martedì 14 luglio 2015

Il Sole 14.7.15
Se l’Eurozona dimentica il pensiero dei fondatori
di Vittorio Da Rold


Che cosa rischia di diventare l’Eurozona se passa l’idea di un Paese debitore che deve fare i compiti a casa pena l’esclusione? Un nucleo economico e monetario più omogeneo e solido o una zona dove i Paesi creditori hanno un potere maggiore dei Paesi debitori? E cosa rischia di diventare questa Eurozona dove chi ha debiti diventa sempre più debole e chi vanta crediti sempre più forte?
I padri fondatori avevano pensato l’Eurogruppo come una zona dove si produceva ricchezza che sarebbe stata distribuita ai partecipanti al club monetario. Invece accade che chi è forte e produce più dei partner raccoglie i benefici di un creditore, mentre chi è svantaggiato e si deve indebitare deve a sua volta pagare e si indebolisce
sempre di più.
Una zona comune che non salva i debitori interni ma li tratta come Paesi stranieri dove la troika ha diritto di pieno accesso ai ministeri e con il diritto di veto sulla legislazione oggetto delle trattative, sono intrusioni nella sovranità nazionale che difficilmente sarebbero accettate anche da chi è fuori da un’unione monetaria.
È come se negli Usa la Fed giudicasse di non intervenire a favore dell’Arkansas, uno stato povero che ha dato un presidente e poco più agli altri 49 stati della confederazione, chiedendo di diventare una nuova Silicon Valley californiana, altrimenti sarebbe espulso dal sistema del dollaro.
Ogni Stato dell’Eurozona ha le sue caratteristiche e cercare di trasformare la Grecia in un Land tedesco è un’operazione impossibile economicamente e culturalmente. Ogni Stato deve rispettare le regole: e la Grecia ha molte colpe da farsi perdonare, dai conti truccati alle spese fuori controllo.
Detto questo, escludere il Paese che più ne necessita dal Quantitative easing appare poco comprensibile. Punire chi ha sbagliato va bene, ma in un’unione monetaria si aiuta il partner a migliorare, non lo si mette in un angolo. Altrimenti il partito della dracma torna al potere e riduce l’euro a un’unione di cambi fissi, dove ogni membro può decidere di uscire a suo piacimento.