sabato 23 maggio 2015

Repubblica 23.5.15
“Qui non vi vogliamo” Alla frontiera di Mentone dove gli agenti francesi respingono i migranti
Parigi teme un’invasione. E così blinda il confine, dando la “caccia” anche sui treni agli immigrati sbarcati in Sicilia, spesso violando trattati e diritti Ma loro promettono: “Torneremo qui e passeremo”
di Massimo Calandri


MENTONE Alle 7 e un quarto del mattino il furgone bianco della Crs, il Reparto Mobile francese, supera l’antico confine di Ponte San Luigi e accosta. Scendono due poliziotti in pantaloni e maglietta blu, guanti neri. Trascinano giù tre ragazzi eritrei, l’espressione smarrita. Gli agenti li spintonano, urlano «andate via!», fanno segno: «Italia, Italia». I tre voltano le spalle e si muovono, però non sembrano convinti. Si fermano dopo un centinaio di metri, guardano indietro. «Perché?». E’ così strano, riflettono: almeno avrebbero dovuto consegnarci agli italiani e con uno straccio di verbale, invece... Ma gli altri sono lì che li osservano. E puntano l’indice minacciosi: «Italia!». Gli eritrei riprendono a salire la strada a piedi. Tra poco saranno di nuovo a Ventimiglia. Forse stasera riproveranno ad andare in Francia. Forse stasera andrà meglio.
«Alerte rouge à la frontière franco- italienne» titola Le Figaro. «La Riviera sotto massima sorveglianza», incalza la televisione. I disperati sbarcati a Lampedusa sono già qui e molti altri ne arriveranno, raccontano i media transalpini. La Francia schiera i gendarmi al confine di Mentone, presidia i passaggi, intensifica i controlli sui treni dalla Liguria. Però dopo Schengen non è così semplice mettere delle barriere. Tra i due paesi in materia di riaccompagnamento c’è pure l’accordo di Chambéry (1997). Bernard Cazeneuve, ministro degli Interni, sostiene che «negli ultimi 15 giorni 890 migranti sono stati scortati alla frontiera, 390 questa settimana». Propaganda? Secondo la polizia italiana invece non sono più di cento le persone ufficialmente rientrate dall’inizio del mese. Gli altri migranti sarebbero stati più o meno “convinti” come i tre eritrei a Ponte San Luigi. A spintoni. O lasciati liberi di proseguire nel loro progetto di una nuova vita, magari più a nord: Olanda, Danimarca, Scandinavia.
Il primo treno dall’Italia ferma a Mentone-Garavan, un chilometro esatto dal confine, alle 7.23. Ne arriva uno più o meno ogni mezz’ora. L’ultimo è alle 21.28. Venti uomini della Crs ispezionano i vagoni. La caccia dura un paio di minuti, il convoglio riparte. Quattro furgoni della polizia parcheggiati sotto le palme della piccola stazione. Gli agenti fanno la spola con quella di Mentone: altri controlli, i passeggeri in attesa guardano stupiti e un po’ inquieti. Per le auto ci sono due valichi (Ponte San Ludovico, lungo il mare; Ponte San Luigi, in alto) e quello della Turbie in autostrada. La presenza della polizia è visibile ma discreta. In questi giorni c’è il Festival di Cannes, domenica il gran premio di Montecarlo: non è il caso di dare ai turisti l’impressione di una Riviera “militarizzata”.
Gli agenti francesi ostentano i muscoli però brontolano: «Le leggi non sono chiare. Non sappiamo come comportarci. L’ordine è frugare tra le loro cose e trovare la “prova” che vengono dall’Italia: un biglietto, un certificato medico, la richiesta di permesso o di asilo». Gli indizi finiscono nel dossier dello straniero, trasmesso alla polizia di frontiera italiana. Che si prende tutto il tempo necessario per fare le verifiche, avvertire il magistrato e l’ufficio immigrazione. Possono passare giorni. Da questa parte del confine non c’è fretta. La legge transalpina prevede che dopo 4 ore il migrante sia liberato o ospitato per altre 48 ore al massimo presso una struttura controllata. Ecco perché poi finisce che un furgone scarica tre eritrei spaventati, e i poliziotti li “ricacciano” in Italia. O come giovedì pomeriggio, quando venti stranieri sono stati rimandati indietro dalla stazione di Garavan, solo che vagavano per i binari e il Thello — il supertreno Milano-Marsiglia — è rimasto fermo per 2 ore prima di sgomberare la tratta. Ci sarebbero almeno altre due segnalazioni di episodi del genere trasmesse al nostro ministero dell’Interno.
La Francia alla fine dell’anno deve fare i conti con le elezioni regionali. La Costa Azzurra è tradizionalmente un feudo del centrodestra. Il sindaco di Nizza, la città più videosorvegliata d’Europa, è Christian Estrosi, grande amico di Sarkozy: ha fatto sgomberare dalla stazione ferroviaria un “accampamento” di migranti arrivati da Ventimiglia, pretendendo «che sia impedito a questa gente di entrare e siano espulsi i clandestini. Subito». Il presidente del Dipartimento — Eric Ciotti, monsieur Securité — ha rincarato la dose. Il ministro Cazenave ha risposto con le cifre. Che però non tornano.
Con i gendarmi al confine, a Ventimiglia i passeur fanno affari d’oro: un semplice trasporto in macchina da Ventimiglia a Mentone costa 50 euro, per arrivare fino a Nizza ce ne vogliono 150-200. Qualcuno pure di continuare nel suo viaggio verso il nord sceglie i vecchi sentieri dei contrabbandieri, che a piedi s’arrampicavano da Grimaldi Superiore fino alla cima di Punta Giraglia, quel panettone calcareo a picco sulla frontiera, e poi la discesa insidiosa fino a Garavan. Di notte ci vogliono almeno tre ore, l’ultimo tratto è il famigerato Passo della morte, perché tanta gente negli anni addietro è precipitata di sotto. Una notte un sudanese di 25 anni è rimasto aggrappato alla roccia sospeso nel vuoto, i pompieri di Cannes sono andati a salvarlo con in elicottero. Con una decina di suoi connazionali è già tre volte che tenta di passare, ma i francesi li rimandano indietro. I ragazzi africani riproveranno. «Ce la faremo - promettono - in un modo o nell’altro».