martedì 24 novembre 2015

La Stampa 24.11.15
La (perdente) strategia dell’attesa
di Federico Geremicca


Se non fossimo nel pieno di una cupa emergenza-terrorismo, quel che va accadendo nel Pd intorno alle primarie meriterebbe l’attenzione che di solito si riserva a vicende che assumono un valore emblematico.
Infatti, con comunicati anonimamente provenienti da Largo del Nazareno e interviste-fotocopia dei due vicesegretari del Pd, sono stati annunciati slittamenti di consultazioni già fissate (a Napoli e a Milano) e introduzione di nuove regole che hanno aggiunto confusione a confusione e gettato le premesse per nuove e feroci polemiche.
Sintetizziamo i fatti. Novità numero uno: il Pd si accingerebbe a lanciare una sorta di “primarie day” per il 20 di marzo. La notizia non è priva di effetti: se ufficializzata, infatti, confermerebbe l’orientamento del governo di fissare la data delle elezioni amministrative nel lontano prossimo giugno (ipotesi contestata da chi teme un ulteriore aumento dell’astensionismo) e determinerebbe il rinvio di primarie già convocate - e con tanto di candidati - a Milano e a Napoli per il 7 di febbraio.
Novità numero due, la più discussa e sorprendente: dopo l’annuncio della candidatura a Napoli di Antonio Bassolino, si starebbe pensando ad introdurre una nuova regola che vieterebbe a chi è già stato sindaco in passato di partecipare alle primarie. Una sorta di norma apparsa così smaccatamente “ad personam” da far insorgere molti: a cominciare da Umberto Ranieri, pure avversario storico di Bassolino e suo possibile competitor alle primarie.
Le due novità hanno scatenato un piccolo putiferio e ondate di dichiarazioni polemiche. Ne segnaliamo due, per la loro rilevanza e oggettività. La prima è di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, che ieri ha annotato: le nostre primarie di coalizione si terranno il 7 febbraio, se poi il Pd vuol fare le sue in altra data, faccia pure... La seconda è di Antonio Bassolino, resa sventolando un flash di agenzia: le regole delle primarie non si cambiano in corsa, ha ricordato, lo ha detto Matteo Renzi in tv il 21 ottobre scorso...
Che le regole non si cambiano in corsa, in verità, Matteo Renzi l’aveva detto e ripetuto anche molto prima: ad esempio all’epoca delle primarie che ingaggiò - da sfidante - prima per la candidatura a premier e poi per la guida del Pd. Ieri, invece, di fronte al turbinio di polemiche, ha liquidato la questione così: “Propongo una moratoria sulle primarie fino a gennaio, quando la Direzione deciderà... E anche di scegliere il 20 marzo come data nazionale per fare le primarie”. Dunque, se ne dovrebbe riparlare tra due mesi: il che appare - e immaginiamo che anche Renzi ne sia cosciente - più una speranza che una concreta possibilità... L’ipotesi più probabile, infatti, è che il Pd vada avviandosi verso due mesi di caos, con i danni e le tensioni prevedibili.
Come già osservato altre volte, fa sensazione l’incapacità a decidere del Renzi-segretario. L’idea-guida - mentre opera freneticamente e con buon successo come premier - resta quella fin qui nota: attendere, far decantare, sperare che il tempo porti con sè soluzioni per questa o quella grana. Con De Luca non è andata così, però, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche con Ignazio Marino non è andata così. E il rischio - ma potremmo dire la certezza - è che anche con Antonio Bassolino non andrà così: e infatti l’ex sindaco ieri ha avviato la sua campagna infischiandosene di “norme ad personam” che sarà comunque difficile far passare.
Il punto vero è che ogni volta che è costretto ad occuparsi del Pd, dei suoi problemi e della sua organizzazione, Renzi appare colto da un insopprimile fastidio. Governa, di fatto, prescindendo dal Partito democratico, visto che ne è il segretario: ma quando deve occuparsene, si imbatte in liturgie, regole e tempi di discussione che proprio non riesce a sopportare. Il risultato è una sorta di anarchia che, soprattutto in periferia, sta trasformando il Pd in una somma di tribù in guerra tra loro.
Può essere - e non è affatto escluso - che il premier-segretario abbia ragione nel considerare i partiti politici così come li conosciamo strumenti obsoleti, non più vitali e non più in grado di far da collante tra il paese reale e le istituzioni. Può essere sia così: ma onestamente, l’ultimo che dovrebbe considerare un partito inutile e quasi una palla al piede, è l’uomo che ne è il segretario...