domenica 7 giugno 2015

Corriere La Lettura 7.6.15
Ucraina 1932-33, un castigo intenzionale
di Dino Messina


Se lo studio del passato è sempre storia contemporanea, vale la pena di leggere il nuovo appassionante saggio di Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato (Della Porta edizioni, pagine 302, e 18). Non si può infatti prescindere dall’ holodomor , la morte indotta per fame che tra il 1932 e il 1933 falcidiò sei milioni di contadini dell’ex Urss, tra i quali, quattro milioni ucraini, per capire il risentimento profondo di questo popolo verso l’imperialismo di Mosca, impossibile da sradicare anche dopo la fine della dittatura comunista. Il punto di partenza dell’analisi di Cinnella, uno dei maggiori studiosi dell’ex Urss, è che lo sterminio per fame non fu solo una conseguenza secondaria della politica staliniana. È vero che la collettivizzazione integrale dell’agricoltura e in particolare la lotta ai piccoli proprietari (con conseguenti deportazioni di massa da un angolo all’altro dell’impero sovietico), oltre che un fallimento economico si rivelarono un disastro umanitario. Ma nel caso degli ucraini, come già scrisse Vasilij Grossman nel romanzo Tutto scorre , fu un castigo intenzionale. Le squadre di militanti comunisti arrivati nei centri agricoli dalle città requisirono prima il grano, poi tutti i generi alimentari e quando le madri dei bambini affamati cominciarono a chiedere aiuto si sentirono rispondere che «bisognava lavorare, non fare i pigri». Ai contadini ucraini era persino vietato andare in città per chiedere l’elemosina, sicché sui carri della morgue venivano accatastati i corpi dei morti ma anche dei moribondi, perché non avevano comunque scampo. Alcuni corrispondenti dei giornali occidentali, come Malcolm Muggeridge del «Manchester Guardian», capirono la tragedia e la raccontarono; altri, come Walter Duranty del «New York Times» la negarono, per conformismo ma anche perché erano forse al soldo del Cremlino. Gli appelli che pur giunsero nelle capitali occidentali non ebbero effetto perché Stalin aveva deciso di farla pagare ai «contadini disubbidienti».