sabato 6 febbraio 2016

La Stampa TuttoLibri 6.2.16
Il ramo d’oro dell’Aldilà
L’antropologo scozzese indaga i riti funebri primitivi: la paura dei morti è all’origine del pensiero religioso
di Alessandro Defilippi

Con un’operazione coraggiosa Il Saggiatore ripropone “La paura dei morti nelle religioni primitive, uno dei testi meno conosciuti di James Frazer. Frazer, antropologo sociale, segnò con i suoi studi i decenni a cavallo tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Esponente del pensiero eurocentrico o meglio anglocentrico in un’epoca in cui il canto Rule Britannia risuonava tra i continenti, a Frazer spetta un posto centrale tra i grandi ispiratori dello spirito del tempo, al fianco di Freud e di Marx. Eppure il grande antropologo «da scrivania» è oggi quasi dimenticato. Da scrivania perché Frazer non operò mai sul campo, come poi fecero i suoi successori. E questo fu uno dei motivi per cui venne aspramente criticato da Ernesto De Martino all’epoca della controversa pubblicazione de Il ramo d’oro, la sua opera capitale, dedicata al sacrificio del re sacro e al valore culturale della sua morte rituale, nella mai abbastanza rimpianta Collana Viola di Einaudi, curata appunto da De Martino e da Cesare Pavese.
Questa riedizione italiana de La paura dei morti nelle religioni primitive ci permette di ricordare quanto potente sia stata l’influenza di Frazer sulla cultura contemporanea, in particolare su quella letteraria. Freud s’ispirò a lui per una delle sue opere più discusse, Totem e tabù, mentre Thomas Stearns Eliot scrisse uno dei suoi capolavori, La terra desolata, sotto l’influenza de Il ramo d’oro. Lo stesso libro che compare, in epoca più recente, accanto al misterioso Kurz in Apocalypse Now, la rilettura che Francis Ford Coppola fece di Cuore di tenebra di Conrad. E pare che Conrad stesso avesse scritto il suo lungo racconto pensando al sacrificio del re descritto da Frazer. Un intreccio complesso e continuo, dunque, di cui in Italia fu alfiere Cesare Pavese, che da Frazer fu profondamente affascinato, soprattutto nella stesura dei suoi Dialoghi con Leucò. De Il ramo d’oro, Pavese scrisse in una lettera a De Martino: «E’ il libro che mi ha convertito all’etnologia e resta sempre un ottimo repertorio».
Repertorio è forse la parola più adatta per definire anche questo testo, che raccoglie due cicli di conferenze che Frazer tenne al Trinity College di Cambridge tra il 1932 e il 1933. La messe di dati, di racconti, di «storie» verrebbe da dire, narrativamente parlando, che l’autore accumula nel testo, è impressionante. Il filo conduttore, come già indicato dal titolo, è il timore dei morti, la paura, potremmo dire, dei fantasmi, degli spiriti, dimostrata da un’ampia scelta della letteratura specialistica. L’ipotesi di Frazer è che le credenze riguardo la vita dopo la morte e i riti funerari siano legati al timore nei confronti delle «anime» dei defunti e che questo sistema di tradizioni e di riti sia all’origine del pensiero religioso. L’assunto, nell’intenzione dell’autore, è avvalorato dagli innumerevoli esempi presentati.
Il problema, a occhi contemporanei, è il metodo: viene costruita una teoria, di stampo evoluzionistico ed eurocentrico e si adattano a essa i fatti, andando contro quello che Popper definì poi il principio di falsificabilità. In quest’ottica, la civiltà occidentale – verrebbe da dire, leggendo Frazer, quella britannica - è il punto più alto di un’evoluzione che porta dalla magia, vista come un imperfetto e abortito tentativo di scienza, alla religione e infine alla scienza vera e propria.
Gli assunti di Frazer furono smentiti dall’antropologia successiva, in particolare da Lévi-Strauss e da Marcel Mauss, ma i suoi libri restano ancora oggi nell’immaginario collettivo come un immenso serbatoio di credenze e di narrazioni. Ma perché rileggere oggi Frazer? Al di là del valore scientifico della sua opera, egli ci permette di immergerci in quella che fu la temperie culturale del secolo scorso, con il suo eurocentrismo, almeno fino alla seconda guerra mondiale. Frazer, che si considerava un erede di Charles Darwin, aveva dell’umanità un’idea positivistica ed evoluzionistica, e fu un esempio perfetto dell’atteggiamento britannico nei confronti del resto del mondo, che nei suoi libri appare, Grecia e Italia comprese, come un luogo ancora preda del pensiero magico. Dalla magia alla scienza, abbiamo detto, scienza che, come affermato nelle prime pagine di questo libro, forse un giorno coronerà «la lunga serie delle sue vittorie sulla Natura con la scoperta delle origini della vita». C’è paradossalmente molto di magico, in questo tipo di considerazioni e c’è tutta quella tendenza, ancora diffusa anche nel mondo occidentale, a considerare i fenomeni dal punto di vista delle teorie e a una sorta di fede nelle «magnifiche sorti e progressive» della scienza stessa.
Sorti di cui, in questo crepuscolo del mondo occidentale che sembriamo attraversare, è lecito dubitare, sebbene a esse si debba affidare il nostro benessere e forse la nostra stessa sopravvivenza come specie.