martedì 24 novembre 2015

Repubblica 24.11.15
Michael Ignatieff
“Ci vuole la guerra ma si vince con la battaglia culturale”
“Per sconfiggere il Califfato sono necessarie le truppe di terra in Siria. Però non basta. Dobbiamo avviare programmi di recupero per soffocare il disagio delle nostre periferie”
“Mi spaventa l’avversione verso i migranti Dovessimo chiudere le frontiere faremmo un grave errore”
intervista di Antonello Guerrera


«Per sconfiggere il Califfato e il terrorismo in Europa ci vogliono le truppe di terra in Siria. E Assad deve rimanere al suo posto, almeno per ora. Oramai lo hanno capito tutti, anche se non si può dire. Ma c’è un paradosso».
Quale?
«Anche l’Is agogna la guerra con i militari occidentali, nella sua ideologia apocalittica. Quindi, in teoria, dovremmo evitarla. Ma la realtà è questa. E non c’è altra scelta».
Michael Ignatieff non ha dubbi. Nel 2003 appoggiò la guerra in Iraq di Bush. Poi si è pentito di quel «disastro». Oggi, però, Ignatieff la pensa di nuovo così. Per l’ex politico canadese, 68 anni, professore ad Harvard e uno dei massimi esperti di geopolitica e diritti umani, lo Stato Islamico non può essere sconfitto solo con i raid, per quanto massicci.
Professore, ma chi le manderà le truppe?
«Questo è il problema. Per ora nessuno sembra pronto a farlo. Eppure le milizie sciite, sunnite e gli stessi curdi non avranno mai un impatto decisivo. Se si vuole davvero dare un colpo fatale al Califfato, bisogna erodere il territorio che ha conquistato, come è stato fatto con i talebani in Afghanistan».
Che però continuano a scuotere Kabul. E, nonostante l’intervento di terra americano, l’Iraq è nel caos. E vi è nato l’Is.
«Vero. Ma quando si decide un intervento militare non si può evitare anche un impegno di terra per ristabilire l’ordine sociale e politico negli anni a venire. Guardi che cosa è successo in Libia, un paese allo sbando, con tutte le conseguenze del caso, vedi gli abnormi flussi migratori. Far cadere oggi Assad, con metà territorio in mano agli jihadisti, sarebbe un errore. Perché c’è un male peggiore. Bisogna subito raggiungere un accordo tra regime e oppositori moderati per il coprifuoco e concentrarsi sulla vera battaglia, quella contro il Califfato. Tutto il resto verrà dopo».
E lei crede che ciò sia realistico?
«Sarà durissima, chiaro. Ma è l’unica soluzione. Magari sotto l’ombrello dell’Onu. O comunque sulla base di una cooperazione militare tra Stati Uniti e Russia. Bisogna erodere terreno all’Is con i militari. Giorni fa lo ha detto persino una storica democratica come Hillary Clinton. Solo così si potrà limitare il terrorismo in casa nostra. Perché gli attentati come quelli di Parigi hanno due radici perverse: le enormi risorse dell’Is destinate ai foreign fighter che abbiamo in casa e il fascino che suscita in loro il Califfato».
È davvero la Terza guerra mondiale, come disse tempo fa Papa Francesco?
«No. Ci sono hotspot, focolai ferali, pericolosissimi. Ma non userei il termine “guerra”».
Perché? Persino il presidente Hollande l’ha utilizzato dopo la mattanza di Parigi.
«Perché non è il termine adeguato. Anche se Hollande ha tutto il diritto di usarlo, figuriamoci. Ma per sconfiggere questo tipo di terrorismo non basta la guerra. Ci vuole anche una battaglia culturale, economica, umanitaria: bisogna aumentare la spesa sociale e i programmi di recupero in modo da soffocare il disagio nelle nostre periferie. Eppure sono almeno vent’anni che parliamo di questo. E solo qualche anno fa le banlieue di Parigi erano state messe a ferro a fuoco. Ma non abbiamo imparato niente. Ora, improvvisamente, tutti ci stupiamo di Molenbeek. Ma ce ne sono a decine in tutta Europa, dormienti. E facciamo finta di non accorgercene».
A questo proposito, c’è chi dice che il multiculturalismo ha fallito. È vero?
«Assolutamente no. Nel mio paese, in Canada, è stato un successo. E l’integrazione migliora di anno in anno. In certe parti d’Europa, invece, la situazione è diversa. C’è una fetta di popolazione tra i 18 e i 30 anni ai margini, che passa troppo facilmente dalla microcriminalità alla radicalizzazione terrorista. È lì che lo Stato deve agire, e in fretta. Ma la battaglia culturale ha bisogno anche di altro».
Cioè?
«Mi spaventa l’avversione verso i migranti, gonfiatasi terribilmente dopo gli attentati in Francia. Ciò che è successo negli Usa, con il voto del Congresso contro l’accoglienza dei siriani, può essere il primo passo verso l’abisso. E anche la Germania esita sempre più».
Mentre i movimenti xenofobi avanzano.
«Dovessimo chiudere le frontiere, commetteremmo un errore colossale. Intere generazioni di rifugiati non ce le perdonerebbero mai. Sarebbe il capitolo finale della nostra civiltà. E la Francia, in questo contesto, rischia parecchio».
Perché?
«In qualsiasi “guerra”, in particolare quella al terrorismo, il rischio è quello di rinunciare, più o meno coscientemente, ai diritti umani. Questo sia nei confronti dei propri cittadini, vedi la riduzione delle libertà e una sorveglianza sempre più pervasiva, sia nei confronti dei nemici, come il ricorso alla tortura. Lo abbiamo visto dopo l’11 Settembre. Spero che ciò non accada mai nella culla di Liberté, Égalité, Fraternité. Sarebbe il primo passo verso uno scontro di civiltà».