mercoledì 30 dicembre 2015

La Stampa 30.12.15
La mossa d’azzardo del premier: attacco diretto al fronte del “No”
Trasforma il referendum sulla riforma in un plebiscito su se stesso per battere avversari in vantaggio sulla carta
di Fabio Martini


L’uomo, si sa, è un affabulatore che sa calibrare le parole e infatti non sono dal sen fuggite, quelle che Matteo Renzi usa per il referendum costituzionale che potrebbe svolgersi nel prossimo autunno: «Se lo perdo, considero fallita la mia esperienza in politica». Il presidente del Consiglio lo dice nel pieno della conferenza stampa di fine anno, con la nettezza di chi vuol lanciare un messaggio politico di prima grandezza e, per chi non avesse capito, il presidente del Consiglio subito dopo chiarisce definitivamente: «Io farò campagna elettorale». Non serve il traduttore simultaneo dal politichese per interpretare il messaggio: Matteo Renzi rischia tutto. Ha deciso di giocarsi la “pelle” sul referendum costituzionale, provando a trasformarlo in un plebiscito su se stesso. Trasferendo, di fatto, il quesito dal merito della riforma al giudizio sul presidente del Consiglio: italiani: lo volete ancora Matteo Renzi, sì o no? Con un possibile effetto paradossale, fatto intendere ieri proprio da Renzi: le sue dimissioni da palazzo Chigi in caso di vittoria del No.
Mossa da combattente, da giocatore d’azzardo: i sondaggi, oramai da diversi mesi, sono ripetitivi nel replicare i rapporti di forza decisamente favorevoli a chi non ama Renzi. Un eventuale, eterogeneo fronte del No a Renzi sulla carta potrebbe sommare i partiti di centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia) i Cinque Stelle e la Sinistra italiana, raggiungendo una percentuale che (a seconda dei diversi istituti di sondaggio) oscilla tra il 60 e il 64%, mentre quello pro-Renzi si aggira tra il 34 e il 37%. Certo, si tratta di partiti tra loro nemici, ma che potrebbero unirsi nella battaglia comune e in quel caso il gap potenziale è più che eloquente: oggi come oggi il fronte del No ha un vantaggio tra i 23 e 30 punti. Renzi lo sa e ci scommette sopra: la storia dei referendum in Italia dimostra che non è possibile trasferire automaticamente i voti di ciascun partito su un quesito gradito, come hanno dimostrato le consultazioni sul divorzio, sul taglio della scala mobile, sulle preferenze. Un referendum che Renzi intende giocarsi tutto all’attacco: intestandosi il cambiamento e assegnando l’etichetta della conservazione all’eclettico fronte Grillo-Berlusconi-Salvini-Meloni-Fassina-Vendola.
Ma quella del presidente del Consiglio è comunque una scommessa: anche la fiducia nei confronti del premier si è abbassata a quota 30 per cento (Euromedia Research) e dunque chi non apprezza il premier, grosso modo è il doppio di chi non lo apprezza. Ma come dice un politico di esperienza come Gianfranco Rotondi, già ministro dell’ultimo governo Berlusconi, «se Renzi vince, si incorona per 20 anni!». Certo, lo stesso Rotondi, reduce da un incontro con Berlusconi, pensa che lo scenario più probabile sia quello di una sconfitta del fronte governativo: «Vincerà il No e della stessa idea è Berlusconi, semmai c’è da chiedersi: chi incasserà la vittoria?». Scenari prematuri. Prima di arrivare al referendum nell’autunno 2016, la legge costituzionale deve essere ancora definitivamente approvata. E soprattutto ci sono di mezzo (a giugno) le elezioni amministrative nei cinque comuni politicamente più importanti del Paese: Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli. Renzi, per ora, non sente un vento favorevole e infatti dice: «Elezioni che eleggono il primo cittadino, non il primo ministro». Come dire: quel che conta è il referendum.