sabato 5 settembre 2015

Corriere 5.9.15
La Costituzione secondo Vittorio Alfieri
di Sebastiano Grasso


C’è qualcosa di nuovo oggi nell’Alfieri, anzi d’antico: d’intorno è nata una nuova interpretazione, si potrebbe dire parafrasando il Pascoli de L’aquilone . Possibile, dopo tutto quello ch’è stato scritto sul conte piemontese (1749-1803)? A quanto pare, sì. Infatti è appena uscito un libro di Giuseppe Rando, il cui titolo, Alfieri costituzionalista (Equilibri, pp. 158, € 16) suscita la curiosità di quanti — soprattutto nei licei e nelle Facoltà umanitarie — si sono confrontati con lo scrittore di Asti, portandosi dietro la sua immagine di anarchico, ribelle, reazionario, sempre a caccia delle mogli altrui — la baronessa Imhof, la viscontessa Ligonier, la marchesa di Priero, la contessa d’Albany — per le quali un paio di volte era anche stato sfidato a duello dai rispettivi mariti.
Ed ecco, d’un tratto, emergere anche un aspetto che certo prende un po’ le distanze dall’Alfieri di studiosi come Umberto Calosso o Natalino Sapegno. Documenti alla mano, s’impone il «post illuminista progressivo», critico del dispotismo caro agli illuministi, nonché primo assertore del costituzionalismo in Italia e, contestualmente, padre geniale della tragedia moderna.
Perché parlare di un Alfieri costituzionalista? Nei Trattati , nelle tragedie politiche (a partire da Timoleone ), nel Parigi sbastigliato , nell’ America libera , nelle Satire , nelle Commedie , il conte di Cortemilia mostra di condividere la tesi dei costituzionalisti francesi della seconda metà del Settecento (soprattutto di Bonnot de Mably, del quale mutuava persino termini, giudizi e interi periodi): il dispotismo illuminato è una «tirannide mistificata», giacché il principe illuminato resta al di sopra delle leggi; non è tirannico uno Stato in cui sovrane siano le «sacrosante leggi» scritte (la Costituzione, appunto) e in cui ci sia la netta separazione dei poteri (teorizzata dai francesi che si ponevano «a sinistra di Montesquieu»).
Che cosa fa Rando? Sposta sul piano filologico il dibattito sull’ideologia politica dell’Alfieri, scandagliando soprattutto il trattato Della tirannide , scritto a Siena nel 1777 — anno in cui il giovane Vittorio incontra la donna che gli sarà accanto per tutta la vita: Luisa di Stolberg-Gedern, moglie di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra, durante uno dei suoi celebri «viaggi letterari» — e riscritto a Parigi un paio d’anni dopo.
Docente universitario di letteratura italiana, Giuseppe Rando, 69 anni, non è nuovo a operazioni del genere. Anche se circoscritta, la sua prima indagine risale al 1982, con i Tre saggi alfieriani , ben accolti da Raffaele Spongano, Giuseppe Petronio e Arnaldo Di Benedetto. Segue, nel 2007, l’ Alfieri europeo : le «sacrosante leggi» . Rileggendo i testi, il rapporto fra letteratura e ideologia politica diventava più stretto.
Ed ecco Alfieri costituzionalista : terzo atto di una vicenda durata oltre un trentennio. Convincente il finale. Nelle due grandi stagioni teatrali dell’Alfieri, Filippo e Saul diventano i vertici espressivi. Al tempo stesso, lo studioso riesamina i lavori nati a ridosso della Rivoluzione francese per la quale, nel 1789, l’Alfieri si era tanto entusiasmato e che, tre anni dopo, una volta degenerata, aveva rinnegato.
Da qui, una sorta di diorama. Su un ipotetico proscenio si avvicendano Parigi sbastigliato , le Satire , il Misogallo e le Commedie . Che diventano una «risposta laica, positiva, costituzionalistica» dell’Alfieri al Terrore (L’antidoto), alla decadenza dei costumi napoleonici (Il divorzio) e alla cultura cinica, materialistica e relativistica dei presunti rivoluzionari giacobini (La finestrina).