appoggio nella diaspora indiana) al Bajrang Dal, un gruppo squadrista in prima fila nelle violenze settarie.
Vi sono poi clamorosi episodi d’intolleranza, come la distruzione della Babri Masjid, la moschea del ‘500 rasa al suolo a colpi di martello nel 1992 da decine di migliaia attivisti capeggiati da dirigenti Rss e Bjp e, molto più atroce, il pogrom di Ahmedabad, in Gujarat, quando centinaia di musulmani vennero trucidati con la passività e probabilmente la connivenza del governo locale, capeggiato da Narendra Modi. Senza contare lo stillicidio di episodi locali, come il linciaggio di un musulmano accusato di conservare nel frigorifero carne bovina, la cui macellazione e consumo è oggetto di proibizione (alla faccia della tolleranza) in alcuni stati della federazione indiana — una proibizione che l’attuale governo intende estendere a tutto il paese.
La minaccia al pluralismo che è il nucleo essenziale della straordinaria ricchezza e dello straordinario fascino della civiltà indiana si estende al piano culturale. Si registrano infatti numerosi episodi di epurazione ideologica ai vertici di organismi dello stato e della società civile, dove qualificatissimi esponenti del mondo accademico e intellettuale vengono sostituiti da ideologi nazional- induisti.
La censura, e ancora più frequentemente l’auto-censura di fronte alle pressioni del potere, colpisce la produzione di saggi “sgraditi” soprattutto in materia di religione e storia dell’India. La più grande studiosa della storia antica dell’India, Romila Thapar, è oggetto di attacchi per i suoi lavori e per la sua critica serrata a quella che definisce «l’intepretazione settaria della storia» promossa dall’attuale governo, che sta anche rivedendo in senso nazional-induista (come del resto aveva iniziato a fare il governo Bjp in carica nel 2002) i libri di testo scolastici.
Non mancano gli attacchi ai più qualificati studiosi stranieri di induismo e sanscrito. È successo a Wendy Doniger, dell’Università di Chicago. Il suo libro The Hindus è stato ritirato dalla vendita e mandato al macero dalla Penguin India, timorosa delle possibili violenze dei fondamentalisti indù, che avevano denunciato un’analisi “sacrilega” (la studiosa utilizza anche strumenti psicanalitici per interpretare i testi sacri indù).
È uno scontro sempre più duro da cui dipenderà lo stesso futuro dell’India, un paese che potrà realizzare tutto il suo straordinario potenziale in termini di crescita e peso internazionale solo se saprà preservare quegli ideali e quel progetto di democrazia plurale e di religiosità non settaria che fu proprio del mahatma Gandhi. In India, e non solo in India, i veri patrioti non sono i nazionalisti, tanto meno quelli che basano i propri disegni autoritari su un’interpretazione integrista e settaria della religione.

Repubblica 5.6.16
Un morbo si diffonde in tutto il pianeta dai manuali ai musei
di Simonetta Fiori

A Danzica il memoriale della Seconda guerra mondiale deve celebrare solo la Polonia. Ma anche in Italia si sono avviate revisioni a scopo politico
Nel cuore dell’Europa la riscrittura della storia ha la forma di una gru. A Danzica, simbolicamente sospesa su un edificio di mattoni rossi. Se il governo conservatore di Varsavia non cambierà idea, presto potrebbero essere prelevati dall’enorme palazzo un carrarmato tedesco, un altro sovietico e una locomotiva tedesca. Il museo della seconda guerra mondiale non s’ha da fare. Troppo globale e troppo poco polacco, ha sentenziato il primo ministro di Diritto e Giustizia. E la comunità internazionale degli storici è scesa nella piazza elettronica per manifestare disappunto: «È in gioco il rapporto con la storia. E quindi con la democrazia».
Ma prima di vedere cosa si nasconda dietro la gru di Danzica, simbolo del nazionalismo storiografico sempre più aggressivo nell’Europa centro-orientale, va detto che la riscrittura della storia è un esercizio molto diffuso, a ogni latitudine e sotto qualsiasi regime. Neppure le democrazie più illuminate ne sono immuni, come dimostrava qualche anno fa un documentato saggio di Giuliano Procacci sui manuali di storia: anche nella liberalissima Europa regole e protocolli marcano stretto l’autore dei libri di testo. E più lo Stato è di recente formazione, più forte è l’assillo identitario che porta a “reinventare la tradizione”, per usare una felice formula di Hobsbawm.
Nessuno quindi si può dichiarare innocente, naturalmente con diversi gradi di colpevolezza. Anche noi nel nostro piccolo abbiamo vissuto il brivido revisionista, con la Padania benedetta da Bossi, i manuali minacciati da Storace e il revanscismo borbonico di qualche studioso meridionale. Ma sembrano storie minute e lontane rispetto a ben altre guerre tra manuali come quella tuttora in corso tra Cina e Giappone. E se i libri di testo giapponesi liquidano come un incidente senza vittime il cosiddetto “stupro di Nanchino” (l’invasione nipponica dell’allora capitale cinese, 300 mila morti nel 1937), la parata celebrata l’estate scorsa a Pechino per i settant’anni dalla vittoria s’è svolta nel segno di omissioni e falsità, con la cacciata di Chiang Kai-shek dalla storia e onori resi solo al resistente Mao Zedong.
Oggi il fervore di riscrittura storica sembra animarsi soprattutto nell’Europa illiberale, tra Russia, Ungheria e Polonia, energicamente impegnate a ridefinire la loro carta d’identità. La tecnica è quasi sempre la stessa, minimizzare le nefandezze di casa propria per enfatizzare quelle degli altri. E spesso l’oggetto di revisione è la seconda guerra mondiale, da cui è scaturito il successivo ordine europeo. Sotto il severo controllo di Putin, la manualistica nazionalista tende a riabilitare Stalin come pezzo importante della grande storia russa, edulcorando gli orrori dei gulag e della repressione. Mentre in Ungheria il governo reazionario di Viktor Orban tende ad attribuire la vergogna delle persecuzioni antisemite alla sola Germania nazista, dimenticando la complicità del nazionalista Miklos Horthy, proprio quell’antenato che viene spesso annoverato nel Pantheon nazionale.
Il caso più interessante va però cercato a Danzica, dove il governo di Beata Szydlo ha bloccato la realizzazione del museo della seconda guerra mondiale, il più grande mai costruito prima, con il sostegno di una équipe internazionale che vi ha lavorato per otto anni. Finalmente il racconto del conflitto più devastante non più con uno sguardo nazionale ma secondo una prospettiva comparativa e globale. Forse un progetto troppo ambizioso per un esecutivo che agita la bandiera identitaria, tanto da lamentare la mancanza di “un punto di vista polacco”. Cosa voglia dire non è chiaro. È chiaro però che al posto del nuovo museo globale, praticamente già pronto, sorgerà un allestimento incentrato esclusivamente su una battaglia patriottica di resistenza ai tedeschi. In altre parole, solo medaglie e nient’altro.
Perché il caso ha sollevato proteste autorevoli e un lungo articolo dello storico Timothy Snyder sulla New York Review of Books? Il nuovo approccio del museo di Danzica avrebbe messo fine alla presunzione d’innocenza, avanzata dalla Polonia ma condivisa da molti altri. Non esistono paesi colpevoli e paesi innocenti, ammonisce l’autore di
Terre di sangue. Anche la Polonia, pur vittima di due devastanti occupazioni di segno opposto, nazista e stalinista, si rese responsabile di un eccidio come il pogrom di Jedwabne. Furono i cittadini polacchi, non i soldati tedeschi, a uccidere diverse centinaia e forse migliaia di ebrei. Un capitolo poco nobile tra molti altri di grande eroismo. Ma questa perdita d’innocenza alla premier polacca non piace, perché spezza l’incantesimo che divide l’Europa e il mondo in comunità carnefici e comunità vittime, giustificando risentimenti e rivendicazioni nazionalistiche. La gru di Danzica minaccia non solo una prospettiva storica ma anche il modo di guardare oggi all’Europa e alla democrazia. Anche per questo, dicono gli storici, bisognerebbe fermarla.

Repubblica 5.6.16
L’ultima lezione di Oliver Sacks
di Piergiorgio Odifreddi

È appena uscito Gratitudine di Oliver Sacks, che raccoglie quattro articoli scritti per il New York Times dal poeta- scienziato negli ultimi due anni della sua vita. Nel primo gioisce per il suo 80° compleanno, all’insegna del mercurio: l’80° elemento della tavola periodica di Mendeleev, appunto. Sacks amava la chimica, come i lettori di Zio Tungsteno ricorderanno, e agli amici regalava per i compleanni campioni dell’elemento corrispondente ai loro anni.
Gli ultimi tre articoli sono invece successivi al compleanno al piombo, l’82°. Sacks racconta in diretta i suoi ultimi mesi di vita, dopo la scoperta della recrudescenza di un cancro che l’aveva reso cieco da un occhio, ma gli aveva concesso un decennio di tregua. Teme di non vedere il suo compleanno al bismuto, l’83°, come effettivamente sarà, ma esprime la propria gratitudine nei confronti della vita: la stessa che dà il titolo al suo ultimo libriccino. Che è un vero testamento spirituale, perché i tre articoli di commiato dal mondo e dai suoi lettori sono pieni di saggezza e vuoti di retorica. Sacks sa che dopo la morte non ci sarà niente, e l’affronta con un misto di paura e di tristezza per quello che non sarà più, da un lato, ma anche di gioia e di riconoscenza per quello che è stato, dall’altro. E ci offre una vera lezione di vita e di morte, a futura memoria per quando il nostro tempo verrà.

Repubblica 5.6.16
Grande fisico o spia, il mistero della vita di Bruno Pontecorvo
di Simonetta Fiori

Ci sono biografie che non si risolvono mai del tutto. Troppo complesse, ricche di zone d’ombra, misteriose per destino o vocazione. Storie enigmatiche che non hanno mai fine. Una di queste appartiene a Bruno Pontecorvo, uno dei più geniali scienziati italiani la cui esistenza fu spezzata in due: la prima parte vissuta negli avamposti della fisica nucleare, con ricerche in America e Gran Bretagna; la seconda più oscura ed enigmatica, trascorsa in Unione Sovietica nel segno della devozione comunista. Un prima e un dopo separati da una data — 1950 — con la scomparsa improvvisa del trentasettenne Pontecorvo durante un campeggio in Italia. Di lui il mondo avrebbe avuto notizia solo sei anni più tardi: da Mosca, con la nuova identità di Bruno Maksimovic Pontekorvo. Un’intricata vicenda degna di Graham Green anche perché tutta interna alla guerra fredda e agli intrighi spionistici degli anni Cinquanta.
Tuttora i documenti dell’Fbi che lo riguardano sono in gran parte cancellati con l’inchiostro nero. Questo spiega anche l’instancabile ricerca intorno alla sua persona, con la nuova uscita di una biografia anglosassone che di fatto riapre il caso Pontecorvo, senza però approdare a conclusioni certe. Dopo il bel ritratto di Miriam Mafai e il documentato saggio di Simone Turchetti, l’inedita ricerca di Frank Close si annuncia interessante anche perché l’autore è un fisico, un professore di Oxford, che ha cominciato a occuparsi dello studioso italiano sotto il profilo scientifico. Ed è lo stesso Close a chiarire fin da principio che, rispetto agli altri protagonisti della saga spionistica, Pontecorvo era l’unico che aveva i requisiti per diventare famoso, a prescindere dal sospetto di essere un agente di Stalin. E se non si fosse ritirato in Urss, il suo lavoro sarebbe stato premiato con il Nobel. Ma certo l’accusa di essere «la seconda spia più letale della storia» — avanzata dal congresso americano — rende la sua vicenda più romanzesca.
Contro Pontecorvo non è stata mai prodotta nessuna prova: niente e nessuno, né l’Fbi né l’MI5, hanno mai documentato il passaggio di segreti atomici ai sovietici. Ma Close non esclude che lo scienziato possa essere stato ingaggiato dal Kgb. E successivamente sia stato proprio il regime sovietico a sottoporlo a ricatto e poi a una prolungata prigionia. Quanto alla rocambolesca fuga, varie testimonianze conducono al ruolo chiave di Emilio Sereni. «Ed è difficile sostenere che Bruno abbia agito così precipitosamente pur essendo del tutto innocente », chiosa il biografo. Ma l’aspetto che sembra prevalere nel libro è la tragedia umana dello scienziato comunista, ricostruita anche grazie alla testimonianza del figlio Gil e della sorella Anna e grazie ai diari di Marianne, la moglie svedese che più di tutti patì il trasferimento a Mosca. «Voglio morire da grande scienziato, non come una vostra fottuta spia», furono le ultime parole dette da Pontecorvo a un funzionario russo poco prima di morire, nel 1993. L’Unione Sovietica non c’era più, ma la sua vita ormai definitivamente segnata.
Una vita divisa in due. La storia di Bruno Pontecorvo, fisico o spia, a fine mese in libreria da Einaudi.

Repubblica 5.6.16
“Siate convinti” la grande lezione di Wittgenstein
di Franco Marcoaldi

Sottoposti ogni giorno alle più diverse e contrastanti sollecitazioni, facciamo sempre più fatica a orientarci. Il rischio di seguire passivamente l’onda prevalente, è alto. Come uscire dalla stretta, riscoprendo quella libertà interiore e di giudizio che sola dovrebbe guidare le nostre decisioni? Forse può aiutarci Ludwig Wittengestein — proprio lui, il famoso filosofo — la cui storia compare in un bel libro di ritratti di Giuseppe Marcenaro (Daguerréotype, Aragno). Rampollo di una delle più ricche e influenti famiglie viennesi, Ludwig non aveva paura delle scelte radicali, anzi ne sembrava attratto. Si liberò progressivamente dell’immensa eredità, intraprendendo via via i mestieri più diversi: ingegnere aereonautico, maestro di scuola elementare, aiuto giardiniere, professore a Cambridge. E la domanda era sempre la stessa: «Tu sai ciò che devi fare per vivere felice. Perché allora non lo fai? Perché sei irragionevole? Una vita cattiva è una vita irragionevole». Angustiato da vertiginosi problemi logici ed etici, ogni volta Wittgenstein ripartiva da capo, in cerca della “parola liberatrice”. Si dirà: ma qui stiamo parlando di un genio, un pazzo, forse un santo. Che c’entra con noi, comuni mortali? In difficoltà a trovare una strada tutta nostra nell’intricata selva contemporanea? C’entra eccome, perché la sua vicenda ci costringe a tornare su una parola non più tanto di moda: “convinzione”. Quando si seguono le proprie convinzioni, il prezzo da pagare può essere salato. Però, che bello liberarsi da inutili pastoie con la sensazione di aver fatto la cosa giusta. Non si spiegherebbero altrimenti le ultime parole di Wittgenstein, che malgrado gli infiniti strappi, a chi gli stava vicino ordinò: «Dite che ho avuto una vita bellissima».

La Stampa 5.6.16
Occidente e Oriente. A ognuno la sua guerra
Dalle frecce dei Parti alle tattiche criminali dell’Isis, tra Est e Ovest la concezione del combattimento diverge dall’inizio della storia
Per noi la gloria dopo il duello, per loro la vittoria grazie all’astuzia
di Antonio Scurati

Si potrà magari contestare che si tratti di uno scontro di civiltà, ma una cosa è certamente innegabile.
La lotta mortale tra Isis e Occidente manifesta una guerra tra due culture, e in particolare tra due culture della guerra.
Ogni volta che in cronaca leggiamo di un agguato terroristico in Europa, o di un ribaltamento di fronte lungo l’Eufrate, leggiamo di una vicenda storica millenaria che giunge al muro del tempo. La sua origine si può far risalire al 12 settembre del 490 a. C., nel momento in cui sulla piana di Maratona gli ateniesi, usciti dalla propria città per difenderla dagli invasori persiani, sebbene meno numerosi e pesantemente armati, entrati nel raggio di tiro degli arcieri, decidono di attaccare lo schieramento del terribile nemico a passo di corsa (dròmoi). In quella carica a perdifiato di uomini inferiori in numero, sfiancati, privi di arcieri e cavalieri, gli aggressori persiani – scrive Erodoto – videro il segno certo della follia e del destino di morte; il panico si propagò, invece, nelle loro file. Il cozzo micidiale e la disciplina della falange oplitica fecero il resto. Rimasero sul campo più di 6000 persiani e solo 192 fanti ateniesi. Il secolo d’oro della civiltà greca poteva avere inizio.
Gloria solare
Ma già quella splendida carica riecheggiava una storia plurisecolare. La cultura marziale degli opliti ateniesi era figlia dell’epica omerica la cui autorità aveva stabilito il paradigma della guerra come monomachia, duello risolutivo all’ultimo sangue tra due campioni appiedati che si battono all’arma bianca e a viso aperto in uno scontro frontale di violenza letale sotto gli occhi dei testimoni e dei posteri risaltando sul fondo della mischia dove si uccide e si muore oscuramente. Da allora, presso i guerrieri d’Occidente, la gloria è sempre stata una qualità della luce, l’acme zenitale del suo splendore, dove tutto accade, una volta e per tutte, nella pienezza di un chiarore meridiano.
Da allora l’Occidente pensa, rappresenta e narra la battaglia come un duello su vasta scala – secondo la celebre definizione di Von Clausewitz – e la guerra come una collezione di battaglie. Da allora l’Occidente si attiene a una cultura militare che predica – e spesso pratica – la ricerca della battaglia in campo aperto come urto violentissimo di masse, cozzo micidiale, carica a fondo, attacco distruttore e risolutivo che conferisca alla guerra la virtù di essere «decisiva», dispositivo capace di risolvere i conflitti in modo inappellabile, senza sistemi di valutazione tracciati dall’esterno, decretando in modo inequivocabile e inappellabile un vincitore e un vinto. Da allora l’Occidente si contrappone ideologicamente all’Oriente pensato come culla di una cultura marziale che, all’opposto, predica e pratica la violenza ingloriosa, la tattica dilatoria, l’attacco fraudolento, il rifiuto dello scontro frontale in campo aperto, la disonorevole attitudine a manovrare onde sottrarsi ai colpi del nemico nella linea della battaglia per guadagnare un altro giorno e poter combattere ancora.
Alessandro
La storia millenaria delle guerre tra Occidente e Oriente fornisce anche nella prassi militare ripetute conferme di questo schema ideologico. Nel 331 a. C. Alessandro Magno schianta gli achemenidi guidando personalmente la carica decisiva dei suoi migliori cavalieri (hetâiroi) contro il centro dello schieramento nemico nel punto preciso in cui si trova Dario, re dei persiani. Nel 53 a. C. il disastro di Carre – che segna il punto di massima espansione a Oriente dell’impero romano – fu determinato dalla cavalleria leggera dei Parti che, dopo aver provocato l’attacco con un tiro a distanza, si ritirò di fronte all’assalto dei quadrati nemici continuando, però, a bersagliarli con frecce scoccate cavalcando voltati all’indietro. Da quel momento «la freccia del Parto» diviene per gli occidentali proverbiale di comportamento guerriero fraudolento e inglorioso.
La giornata del destino
E ancora: a Poitiers Carlo Martello riesce a fermare l’espansione degli arabi in Europa perché impone ai suoi fanti di attendere i cavalieri berberi a piè fermo per il corpo a corpo, evitando così la trappola della tattica evasiva musulmana dell’«al-qarr wa al-farr», cioè dell’attacco seguito da una programmata ritirata, mirante a illudere l’avversario, per poi portare un improvviso e inatteso nuovo attacco. E ancora: la gloria di Lepanto entra nella leggenda di Venezia non tanto perché sia stata effettivamente decisiva nel confronto tra Europa cristiana e Impero Ottomano ma perché sembra incarnare, deterritorializzata in mare, l’idea archetipica per la cultura occidentale di «decisive warfare», di battaglia campale come «giornata del destino».
E’ una storia che dura ancora. Si prolunga ogni volta che sul suolo europeo un terrorista islamizzato emerge dalla oscurità ingloriosa per massacrare vigliaccamente civili inermi. Si prolunga nella nostra reazione di sconcerto verso la violenza contro la quale siamo personalmente inetti e, soprattutto, verso il suo carattere ai nostri occhi ciechi scandalosamente fraudolento. E si prolunga in Medio Oriente nella nuova tattica che il Califfato sta attuando dopo le recenti sconfitte militari: costruire una rete di alleanze nascoste sfruttando un principio antico del mondo musulmano – il «moubaya’a», la fedeltà data in segreto –, un principio che arriva dalla dottrina della «taqiya wal ketman», l’arte della dissimulazione e del sapersi mimetizzare.
La rappresentazione
Le culture marziali devono, senz’altro, molto a nuclei ideologici che talvolta mistificano la realtà ma è altrettanto vero che le rappresentazioni culturali della guerra non sono un mero fenomeno derivato, secondario rispetto al loro oggetto. Spesso lo precostituiscono e determinano. La storia sta a dimostrarlo. La cieca fedeltà a se stessa della cultura bellica occidentale ha indubbiamente causato enormi errori strategici, politici ed etici nei recenti conflitti con il mondo arabo-musulmano, ma continuare a ingannarci sui nostri nemici sarebbe un errore ancora più grande.

Corriere.it 5.6.16
«La trappola del romanticismo»
La tesi del filosofo e scrittore Alain de Botton: definiamo l’amore meraviglioso o disastroso. Invece va pensato come una cosa normale
intervista di Serena Danna

«Perché si possa cominciare ad ammirare il gambo di una rosa o i petali di una primula, bisogna che certe cose siano andate irrimediabilmente male». Ventitrè anni dopo Esercizi d’amore , Alain de Botton — il filosofo prestato al self-help — torna con un romanzo che vale più di dieci sedute di terapia di coppia. Il corso dell’amore (in uscita per Guanda a settembre)è l a storia di Rabih e Kirsten, entrambi architetti: lui di origini libanesi, lei scozzese. Da un lato, un passato di guerra, paura della miseria e idealizzazione della madre; dall’altro, padre assente, determinazione nello studio, cuore chiuso in cassaforte.
Con una formula che incrocia i frammenti amorosi di Roland Barthes e i casi clinici di Sigmund Freud, de Botton esplora la loro relazione per restituire verità sui meccanismi che legano gli amanti. Perché il presupposto — confessa il filosofo al telefono da Londra — è che quando si tratta di amore ci riempiono la testa di bugie.
«La narrativa sui sentimenti si muove tra due estremi: la meraviglia e il disastro», spiega l’intellettuale, 46 anni, un matrimonio, due figli e 13 best seller all’attivo. Si racconta troppo l’inizio e la fine, tralasciando tutto il resto. Lui invece vuole «esplorare la via di mezzo tra le giornate di sole e il tutto-grigio».
Nella chirurgia sentimentale di de Botton la costruzione dei personaggi rispecchia l’odierna confusione dei ruoli. Rachel — sicura di sé, centrata — è la «breadwinner», il pilastro economico e organizzativo della famiglia; Rahid è insicuro, spesso insoddisfatto, irrisolto.
«È difficile definire chi detiene il potere nella coppia. Di certo la mascolinità è molto più fragile di quello che impone la società e questo si rivela principalmente nella coppia». Un presagio? Non proprio, piuttosto un segnale di libertà: «Solo in amore possiamo esplorare la nostra complessità mostrandoci per quello che siamo, molto più di quanto faremmo con colleghi o amici».
Peccato che la principale eguaglianza raggiunta nelle coppie contemporanee riguardi la sofferenza: «Gli uomini credono di fare per la famiglia cose che mai i loro padri avrebbero fatto. Così anche le donne, che a differenza delle loro madri hanno enormi responsabilità fuori dalla famiglia». Rabih e Rachel sono segretamente convinti di fare più dell’altro e di essere molto trascurati dal partner. Rabih e Rachel non comunicano. Rabih e Rachel siamo noi: «Non sappiamo dialogare né tanto meno spiegare noi stessi in un modo che non faccia arrabbiare il partner — illustra de Botton— , un po’ perché siamo pigri ma anche perché non capiamo noi stessi innanzitutto».
Nessuno pretende perfezione dall’amato: «Chi ama vuole solo che l’altro sappia dire cosa sente davvero». De Botton è una specialista degli esempi: «Lui/lei torna a casa dopo una giornata di lavoro orribile. Invece di fare ciò che è giusto, ovvero dire “ho avuto una giornata terribile, ti amo ma ho bisogno di stare solo/a”, si nasconde nel giornale o nel cellulare. A quel punto, lei/lui comincerà a chiedere cosa succede». Quei silenzi possono avere effetti devastanti sulla psiche degli innamorati: sta male? Mi ama di meno? Ha un altro?
Patemi che derivano, secondo il filosofo, dalla grande truffa dell’amore romantico. Quella che all’apparenza sembra una conquista della società è in realtà una condanna: «Per secoli le ragioni che hanno guidato la scelta del partner sono state pratiche e razionali: un’ascesa economica o sociale, ad esempio. Solo negli ultimi decenni hanno preso il sopravvento l’istinto e i sentimenti, un passaggio pericoloso».
Il batticuore, l’sms notturno, la sintonia perfetta dei primi tempi hanno fatto un grande caos: «La cultura del dating fa sì che saltelliamo da una relazione all’altra alla ricerca della persona giusta, e quando l’abbiamo trovata pretendiamo che tutto funzioni alla perfezione spaventandoci davanti agli ostacoli». Tocca rassegnarsi, avverte il filosofo, la persona giusta non esiste: «Ogni persona è sbagliata e sarà parecchio difficile vivere con lei». Internet ha aggravato la situazione moltiplicando all’infinito il bacino delle false speranze: «Fa credere che il segreto stia nella ricerca mentre io suggerisco di convivere bene con la scelta che hai fatto». Anche sul tradimento il filosofo sfodera un brutale pragmatismo: l’istinto ci porta naturalmente a desiderare altre persone, ma la paura di restare soli ci tiene legati alla monogamia. «L’amore libero non funziona: è distruttivo per la famiglia e per almeno uno dei due. Allo stesso modo il rischio della fedeltà è la noia». Quindi? «Bisogna scegliere la sofferenza più adatta a noi e imparare a gestirla».
De Botton è consapevole di sembrare pessimista: «Ma il pessimismo — assicura — è il migliore amico dell’amore: dobbiamo sapere che il dolore e il conflitto sono la normalità, non l’eccezione».
Dopo le batoste, arrivano i consigli. Il primo: «Recuperare la visione cristiana dell’amore. Se accetti davvero l’amore, puoi amare chiunque, anche prostitute e ladri. Il vero obiettivo della coppia è dunque trovare continuamente nel partner cose da amare». L’altra lezione proviene dal nostro rapporto con i bambini: «Siamo capaci di grande generosità con loro, disposti a perdonare qualsiasi cosa, sempre alla ricerca di una giustificazione: un dentino che duole, mancanza di sonno. Quando si tratta di adulti tutta la nostra tolleranza svanisce». Che poi non vale solo con i figli. Siamo pronti a grandi mediazioni per tutte le sfere dell’esistenza — geopolitica, finanza, crimini — ma incapaci di applicare una briciola di compromesso alle nostre relazioni. A complicare le cose si mette il sesso. Soprattutto quando si diventa genitori: «È molto difficile coniugare l’identità genitoriale con quella sessuale», avverte.
In un passaggio del libro, Rabih è a disagio nel pretendere performance animalesche dalla stessa donna che la mattina dopo dovrà portare a scuola i bimbi, fare la spesa e rassicurarlo per un progetto. «L’eccitazione sessuale — spiega il filosofo — è un viaggio dalla condizione di sconosciuto a quella di conosciuto. Per questo è importante ricreare sempre con il partner condizioni che ci ricordino distanza e mistero». Che il vuoto resti sempre un po’ vuoto insomma, senza colmarlo con liste della spesa e promesse di amore eterno .

Corriere 5.6.16
La fine assurda di Sissi Imperatrice riluttante
risponde Sergio Romano

Non è che siano alte le probabilità che lei mi offre dato che la conosco come un convinto maschilista. Ma ci provo. Avevo sempre avuto pena per Sissi imperatrice d’Austria sposata con Francesco Giuseppe uccisa da Luccheni con un punteruolo. I film interpretati da Romy Schneider sono serviti a crearne una icona. La sua vita fu molto travagliata ed infelice anche a prescindere dal suicidio del figlio Rodolfo. Una lettura del libro Francesco Giuseppe di Franz Herre mi ha fatto riflettere. L’autore è impietoso verso di lei, che viene dipinta come fatua ed irresponsabile; anche se non esplicitamente parrebbe che avesse cornificato il povero Franz Josef con Andrassy. Potrebbe fare la grazia di affrontare questo caso umano?
Franca Piccinini

Cara Signora,
Non credo che il femminismo, oggi, scenderebbe in campo per difendere la memoria di Elisabetta di Wittelsbach, consorte di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria. Negli anni della gioventù era straordinariamente bella e consapevole della sua bellezza. Si racconta che a Vienna, quando la sua carrozza usciva dal Palazzo imperiale, la folla cercasse di bloccarne il percorso per rapire uno sguardo al suo volto. Nella cattedrale di Santo Stefano, un giorno, quando la curiosità dei fedeli divenne morbosa e invadente, scoppiò in lacrime e fuggì nella sacrestia. Ma non appena la bellezza cominciò a sfiorire, Elisabetta divenne il geloso custode della sua memoria nascondendo il volto dietro veli, ombrellini e ventagli.
Fu una imperatrice altera e ribelle. Amava Budapest più di Vienna, evitava le grandi feste ufficiali dell’Impero, parlava delle sorti delle monarchie con una sorta di compiaciuto pessimismo, preferiva disertare i palazzi imperiali e vivere sullo yacht con cui navigava tra le isole greche, o nella grande villa che aveva fatto costruire a Corfù. In questi viaggi e soggiorni era quasi sempre accompagnata da Costantin Chrisostomos, un intellettuale greco, piccolo e piuttosto brutto, un po’ poeta e un po’ filosofo con cui discorreva di arte e letteratura.
La sua morte fu tragicamente assurda. Era a Ginevra il 10 settembre 1898 quando il suo destino incrociò quello di un anarchico piemontese, Luigi Luccheni, che si credeva chiamato a liberare il mondo dalle teste coronate d’Europa ed era nella città svizzera per attentare alla vita di un Orléans, pretendente al trono di Francia. Quando apprese che la vittima preferita aveva modificato i suoi programmi di viaggio e che la città ospitava l’imperatrice d’Austria, Luccheni la attese nei pressi del lago e la colpì al petto con un lungo ago, sottile e appuntito. Mentre la polizia si impadroniva dell’attentatore, Elisabetta, sorpresa e sconvolta, continuò camminare per qualche decina di metri prima di perdere i sensi. L’ago di Luccheni le aveva attraversato il cuore lasciando sulla pelle una sola goccia di sangue. Era poco più che cinquantenne. Così morì una imperatrice che aveva intravisto la fine dell’Impero austriaco e che della sua preveggenza fu la prima vittima.

Corriere La Lettura 5.6.16
Martin Walser
Tra dieci anni i movimenti xenofobi saranno finiti
Sociologia, filosofia, psicologia dormono. Resta la teologia
intervista di Danilo Taino

Un po’ meno d’ansia. Nervi più saldi. Soprattutto, visione più lunga: non dobbiamo banalmente stabilire chi ha ragione, dobbiamo riscoprire la forza di ciò che è giusto, della Giustificazione. Martin Walser dice che, in fondo grazie a questa forza, tra una decina d’anni nessuno si ricorderà più della Alternative für Deutschland e dei movimenti illiberali che attraversano l’Europa e minacciano i governi. Sono anacronistici, non hanno futuro. Quanto a Donald Trump, vedremo il musical.
Naturalmente, la sua non è una previsione né di destra né di sinistra. Walser, 89 anni, considerato da molti il maggiore scrittore vivente di lingua tedesca, negli anni è stato definito comunista e poi nazionalista, ha suscitato polemiche sia con le battaglie contro la guerra del Vietnam sia con l’idea di Germania postbellica che doveva riunificarsi e non rimanere per sempre prigioniera del suo passato tremendo. In Italia ha da poco pubblicato un libro — Sulla giustificazione, una tentazione (Edizioni Ariele) — che afferma l’importanza di cercare il giusto, di giustificare. Non certo questione di destra o sinistra. Qualcosa che è più Teologia, da Agostino a san Paolo, che Filosofia — sostiene egli stesso — e che per secoli è stato oggetto di ricerca — di fede religiosa e di sforzo umano — e che è andato perso nel Novecento, nelle grandi battaglie ideologiche.
L’imponente intellettuale dalle sopracciglia lunghissime e la mente intatta — si lamenta degli anni, ma cita a memoria — vive per lo più sulla sponda tedesca del lago di Costanza, però ha anche una casa ai margini di Monaco. Ha dato questa intervista a «la Lettura» proprio nella calda sala di un ristorante bavarese immerso in una vegetazione di castagni.
Cosa pensa di Alternative für Deutschland, AfD, il partito anti-immigrati che guadagna consensi in Germania?
«Nessuno saprà, tra dieci anni, ciò che è stato. Non si deve nemmeno condannare: è un sintomo della malattia, perché al momento siamo in una crisi dei rifugiati che non ha una soluzione immediata. Di questo vive la AfD. Ma è impudentemente anacronistica. Per questo non esisterà nemmeno. Lo stesso vale per Pegida (l’altro movimento anti-immigrati tedesco, ndr ). All’estero li si osserva di più, ma si dovrebbe tenere in maggiore considerazione la situazione di casa, in Germania. I media vivono di questi movimenti e così ingigantiscono il sintomo».
Non è solo un problema tedesco.
«Quello che è successo in Austria è formidabile: un Verde presidente, anche se con solo il 51%. È una gran cosa. In Germania, il meglio di ciò che sta succedendo avviene nel Baden-Württemberg, con il ministro-presidente Kretschmann (anch’egli un Verde, ndr ), il politico più plausibile per saggezza, accanto alla signora Merkel. Si dice che, avendo scelto una musulmana come presidente del Parlamento del Land, provocherà una reazione e una spinta verso destra. In realtà è successo quello che accadde in America, quando si scelse un presidente nero. Dobbiamo ammettere che si fanno progressi in questo Paese: se in passato mi avesse chiesto della possibilità di una presidente musulmana al Parlamento di Stoccarda, avrei risposto “magari”. Naturalmente qualcosa del genere non è possibile in Baviera, un’altra grande nazione che però non è di mentalità politica lieta come il Baden-Württemberg».
Vuole dire che i partiti anti-immigrati porteranno a un governo tra i cristiano-democratici e i Verdi anche a livello nazionale?
«Dipende molto dalla signora Merkel. Con un verde come Kretschmann può farlo. Se tra i Verdi di Berlino ci fosse qualcuno come lui sarebbe meraviglioso, ma al momento non lo vedo».
Che cosa pensa di Trump?
«Lo guardo come guardo un musical».
È un pericolo per il mondo?
«Se è un problema per il mondo, allora io non sono il mondo. Io sono evento-dipendente. Nel momento in cui gli americani votassero per lui, non sarebbe più un problema. Questa è la mia fiducia nella realtà americana. Non vi è nessun altro Paese in cui la democrazia è praticata in modo così reale. Confido nel fatto che gli americani non lo votino, ma se lo sceglieranno vuole dire che sanno perché lo stanno facendo. Poi si capirà di più su di lui. Per come appare in televisione non lo voterei. Ma sarebbe interessante osservarlo una volta eletto. Non dobbiamo dire agli altri Paesi, di cui non conosciamo la realtà, come devono agire politicamente. Tra l’altro, in Europa non c’è alcun primo ministro che non accetterei come alleato».
Martin Walser, però, si annoia a parlare di politica e di affari correnti. Meglio: preferisce parlare d’altro, di qualcosa a cui pensa da molto tempo, già prima del discorso che pronunciò alla Harvard University il 9 novembre 2011 e che è diventato la traccia del libro sulla Giustificazione. Il curatore del testo in italiano, Francesco Coppellotti, sostiene che «Walser parte dall’osservare che per mille e più anni la Giustificazione è stata un bene tanto alto quanto difficile da raggiungere, mentre nel XX secolo questo supremo irraggiungibile scade nell’aver ragione. L’aver ragione, il vanto degli intellettuali».
Herr Walser, perché ha voluto scrivere sulla Giustificazione?
«Come la maggior parte dei miei coetanei di pensiero e come la maggior parte degli intellettuali — sociologi, filosofi, psicologi — mi ero addormentato sul concetto di “avere ragione”. Tutto ciò che fai come scrittore, come intellettuale si riduce nel “devo avere ragione”. Quanto primitivo e semplicistico è lo sforzo di volere avere ragione! È la cosa più ridicola che possa succedere. Ciò è entrato nel mio pensiero nel 1979».
Cos’è successo?
«Jürgen Habermas mi aveva invitato a scrivere qualcosa per un libro nel decimo anniversario della morte di Karl Jaspers. Ero l’unico uomo di lettere tra filosofi, sociologi e psicologi. Ho scritto un saggio dal titolo Stretta di mano con i fantasmi , nel quale sostenevo che la nostra famosa opinione pubblica, ritenuta fondamento della democrazia, è una struttura carente, molto artificiale. Chi scrive nei giornali di sinistra deve scrivere cose di sinistra perché chi scrive nei giornali di destra scrive cose di destra. L’opinione pubblica viene formata nell’unilateralità. Per essere giusti, invece, occorre scrivere anche ciò che contrasta con le proprie convinzioni. In modo che l’opinione pubblica possa considerare i pro e i contro di una posizione e decidere. Poi sono andato al compleanno di Habermas, a Starnberg. Mi apre la porta, mi saluta e dice: “Hai scritto un articolo orribile”. Sapevo che non è consuetudine scrivere qualcosa di indipendente. Non basta, sinistra e destra vogliono avere ragione. Ma per me volere avere ragione è sempre ridicolo. È il contrario della ricerca del giusto. Poi mi sono imbattuto negli scritti di Karl Barth».
Un teologo? Cosa le ha fatto scoprire?
«Lo avevo già letto, mi sembrava interessante per la sua capacità di negazione, contro l’addormentarsi nel positivo di chi vuole avere ragione. Così, quando ho preso in mano il suo libro sull’epistola di san Paolo ai Romani, ho capito che cosa mi mancava. Di così chiaro, fino a quel momento per me non c’era stato nulla, se non Nietzsche. In Barth ho trovato molto di ciò che avevo letto in Kierkegaard. In Kierkegaard c’è la frase “il credente è l’opposto del religioso”. Concetto che torna incessantemente anche in Karl Barth. E che si ritrova anche in Nietzsche. Così, ora ho il mio triumvirato. Le pagine di Barth sono state la mia esperienza di lettura più commovente da quando avevo letto Zarathustra . Devo dire che come credente sono cresciuto».
È cattolico?
«Mia madre era una cattolica medievale pura. La sua fede era perfetta e temeva che suo figlio avesse meno fede di lei. Ecco perché non ho ancora lasciato la Chiesa cattolica. Può sembrare buffo, ma non avrei mai potuto far sapere a mia madre che lasciavo la Chiesa cattolica».
Torniamo alla Giustificazione.
«Per scrivere questa apologia sulla Giustificazione ho dovuto leggere molto. E così si è aggiunto l’aiuto di Hölderlin sul linguaggio e sul pensiero. Nelle belle poesie di Hölderlin succede quello che succede con Karl Barth, Kierkegaard e Nietzsche. La radicalità di Karl Barth si basa sul fatto che domina e supera il positivo. Tutto ciò che appare immobile, già deciso, positivo è inganno, illusione. Questo mi ha affascinato. Da lì è arrivata anche la frase “la fede è un salto nel vuoto”: si può conoscere Dio solo come l’inconoscibile, alla Giustificazione è possibile arrivare solo da una mancanza di Giustificazione. Solo coloro che rimangono in movimento, per i quali un No è la sola speranza, possono sentirsi giustificati».
È questo che non piacque ad Habermas?
«Durante la mia gioventù, nella Repubblica federale si era capaci di intendere e di volere solo quando si era critici della società. Per questo Habermas era scontento del mio saggio, perché si allontanava da questa tradizione».
Aprendo le porte della Germania ai profughi, Angela Merkel ha cercato una Giustificazione?
«Non nel senso che abbiamo trattato finora. Ma come azione politica laica ha indubbiamente spinto i tedeschi ad accettare i rifugiati. Anche se nel suo stesso partito ci sono cupi reazionari che vogliono approfittare di una crisi. Per come si è sviluppata la Germania dopo la riunificazione e per come agisce oggi, innanzitutto con Angela Merkel, questo è il primo periodo della storia tedesca con il quale mi sento pienamente d’accordo. Il fatto che ci siano anche questi manifestanti tetri contro i profughi dimostra solo che la società non è mai un unicum , qualcosa di puro. La cosa bella, però, è che da noi non hanno alcuna chance. Ora ci sono questi due movimenti che ancora hanno un nome: tra dieci anni nessuno saprà più cosa ci fosse collegato a essi. Non è la prima volta, abbiamo sempre avuto proteste anacronistiche».
Quindi la Germania può salvare l’Europa?
«Ho la speranza che altre nazioni europee si comportino di più come la Germania. Quel che Frau Merkel è per la pratica politica, Karl Barth è per il pensiero. Non voglio vivere in un continente in cui non vi è alcuna possibilità di discutere la Giustificazione. È abbastanza grave che questa mancanza si veda nelle cattedre di Sociologia, di Filosofia, di Psicologia. Resta solo la Teologia, senza la quale saremmo probabilmente al livello della barbarie. La Teologia è l’unica disciplina che non ha permesso che la Giustificazione si estinguesse. Tutti gli altri dormono».

Corriere La Lettura 5.6.16
Eroica e umana. La guerra di Ernst Jünger
di Ben Pastor

«Cadrò a terra subito, come ho già visto fare a molti. È finita. Fisso la strada e riconosco le pietre sul suo fondo giallo…». Questa citazione è tratta dal breve romanzo di guerra che Ernst Jünger pubblicò per la prima volta nel 1925, col titolo originale di Feuer und Blut .
Ogni scritto, si dice, appartiene al suo tempo. Ma cosa accade quando la vita di un autore supera il secolo, e le riedizioni dei suoi lavori si susseguono incessantemente?
Il destino del visionario, avvincente Fuoco e sangue non è separabile dalle sue riscritture. Pubblicato originalmente come commento romanzato sulle trincee della Grande guerra, viene rieditato l’anno dopo, e poi, a distanza di più di mezzo secolo, nel 1978. Sono rimarchevoli la freschezza che il testo conserva, le immagini indimenticabili che ricordano i quadri futuristi con il loro elogio grafico della velocità, e al contempo la precisione attonita di un ralenti cinematografico: «…un elmetto piatto… sale in alto nell’aria, ruotando». Per contrasto, viene in mente il romanzo anti-jüngeriano per eccellenza, Niente di nuovo sul fronte occidentale (del cui successo planetario il pur notissimo Jünger ebbe invidia), ma anche, à rebours , l’impressionistico antenato moderno della prosa di guerra, Il segno rosso del coraggio di Stephen Crane, pubblicato proprio nell’anno di nascita di Jünger, il 1895.
Quando dà alle stampe per la prima volta Fuoco e sangue , lo scrittore tedesco, benché non iscritto al partito nazista (e mai lo sarà), scrive già da due anni sul «Voelkischer Beobachter», l’organo del Nsdap. Il reduce trentenne, che ha già al suo attivo due testi di successo ( Nelle tempeste d’acciaio e Il tenente Sturm ), si augura, pur vivendo da bohémien con la giovane moglie a Lipsia, che dopo gli stanchi giorni della Repubblica di Weimar la dittatura sostituisca «la parola con il gesto». L’edizione dell’anno dopo coincide con la non-uscita di un grande romanzo annunciato ( Ferdinand Dark, il lanzichenecco e sognatore ).
Nel 1935 (terza edizione), molta acqua è passata sotto i ponti, politicamente e personalmente: il quarantenne Jünger ha già due figli, si risente dei critici che lo danno come «finito», è profondamente turbato dalla fine cruenta delle SA nella «Notte dei lunghi coltelli» e dalla mancata realizzazione da parte di Hitler della «democrazia operaia». La Gestapo lo tiene d’occhio.
Quarantatré anni più tardi, nel ’78, esce la quarta e ultima edizione di Fuoco e sangue . Siamo a un decennio dalla contestazione studentesca. Jünger è ottantatreenne. Ha perso la prima moglie e l’amato primogenito (quest’ultimo sul fronte italiano della Seconda guerra mondiale), ma in quel lungo lasso di tempo ha anche prodotto alcuni dei diari e dei saggi più straordinari della sua carriera, nonché della letteratura occidentale. Qualche mese prima era morto anche il fratello Friedrich Georg, nel trentatreesimo anniversario dell’attentato contro Hitler (Operazione Valchiria), in cui Ernst — uomo sempre ambiguo e geniale — aveva giocato un ruolo forse periferico negli atti, ma dominante nell’ideologia resistenziale conservatrice.
A mio avviso, Fuoco e sangue va letto in quest’ottica cronologica, per capirne il posto all’interno dell’opera jüngeriana. È una fortuna averne il testo (Guanda), magistralmente reso in italiano da Alessandra Iadicicco, a ben novantuno anni dall’edizione originale tedesca!
Si legge con gusto, rapidamente. È scorrevolissimo, ricco di immagini vivide, di pensieri straordinariamente acuti e profondi. Va letto e riletto, per apprezzarne appieno il valore. I topoi jüngeriani che lo caratterizzano colpiscono al cuore i lettori: l’ansia gioiosa della morte in battaglia, la «grandezza e purezza» dei combattenti in marcia, la potenza titanica del «materiale», l’ebbrezza «senza vino» dei combattenti, il cui destino non è quello di morire in un letto. Al contempo, questa prosa elastica, sensibile, non è solo una celebrazione marinettiana della guerra come igiene del mondo. Se è vero che a un certo punto i ragazzi del Kaiser sentono che è il «momento giusto» e che sono «invincibili», c’è anche la sobria considerazione che la guerra è un mattatoio. Il micidiale cecchino inglese viene finalmente ucciso, e la sua arma «è quasi del tutto ricoperta da una montagna splendente di cartucce vuote. L’aria che avvolge la canna rovente ancora trema». Come non pensare al grande tumulo funebre di Achille, violentatore di città, visibile dal mare ai naviganti greci? E ancora: ferito gravemente, il giovane ufficiale protagonista del racconto considera: «Cadrò a terra subito, come ho già visto fare a molti. È finita. Fisso la strada e riconosco le pietre…, scuri frammenti di pietra focaia e un bianco ghiaietto levigato. In mezzo alla tremenda confusione noto ciascuna di esse, e le loro costellazioni si imprimono nella mia mente. Non prendo più parte all’attività assassina che si svolge intorno a me».
Dunque, la guerra è una folle celebrazione di vita, ma anche un abisso in cui il nemico abbattuto mostra tremante la fotografia dei suoi cari per essere risparmiato. Per chi scrive romanzi di guerra, come me, è impossibile prescindere da Ernst Jünger, e non solo perché anche il mio protagonista, Martin Bora, è un ufficiale tedesco (e nell’imminente I piccoli fuochi , per Sellerio, incontrerà proprio Jünger nella Francia del 1940). Soprattutto perché chiunque voglia conoscere i sentimenti e le reazioni emotive e intellettuali di un soldato sotto il fuoco nemico, nell’ansia prima dell’attacco, o nella tristezza delle notti che forse non vedranno mattino, deve leggere Jünger. E se non l’ha ancora fatto, conviene che inizi proprio da Fuoco e sangue .
Viviamo in tempi ciecamente violenti, che Ernst Jünger avrebbe letto con pessimismo, sia pur moderato dalla sua fede nelle qualità rigeneratrici della volontà e dello spirito. Fuoco e sangue , travalicando la celebrazione estetizzante della violenza, ci ricorda il valore imperativo della nostra umanità.

Corriere La Lettura 5.6.16
Fozio, il santo che amava eretici e pagani
di Livia Capponi

Nunzio Bianchi e Claudio Schiano, insieme a una trentina di studiosi coordinati e diretti da Luciano Canfora, offrono per la prima volta in 1.300 pagine la traduzione italiana integrale, con testo greco a fronte e commento, della Biblioteca del grande teologo bizantino Fozio (820-891), «vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico», come è definito nel suo manoscritto più prezioso, il Marciano greco 450, allestito dalla stessa cerchia di Fozio alla fine del IX secolo e portato a Venezia dal cardinal Bessarione a metà del XV secolo.
Quello che gli umanisti definirono «un tesoro, non un libro» è un imponente repertorio che in 280 capitoli riassume, analizza, critica e trascrive varie centinaia di autori, profani e cristiani, dal V secolo a.C. al IX d.C., autori spesso inesorabilmente perduti, basti pensare che per una novantina di essi Fozio è l’unico testimone. Una prima traduzione latina fu realizzata dal gesuita André Schott nel 1607, traduzione preziosa, ma macchiata dall’intento di epurare il testo da formulazioni eretiche, specie su temi teologici. Fra i tentativi successivi, una traduzione parziale in italiano a cura del giornalista e letterato illuminista Giuseppe Compagnoni uscì a Milano nel 1836, e non mancò di interessare Giacomo Leopardi.
Lo scontro fra Costantinopoli e il Papa di Roma, che i Carolingi avevano dotato di un regno in cambio del titolo di imperatore dei romani a Carlo Magno, verteva sulla supremazia territoriale per le province dell’Illirico e della Bulgaria. Il risvolto dottrinale era stato l’invenzione da parte di Papa Leone III (810) del dogma sulla «processione» dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, il filioque sempre rifiutato dalla Chiesa d’Oriente. Fozio, capovolgendo le posizioni, aveva dichiarato Roma eretica, scomunicando il Papa, misura radicale che gli costò la scomunica e la condanna. Alla crisi con i cattolici si intrecciò anche il conflitto interno alla Chiesa e alla politica bizantina, che causò nell’888 la definitiva caduta del patriarca, rinchiuso in un monastero nella cittadina portuale di Stenos, sul Bosforo.
Grande battistrada dell’umanesimo, avversario delle aspirazioni romane alla guida politica e spirituale della cristianità, Fozio fu a lungo considerato dal mondo cattolico come un nemico, mentre gli ortodossi lo fecero santo, seppure molto più tardi. L’avversione dei cattolici era frammista a un senso di inferiorità culturale nei confronti del grande erudito, attirato dalle opere pagane, dalle discipline matematiche e astronomiche, e persino dai romanzi dell’antichità. Fozio era stato condannato dall’VIII Concilio ecumenico (Costantinopoli, 869-870) in quanto cultore e diffusore, in una cerchia di adepti, della sapienza profana quae a deo stulta facta est , «resa stolta» cioè smascherata come falsa, dall’autorità religiosa. Di Fozio si diceva, fra l’altro, che aveva venduto l’anima a un mago ebreo, che praticava la negromanzia e che recitava di nascosto i poeti greci durante la messa. È pur vero che a quei tempi curiositas era sinonimo di passione per la conoscenza scientifica, ma anche di pulsione verso l’occulto.
Attraverso l’analisi dei manoscritti sopravvissuti, Canfora ricostruisce come Fozio e i suoi discepoli lavoravano. Dopo la lettura collettiva di ciascun autore, a turno redigevano, dividendosi il lavoro, dei testi, detti schedaria , che sintetizzavano i risultati della discussione, e a cui il patriarca aggiungeva sue considerazioni, un procedimento che Leibniz, lettore di Fozio, considerò come l’archetipo delle riviste moderne di critica letteraria. La tattica argomentativa foziana era di dare spazio al pensiero eretico, prendendone via via le distanze. Teorizzava apertamente che si può leggere di tutto, e si può condannare un testo solo dopo averne apprezzato le qualità o averne ricavato qualcosa di utile. Inveire contro gli eretici si deve, ma prima bisogna leggerli, farli leggere e commentarli.
La Biblioteca non fu mai un’opera scritta da Fozio per un «pubblico», ma nacque come strumento di difesa della cerchia di studiosi sciolta forzatamente al momento della caduta del patriarca. Per comprenderne la genesi bisogna decodificare le due lettere che incorniciano l’opera, in cui Fozio si rivolge al fratello Tarasio. In esse il patriarca allude cripticamente a un’ambasceria in Assiria, e dichiara di voler trasmettere al fratello il sunto di alcune letture a cui quello non era presente, per consolarsi in un momento drammatico da cui non sperava di uscire vivo. Canfora descrive questi documenti con un procedimento esegetico rigoroso, che è anche un giallo ad alta tensione e una dimostrazione assai istruttiva di come si scava in un testo antico.
L’Assiria non allude ad una reale missione di Fozio presso il Califfato di Bagdad, come si riteneva in passato, ma è una metafora biblica che indica la prigionia, così come l’ambasceria è il simbolo del tentativo dal carcere di parlare contro gli «infedeli», cioè gli oppositori religiosi. Il pretesto di aggiornare il fratello su letture a cui non avrebbe presenziato, invece, è l’ escamotage per salvare il destinatario del prezioso materiale dall’accusa di avere partecipato alla cerchia, ormai dichiarata fuorilegge. In tal modo Fozio crea il pretesto per mettere in salvo tutto ciò che gli era rimasto delle sue carte, il surrogato della vasta collezione di libri che gli erano già stati sequestrati e forse distrutti. Accosta capitoli rifiniti a materiali ancora grezzi, in un processo di lavorazione reso incompiuto probabilmente dalla sua morte.
L’opera non era, dunque, indirizzata ad un pubblico, ma a quel gruppo di studiosi, accomunati da un sacro amore per la letteratura greca, vicini al patriarca. Il titolo originale è, infatti, Catalogo dei libri letti da noi . Una non-opera, meglio definibile come l’estremo tentativo di salvare un patrimonio culturale in una situazione che, come si evince dal tono altamente drammatico delle parole di Fozio, non lasciava speranze.
La pubblicazione di questa miniera di erudizione è un traguardo ambizioso, anzi impressionante. Dalla sua parte, Canfora ha una grande storia di studi, che analizza e valuta senza tralasciarne alcuno, l’ expertise di una vita, la capacità di calarsi nella temperie storica dell’autore per coglierne le minime sfumature, e infine l’indispensabile collaborazione di un gruppo di studiosi competenti e affiatati. Una nuova cerchia, più fortunata e libera, è stata in grado di regalarci un «tesoro», restituendo al testo quell’integrità che, per tante ragioni, stavamo ancora aspettando.

Repubblica 5.6.16
Riscoprire la sapienza nascosta negli oroscopi
di Marino Niola

«Il sole si trovava nel segno della Vergine, Giove e Venere assistevano amichevolmente, Mercurio non era ostile, Saturno e Marte indifferenti. Solo la luna era contraria”. Così Goethe racconta la sua nascita, avvenuta a mezzogiorno del 28 agosto del 1749, attribuendo alle stelle le ragioni del suo carattere e del suo talento. La concretezza intellettuale, l’inclinazione all’autorevolezza e la propensione all’amore. Insomma tutti quei tratti che hanno fatto del divino Wolfgang il sole all’apogeo della cultura tedesca. Uno degli astri fulgenti dell’illuminismo credeva dunque agli oroscopi? Ebbene sì, ma non per sapere quel che gli sarebbe accaduto il giorno dopo. Ma per dare il giusto peso a quelle corrispondenze segrete che armonizzano il corso della vita. Il movimento dei corpi celesti e i moti dei corpi terrestri. Rotazioni e attrazioni, mozioni ed emozioni.
È questo in fondo il senso più antico e più autentico dell’astrologia. Che è la conoscenza dei pianeti e del loro influsso sulla vita. Vegetale, minerale e animale. Che si tratti delle maree che obbediscono al magnetismo lunare, o che si tratti dei nostri umori che certe volte ristagnano, altre ribollono come il mosto nei tini. Oggi sulle stelle pesa come un macigno l’anatema scagliato dall’incontentabile Theodor Wiesengrund Adorno, francofortese e per di più vergine, proprio come Goethe. Il più
choosy dei filosofi, infatti, considerava la credenza negli oroscopi una superstizione capitalista. Ma, ancora prima della fatwa adorniana, le disavventure dello zodiaco cominciano in Francia con l’illuminismo e la sua fede assoluta nella ragione come unica dea, che fissa le nuove regole della scienza e della conoscenza. Sono Voltaire e gli enciclopedisti, come Diderot e D’Alembert a condannare senza appello il sapere astrologico, confinandolo di fatto nelle segrete oscure della ragione.
Ed è proprio quell’esclusione all’origine della banalizzazione attuale dell’astrologia come predizione del futuro, come dispensatrice di piccole profezie quotidiane. L’esatto opposto di quella che fu «una scienza immensa che ha regnato sulle più alte intelligenze», per dirla con Balzac. Sospesa tra conoscenza, arte e religione, l’astrologia era in realtà un passepartout in grado di fornire le chiavi segrete della realtà, di interpretare i ritmi e le rime che regolano l’unisono dell’universo. Insomma, tutto tranne che predire il futuro e oroscoparsi minuto per minuto. La fortuna dell’astrologia era legata all’idea che la realtà ha più dimensioni nelle quali è compresa una quota di indeterminazione misteriosa, non interamente calcolabile o spiegabile. Una possibilità che una certa mitologia scientista, da non confondersi con la vera scienza, non è disposta ad ammettere. Ecco perché qualche anno fa, c’è stata un’autentica levata di scudi degli accademici francesi contro la tesi di dottorato di Elizabeth Teissier, celeberrima consulente astrologica del presidente François Mitterand, dedicata al ruolo di astri e astrologi nella società postmoderna.
L’idea che la sensualità degli scorpioni, la lealtà dei leoni e la testardaggine degli arieti fossero dibattute nell’aula magna dell’Università Descartes di Parigi ha terremotato l’intellighenzia d’Oltralpe. Per contrastare la mandria dei professori imbufaliti c’è voluta tutta l’autorità del sociologo Michel Maffesoli, relatore della tesi, e di Serge Moscovici, presidente della commissione giudicante. Nonché di un maître à penser come il compianto Jean Baudrillard. E pensare che la riflessione e la speculazione sono legate . Lo dicono parole come considerare, che deriva da cum e sidera e significa guardare l’insieme delle costellazioni. O come speculazione, filosofica o economica, che è legata alla specola ovvero l’osservatorio astronomico. In realtà credere ciecamente nell’influsso dei pianeti è una forma di dabbenaggine, escluderlo categoricamente è una superstizione di segno opposto. Un drago della logica come Tommaso d’Aquino diceva, « astra inclinant, non necessitant » , ovvero gli astri influenzano ma non obbligano. Tutto il resto dipende da noi.

Il Sole Domenica 5.6.16
Il valore economico della cultura
di Armando Massarenti

Venti anni fa, il 9 giugno 1996, la «Domenica» pubblicò il Manifesto di bioetica laica, che conteneva, tra l’altro, una riflessione su ciò che è “naturale”: «al contrario di coloro che divinizzano la natura, dichiarandola un qualcosa di sacro e di intoccabile, i laici sanno che il confine tra quel che è naturale e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è più culturale dell’idea di natura». E se ne traeva anche una conclusione normativa: «se gli uomini si renderanno conto che modificare quel che era considerato immodificabile può condurre a uno stato di cose migliore, alla diffusione di nuovi diritti, principi o valori, derivati dall’affinamento stesso delle conoscenze e della consapevolezza morale, allora ci si può attendere che essi cambieranno la propria percezione di quel che è lecito fare». Perché è nella “natura” dell’uomo, come di ogni animale, cercare, oltre che di riprodursi, il benessere ed evitare dolori e sofferenze. Nell’articolo pubblicato in questa pagina però Roberto Casati ci propone l’idea secondo cui proprio le cose naturali sono quelle in grado di regalarci un po’ di pace mentale, sottraendoci per un momento alla nostra tendenza ad antropomorfizzare ogni cosa e a vedere cause e intenzioni laddove non ve ne sono. Ma anche rovesciando la questione in questo modo, e ammesso che la tesi sia difendibile (non è proprio osservando la natura che l’uomo si è scoperto animista e ha visto ovunque spiriti e dei?), la natura rimane un concetto quanto mai culturale.
La natura resta una riserva euristica per costruire, con mezzi tutti diversi, beni che prima non esistevano. E ciò vale a maggior ragione se pensiamo alla cultura nel senso del patrimonio dei beni culturali, la quale, come la natura, si pensa che dovrebbe avere un valore intrinseco, sacro, intoccabile, che sfugge alle logiche dell’economia perché è difficile dargli un prezzo pur avendo un immenso valore. Ebbene, anche in questo ambito le cose sono assai più sfumate, ma ciò non impedisce di affermare con fondatezza alcuni valori che non sono disgiunti da una pertinente comprensione dei fatti. È ciò che la Domenica si proponeva con un altro Manifesto, quello per la cultura («Niente cultura, niente sviluppo», 19 febbraio 2012), un manifesto decisamente impregnato di idee economiche che rifiutava innanzitutto proprio la metafora petrolifera dei giacimenti, semmai preferendole quella ecologica delle energie rinnovabili. Per quanto riguarda la cultura (o la natura più o meno incontaminata) è difficile pensare a un principio diverso da quello per cui è proprio la volontà di conferire un valore intrinseco ad alcuni beni o capacità (in primis la libertà della ricerca), selezionati con saggezza e lungimiranza, a generare ricchezza, prosperità, progresso, sviluppo.

Il Sole Domenica 5.6.16
L’incubo burocratico
Democrazia per non politologi
di Alfonso Berardinelli

Per sentire discorsi politicamente interessanti, spregiudicati e concreti, la cosa migliore è che a farli sia un intellettuale che con la politica non ha rapporti diretti: che non sia né uno specialista né un militante affiliato a un partito, ma parli semplicemente come osservatore coinvolto e cittadino responsabile. Questa mia vecchia convinzione mi è stata confermata dalla lettura del libro di uno dei nostri migliori linguisti e saggisti, Raffaele Simone, il quale, non senza ambizione e con viva preoccupazione, si è chiesto Come la democrazia fallisce.
Il tema non è da poco. È anzi, forse, troppo vasto. Ma in Simone, sotto lo studioso di linguistica, c’è sempre stato il moralista e il filosofo. Del resto la stessa linguistica è una delle fondamentali scienze umane: una scienza sociale e storica, morale e cognitiva, il cui oggetto è sia il funzionamento dei sistemi linguistici che le modalità e le condizioni di una prassi centrale come quella comunicativa. Negli ormai remoti anni Settanta si parlò con insistenza di “linguistica democratica” e Simone, con De Mauro, ne fu uno dei più attivi interpreti.
Ora, dopo diversi decenni, si chiede giustamente che cos’è la democrazia e quali sono le ragioni attuali del suo possibile, temibile declino. Da studioso capace e tenace quale è, Simone si è messo dunque a studiare la cosa che, in età matura, lo preoccupa e lo angustia di più. Il suo stato d’animo e la sua esperienza dicono a lui, come a tutti noi, che la democrazia, non solo in Italia, è un alto e promettente ideale che di fatto riesce ben poco a realizzarsi. Non solo perché ha dei nemici dichiarati che fanno il possibile per ostacolare il mantenimento delle sue promesse, ma perché queste promesse sono troppe, spesso irrealistiche o assurde, e anche sbagliate. Come osserva Simone, è la democrazia stessa a produrre di continuo su due opposti versanti, quello dell’organizzazione burocratica e quello delle aspettative sociali, molti degli ostacoli che ne paralizzano o ne vanificano un onesto funzionamento.
Fra gli autori più doverosamente e proficuamente usati da Simone, oltre a molti contemporanei, ci sono classici come Rousseau (Sul contratto sociale), Montesquieu (Lo spirito delle leggi) e poi Max Weber, Hans Kelsen, Norberto Bobbio. Ad alimentare sia realismo che pessimismo intervengono poi il filosofo José Ortega y Gasset, l’economista Joseph Alois Schumpeter e l’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt. Per dare un’idea della tematica privilegiata nel discorso di Simone, cito qualche titolo di capitolo o di sezione. Si inizia con Democrazia in affanno e con Il pensiero politico naturale (la comune percezione, cioè, secondo cui l’uguaglianza non esiste in natura: cosa che la democrazia idealmente tenta di sovvertire). Si passa a L’incompetenza resa competente (per cui in democrazia si presuppone che i cittadini votino “in condizioni di equilibrio e di razionalità”), L’inclusione illimitata (secondo cui tutti i rifugiati, gli immigrati e i profughi “devono” essere accolti), Esagerare nel bene (tipico sia della sinistra che dei cristiani), Spazi impenetrabili e criptogoverno (lo Stato burocratico crea apparati decisionali tutt’altro che trasparenti che si sottraggono alla vista e al controllo). E si arriva ad Antipolitica (da intendersi non come patologia ma «risposta naturale di chi è arrivato all’estenuazione per impotenza»), e Tono Morale (tema classico non trascurato da Tacito, Guicciardini, Machiavelli e Montaigne: la democrazia presuppone e richiede che una serie di virtù civiche siano largamente coltivate).
Dopo aver pensato nel corso della lettura che Simone avesse esagerato nella pretesa di spiegarci come e perché la democrazia è stanca, inefficiente, ipocritamente promettente, sentimentale e infestata da estenuanti parassiti che la dissanguano, alla fine questo difetto, come ho suggerito all’inizio, mi è sembrato un pregio. Il non politologo, se è uno studioso serio, può fare, con determinazione, onestà e perfino con astuto candore, ciò che i politologi non fanno: mettere a confronto diritto e sociologia, psicologia di massa e libertà individuali, istinti antropologici primari ed enunciati costituzionali, critica del mercato comunicativo e retorica democratica, miti ideologici e falsi ottimismi politici.
Il mio solo o più forte dubbio riguarda l’ispirazione centrale del libro: quella secondo cui difetti, limiti, debolezze della democrazia sarebbero un allarmante fenomeno recente. Tendo a pensare che la democrazia sia stata fin dall’inizio un’utopia e resti ormai la sola che possiamo decentemente avere. Imperfetta, illusoria, ipocrita come ogni utopia, il suo maggiore difetto e nemico è, credo, il mercato culturale che favorisce il consumo dei prodotti mentali più scadenti e volgari. L’industria della coscienza (dalla scuola alle comunicazioni di massa) di cui si parlava mezzo secolo fa, esiste e trionfa tuttora. La democrazia se ne serve per evitare che le proprie utopie diventino pericolose per i notabili, le caste privilegiate e le élite del potere.
Il libro di Simone, comunque, su tutto questo rinfresca le idee, mostra le contraddizioni fra principi e comportamenti, aiuta a ragionare secondo logica e realismo, elenca dati innegabili sulla situazione sociale presente. Infine, come effetto collaterale non secondario, fa sembrare ancora più esasperanti, ottusi e faziosi i talk show politici che la tv ci propina.
Raffaele Simone, Come la democrazia fallisce , Garzanti, Milano, pagg. 216, € 17

Il Sole Domenica 5.6.16
Judaica
Capire Giona con Scholem
di Giulio Busi

Immaginate una città in cui tutte le luci si spengono alle otto e mezzo di sera. In giro per le strade non rimane anima viva, eccezion fatta per gli stranieri. Poiché è tempo di guerra, e la Svizzera neutrale è un buon posto per sfuggire a eserciti e battaglie, di forestieri a Berna ce ne sono parecchi. Sono loro ad aggirarsi inquieti dopo il tramonto, a discutere, a divertirsi, qualche volta a bere più del dovuto. Gershom Scholem ha appena vent’anni. Se n’è andato dalla Germania per sfuggire a un conflitto che non condivide. In Svizzera, assieme all’amico Walter Benjamin, Scholem studia, sogna, s’innamora. È il consueto turbine di curiosità e d’emozioni dei ventenni. Ma sono tempi straordinari, e i due –Scholem e Benjamin - non sono certo giovanotti qualsiasi.
Irene Kajon, dell’Università la Sapienza di Roma, ha recuperato alcuni scritti giovanili di Scholem, testimonianza di questo biennio bernese (1918-19), e più in generale del lavoro intellettuale del futuro storico della qabbalah durante il periodo bellico. Sono testi brevi, spesso allo stato di abbozzo, con la freschezza che aleggia sugli incompiuti letterari. Scholem è qui ancora brusco, squilibrato, e sciorina una prosa curiosamente in bilico tra filosofia e romanzo tardo-romantico. Si vede che ha letto e amato Nietzsche, e che è andato a scuola di stile da Martin Buber. Ma si coglie anche che vuol liberarsi dai maestri, e battere una strada sua, per quanto faticosa possa essere.
Quando riassumerà questo periodo, nella sua autobiografia Da Berlino a Gerusalemme, dirà di aver creduto che il popolo ebraico si sarebbe potuto rinnovare solo dopo aver incontrato se stesso. Il vero sé, la coscienza collettiva, il mistero della storia ebraica, ecco i temi che animano le pagine di Giona e la giustizia e delle Novantacinque tesi sull’ebraismo e sul sionismo. È forse nella profezia, il nocciolo dell’esperienza giudaica? «Dio è il maestro e il profeta è lo scolaro». Di questa antichissima, enigmatica scuola, il giovane Scholem esplora il metodo: «L’oggetto dell’istruzione – scrive - è l’idea di giustizia. L’educazione è una categoria religiosamente profetica». Il libro biblico di Giona è così scomposto in una curva, quasi un moto sussultorio che cattura le fasi del racconto. Un comando giunge a Giona. Questi si sottrae, fugge ed è punito. Il movimento, la tensione narrativa s’inabissa, per poi innalzarsi nuovamente nell’inno con cui il protagonista si rivolge in preghiera al Signore. Ninive si converte, ed ecco il centro del libro. Quindi la lite tra profeta e Dio, l’istruzione che questi impartisce al discepolo ribelle, e infine la domanda, che chiude il testo: «Non dovrei, io, avere pietà di Ninive?». Per un simile quesito non c’è risposta, o meglio la soluzione che il giudaismo prospetta, davanti alle strettoie del bene, è l’infinita ripetizione dell’interrogativo. Il bilancio scholemiano è lapidario: «Nella risonanza … di questa domanda si chiude, nel non detto, il circolo dell’accadere». Ancora più impervie sono le Novantacinque tesi. Pensate come regalo per il ventiseiesimo compleanno di Walter Benjamin, il 15 luglio 1918, queste proposizioni, polemiche e dense, non furono in realtà consegnate al destinatario. Scholem non era soddisfatto del risultato, che pure è notevole da molti punti di vista. Quanto a concisione e a coraggio ermeneutico, il nostro ragazzo cresciuto in fretta mostra di avere pochi rivali. A cominciare dalla prima – «L’ebraismo va dedotto dal suo linguaggio» – e per finire alla novantacinquesima – «Il nuovo cielo è il cielo senza notte» – le proposizioni sembrano voler misurarsi con il grande Benjamin, in un dialogo degno di cotanto interlocutore. Vi si trova, in nuce, la dottrina mistico-messianica del Scholem più tardo, e anche qualche balenio del messianismo à la Benjamin. Si consideri, per esempio, l'ottantacinquesima proposizione. «Il tempo del waw inversivo è il tempo messianico», dove una peculiarità grammaticale diventa segno della rivoluzione dei tempi. Come la lettera waw, preposta a una forma verbale, può in ebraico invertirne il valore temporale, così l'età messianica è il rovesciamento della storia. Tutto quello che è stato si redime, così, in quanto deve ancora succedere. Vi ricordate l’Angelus novus, quello che si lancia verso il futuro voltandogli le spalle? È probabile che quel volatile apocalittico, dipinto da Paul Klee e teorizzato da Walter Benjamin, abbia imparato a volare a rovescio in qualche lunga sera di Berna, dopo le otto e mezzo, quando per strada c’erano solo forestieri.
Gershom Scholem, Giona e la giustizia e altri scritti giovanili , a cura
di Irene Kajon, Morcelliana, Brescia, pagg. 88, € 10

Il Sole Domenica 5.6.16
Cardini. Padri della Chiesa
Contro Ambrogio, ma non troppo
di Armando Torno

Ambrogio, santo, patrono di Milano e dottore della Chiesa, già governatore imperiale, fu uno dei protagonisti del IV secolo della nostra era ma, ancor più, resta un uomo raro in ogni tempo. Agostino subì il suo fascino e dal lui fu battezzato. Franco Cardini, storico e specialista del medioevo, ce ne offre un ritratto agile e ricco di questioni: Contro Ambrogio. In quel “contro” non si deve leggere un attacco ma il vero bilancio della vita di un uomo che non ebbe mai requie e fu inflessibile con tutti (e con se stesso). L’autore nell’epilogo ammette che dopo il presente Contra Ambrosium vorrebbe far seguire un libro dal titolo Pro Ambrosio, che magari preluda «a un più corposo e consistente», forse rasserenante De Ambrosio.
Per ora, comunque, ci fermiamo al contra. Scrive Cardini: «È lecito chiedersi se, astraendo dal modello e dal magistero ambrosiani, la Chiesa sarebbe mai giunta a dover concepire i tribunali inquisitoriali, ad affrontare scismi e riforme, a subire lo “strappo culturale” della Modernità…». Domande che l’autore si pone, dinanzi a questo gigante della storia, «con timore e tremore», ma anche «con molta umiltà» e «un pizzico di autoironia». D’altro canto, la sua grandezza diventerà esemplare e, al tempo stesso, tormentata; aggettivo quest’ultimo che nel caso di Ambrogio va preso alla lettera: dal latino tormentum, derivato di torquere, ovvero “torcere”.
Cardini esamina l’infanzia a Treviri, la giovinezza a Roma, il cursus honorum, l’elezione a vescovo, le controversie di cui fu al centro, le contese, il suo atteggiamento di «accorata ma inflessibile severità» nei confronti di Teodosio per la strage avvenuta a Tessalonica, ma anche l’atteggiamento – direbbe qualche politico – senza “se” e senza “ma” nel combattere eretici, pagani, ebrei. Ricordò con fermezza che lo stesso imperatore era membro della Chiesa, non sopra di essa; né la poteva guidare o controllare. Ambrogio, inoltre, con il suo pensiero ha forse favorito più di tanti altri Padri la concezione egemonica del papato sulla Chiesa. Il suo magistero non fu proposta di convivenza e di comprensione reciproca, al di là degli orizzonti restrittivi della semplice tolleranza, che sarà poi ispirata da Francesco d’Assisi, dalla lezione di Nicola Cusano e di Erasmo da Rotterdam, alle quali – nota Cardini - non è estraneo l’attuale pontefice. Ma qui il discorso diventa infinito. E conviene attendere prima di chiuderlo.
In margine è il caso di aggiungere che Ambrogio non è soltanto un riferimento per la fede cattolica o il creatore dell’innologia liturgica della Chiesa occidentale, ma resta un personaggio colto e sorprendente. I suoi sermoni sono ricchi di citazioni di Virgilio, gli scritti esegetici risentono della lettura di Filone, nelle opere morali segue Cicerone. Inoltre gli studi di Pierre Courcelle (scomparso nel 1980) su Agostino hanno rivelato la sua preparazione filosofica. Due esempi: lunghe citazioni e parafrasi dalle “Enneadi” di Plotino (nel De Isaac e nel De bono mortis), passi di Porfirio nell’Exameron. E non era digiuno di mistica: c’è quella di Origene nel Commento al Cantico dei cantici. Insomma, le sue scelte non furono quelle di un politico, ma le meditò con dottrina. Forse perché la storia, a volte, non ama concedere altro.
Franco Cardini, Contro Ambrogio , Salerno Editrice, Roma, pagg. 136, € 11

Il Sole Domenica 5.6.16
Gli albori della modernità
Lumi della ragione medioevale
di Gianluca Briguglia

Nel XVIII secolo si sviluppano linee di pensiero contrapposte sull’età di mezzo, poi integrata nel sistema delle istituzioni con il sorgere dei sentimenti nazionali e con l’idea di Europa
Spesso si sente parlare di crisi dei saperi storici, non solo della storia propriamente detta, ma di tutte quelle variegate discipline che riflettono sul passato, ad esempio la storia della filosofia, dell’arte, addirittura della letteratura. Tuttavia se guardiamo ai risultati, ai metodi, alla capacità di produrre informazioni, di ricostruire e indagare paradigmi intellettuali e materiali del passato, di generare sapere, questa evocazione di una crisi non sembra giustificata. Viviamo anzi in un’epoca che ha aumentato moltissimo la sua conoscenza del passato, determinando campi di indagine nuovi, settori allo stesso tempo più ampi e più profondi.
Se invece si pensa al rapporto che gli studi storici intrattengono con la società nel suo complesso, e osserviamo il ruolo di tali studi nella formazione contemporanea e nella capacità di riconoscimento collettivo, al loro peso nell’epistemologia del presente, allora la crisi è visibile. E si tratta di una crisi profonda. Gli studi storici hanno infatti progressivamente perso il legame con le ideologie e le visioni generali della società, anch’esse ridottesi o trasformatesi, che li avevano se non proprio generati, almeno resi centrali nel sistema dell’educazione, della formazione e della politica. Questa progressiva perdita di rilevanza sociale della storia - proprio in un’epoca in cui è evidente che le discipline storiche e i saperi critici ad esse associate potrebbero dare un contributo civile e interpretativo formidabile - pone moltissime sfide e a diversi livelli. E soprattutto spinge a ripensare i fondamenti della relazione tra gli studi storici e il più ampio perimetro della società, anche riflettendo sulla nascita e sulla trasformazione di quelle discipline.
Uno dei libri di medievistica tra i più interessanti degli ultimi tempi, uscito in francese per Vrin e di cui si auspica una traduzione in italiano, Medievismo filosofico e ragione moderna, di Catherine König-Pralong dell’università di Friburgo in Germania, può essere letto anche come riflessione paradigmatica sulla nascita di una disciplina accademica - in questo caso la storia della filosofia medievale - nel più ampio costruirsi di ideologie e movimenti culturali in epoca moderna, in particolare negli scambi e negli antagonismi tra la Francia e la Germania del XVII-XIX secolo.
Anzi, la nascita del Medioevo come disciplina storico-filosofica accademica a partire dall’età dell’Illuminismo, sarebbe proprio il risultato della riflessione molteplice sulla modernità. A partire dai Lumi il soggetto del racconto storico è infatti per König-Pralong la ragione moderna e il suo oggetto è la genesi di questa ragione. Il Medioevo non è solo immagine dell’alterità, le tenebre, ma anche un campo di battaglia ideologico di tendenze diverse. Per il più grande storico dell’Illuminismo tedesco, Jacob Brucker (1696-1770), la filosofia medievale è razionalità minore, caratterizzata da una patologica “aristotelemania” senza costrutto e nelle mani delle istituzioni cattoliche. Per Brucker, pastore protestante, è proprio l’impronta cattolica a deformare il pensiero filosofico, mentre per gli storici illuministi francesi (ad esempio Deslandes) è la religione in sé a impedire un sincero esercizio filosofico. È invece la nascita dei sentimenti nazionali che integra il Medioevo nel sistema delle istituzioni. Gli stati nazionali, o i movimenti che portano alla loro costituzione, hanno bisogno di un immaginario condiviso, necessitano di una tradizione. Il medioevo diventa medioevo nazionale. Non solo, dalla fine del XVIII secolo fino a gran parte dell’Ottocento, è anche l’idea di Europa, che comincia a nascere (o più precisamente un’idea di appartenenza nazionale e di progetto sovranazionale), ciò che rende il Medioevo filosofico non più sinonimo di difformità della ragione, ma patrimonio da sfruttare. Per Herder (1774-1803) ogni nazione, ogni popolo, ha una sua anima, una sorta di unità perenne, uno spirito che non cessa di manifestarsi, ma l’Europa ha anche una sua unità spirituale che le è conferita dalla religione, cioè dal Medioevo. Per Schlegel (e Novalis) la filosofia medievale esprime un’unità europea, attraverso la concordia di ragione e religione, che è in realtà manifestazione della purezza originaria dell’anima germanica, in contrapposizione al razionalismo illuminista francese. Si va delineando una dicotomia ideologica sul terreno dell’insegnamento della filosofia medievale tra mistica tedesca e scolastica francese. Del resto Victor Cousin (1792-1867), il più importante storico francese della filosofia di metà Ottocento e fondatore degli studi storici di quel Paese, fa del metodo scolastico medievale l’inizio dello sviluppo moderno della filosofia, ma fa anche del medievale (e francese) Abelardo l’inventore di quel metodo: la razionalità moderna è dunque un’invenzione della Francia. In questo quadro storico già complesso entra anche la valutazione del peso della filosofia araba medievale nello sviluppo della razionalità europea. Se la filosofia greca è il modello assoluto di razionalità, che dire del ruolo degli Arabi che nel Medioevo portarono alla conoscenza dell’Occidente i testi di Aristotele e la loro interpretazione? Anche qui il contesto è complesso: il filosofo arabo Averroè è per taluni il corruttore della filosofia greca, per altri il fautore di un ateismo illuminista, per altri ancora l’inventore di una corrente, l’averroismo, che solo nella sua storia latina, e non presso gli Arabi, incapaci di filosofia in quanto di stirpe semitica (come in Renan), ha dato un contributo alla ragione europea.
Ancora una volta quello che è in gioco in questi dibattiti, che hanno contribuito a fondare una disciplina, è il presente, la ragione moderna, e sempre in relazione con poste differenti, con ideologie, con visioni complessive della cultura e con progetti di società. Il libro di König-Pralong, oltre ad essere un importante dossier sulla costituzione di una disciplina storica in due Paesi-chiave europei, ci ricorda di fatto in forma paradigmatica che la nascita dei saperi storici e la loro evoluzione non è un percorso neutro, non è modello di scientificità astratta, ma è a sua volta una storia.
Catherine König-Pralong, Médiévisme philosophique et raison moderne. De Pierre Bayle à Ernest Renan , Vrin, Parigi, pagg. 176, € 19

Il Sole Domenica 5.6.16
Sergio Luzzatto
Le vite che animano la Storia
Da San Francesco a Galileo, da Pietro il Grande a Marie Curie, fino ai tempi recenti
di Nelson Mandela e Malala: quindici biografie capaci di restituirci interi mondi
di Massimo Bucciantini

Ci sono parole che andrebbero messe a tacere e altre che avrebbero bisogno di un lungo periodo di silenzio prima di tornare a circolare. Ricordo che qualche tempo fa, su «la Repubblica», Guido Ceronetti ne fece un gustosissimo e dettagliatissimo elenco. Lo stesso si potrebbe fare per certe espressioni talmente abusate e stucchevoli che ancor prima di essere pronunciate si sa già che arriverà il loro turno, perché qualcuno immancabilmente le pronuncerà.
Una delle frasi che sembra calzare a pennello con questo libro è «Si legge come un romanzo». Un modo per dire che non è un romanzo ma è come se lo fosse. Per dire che gli assomiglia, perché la sua scrittura lo rende quasi fratello di quelle pagine che di solito in libreria si trovano in altre sale e su altri scaffali. Oggi pare che questo sia il massimo riconoscimento a cui possa aspirare un libro di storia.
Ma forse le cose non stanno proprio così. Forse sarebbe più opportuno dire che questo libro si legge come un romanzo perché è un libro di storia. Una frase che può apparire strana e a molti incomprensibile, ma che invece, a pensarci bene, non lo è. Per il semplice motivo che, da Erodoto in poi, la storia è sempre stata narrazione, grande narrazione. E quindi se stiamo sempre più perdendo il gusto e il piacere di leggerla, la responsabilità è anzitutto di chi la scrive, che spesso non si preoccupa del come scriverla, del tono e della forma che dà alle proprie pagine. Senza capire, o facendo finta di non capire, che invece rientra – e sempre più rientrerà – in uno dei suoi obblighi professionali, soprattutto per chi ancora crede nella funzione civile di questa disciplina. Verrebbe da aggiungere che come esistono scuole e corsi per aspiranti romanzieri, analogamente dovrebbero nascere – pena l’irrilevanza galoppante di questo mestiere – corsi di scrittura per aspiranti storici.
«Come si studia la storia? E come si racconta?». Sei anni fa, Sergio Luzzatto iniziava così la premessa a un libro che in copertina riporta simbolicamente una Tour Eiffel in costruzione e che raccoglie saggi di dieci storici italiani (Prima lezione di metodo storico, Laterza). Un libro che entra nel vivo del lavoro dello storico, indagando in modo ravvicinato l’uso delle sue fonti – da quella notarile, contabile, epistolare, a quella orale, iconografica, elettronica – e la loro interpretazione. Mi piace pensare che in Una febbre del mondo Luzzatto abbia voluto riprendere in mano quel progetto e provare, questa volta da solo, a rispondere alla seconda domanda. Senza però scegliere la strada della discussione metodologica sul “narrare la storia”, ma accettando in prima persona la sfida della scrittura, che pone degli obblighi rigorosi, primo fra tutti quello di non venir meno al principio che nulla deve essere inventato.
Il libro si apre con un omaggio a un non-storico, a un “dilettante” spesso snobbato dall’accademia, ma che invece ha esplorato come pochi il grande tema della funzione della personalità nella storia. Stefan Zweig «è stato un interprete acutissimo sia degli stati febbrili in cui capita al mondo di precipitare, sia di quegli uomini e di quelle donne che portano nel mondo una febbre tutta loro». Ed è lui, lo scrittore austriaco, ad avergli suggerito la struttura del libro. Non la ricostruzione di vite a tutto tondo, i soliti noiosissimi medaglioni, bensì «fette di vita», capaci però di restituirci «interi mondi, e mondi rapinosi, palpitanti, febbrili». Storie di febbre, appunto. Storie che sembrano romanzi, ma che invece sono storia (maiuscola o minuscola non importa), la nostra storia, perché hanno dentro di loro la forza di restituirci «destini collettivi».
Le quindici vite scelte da Luzzatto sono state estrapolate dal suo manuale di storia per le scuole superiori appena uscito da Zanichelli. Sono pagine pensate per la scuola e per l’insegnamento della storia. E quindi il primo pensiero va a quei ragazzi che avranno il piacere di leggerle. Ma, grazie a questa edizione, anche a coloro che si troveranno di fronte inaspettatamente vite di persone più che di personaggi. Alcune celebri, altre, invece, del tutto sconosciute. Ma tutte accomunate da un’unica ossessione: quella di aver intrapreso una strada nuova e di averla seguita senza moderazione. «Spesso nel bene, talvolta nel male», tutti i quindici protagonisti «hanno ossessivamente provato a cambiare il mondo».
Come nella prima storia, dedicata a Francesco, quello di Assisi. Che inizia con un incontro, nel settembre 1219, quando si combatteva la quinta crociata, tra il frate e l’allora capo dell’esercito saraceno. Oltrepassando le linee nemiche, Francesco si presentò a mani nude nell’accampamento del sultano al-Kamil, dove si trattenne per diversi giorni a parlare di guerra e di pace. Lui, non ancora santo, «il primo cristiano del Medioevo ad aver cercato, piuttosto che uno scontro, un incontro con il mondo musulmano». Una vita appassionata come quella che segue, di una giovanissima donna bruciata viva sulla piazza del Mercato Vecchio di Rouen il 30 maggio 1431, la “pulzella” di Orléans, santa Giovanna d’Arco. Una fine che fu un punto di svolta e l’inizio di un mito, «o piuttosto di diversi miti: un mito nazionale, un mito cristiano, un mito femminile».
E poi, subito dopo, ci si imbatte nella morte di Maometto II e nella vita spericolata di uno dei suoi figli, Gem Sult?n. «A farlo fuori ci avevano provato per decenni. Spendendoci una fortuna. I veneziani le avevano tentate tutte per sbarazzarsi del loro nemico numero uno, Maometto il Conquistatore». Un inizio così, c’è da scommetterci, sarebbe piaciuto all’autore del Barone rampante e del Cavaliere inesistente. Sicuramente si sarebbe divertito a immaginare le quattordici volte in cui i veneziani avevano provato a ucciderlo. Seguono le tranches de vie di Bernardino Ochino, Galileo Galilei, Pietro il Grande, Betsy Ross, Ippolito Nievo, Marie Curie, Edmondo Peluso, Jurij Gagarin, Nelson Mandela, Malala Yousafzai. Ma anche di uno “specialista”, un vero professionista del male, e di un “diavolo nero”, un generale dalla pelle scura.
Il primo lo incrociamo a Vienna, nelle fastose sale di Palazzo Rothschild. Anno 1938. È un lavoratore instancabile, inappuntabile, responsabile dell’Ufficio centrale per l’Emigrazione ebraica. «Roba seria. Duecentomila ebrei austriaci che pendono dalle sue labbra, e che tremano di paura solo a vederlo». La sua tessera è la 899895 del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, il suo nome è Adolf Eichmann. Un vero esperto del “problema ebraico”. A tal punto che, per conoscerlo meglio, decide di diventare «il migliore amico nazista degli ebrei tedeschi» e d’imparare la loro lingua («per tre marchi all’ora, era andato da un rabbino a lezione di yiddish e di ebraico»). «Ed era entrato in contatto professionale con i militanti sionisti». E si era persino recato in Palestina per studiare nei minimi particolari la possibilità di un’emigrazione di massa degli ebrei tedeschi. «Ponti d’oro, purché se ne andassero».
L’altro è invece il figlio di una schiava haitiana e… della Rivoluzione francese. Thomas-Alexandre Dumas, bello come sua madre e «alto e forte come il suo cavallo», nel giro di pochi anni salì rapidamente tutti i gradini della gerarchia militare. Una carriera impensabile se la Francia e le sue colonie non fossero state messe a soqquadro dai principi dell’89. «Un mondo capovolto in cui l’impossibile era divenuto possibile». E così fu, fino a quando Napoleone Bonaparte non riuscì a ristabilire in parte il sistema schiavista. Quando pochi anni dopo, nel febbraio del 1806, il generale Dumas morì, la Francia era completamente mutata. Ma le sue gesta e il suo coraggio ispirarono uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento francese: suo figlio, il moschettiere Alexandre.
Quindici vite. Ne avremmo desiderate di più. Chissà se in futuro qualche aspirante storico scriverà la sedicesima.
Sergio Luzzatto, Una febbre del mondo. Mille anni di storia in quindici vite , Einaudi, Torino, pagg. 228, € 13,50

Il Sole Domenica 5.6.16
«Esse» come Stendhal
Un dizionario spiega la vita dello scrittore. Alla lettera «E» c’è la sensuale ballerina Elssler. Sotto la «T» il coreografo Taglioni
di Quirino Principe

La letteratura che abbia per oggetto la musica forte, e che la esamini, la dichiari, la racconti, persino osi descriverla nei dettagli: quale spinoso e imbarazzante tema per lo statuto non dichiarato della cultura italiana ! Qui da noi, tolte forse due o tre eccezioni (D’Annunzio nei limiti di velleità accese da autentica attrazione, Montale sul terreno di autentiche ma piccole esperienze, Arbasino per insofferenza verso la volgarità del “non sapere”) gli “hommes de lettres” non sono stati e non sono oggi tecnicamente in grado di affrontare questa operazione metalinguistica, ignorando assolutamente (e dichiaratamente!) tutto del linguaggio di cui dovrebbero parlare. (Ma una benedizione del cielo è per noi almeno Eugenio Scalfari, che sui Quartetti per archi di Chopin, sulla cronologia comparata di Stravinskij e Schönberg e sul compositore Claudio Abbado sa decisamente tutto).
Figuriamoci un “ego scriptor” e il suo imbarazzo al quadrato, se gli si chieda lo sforzo, metalinguistico di secondo grado, di captare annaspando qualche elementare informazione su ciò che scrittori non italiani, con competenza qui da noi impensabile, hanno detto sulla musica e sui musicisti (André Gide, James Joyce, G.B. Shaw, Hermann Hesse, Anna Achmátova...). Eppure, due casi, almeno due, sono riusciti a perforare la parete di buio pesto: non c’è’ “homme de lettres” italiano che non citi, prima o poi, Thomas Mann e Doktor Faustus, oppure Stendhal e la Vie de Rossini: e se è altamente improbabile che lo “scriptor” non abbia letto il romanzo manniano, è statisticamente molto probabile che della biografia stendhaliana magari parli o straparli ma non l’abbia letta, poiché per gli “scriptores” nostrani il diavolo è sempre interessante, Rossini molto meno o quasi per nulla.
Su queste considerazioni viene a cadere felicemente un libro dalla finalità enunciata con discrezione e sottovoce: una sequenza alfabetica di lemmi biografici. Ma è tanto pieno di energia concentrata da riuscire ad essere, a nostro avviso, un avvenimento clamoroso e sovreccitante per la cultura degli italiani musicalmente alfabetizzati. Centro di gravità è Stendhal: un pianeta rotante nel cosmo, autonomo pur se in relazione gravitazionale con gli astri e con le energie occulte, ma illuminato da uno strano sole (dall’enigmatico “God” dei Privilèges datati 1840?) unicamente nel suo emisfero musicale, dimidium animae eius. Così, a loro volta, ruotano intorno al corpo celeste oggetti cosmici eterogenei, teatri-galassie, impresari-stelle, orchestrali-lune, cantanti-comete, danzatrici-meteoriti, coreografi-asteroidi, scenografi-astronavi. La popolazione sterminata e brulicante della musica occidentale tra la Grenoble del 1783 e la Parigi del 1842, attraverso l’erotico eone della Milano 1800-1821, ci si presenta in vivissime schede, ciascuna delle quali rende l’idea del Tutto. Come sempre avviene, quanto più folto e ricco di notizie è il contesto, tanto maggiori sono le occasioni di crocevia e d’intersezione secondo il calcolo combinatorio. All’editore riconosciamo l’eleganza del volume (un amabile 8° piccolo), alla valorosa curatrice-autrice la qualità scientifica della ricerca. Ci è cara la collaborazione con il Centro Stendhaliano della Biblioteca Comunale Centrale di Milano, in cui vive ancora lo spirito dell’indimenticato Gian Franco Grechi.
Le intersezioni e i crocevia (potremmo dire: “i cruciverba”) sono numerosissimi, poiché il calcolo combinatorio moltiplica in misura esponenziale i canali di comunicazione tra un lemma e l’altro. Qualsiasi lettore di questo libro può fabbricarsi interi mondi di relazioni, quasi trame di romanzi possibili tra realtà e immaginazione. Basta aprire un lemma, cogliere il nesso emotivo o il gancio narrativo più forte, e transitare a un altro lemma e così via, con la certezza di non violare mai la realtà storica. Per esempio, si può partire dalla danzatrice Fanny Elssler, citata da Stendhal come «la divine Elssler» nei Mémoires d’un touriste, bella e sensuale “danseuse païenne”, e saltare a colei che le fu contrapposta, la bella ma sacerdotale Maria Taglioni, “danseuse chrétienne”, e da costei come “trait d’union” transitare allo zio di lei, Salvatore Taglioni, sommo coreografo, il quale a sua volta ci conduce al più che sommo scenografo Alessandro Sanquirico, a da costui all’altro coreografo e virtualmente drammaturgo Salvatore Viganò, uomo che fu “trait d’union” tra la Milano di Stendhal e la Vienna di Beethoven e di Schubert... e così via, lungo un regressus ad infinitum.
Gli altri esempi possono essere a loro volta quasi infiniti, e il loro numero è tutto contenuto, come nesso di universi possibili, in questi libro, afferrabile e portabile con una sola mano. Come nota Suzel Esquier nella prefazione, che è un bellissimo omaggio alla difficile collaborazione franco-italiana resa più facile dall’ambito mobile della musica e delle arti, sfera dell’Essere, al di sopra della triviale e miserabile sfera dell’Avere, dalle schede biografiche emerge anche l’alta qualità culturale dei Conservatorii italiani, nonché la mobilità intellettuale della Milano d’età napoleonica e poi austriaca, e, non ultima, la felice libertà sessuale che ferveva tra donne e uomini di teatro e di musica nell’epoca d’oro dell’Opera. Si ha la sensazione, chiudendo provvisoriamente questo libro, che la personalità di Stendhal sia stata un a priori rispetto al suo tempo: che il suo “égotisme” abbia modellato intorno a sé i modi di sentire e di esercitare l’intelletto negli anni di quella generazione, in una Milano che oggi ci pare incredibile.
Piccolo Dizionario Musicale Stendhaliano , a cura di Annalisa Bottacin, prefazione di Suzel Esquier, La Vita Felice, Milano, pagg. 312, € 14,50