sabato 6 giugno 2015

Corriere 6.6.15
La Corte europea, un passo verso il fine vita assistito
di Marco Ventura


Vincent Lambert potrà finalmente morire. Hanno accolto con sollievo la sentenza della Corte europea, ieri, coloro che si battono per una morte dignitosa del trentanovenne francese. Anzitutto sua moglie, sei degli otto fratelli e sorelle dell’uomo, l’équipe medica. Vincent è in stato vegetativo permanente dal 2008, quando fu vittima di un incidente di moto. Lo tengono in vita l’idratazione e l’alimentazione artificiali. A più riprese i medici hanno dato il via libera all’interruzione delle cure che porterebbe al decesso. I genitori e una sorella di Vincent hanno lottato perché così non fosse, trovando per due volte un tribunale disposto ad annullare l’arresto del trattamento. Il braccio di ferro è proseguito con infinite consultazioni di scienziati, moralisti, legali. Ha deposto persino Jean Leonetti, padre della legge sul fine vita del 2005. Un anno fa, il Consiglio di Stato francese ha autorizzato lo stop a idratazione e alimentazione e a chi tentava di salvare la vita di Vincent è rimasta solo la Corte di Strasburgo. Ieri è caduta anche questa speranza: per i giudici europei, la fine procurata non viola i diritti dell’uomo. Vincent può morire; oppure, come pensa il fronte contrario, Vincent può essere ucciso.
Cinque giudici su diciassette si sono dissociati dalla decisione, e hanno ricordato amaramente il titolo di «coscienza dell’Europa» che la Corte si autoattribuì nel 2009, a cinquant’anni dalla propria istituzione. Dopo questa sentenza, hanno scritto i cinque, «la Corte europea non ha più il diritto di fregiarsi di quel titolo». La maggioranza, invece, ha premiato la serietà della strada seguita dalle autorità francesi per far fronte al dilemma etico del caso. Non è necessario, ha deciso la Corte, infliggere a Vincent Lambert, «un fine vita indegno e penoso».