mercoledì 7 ottobre 2015

il manifesto 7.10.15
Il paradiso scandinavo non esiste
Noir. Addio allo scrittore svedese Henning Mankell, morto a 67 anni. Il suo commissario Wallander era il protagonista, burbero e solitario, di una Europa disorientata e ingiusta. In Italia, uscirà la prossima settimana per Marsilio la sua autobiografia «Sabbie mobili»
di Guido Caldiron


«Solo dopo aver scritto l’ottavo e ultimo romanzo della serie di Kurt Wallander, ho capito quale sottotitolo avevo sempre cercato, senza mai trovarlo. Quando tutto era finito, o quasi, ho capito che il sottotitolo della serie doveva essere I romanzi dell’inquietudine svedese. Avrei dovuto trovarlo prima». Così, in una sola frase, Henning Mankell aveva sintetizzato il significato e il valore del suo lavoro e uno dei motivi che hanno reso il noir scandinavo uno dei fenomeni letterari più significativi degli ultimi decenni. Anche se nel suo caso, quell’inquietudine non è mai rimasta imprigionata nelle pagine di un libro, ma è stata la bussola di un’intera vita.
Lo scrittore che non finiva di stupirsi per aver creato, con il personaggio del commissario Wallander, «lo svedese più famoso nel mondo» — i suoi romanzi hanno venduto oltre quaranta milioni di libri e sono stati tradotti in più di trentacinque lingue -, se n’è andato a 67 anni nella notte tra domenica e lunedì in una clinica di Göteborg, ucciso da un cancro che gli era stato diagnosticato solo all’inizio dello scorso anno. Fedele al suo temperamento, Henning Mankell aveva scelto di affrontare a viso aperto anche questa minaccia, raccontando con coraggio gli sviluppi della malattia dalle pagine di un giornale locale e iniziando proprio da quest’ultima, fatale sfida le pagine della sua autobiografia Sabbie mobili che il suo editore italiano, Marsilio, manderà in libreria la prossima settimana. «Ho deciso di scrivere di questa malattia perché non riguarda solo me, ma tanti altri che si trovano nella mia stessa condizione. L’ho fatto con la prospettiva della vita, non della morte. È una riflessione su cosa significa vivere».
Henning Mankell, nato a Stoccolma nel 1948 e cresciuto dal padre, dopo il divorzio dei suoi genitori arrivato quando lui aveva solo un anno, ancora adolescente Mankell aveva abbandonato la scuola per cercare l’avventura a Parigi, nell’ambiente dei jazzisti, sbarcando il lunario in un laboratorio dove si riparavano clarinetti e sassofoni. E lì, al Quartiere Latino, aveva incontrato anche la rivolta. «Sulla testa ho ancora una cicatrice. Un ricordo che mi ha lasciato il manganello di un poliziotto francese nel 1968, durante una manifestazione», racconterà in seguito.
Dopo la Francia sarebbe arrivata l’Africa: lo Zambia, la Guinea-Bissau e infine il Mozambico, il suo grande amore — possedeva una casa a Maputo dove passava metà dell’anno, «un piede nella neve della Svezia, un altro nella sabbia africana». Qui avrebbe creato, negli anni Ottanta, la Compagnia d’arte drammatica del Teatro Avenida.
Tra un viaggio e l’altro, tanti lavori occasionali, come l’impiego presso la marina mercantile norvegese, ma, soprattutto, la scoperta della scrittura. Nella sua lunga carriera Henning Mankell ha pubblicato una quarantina di libri, dai racconti per bambini alla narrativa storica, dalle pièce teatrali ai romanzi del ciclo africano, anche se è la serie di cui è protagonista Kurt Wallander che gli ha dato notorietà e successo internazionali.
«Ricordo ancora quando è nata l’idea di questo personaggio — ha raccontato lo scrittore nel libro intervista di Kirsten Jacobsen, Mankell (su) Mankell (Marsilio, 2012) — .Volevo scrivere della condizione degli immigrati, degli estremisti di destra che li minacciavano, della xenofobia. E mi sono detto che il razzismo era un vero crimine e che il romanzo poliziesco avrebbe rappresentato il contesto ideale per parlarne. A questo punto, mi serviva un personaggio che conducesse le indagini: era Wallander».
Uscirà così nel 1991 Assassinio senza volto, la prima inchiesta dello sbirro timido e tormentato d’Ystad — cui Kenneth Branagh avrebbe prestato il volto in una popolare serie tv -, un libro destinato a segnalare il risveglio della letteratura del «grande nord» e ad incidere profondamente nel panorama del noir europeo nel segno dell’indagine sociale e di un rinnovato impegno politico. Perché, come si poteva leggere in un editoriale apparso ieri su Libération che celebrava Mankell come uno degli ultimi grandi autori engagé, «il suo commissario solitario, burbero e malaticcio ha assunto nell’Europa disorientata di questi anni la stessa importanza simbolica che i detective di Dashiell Hammett avevano avuto nell’America corrotta della grande crisi».
Al pari del suo creatore, Wallander — da cui Mankell aveva definitivamente preso congedo nel 2009, causa alzheimer del personaggio, con il romanzo L’uomo inquieto — soffre per quanto ha visto crescere intorno a sé: l’aumento delle diseguaglianze e dell’individualismo, il diffondersi del razzismo e della violenza, il riemergere delle pagine più oscure della storia locale, dal collaborazionismo con i nazisti all’omicidio di Olof Palme e i tanti misteri legati alla stagione della Guerra fredda. In una parola: l’eclissi del paradiso inseguito dalla socialdemocrazia scandinava da più di un secolo che a Mankell suggeriva inquietanti quesiti quanto al futuro: «Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello Stato di diritto non è più intatto? La democrazia ha un prezzo che un giorno sarà considerato troppo alto e che non vale più la pena pagare?».
Per l’ultimo degli «impegnati», testimone della ricerca e dei tormenti della cultura scandinava — nel 1998 aveva sposato la regista Eva Bergman, figlia del famoso cineasta che lui stesso aveva frequentato a lungo nella sua casa dell’isola di Fårö -, in piazza da ragazzo contro la guerra del Vietnam e che ancora nel 2010 aveva partecipato alla flottiglia internazionale che cercava di violare il blocco israeliano di Gaza, l’aspetto mansueto di Wallander serviva in realtà a camuffare solo per i più distratti la rabbia e la rivolta contro ogni ingiustizia. «Già quand’ero poco più che un adolescente mi sono reso conto che non non tutto va nel verso giusto in questo mondo e che finché anche una sola persona sarà privata della sua libertà nessuno potrà davvero dirsi libero o felice».