domenica 4 ottobre 2015

Il Sole 4.10.15
I tatticismi e le incognite
di Paolo Pombeni


Il giro di boa, come si usa dire, c’è stato ma adesso comincia la parte finale della corsa che non sarà meno impegnativa della precedente.
Con l’approvazione dell’articolo 2 nella formula che tiene conto delle richieste di principio della minoranza del Pd (ma non solo) Renzi ha indubbiamente segnato un punto pesante a suo favore come ha analizzato ieri in queste pagine Emilia Patta. Non si può però tacere che il risultato è stato ottenuto anche con un tatticismo spregiudicato che ha fatto leva su un Senato segnato in quest’ultimo anno da trasformismi d’ogni genere e non poche spregiudicatezze al limite dell’accettabile (e talora anche oltre).
Il modo con cui si è gestita l’ultima fase non è irrilevante, se si tiene conto che si dovrà andare, secondo l’impegno sottoscritto dallo stesso Renzi, ad una verifica di quanto statuito attraverso un referendum confermativo. Anche se questo non prevede il quorum per essere valido, il suo significato diventerebbe più che modesto se per esempio fosse caratterizzato da un alto astensionismo, pericolo non certo ipotetico alla luce di quanto è successo nelle ultime consultazioni elettorali, che pure avevano una forza attrattiva ben maggiore del pronunciamento su un quesito costituzionale. Certo qualcuno potrebbe pensare che per vincere con ampio margine basterà buttarla sul populismo del “volete o no spendere meno e risparmiare i soldi impiegati per mantenere un gran numero di politici inutili?”, ma è una scorciatoia pericolosa.
Bisogna infatti tenere conto che ci aspetta un passaggio difficile, che è la stesura della legge per le modalità di elezione di quei nuovi senatori che dovranno essere scelti fra i membri dei consigli regionali, ma fra quelli validati preventivamente dagli elettori, e poi confermati dal voto degli stessi consigli. La fantasia tecnica di quelli che preparano le leggi elettorali è notoriamente molto sviluppata, ma in questo caso ce ne vorrà tanta per trovare una soluzione che metta plausibilmente insieme le tre cose e che lo faccia in modo da renderle comprensibili ai cittadini.
Populismo contro populismo, quando arriverà il referendum, non sarà difficile agli oppositori della riforma gridare al “tradimento” del compromesso sull’elettività diretta dei nuovi senatori avendo a questo fine un meccanismo legislativo che facilmente potrà essere tortuoso. E allora torneranno fuori gli attacchi strumentali che invocano la difesa della democrazia messa in pericolo: un film già abbondantemente visto nei mesi scorsi.
Di questo scenario bisogna che le forze in campo, almeno quelle responsabili, tengano conto e soprattutto che ne tenga conto il premier-segretario. È vero che la terza lettura sarà tecnicamente una passeggiata, visto che si potrà votare solo sì o no a quanto si approva ora, ma è bene non farsi illusioni: si stanno già affilando le armi per le previsioni dei meccanismi elettorali da blindare nelle norme transitorie e nella futura legge ad hoc. Non andrebbe dato per scontato che questo passaggio non possa mettere a rischio quanto già realizzato.
Dunque lo sforzo attuale dovrebbe essere quello di trovare un metodo sia per mantenere la compattezza della maggioranza governativa, ma specialmente del Pd, sia per evitare a tutti i costi gli spettacoli squallidi di un parlamento ridotto ad un terreno di scontro tra opposte tifoserie da stadio. Non sarà semplice, vista la combinazione della qualità di una parte della classe politica e della ricerca di protagonismo ad ogni costo da parte di non pochi che non riescono a sottrarsi al richiamo di taccuini e telecamere.
Ci sono in ballo questioni delicate, come, tanto per citarne una ricordata da D’Alimonte, le modalità di elezione del capo dello stato, ovvero di una istanza equilibratrice più che necessaria in tempi di contrapposizioni esasperate. Il lavoro per condurre una classe politica alla maturazione condivisa di una riforma del sistema parlamentare attesa da decenni e per fare in modo che questa venga compresa dai cittadini come una conquista per tutti (e non presa per un regolamento di conti interno ai politici di professione) è importantissimo e tutti se ne devono fare carico. Certo innanzitutto il leader del partito di maggioranza relativa e del governo, ma anche le minoranze interne al suo partito e le opposizioni al di fuori di esso. Una lotta sorda e magari sotterranea tra chi vuole “asfaltare” gli altri e chi pensa che anche un semplice sasso sulle rotaie può far deragliare il treno è il peggiore scenario che ci possiamo aspettare.
Per capire che ciò non è inevitabile, si potrebbe cominciare a registrare positivamente il fatto che il risultato ottenuto ieri è stato frutto di un incontro di esigenze a cui hanno meritoriamente lavorato i senatori Zanda e Finocchiaro (a cui si rende ingiustamente poco merito nella bagarre di quest’ultima fase): segno che anche in politica ragionare può dare buoni frutti, senz’altro molto migliori di quelli che si possono ottenere con troppa fiducia nei sussulti trasformistici di questa fase, nelle abilità tattiche di rinvio ai regolamenti, nelle sceneggiate da stadio a pro delle telecamere.
Sappiamo benissimo che quelli sono tutti elementi che da sempre esistono in politica e che dunque entro certi limiti vanno dati per scontati e tollerati. Ma appunto entro certi limiti, se non si vuole che oltrepassati quei limiti si incappi nella sfiducia e nel ripudio dei cittadini-elettori verso la sfera politica. Un rischio che non ci vuol molto a capire che stiamo ancora correndo.