martedì 15 settembre 2015

Repubblica 15.9.15
James Galbraith
“Syriza,Podemos e Jeremy così l’altra Europa sogna una politica economica che punta sulla crescita”
Parla l’economista americano: “L’ossessione per il debito e il deficit ha portato l’Unione a sprofondare nella recessione. Ora serve un programma di investimenti pubblici”
intervista di Eugenio Occorsio


«Il piano B per l’Europa esiste, e la nomina di Corbyn ne è un tassello, così come lo sono Syriza, Podemos, i movimenti anti-establishment in Francia, Italia, Germania. Ma nessuno si deve allarmare: non è qualcosa di misterioso, carbonaro, rivoluzionario. No, niente paura. È semplicemente, pacificamente e serenamente, un concetto: che si può cambiare politica economica in Europa per rilanciare crescita, sviluppo, occupazione. E magari dare una spallata alle diseguaglianze». James Galbraith, 62 anni, del piano B è uno degli autori. Figlio di un mostro sacro democrat, il consigliere economico di Kennedy, John Kenneth, è a sua volta un accademico di prestigio, docente all’università del Texas, e rappresenta la sponda americana del movimento di “sinistra radicale”, anche se lui odia questa definizione, che in Europa lotta per scuotere alle fondamenta «il pensiero mainstream , quella che in Germania chiamano “ economia sociale di mercato” e che invece a me sembra monetarismo reaganiano bello e buono con tutte le ingiustizie e i danni del caso».
Cosa ci vede di sbagliato?
«È sbagliato dalle radici. L’ossessione per il debito e la finanza pubblica, che ovviamente vanno tutelati ma non in questo modo maniacale, ha portato l’Europa a sprofondare nella recessione. Accordi suicidi come il fiscal compact : ma cosa c’è da guadagnarci? Ora dicono che c’è un po’ di ripresa, ma parlerei piuttosto di stagnazione. All’Europa serve ben altro, serve un grande programma di investimenti pubblici che va intrapreso con la mente sgombra da questo pensiero del debito o del deficit. Ci saranno altri momenti per preoccuparsene. È come l’emergenza migranti».
Almeno lì, la Germania si è riscattata?
«Sì, anche se ora tira il freno. Voglio dire che c’è una realtà attuale, drammatica, che morde le coscienze e va affrontata senza indugi, tutti insieme. Vogliamo mandare a morte decine di migliaia di esseri umani? Solo unita l’Europa, che ne ha la forza economica, saprà comportarsi con onore».
Tornando al pensiero economico “dominante”, il problema è che proprio questo è alla base dell’euro: smantellarlo non significa riportare indietro la storia distruggendo la moneta comune?
«E perché? Mettiamola così: il cambiamento può essere intrapreso dentro la cornice dell’euro, o fuori. In nessun caso ne va fatto un dramma. L’euro è un ciclo finanziario come gli altri. Nel XX secolo se ne sono susseguiti tanti, Bretton Woods è durato 25 anni, nessuno ha detto che l’euro deve durare millenni. Al contrario: bisogna guardare al futuro, che non può essere affrontato se non cambiamo regole che hanno portato, quelle sì, a rimettere indietro la storia, cancellando crescita, prosperità, gettando ombre oscure sul destino stesso dell’Europa. E poi accusano noi di velleitarismo. Guardi, noi siamo la speranza, come Corbyn: anche lui è emerso dalle macerie di un Labour devastato dalla guerra in Iraq di Blair, dall’avallo alle privatizzazioni più insensate come le ferrovie, dall’appoggio perfino in Gran Bretagna al taglio selvaggio del welfare in nome dell’austerity».
Quando le telefonammo da Bruxelles nella notte dell’Eurogruppo di agosto che stava votando il salvataggio greco, lei ci rispose: “Condoglianze, sta presenziando al funerale della democrazia”. Lo pensa ancora?
«Cosa c’è di democratico in un accordo che mette un Paese sotto tutela della troika fin nei minimi particolari come l’apertura dei negozi o i farmaci da banco, per non parlare delle privatizzazioni forzate, estromettendo del tutto il governo legittimo e costringendolo addirittura a rimangiarsi le poche misure anti-austerity che era riuscito a varare?» Anche lì c’era un piano B, e anche lì lei era fra gli autori.
«Ho solo aiutato Varoufakis, a cui mi legano stima e amicizia decennali, a predisporre le misure d’emergenza che sarebbero scattate se la spinta dei creditori, che non hanno mai fatto sconti a nessuno, avesse portato al collasso finale Atene. C’erano le procedure per continuare i pagamenti anche senza più un euro dalla Bce, per evitare la chiusura delle banche, per tenere il Paese a galla insomma. Il piano non è servito perché alla fine Tsipras, che peraltro non l’aveva avallato, ha accettato il commissariamento. Non ha neanche provato a far capire che il referendum non era stato pro o contro l’euro».
Domenica si vota ad Atene. Lei ci sarà a fianco del suo amico di sempre?
«No, e neanche Yanis che non si presenta. Lo farà quando la sinistra si riunirà. Intanto sta facendo un’operazione straordinaria: creare un movimento, per ora d’opinione, transnazionale, di gente che ragiona, che vede la realtà e il punto a cui Berlino ha portato l’Europa, e avanza proposte alternative. Anche qui lo affiancherò. Atene? Non so proprio come finirà. Ma so per certo che il problema si riaprirà e sarà più grave di prima».
Ci lasci indovinare, voterà Sanders alle primarie?
«Sì, ma la realtà americana è totalmente diversa, soprattutto perché l’amministrazione Obama ha iniettato nell’economia una buona dose di keynesianesimo con programmi di sviluppo post crisi da migliaia di miliardi. E Hillary ne rappresenta l’ideale continuazione. Ma Bernie se la batterà: ha esperienza politica, idee, coerenza. Sarà una bella gara».