lunedì 16 novembre 2015

Repubblica 16.11.15
Le crisi mediorientali e il parallelo con l’Europa prima della pace
di Bernard Guetta


NON hanno suscitato altro che la riprovazione universale. Per la loro efferatezza, per la volontà di uccidere per uccidere, gli attentati di Parigi sono brutalmente tornati a riproporre la domanda su chi vuole cosa, e perché, in Medio Oriente, su quale sia la posta in gioco per un mondo le cui convulsioni proiettano schizzi di sangue fino in Europa.
Tentativo di risposta, quindi, in cinque punti e un appello.
Così come la cristianità è plurale, l’islam non è uno solo ma ce ne sono diversi. La lista sarebbe lunga ma le due grandi correnti musulmane, quelle coinvolte in Medio Oriente, sono lo scisma minoritario, quello che l’Iran, la vecchia Persia, ha adottato per differenziarsi dagli Arabi, e il sunnismo, il cui capofila è oggi l’Arabia saudita. Per i sunniti, gli sciiti sono degli eretici. Per gli sciiti, protestanti dell’islam e maestri dell’arte di discutere e interpretare i testi, i sunniti sono dei primitivi capaci solo di ripetere stentatamente il Corano e applicarlo alla lettera.
Tra questi due islam l’antagonismo è profondo come quello che in Europa divise cattolici e protestanti e, come nell’Europa di ieri, veste le rivalità per il potere. La vecchia Persia non ha mai perdonato agli arabi la distruzione del suo impero. L’Iran vuole riprendere il predominio sulla regione che gli è stato sottratto oltre un millennio fa. L’Arabia ormai saudita non intende lasciarsi defraudare del vantaggio acquisito allora e dagli anni ‘80 l’antagonismo è stato violentemente ravvivato dalla rivoluzione iraniana e dalla fine della guerra fredda.
Per gli iraniani, le monarchie petrolifere sono arcaiche, corrotte e vili come il regime imperiale che hanno rovesciato.
Per le monarchie del Golfo, la Repubblica islamica è più pericolosa e sovversiva di quanto non fosse il comunismo contro cui avevano fatto fronte comune insieme allo Scià, sotto l’egida degli Stati Uniti.
Questo è il primo punto, la radice di tutto. Il secondo è che, dopo la rivoluzione, l’Iran sciita ha saputo proiettarsi nel mondo arabo- sunnita ritagliandosi un corridoio che arriva fino alla frontiera settentrionale di Israele. Prima ha stretto un’alleanza privilegiata con la Siria, paese la cui popolazione è per oltre il 60% sunnita ma i cui dirigenti, la famiglia Assad, appartengono alla minoranza alauita, una branca dello sciismo.
Questa alleanza è solo accessoriamente religiosa. Si basa innanzi tutto su interessi convergenti in quanto permetterebbe ai siriani di affermare le loro pretese sul Libano, che considerano di loro appartenenza, e agli iraniani di avere un accesso diretto a quello stesso Libano dove gli sciiti, per tanto tempo relegati in secondo piano dai sunniti e dai cristiani, aspiravano a conquistare il posto cui gli dava diritto il loro progresso demografico.
È così che, terzo punto, gli iraniani sono diventati imprescindibili in Libano creandovi Hezbollah, la potente organizzazione politico- militare grazie alla quale gli sciiti libanesi sono diventati la prima forza politica del Paese. Ed è sempre così che l’Iran ha potuto far intervenire le truppe di Hezbollah in Siria quando le rivoluzioni arabe hanno suscitato contro Bashar al-Assad un’insurrezione democratica in cui i sunniti maggioritari erano naturalmente predominanti.
Dopodiché la Siria, quarto punto, non poteva che diventare un terreno di scontro irano- saudita. Con il rischio di perdere il suo corridoio in terre sunnite, l’Iran non poteva lasciar crollare il regime siriano. L’Arabia saudita, viceversa, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di respingere l’Iran nelle sue frontiere, tanto più che l’intervento americano a Bagdad aveva offerto la guida dell’Iraq alla sua maggioranza sciita, mettendo così il paese nell’orbita iraniana.
Benché non apprezzi affatto la democrazia, la dinastia saudita ha preso le difese dell’insurrezione siriana mentre l’Iran accorreva in soccorso della dinastia Assad. Proprio come la Turchia, anch’essa sunnita, l’Arabia saudita aveva inizialmente sostenuto lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Daesh, perché quell’organizzazione è prima di tutto un’alleanza tra due forze sunnite — i più fanatici degli islamisti siriani, liberati di prigione da Assad per fare da contrappeso all’insurrezione democratica, e vecchi ufficiali iracheni di Saddam Hussein, assolutamente non islamisti e assai poco musulmani ma radiati dai quadri dell’esercito iracheno perché sunniti.
L’Arabia saudita e la Turchia hanno rotto con Daesh quando si sono rese conto di essere anch’esse minacciate dal movimento proprio come il regime siriano.
I paesi sunniti sono oggi parte integrante della coalizione arabo-occidentale costituita per combattere Daesh per via aerea, ma la battaglia contro quel mostro sarà lunga perché ormai il mostro è diventato autonomo.
Alla testa di un immenso territorio siro-iracheno di cui vorrebbe fare un nuovo Stato sunnita a cavallo tra Iraq e Siria, Daesh ormai si è armato fino ai denti razziando i depositi degli eserciti siriano e iracheno e si è assicurato un tesoro di guerra grazie al contrabbando di petrolio e alle tasse che preleva nelle regioni che controlla e che dissangua. Oltretutto Daesh si è fatto scudo delle popolazioni urbane in seno alle quali i suoi combattenti si sono mescolati. Per queste tre ragioni è così difficile spezzare il movimento Daesh, ma se ha colpito consecutivamente la Russia, Hezbollah e la Francia, se esporta il terrore al di fuori dei suoi territori, è perché, militarmente e diplomaticamente, è stretto in una morsa.
Lo sforzo coordinato dei miliziani curdi e della coalizione arabo-occidentale gli impedisce di circolare tra le città che si è aggiudicato e frammenta lo Stato che cominciava a costruirsi. E soprattutto la recente volontà delle grandi potenze e dei Paesi della regione di cercare di raggiungere un compromesso sulla Siria minaccia Daesh che potrebbe ritrovarsi da solo contro il resto del mondo.
Alla luce di queste considerazioni, gli attentati di Parigi possono essere visti come un segno del panico che si impossessa di Daesh, purtroppo non come l’ultimo dei suoi crimini ma come uno degli ultimi. Daesh può essere ridotto nei dodici o quindici mesi a venire, a patto che russi e iraniani rendano davvero possibile un compromesso sulla Siria arrivando a estromettere Bashar al-Assad.
Non è più un’ipotesi esclusa ma non ci siamo ancora, e quand’anche ci arrivassimo, nel complicato Oriente resterebbero comunque molte questioni da sistemare.
Il conflitto israelo-palestinese è in un vicolo cieco. La gerontocrazia saudita ricorda sempre più quella dell’Urss morente. Lo Yemen è a ferro e fuoco. La battaglia politica tra conservatori e riformatori iraniani resta incerta e l’affermazione di Kurdistan autonomi in Iraq e in Siria rischia di riattizzare la questione curda in Turchia.
Il Medio Oriente è l’Europa di una volta, quella che precedeva la democrazia e la così fragile Unione di oggi.
Né i barbari né la complessità del Medio Oriente sono più grandi di quelli che così poco tempo fa erano i nostri.
(Traduzione di Elda Volterrani)