mercoledì 14 ottobre 2015

Repubblica 14.10.15
Una teoria divenuta scuola
di Federico Rampini


Ormai si può parlare di un “effetto Piketty”, forse di una Scuola Piketty. Gli studi sulle diseguaglianze hanno una fioritura rigogliosa da quando l’economista francese ha fatto fuochi d’artificio internazionali, sia in termini di vendite che di notorietà e impatto sul dibattito pubblico. Gli ultimi due casi sono di questi giorni. A diffondere consapevolezza sulla dimensione dell’elusione fiscale delle multinazionali ha contribuito il saggio di un economista di Berkeley, Gabriel Zucman, intitolato
The Hidden Wealth of Nations ,
cioè la ricchezza nascosta delle nazioni. È per certi aspetti un “successore” dello studio di Piketty su capitalismo e diseguaglianze. Zucman ha stimato che le grandi imprese nascondono al fisco un imponibile pari a 7.600 miliardi di dollari. Ha avuto qualche ruolo nella decisione di principio annunciata dai paesi avanzati al vertice del Fmi a Lima: un accordo di massima per rendere meno agevole la fuga verso i paradisi offshore. Poi c’è stato il Nobel dell’economia assegnato allo scozzese Angus Deaton, che tra l’altro si è occupato dei nessi tra il reddito e indicatori alternativi di benessere, e dell’analisi della povertà a livello globale.
Non mancano le controreazioni, un esempio lo ha dato il Financial Times in un paginone dedicato a vari saggi sulle diseguaglianze. Primo fra questi è un anti-Piketty scritto dal “pop-filosofo” Harry Frankfurt, che rispolvera obiezioni classiche: il rimedio più semplice alle diseguaglianze è rendere tutti poverissimi, ma siamo sicuri di volerlo? Ma Piketty e altri, incluso un recentissimo Robert Reich uscito in anteprima mondiale in Italia ( Come salvare il capitalismo , Fazi) spiegano che le diseguaglianze stanno spegnendo il nostro dinamismo, la nostra capacità di crescere. Società patrimoniali e oligarchiche soffocano l’innovazione. La stagnazione secolare che incombe su di noi, può essere evitata solo con scelte politiche radicali, che curino il male oscuro delle democrazie. Altri economisti come i neokeynesiani Krugman e Stiglitz scrivevano queste cose già da tempo. Piketty ha avuto l’intuizione di lavorare come uno storico delle Annales , con una formidabile squadra di collaboratori. Il suo affresco del capitalismo su due secoli ha catturato l’attenzione e ha aperto nuove strade alla ricerca.