lunedì 7 settembre 2015

Repubblica 7.9.15
Ma la vita psichica non si spiega con i numeri
di Massimo Recalcati


IL nostro tempo è assillato dal culto della cifra: tutto dovrebbe essere misurato, pesato, tradotto in numeri, quantificato. Il mito dell’oggettività al di là di ogni interpretazione non anima solo alcune recenti correnti filosofiche, ma sembra essere diventato una sorta di imperativo “morale” diffusosi in tutte le aree del sapere. Nemmeno la psicologia può sfuggire a questa tendenza. Anzi, essa sembra sposare con sempre più determinazione l’idea propria delle scienze “dure” — come la matematica o la fisica — che una ricerca per essere considerata degna di scientificità non solo debba galileianamente essere riproducibile in termini sperimentali ma, soprattutto, produrre numeri, percentuali, cifre attendibili. Nemmeno la dimensione labirintica della vita psichica deve costituire una eccezione al nuovo impero dell’oggettività. L’impeto della valutazione — oggi diffuso in tutti gli ambiti del sapere — sospinge gioco forza la psicologia verso la psicometria: misurare atteggiamenti, conoscenze, abilità, credenze, sentimenti, personalità.
L’intera classificazione delle malattie mentali proposta dai vari Dsm, per esempio, si fonda su un principio descrittivo basato su ricorrenze statistiche. Nelle Università, non solo italiane, la psicologia tende sempre più ad abbandonare il campo delle cosiddette scienze umane per scivolare verso quello delle scienze obbiettive, ispirate al criterio della quantificazione dei risultati. Una tesi di laurea che non sia corredata da sequenze di numeri, grafici matematici, curve statistiche, oltre che da “inglesismi” di ogni genere, viene ormai considerata, a priori, come una tesi di serie B. Anche il fenomeno che più di tutti esalta la soggettività umana, com’è quello dell’innamoramento, viene spiegato dalle neuroscienze come un fenomeno determinato dall’effetto biochimico dell’azione della dopamina su alcune zone del cervello e destinato fatalmente a spegnersi tra i sei e gli otto mesi. In un recente congresso scientifico interazionale sui disturbi dell’alimentazione al quale ho partecipato ho ascoltato esterrefatto relazioni di colleghi nord-americani che avevano letteralmente dissolto la soggettività del paziente in dati statistici, numeri, procedure anonime, percentuali. Del paziente, della sua anamnesi, della sua storia clinica, delle sue particolarità più proprie, non restava più nulla. Il feticismo della cifra e della generalizzazione protocollare aveva semplicemente inghiottito quello che ogni scienza medica dovrebbe invece rispettare: l’incomparabilità assoluta del soggetto.
Il problema è scottante: esiste davvero la possibilità di misurare la vita psichica? E come non vedere che questa domanda trascina con sé la tendenza insidiosa — segnalata con forza da Michel Foucault e da Franco Basaglia — di una medicalizzazione violenta della vita umana? La spinta feticistica alla misurazione vorrebbe, infatti, cancellare il carattere singolare e irripetibile della soggettività umana segregando come “vita malata” quella che si trova fuori dalla media statistica stabilita che definisce la normalità. È questa la dimensione più politica che è al fondo della riduzione della psicologia alla psicometria: quello che devia da una supposta normalità è una deviazione statistica che deve essere trattata affinché ritorni nel suo alveo mediano. E se allora si gettasse nel lazzaretto dell’anormalità anche il pensiero critico, non omologato, quello deviante dalla universalità della norma? Ma, ancora, non è forse in questa devianza che dovremmo definire l’unicità irripetibile dell’esistenza come tale? L’esistenza, in altre parole, non è sempre una deviazione dalla norma?
La psicoanalisi offre alla psicologia un modello di scienza che non può essere ridotto al furore scientista della quantificazione. Ogni caso è per lo psicoanalista unico, non riproducibile, non comparabile. Eppure la pratica clinica della psicoanalisi non può essere senza principi, non è una improvvisazione irrazionale. Essa offre, piuttosto, il modello di una pratica epistemica che invita a diffidare di ogni generalizzazione per considerare l’”uno per uno”, la singolarità deviante della vita umana.