giovedì 10 marzo 2016

Corriere 10.3.16
Verso Sirte, regno dell’Isis in Libia L’esodo, le esecuzioni e Roma nel mirino
di Lorenzo Cremonesi

ABU GREIN (Libia centrale) Sul muro di cinta del porto di Sirte troneggia una scritta in arabo dai caratteri dorati, sormontata dalla bandiera nera con cui si firmano i militanti del Califfato. «Da qui siamo pronti ad andare in Europa». Una minaccia, un grido di battaglia che i responsabili della Brigata 166, oggi diventata fiore all’occhiello per gli eredi della rivoluzione del 2011 tra le milizie di Misurata, non esitano ad amplificare, aggiungendo motti colorati e violenti ai rari giornalisti che vengono a trovarli. «Sono i civili che scappano dalle zone controllate dall’Isis a raccontarci di quello slogan. Lo vedono tutti al porto, sta davanti ai moli dei pescherecci. Presto voi italiani in particolare vi troverete a dover fare i conti con i mukarsan , i pirati — dice Yussef Mohammad Amran, un miliziano barbuto, ridanciano e dallo stomaco prominente, che lavora per l’intelligence della 166 —. Da Sirte al porticciolo di Ben Jawad i jihadisti controllano saldamente 130 chilometri di costa. Sappiamo che dispongono di una decina di motoscafi leggeri in vetroresina con potenti fuoribordo. Sei giorni orsono sono arrivati oltre 250 nuovi volontari dalla costa tunisina. Combattenti e marinai, sono sbarcati a Sirte da un piccolo cargo che trasportava benzina».
Abu Grein, un pugno di casupole nel deserto piatto, vuoto e polveroso che domina questo lembo di Sahara proteso verso il Mediterraneo. Siamo arrivati qui percorrendo da Tripoli circa 400 chilometri sul tracciato della vecchia Balbia, per vedere come si combatte contro Sirte, l’ex roccaforte di Gheddafi dove il Colonnello venne linciato il 20 ottobre 2011. Dal 28 maggio 2015 è diventata la capitale di Isis in Libia. Un viaggio utile a cogliere la frammentazione del Paese. Da Tripoli a Misurata si contano solo cinque posti di blocco lungo la costa, miliziani distratti e controlli superficiali. È la zona relativamente più sicura della Tripolitania, con le milizie di Misurata che fanno da padrone. Eppure, già 20 chilometri verso l’interno, le cose cambiano. Le tribù pro-Gheddafi verso Tarhouna e Bani Walid di recente hanno aperto le porte all’Isis. Chi vi si addentra è automaticamente un sospetto. E dopo Misurata il paesaggio diventa di guerra. Tawergha, la cittadina che una volta era abitata da figli delle tribù africane fedeli al dittatore e nell’agosto 2011 fu vittima di una vasta pulizia etnica da parte dei ribelli, è abbandonata: edifici bruciati, case devastate dai proiettili, piloni dell’alta tensione divelti. Più oltre, i controlli si fanno accurati, il traffico quasi ridotto a zero. Gli uomini della 166 in mimetica tengono i fucili pronti.
A 120 km da Sirte, spiega il 67enne Abdullah Mohammad, ufficiale anziano tra le poche decine di miliziani al presidio, «Abu Grein è diventata la nostra prima linea, dopo che i volontari dell’Isis in maggioranza tunisini (ma anche algerini, afghani, e siriani), sono riusciti ad impadronirsi di Sirte con veloci raid dal deserto». In tutto 1.500 volontari di Misurata sono sul fronte orientale. Mohammad e i suoi uomini ammettono che il settore è quasi dormiente. «Ci si sorveglia a distanza. Da giugno 2015 non abbiamo registrato vittime in questa zona. Ci limitiamo a controllare il territorio ed evitare che Isis utilizzi i civili per infiltrarsi sino a Misurata. Quasi ogni notte avanzano per una sessantina di km dalle loro linee. Scaramucce, spari da lontano o poco più», continua. La novità delle ultime settimane è che i 4.000 militanti dell’Isis a Sirte sono a corto di carburante e cibo. Hanno provato a far arrivare autobotti di benzina e persino jeep cariche di fusti da Bani Walid attraverso le piste nel deserto. Per lo più sono stati catturati o uccisi. «Noi invece siamo a corto di munizioni per i Kalashnikov. Vorremmo armi più leggere e ad alta precisione per i cecchini. Quelle dei jihadisti sono ottime. E loro dispongono di visori notturni migliori. Se voi italiani e la Nato ascoltaste le nostre richieste, la guerra sarebbe già vinta», dice Mohammad al Baiudi.
La calma tesa sul campo di battaglia non rende giustizia delle sofferenze dei civili. I pochi che ancora risiedono a Sirte raccontano di «esecuzioni di piazza, punizioni esemplari, flagellazioni e soprattutto decapitazioni pubbliche». In due ore trascorse qui abbiamo incontrato quattro auto di famiglie in fuga. Nessuno vuole essere fotografato. «Non c’è più vita a Sirte. Negozi, banche, edifici pubblici sono serrati. Rimane meno del 20% degli abitanti. Mancano cibo, acqua, benzina, l’elettricità», dice il 45enne Abdel Salam con a bordo la moglie velata e 4 bambine piccole. Ahmad Ali, 46 anni, offre una testimonianza agghiacciante: «Un venerdì pomeriggio dopo le preghiere ho visto decapitare in centro 18 persone: ex dipendenti della municipalità e poliziotti. Su un’auto dei carnefici ho riconosciuto gli slogan di Boko Haram. Un mio amico è svenuto per la flagellazione cui era stato condannato perché scoperto a fumare».