domenica 29 novembre 2015

Repubblica 29.11.15
E sui migranti la Ue finanzia Ankara
di Alberto D’Argenio


ROMA Nel nome della Realpolitik i leader dell’Unione sono pronti ad abbracciare la Turchia senza avanzare troppe obiezioni sull’operato di Erdogan in cambio di un suo aiuto nella gestione dei flussi migratori. L’appuntamento è nel pomeriggio a Bruxelles, dove i capi di Stato e di governo dei Ventotto firmeranno una dichiarazione congiunta con Ankara. Al tavolo però salvo colpi di scena non ci sarà Erdogan che un paio di giorni fa ha fatto sapere che a rappresentarlo ci sarà il premier Davutoglu. Scelta provocatoria, così la leggono diverse delegazioni, con la quale mira a tenersi le mani libere sulle intese di oggi in caso di futuri ripensamenti.
Il vertice era stato pensato su pressione tedesca prima degli attacchi a Parigi e dell’abbattimento del jet russo da parte dei turchi. Gli europei daranno tre miliardi di euro ad Erdogan, promettono di liberalizzare i visti per i turchi entro ottobre 2016 e rilanciano i negoziati per l’adesione di Ankara all’Unione in cambio della promessa della Mezzaluna - che sul suo territorio ospita 2,2 milioni di rifugiati siriani - di stoppare il flusso dei migranti che sbarcano sulle isole greche per imboccare la rotta balcanica fino al Nord Europa. Per molti leader, a partire dalla Merkel, un obiettivo troppo importante per porre con eccessiva enfasi il tema dei diritti umani, del trattamento riservato ai giornalisti, della violenza e dei rapporti allo stremo con Putin. Al massimo ci sarà qualche dichiarazione che non metterà in discussione l’accordo.
Se l’Unione concede molto, ottiene la ripartenza dei rapporti politici (dialogo permanente tra Mogherini ed Ankara e due vertici l’anno Ue-Turchia) ritenuta fondamentale da diverse Cancellerie per imbrigliare Erdogan e allentare la pressione migratoria che sta minando la coesione europea.
La dichiarazione che sarà firmata dai leader è stata limata fino a ieri sera e riafferma «la priorità nella lotta al terrorismo» (ma nessuno parlerà dell’ambiguità turca in Siria), sancisce la ripartenza dei colloqui di adesione (all’ultimo si è deciso di sbloccare solo il capitolo 17 sulla politica economica e non gli altri 5 originariamente previsti su richiesta di Atene e Nicosia che non vogliono perdere il veto sul negoziato di adesione per essere più forti nelle trattative in corso per la riunificazione di Cipro), l’impegno turco alla riammissione dei migranti passati dal suo territorio, i tre miliardi di euro per «migliorare le condizioni socio-economiche dei rifugiati siriani» e di fatto la chiusura delle frontiere marittime. Si deciderà più avanti chi pagherà: la Ue vuole che i governi contribuiscano per 2,5 miliardi ma diverse capitali, come Roma e Parigi, vogliono che i soldi li metta tutti Bruxelles.
«Concediamo molto a Erdogan - spiegava uno sherpa comunitario - paghiamo l’incapacità dei greci di controllare le frontiere e la contraddittoria politica tedesca sui migranti sfruttata dai turchi aprendo i loro confini in uscita: è una medicina amara che ora dobbiamo ingoiare tutti».