mercoledì 21 ottobre 2015

La Stampa 21.10.15
Quel confuso progetto di ricostituire il Centro
L’utopia del Centro frenata dal renzismo e dal nuovo Italicum
Così il Pd approfitta dell’effetto-calamita
di Federico Geremicca


Ci sono due modi per tentare di analizzare e descrivere l’impasto di rancori, confusione e progetti politici che agita l’indistinto «universo centrista» ed un suo possibile rapporto con il Partito democratico.

Il primo consiste nel prender sul serio quei progetti e attribuire loro un profilo di sensatezza e serietà; il secondo prevede una lettura più disincantata, e guarda a quei movimenti come all’agitarsi disperato di partitini – talvolta perfino di singoli parlamentari – in lotta per la sopravvivenza. Giusto per dire le cose con una certa chiarezza.

È dalla scomparsa della vecchia Dc, infatti, che il sistema politico – privato del suo cardine di centro – ha provato a ricostruirne un altro, senza mai riuscirci. Inizialmente, la causa dei ripetuti fallimenti fu attribuita alla presenza in campo di un Silvio Berlusconi troppo forte. «È Forza Italia – si diceva – l’ostacolo alla rinascita di qualcosa che somigli alla Dc». Ora che Forza Italia è in rotta, però, quel progetto – paradossalmente – appare ancor più astratto e complicato: nonostante – o forse proprio in ragione – del moltiplicarsi di sigle, partitini e gruppi che si richiamano, appunto, al centro. Perché?
I motivi sono fondamentalmente due. Il primo è che a Berlusconi si è ormai sostituito Renzi, con uguale forza attrattiva e ambizione a rappresentare interessi moderati e di centro; il secondo è che a pochi mesi dalla nascita di una legge elettorale – l’Italicum – fortemente maggioritaria e bipolare (anzi, quasi bipartitica) l’idea di ricostruire una forza-cerniera di centro somiglia molto, in quanto a concretezza, alla famosa idea di aprire una gelateria al Polo Nord...
Sono questi elementi a render poco credibili i fumosi progetti in campo e a farli somigliare all’agitarsi disperato di personaggi (e partiti) in cerca d’autore: in questa circostanza, cioè, in cerca di una casa e probabilmente di una ricandidatura. Ed è proprio la debolezza dell’idea di una ricostruzione del centro (della quale gli stessi protagonisti sono probabilmente consapevoli) a far guadagnare posizioni alla seconda opzione politica: che, a dirla tutta però, non appare più concreta della prima...
Potremmo definire quell’opzione «effetto calamita»: cioè, tutti dentro il Pd. Essa evoca di colpo un’altra leggenda metropolitana che aleggia da tempo sul sistema politico italiano: il Partito della Nazione. Un partito mai nato, che probabilmente mai nascerà, ma il cui fantasma è utile a descrivere – non benevolmente – l’evoluzione del Pd e i progetti (più o meno segreti) di Matteo Renzi. Visto da sinistra (dalla stessa sinistra Pd) il Partito della Nazione rappresenta il ricettacolo di ogni trasformismo e di ogni ambiguità. Visto da destra, invece, è la possibilità di un riscatto e di un ritorno in gioco.
Il tempo dirà che ne sarà di quel fantasma. Oggi ci si può limitare ad osservare quanto il Partito della Nazione somigli – in termini di possibilità di propaganda antirenziana – al mai dimenticato Patto del Nazareno: fu descritto come l’«asse di ferro» Renzi-Berlusconi, il luogo di accordi segreti per favorire l’ex Cavaliere, il terreno dello snaturamento del Pd. Si è visto com’è finita: Berlusconi in un angolo e dieci punti percentuali in meno al suo partito. A Napoli si direbbe facile facile: «cornuto e mazziato»...
L’«effetto calamita» però c’è, esiste e produce novità. Denis Verdini (che votava in Parlamento col Pd fin dai tempi del governo Letta) è diventato il simbolo di tutta la «melma politica» che sarebbe in movimento verso il Partito democratico, per snaturarlo e trasformarlo in una forza conservatrice. E Verdini è solo la faccia meno presentabile tra le tante già in movimento verso il partito che fu di Prodi e Veltroni: la coda, si dice, sarebbe lunga.
Che questo faccia aumentare di intensità le tensioni interne al Pd è dunque comprensibile: e se il tutto non sfocia in una vera e propria scissione – ma solo in abbandoni solitari – è in parte per una legge elettorale che ucciderebbe in culla qualunque nuovo progetto politico, ed in parte – e comprensibilmente – perché i «fondatori» non intendono cedere la proprietà della «ditta» al segretario-usurpatore. Che la scissione resti lontanissima all’orizzonte non significa, però, che la pentola Pd non sia in ebollizione...
A far notizia, nelle ultime ore, sono i disagi che comincerebbero a serpeggiare anche nel giro dei renziani della primissima ora. Si citano i distinguo di Graziano Delrio intorno ai rapporti con Verdini e si elencano altri «mal di pancia». Possibile che sia così; difficile, però, che questo induca Renzi a cambiar strada. Del resto, nel processo di crescita e di conquista del Pd, non è che il «rottamatore» non abbia già abbandonato per strada compagni della primissima ora: da Roberto Reggi a Giorgio Gori, da Matteo Richetti a Simona Bonafè l’elenco comincia a farsi lungo. Lungo ma non serio, evidentemente: visto che il premier-segretario continua a tirar dritto per la sua strada...