martedì 1 settembre 2015

Corriere 1.9.15
La nuova festa di Pechino per rinsaldare la presa sul Paese
di Sergio Romano


Pochi storici saprebbero dirci che cosa sia realmente accaduto nella giornata del 3 settembre 1945, il giorno scelto dal governo di Pechino per celebrare trionfalmente la vittoria nella «Guerra di resistenza contro il Giappone e il fascismo». Non esisteva quel giorno una Cina vittoriosa. Ne esistevano due — quella comunista di Mao Zedong e quella nazionalista di Chiang Kai-shek — che si sarebbero combattute fino al 1949. L’Unione Sovietica era entrata in guerra l’8 agosto, due giorni dopo la bomba di Hiroshima, quando le sorti del Giappone erano ormai segnate, e stava cercando di impadronirsi della Manciuria.
Stalin tuttavia non aveva ancora deciso su quale carta — quella comunista o quella nazionalista — sarebbe stato meglio puntare.
Il 3 settembre, quindi, è una data simbolica dietro la qualche non vi è un evento risolutivo. Viene celebrata da parecchi anni, ma non era mai stata sinora un giorno festivo per l’intera nazione. Quest’anno invece le fabbriche e gli uffici saranno chiusi o si limiteranno ad assicurare i servizi essenziali. Sappiamo che il diritto di non lavorare, nei sistemi autoritari, si accompagna generalmente al dovere di manifestare. Vi saranno quindi grandi parate con una forte presenza militare e un grande concorso di folle più o meno precettate. È naturale chiedersi, quindi, perché la Repubblica popolare, oggi, senta il bisogno di chiamare le masse a una pubblica dimostrazione di patriottismo. È un segnale indirizzato al Giappone revanscista del governo di Shinzo Abe? È un messaggio per gli Stati Uniti, la Russia, l’India e gli Stati minori dell’Asia Orientale?
Fra Cina e Giappone è scoppiata da qualche anno una specie di guerra fredda. Dietro il bisticcio sulle isole che i giapponesi chiamano Senkaku e i cinesi Diaoyu sembra esservi a Pechino soprattutto il desiderio di reclamare tutto ciò che apparteneva all’Impero di Mezzo nell’epoca della sua maggiore estensione. Ma potrebbe esservi anche una strategia preventiva contro un Paese, il Giappone, che si sta sbarazzando dei vincoli pacifisti ereditati dalla Seconda guerra mondiale.
Il rapporto con gli Stati Uniti, intanto, presenta aspetti paradossali. La Cina finanzia il debito pubblico americano e potrebbe, in teoria, fare fallire gli Stati Uniti da un giorno all’altro, ma ha certamente scoperto quanto sia scomodo essere creditore di una iperpotenza che ha largamente contribuito con le sue imprese alla modernizzazione tecnologica della Repubblica popolare.
Vi sono almeno due fattori che possono aiutarci a comprendere la politica internazionale della Cina in questo momento. In primo luogo, gli Stati Uniti, visti da Pechino, sono diventati molto meno prevedibili di quanto fossero all’inizio della presidenza di George W. Bush. Hanno perso due guerre (Afghanistan e Iraq) e sono responsabili della maggiore crisi finanziaria dopo il crollo di Wall Street nel 1929.
Hanno un presidente che non vuole essere il poliziotto del mondo e che fa guerre a metà nelle quali la maggiore potenza militare del pianeta spera di vincere senza mettere truppe sul terreno. Barack Obama non sembra avere le ambizioni imperiali di alcuni suoi predecessori, ma vuole riorganizzare sotto la sua guida l’intera economia del Pacifico; e governa un Paese in cui il bilancio militare, secondo alcune stime, sarebbe superiore alla somma dei bilanci militari di tutti i membri dell’Onu. È naturale che i cinesi si chiedano che cosa potrebbe accadere quando gli americani voteranno per un altro presidente, forse più incline a cercare nel ricorso alle armi la soluzione dei problemi mondiali.
Il secondo fattore è interamente cinese. Il Prodotto interno lordo della Repubblica popolare cinese è cresciuto mediamente del 10% per più di trent’anni. La dirigenza cinese ha trasformato in cittadini alcune centinaia di milioni di contadini, ha creato una nuova classe media e prodigiose fortune, ma anche nuove povertà, molto più arrabbiate e irrequiete di quanto fosse il proletariato dell’epoca di Mao. Per molto tempo abbiamo assistito con ammirazione e una punta d’invidia allo spettacolo di un sistema politico che riusciva a coniugare disciplina sociale e intraprendenza economica. Non avevamo capito che il denaro avrebbe sedotto i custodi della ideologia e fatto della Cina un Paese non meno corrotto di molte società capitaliste, ma infinitamente più ipocrita e ambiguo.
È possibile che la crisi scoppiata nelle scorse settimane sia meno grave di quanto è stato immaginato da alcuni economisti, ma sarà meno facile, d’ora in poi, gestire una società in cui il motore della crescita, bruscamente rallentato, non sarà più in grado di soddisfare le aspettative dei ceti sociali più poveri. Il nazionalismo, in questi casi, può essere l’estrema risorsa di una dirigenza costretta ad abbassare considerevolmente le speranze del Paese.
È questo forse il senso della festività del 3 settembre. La Russia di Putin sembra esservi riuscita celebrando trionfalmente la sua vittoria nella grande guerra patriottica combattuta fra il 1941 e il 1945: una grande manifestazione di unità nazionale terminata con una battaglia, a Berlino, in cui 80.000 soldati dell’Armata rossa perdettero la vita. L’eroica resistenza dei cinesi contro il Giappone merita di essere ricordata e festeggiata; ma senza dimenticare che fu seguita da quattro anni di guerra civile fra comunisti e nazionalisti .