domenica 4 ottobre 2015

Corriere 4.10.15
L’Afghanistan verso il caos?
Il raid sull’ospedale. I litigi Usa sulla strategia, le forze locali incapaci di resistere ai talebani
È la sindrome del Vietnam
870 i militari italiani oggi nel Paese. Il Pentagono chiede a Obama di prolungare la missione oltre il 2016: cosa farà l’Italia?
di Franco Venturini


La sindrome vietnamita si sta impadronendo dell’Afghanistan in guerra e autorizza previsioni non liete per le forze occidentali che vi combattono da quattordici anni.
Prima che l’America perdesse definitivamente Saigon nell’aprile del 1975, l’esito del conflitto vietnamita era di fatto già stato deciso da fattori solo in parte militari: negli Usa era esploso un movimento anti-guerra, tra il Pentagono e la Casa Bianca i disaccordi erano frequenti, e soprattutto il passaggio di maggiori responsabilità operative ai sudvietnamiti stava dando cattivi risultati.
Guardiamo all’Afghanistan di oggi. Il bombardamento da parte dell’aviazione americana dell’ospedale di Kunduz, secondo Medici senza Frontiere proseguito per 30 minuti dopo le segnalazioni inviate ai comandi Usa e afghani, non mancherà di fare scandalo tra chi nell’opinione statunitense è stanco già da tempo dell’avventura afghana (benché a giustificarla, nel 2001, sia stato l’attacco alle Torri Gemelle). Nulla di paragonabile alle mobilitazioni anti-guerra per il Vietnam, ma in tempi pre-elettorali l’episodio può innescare uno stato d’animo volto al disimpegno.
Casa Bianca e Pentagono? Siamo alle solite. Oggi in Afghanistan ci sono 9.800 militari Usa con compiti di assistenza alle forze afghane e di addestramento. Ma poi c’è l’aviazione americana, quella che ha colpito l’ospedale dopo aver aiutato a riprendere Kunduz dai talebani. E in casi «eccezionali» anche le truppe speciali di terra intervengono e sparano, come hanno fatto appunto a Kunduz. Ebbene, Obama ha annunciato da tempo che alla fine del 2016 (quando sarà già stato eletto il suo successore) a Kabul resteranno soltanto mille soldati Usa per proteggere l’ambasciata. I comandi militari non sono d’accordo. Chiedono di mantenere i livelli attuali per tutto l’anno prossimo, e forse anche oltre. Obama non ha ancora deciso, creando confusione e contrasti anche tra gli alleati. Ieri si è appreso che il governo tedesco vuole prolungare di «almeno un anno» la missione dei suoi 850 militari, «per non mettere a rischio gli obbiettivi già raggiunti». Altri tacciono. L’Italia, che doveva disimpegnarsi nell’agosto scorso, è rimasta su richiesta Usa e mantiene oggi 870 militari in Afghanistan. Intende ritirarli entro il 31 gennaio 2016, lasciando un centinaio di uomini a Kabul. Ma se tutti i contingenti alleati restassero ai loro attuali livelli, è possibile che l’Italia faccia altrettanto.
Il terzo punto «vietnamita» è di cruciale importanza. Le forze afghane addestrate dagli occidentali sono in grado di far fronte alla scontata offensiva talebana? La risposta è un fragoroso no. Gli afghani non hanno aviazione. E le loro truppe di terra, salvo meritorie eccezioni, cedono spesso davanti alla spinta talebana. A Kunduz il 28 settembre erano in settemila, davanti ad alcune centinaia di guerriglieri. Come costruire un piano credibile partendo da una simile premessa?
Tanto più grave è l’episodio ora rientrato di Kunduz per le sue implicazioni strategiche. Perché a fianco dei talebani combattono gruppi jihadisti provenienti dalla vicina Asia Centrale (uzbeki, tagiki, kirghizi, turkmeni) e combattono anche formazioni di Uiguri islamici provenienti dal Nordovest della Cina. Il pericolo di una internazionalizzazione del conflitto cresce così a dismisura, mentre le antiche controversie con il Pakistan non sono state tutte appianate e allunga i suoi tentacoli una criminalità organizzata arricchita dalle coltivazioni di papavero.
La catastrofe sopra descritta non deve far dimenticare che in Afghanistan la presenza occidentale ha fatto anche cose buone, ha allargato ove possibile i confini delle libertà individuali, ha creato scuole e incoraggiato l’istruzione per le bambine che ne erano spesso escluse, ha tentato (non sempre con successo) di migliorare la condizione delle donne nella società e all’interno del matrimonio. In Vietnam di tutto ciò si era visto molto poco. E anche per questo sarebbe triste dover assistere, tra non molto, a un epilogo tipo Saigon che le belle parole non basteranno a mascherare.