domenica 5 luglio 2015

Corriere 5.7.15
«Leader europei deboli. Si sono fatti ingabbiare dall’ossessione contabile»
Il socialista Jack Lang: «Ma non sono pessimista: ora serve fantasia»
intervista di Stefano Montefiori


PARIGI «Oggi posso esprimere solo tristezza. La Grecia è chiamata a un referendum in condizioni drammatiche e l’essere arrivati a questo punto è già una sconfitta per tutti. Vedere Atene in preda ai dilemmi fa star male. Non si può che registrare la debolezza dei leader europei di questa epoca, greci compresi. Forse Mitterrand e Kohl non avrebbero permesso che si arrivasse a tanto». Jack Lang, 75 anni, è da decenni un protagonista dell’altra Europa, quella profondamente unita dalla cultura. Ministro di François Mitterrand dal 22 maggio 1981, e poi al governo per oltre vent’anni tra Cultura ed Educazione, europeista convinto, oggi Lang è presidente dell’Institut du Monde Arabe e nuovo consigliere insostituibile di François Hollande. È l’esponente socialista più amato dai francesi (51% nell’ultima classifica Ipsos, davanti a Fabius e Royal), e forse anche per questo il presidente della Repubblica — che di popolarità ha bisogno — lo vuole accanto a sé nelle visite all’estero: dall’Algeria all’Italia, dove il 21 giugno all’Expo Jack Lang ha pranzato con Umberto Eco e i leader italiano e francese.
Che cosa vi siete detti in quel pranzo a Milano con Eco, Renzi e Hollande? Avete parlato di Grecia e Europa?
«Sì, quell’incontro mi ha fatto enorme piacere perché i capi di due grandi Paesi sono stati d’accordo con Umberto Eco e me nel riconoscere che in questi anni è stato commesso un errore molto grave, cioè trascurare la dimensione culturale, intellettuale, ideale, politica in senso più ampio dell’Europa. Ne sono consapevoli e vogliono rimediare. Non so se altri leader abbiano la stessa lucidità».
Chi invoca la Grecia culla di cultura e civiltà trova sempre qualcuno pronto a ricordare i 320 miliardi di debiti.
«Ma è sbagliato contrapporre i due aspetti, storia e cultura da una parte contro economia e finanza dall’altra. Sono elementi che andavano tenuti insieme. C’è stata la crisi finanziaria globale, la priorità erano i conti da salvare o risanare, non si discute. Ma i leader europei si sono lasciati ingabbiare da questo approccio contabile, necessario certo ma a lungo andare arido, tecnocratico. Si è perso quel che ha animato i politici della mia generazione, ossia il sogno europeo. Era un sogno fatto non solo di parole ma anche di cose reali, per quel che mi riguarda il Piccolo che ho diretto per due anni a Milano o il Théâtre de l’Europe di Giorgio Strehler a Parigi. Quelli della mia generazione si sentivano davvero europei e si comportavano di conseguenza. Quando ero al governo ho sostenuto Maastricht e tutte le tappe dell’integrazione, ma non c’era solo quello, lo spirito europeista si avvertiva anche nella cultura vissuta».
È pessimista riguardo a quel che accadrà nelle prossime settimane?
«Non voglio avventurarmi in considerazioni di tipo tecnico, ci sono segnali contraddittori e difficili da interpretare, credo che nessuno sappia veramente cosa accadrà. Comunque no, non voglio essere pessimista, la Storia può sorprenderci, magari grazie ai giovani».
Che però in Grecia secondo i sondaggi sono più propensi per il «no».
«Come biasimarli? È logico, si sentono traditi. Hanno bisogno di futuro, e che cosa abbiamo proposto loro? Ma i giovani greci sono stati traditi in primo luogo dai loro stessi politici. I greci oggi pagano gli sbagli di una lunga serie di loro governi, e questo è molto ingiusto».
Crede che la crisi greca convincerà finalmente l’Europa a uscire dalle secche e tornare a integrarsi, magari in senso davvero federale?
«È possibile, me lo auguro. François Hollande ha suscitato molte speranze quando è stato eletto nel 2012, ha provato ad allentare la morsa dell’ossessione contabile, qualche risultato lo ha ottenuto. Va detto che non ha trovato sufficiente aiuto presso altri Stati europei. Inoltre, l’Europa così è troppo vasta, dispersiva, l’allargamento ha finito con il diluirla invece di rafforzarla. Da tanto tempo si parla di Europa a due velocità, non so se la formula sia corretta, ma insomma per i Paesi fondatori ora più che mai è il momento del sussulto. Quale che sia l’esito del referendum, l’Europa dovrà tirare fuori immaginazione e coraggio».