giovedì 28 maggio 2015

Repubblica 28.5.15
L’addio di Paula la ragazzina nera che temeva la vita più del patibolo
Fu la condannata a morte più giovane d’America Per lei si batterono il Papa e l’Onu. La Cooper scampò alla pena capitale, ma martedì si è suicidata
di Vittorio Zucconi


PAULA fu salvata dal patibolo, ma non è stata salvata da se stessa. Si mobilitarono il mondo, le Nazioni Unite, i giudici della Corte Suprema, un Papa, per strapparla al boia, ma a 45 anni, Paula Cooper, che fu la condannata a morte più giovane nella storia americana, si è uccisa, restituendo volontariamente, da donna libera, quella vita che la legge non aveva potuto toglierle.
L’hanno trovata con un proiettile in testa, «probabilmente un suicidio» dice la polizia di Indianapolis dove viveva dopo la scarcerazione in libertà provvisoria, alle 7 e 45 del mattino di martedì davanti alla sua residenza in Angola Court, uno dei quartieri più deprimenti della metropoli sulla soglie della Grande Prateria. Si era nascosta lì, volto anonimo tra altri volti anonimi dalla pelle scura, quando due anni or sono il “Parole Board” del penitenziario dell’Indiana, la commissione per libertà provvisoria dei detenuti, aveva deciso di scarcerarla dopo ventisette anni di detenzione per l’omicidio di una insegnante di Dottrina, Ruth Pelke, a colpi di coltello da macellaio, nel 1985.
Le avevano dato abiti donati in beneficenza da indossare, perché gli indumenti da sedicenne che indossava nel 1986, quando fu condannata a morte, non vestivano più il suo corpo di donna divenuta adulta in cella. Le avevano messo in tasca 75 dollari, la cifra prevista dalla legge per i detenuti usciti dal penitenziario e avviati verso le “halfway houses”, le abitazioni di poco prezzo che dovrebbero aiutare chi torna in libertà, a stare mezza strada fra il carcere e la vita normale. «Avevamo organizzato qualche cosa per lei» ha detto il portavoce del Servizio Carcerario, senza specificare che cosa, ma qualunque cosa fosse, non ha funzionato.
Ora viene naturalmente facile pensare che l’ombra di quel delitto orrendo sia stata più spietata della barbarie di Stato che su di lei sarebbe stata eseguita e che il ricordo di quella mite signora di 78 anni, Ruth Pelke, sulla quale lei si accanì con il coltello gridandole “Caccia i soldi, vecchia cagna” sia stata la condanna dalla quale nessun tribunale avrebbe potuto mai esonerarla. Ma il suicidio degli ex detenuti, soprattutto di quelli di lungo corso, nei mesi e negli anni immediatamente successi alla scarcerazione, suggerisce una spiegazione meno letteraria, meno dostoevskjana all’autocondanna a morte di Paula Cooper. La frequenza dei suicidi fra gli ex carcerati è di quasi 4 volte più alta rispetto alla popolazione nelle stesse fasce di età, ha determinato uno studio dell’Istituto Nazionale della Saluto, lo Nih e sfiora percentuali epidemiche. Una specifica assistenza psicologica dovrebbe accompagnarli, raccomanda lo Nih, ma non ci sono i soldi, non ci sono le strutture, non c’è la voglia. E chi esce dopo venti, trenta anni dalla prigione è lasciato solo davanti alla vertigine di un mondo che non conosce più, di una vita che non sa più vivere. I soli che avevano tentato di riaccompagnare la paffuta, alta sedicenne che aveva toccato il mondo e indotto la Corte Suprema a dichiarare incostituzionale la pena capitale per i reati commessi prima dei 18 anni erano stati proprio i famigliari della donna che lei aveva accoltellato. Paul, il nipote prediletto dell’insegnante di dottrina uccisa, non soltanto aveva pubblicamente perdonato l’assassina della nonna, ma si era messo in contatto con Paula mentre scontava la pena. L’aveva incoraggiata a studiare, a seguire le regole del carcere, a essere una detenuta modello e lei lo era stata. La sua buona condotta, culminata in un B.A., una laurea quadriennale in Letteratura Inglese, aveva convinto la Commissione per la Scarcerazione allo sconto. E Paul, il suo omonimo nipote della vittima, l’aveva invitata ad andare a vivere con lui e con la famiglia in Alaska. Era una ragazza, e poi una donna, intelligente, di carattere, una “lupa alfa” che infatti aveva guidato i suoi tre complici nella rapina alla vittima, condannati a pene minori, e si era presa lei, strafatta di anfetamine, la responsabilità di impugnare il coltello per finirla, sorda alle preghiere e al “Padre Nostro” che Ruth Pelke cominciò a balbettare prima di morire.
Ma dopo l’uscita dal penitenziario, Paula si era dissolta nel grigio fra i buio della galera e la luce forse troppo forte della vita fuori. Non aveva più risposto al nipote della maestra. Si era limitata a rispondere al “Parole Officer”, all’agente incaricato di controllare gli spostamenti degli ex detenuti in libertà condizionata, senza dare spiegazioni del come vivesse. Il suo nome, che nel 1986 aveva provocato un uragano di tre milioni di lettere da tutto il mondo, che aveva spinto Giovanni Paolo II a inviare un emissario personale al Governatore dell’Indiana per chiedere la commutazione, che aveva smosso persino le marmoree Nazioni Unite e convinto la Corte Suprema a bandire almeno il patibolo per i minori, era sparito dalle cronache.
Fra due mesi, il tempo formale della sua condanna sarebbe definitivamente scaduto e Paula Cooper sarebbe tornata una cittadina a pieno titolo e ad appena 45 anni. Con ancora tutta la vita davanti, come si dice, appunto quella vita che deve averla terrorizzata più della morte. O che potrebbe avere spinto qualcuno a compiere il lavoro orrendo del boia, fermato trent’anni or sono.