lunedì 18 maggio 2015

Repubblica 18.5.15
“Noi, i filantropi del Mediterraneo abbiamo salvato quattromila profughi”
Da due anni Regina e Christopher Catambrone solcano il Mediterraneo con una nave comprata apposta per soccorrere gli immigrati
“Siamo originari del Sud Italia: l’emigrazione e le sue tragedie fanno parte della nostra storia”
di Emanuele Lauria


Eravamo in vacanza sulla rotta delle stragi e vedere un abito galleggiare ci ha cambiato la vita
All’inizio abbiamo usato solo i nostri soldi, poi abbiamo chiesto aiuto ma siamo lontani dalla cifra che ci serve

PALERMO Sulla home page dell’organizzazione hanno messo un contatore: il numero che compare, da ieri, è 4.441. Sono le vite salvate sinora da Moas, l’organizzazione fondata da una coppia italoamericana di facoltosi imprenditori che dal 2014 si occupa di cercare e soccorrere i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Chris e Regina Catambrone sono gli unici “privati” a dare assistenza in un mare sempre più segnato da tragici naufragi. Per uno scherzo del destino la loro missione, sabato, ha consegnato l’ultimo carico di disperati (405) a Messina, sull’altra riva di quello Stretto dove la storia dei Catambrone cominciò. Ed è una storia di eccezionale solidarietà che la signora Regina, per la prima volta, racconta dall’inizio.
Reggio Calabria, qualche anno addietro.
«È lì che conobbi Chris. Lui aveva deciso di ritrovare le sue radici, dopo essere stato costretto ad abbandonare New Orleans a causa dell’uragano Katrina. Venne a vivere a Reggio, vicino a casa mia, e non lontano dalla provincia di Catanzaro che il suo bisnonno aveva lasciato per l’America nel secolo scorso. Il problema dell’emigrazione, per noi meridionali, è sentito perché fa parte della nostra storia ».
Cosa vi ha spinto a occuparvi di quest’altro, più tragico, fenomeno migratorio?
«Nell’estate del 2013 eravamo in vacanza nel Mediterraneo. Lasciammo Lampedusa con una barca a motore presa in affitto, proprio alla vigilia della storica visita di papa Francesco. Sulla rotta verso Tunisi, la rotta delle stragi, vidi a pelo d’acqua una giacca beige, probabilmente appartenuta a qualche poveretto morto in mare. Quell’immagine cambiò tutto. Decidemmo di fare qualcosa, di dare un contributo per affrontare questa tragedia. Avevamo dei soldi da parte, invece di acquistare una casa decidemmo di comprare una nave. Una nave che finora ha salvato 4.400 persone. Una spesa ben ripagata».
Quanto vi è costata sinora questa missione?
«Otto milioni di dollari l’anno scorso. Nel 2014 abbiamo finanziato l’operazione con le nostre risorse, non ci sembrava giusto chiedere un aiuto solo sulla base di un’idea. A ottobre, chiusa la prima campagna con un bilancio di 3 mila persone soccorse, abbiamo aperto una sottoscrizione. Che finora ha fruttato circa 100 mila euro, oltre ai 180 mila euro donati da un imprenditore tedesco. Ahimè, siamo lontani dal target prefissato per questa seconda parte dell’attività appena cominciata, che dovrebbe concludersi a ottobre (tre milioni circa, ndr). Temiamo di non farcela».
C’è chi, sul web, commenta la vostra iniziativa chiedendovi polemicamente di ospitarli a casa, i naufraghi raccolti in mare.
«Cosa significa casa mia? Casa mia, come la casa di questa gente che fugge per necessità, è il mondo. Non c’è un’umanità di serie A e di serie B. Io non sapevo cosa fosse l’orrore prima di quest’esperienza. Ho visto persone stipate come sardine nella stanza dei motori, senza aria, in mezzo ai loro stessi bisogni. Le foto non volevamo neppure pubblicarle, se l’abbiamo fatto è anche per svegliare le coscienze».
Qual è il vostro rapporto con le forze ufficiali in azione nel Mediterraneo?
«Non c’è alcuna carta scritta. Noi ci siamo proposti e, in raccordo con le autorità, interveniamo su richiesta per fornire una sorta di pronto soccorso: facciamo uno screening sanitario dei migranti salvati, diamo loro da mangiare, li vestiamo. Poi, teoricamente, dovremmo trasbordarli su altre navi. Ma in soli quindici giorni, quest’anno, ben tre volte li abbiamo portati direttamente noi nei porti siciliani».
Pare che grazie alle immagini fatte dai droni che voi usate per scopi socio-umanitari siano stati catturati alcuni scafisti.
«Questo non mi risulta, anzi mi sembra difficile. Abbiamo fornito agli investigatori foto fatte da lontano. Comunque: se è andata così, meglio».
Non è sconfortante il fatto che dei ricchi benefattori debbano supplire all’azione dell’Europa?
«C’è molta enfasi attorno a una circostanza che non dovrebbe stupire: noi, da cittadini, aiutiamo lo Stato, gli Stati. A me, personalmente, fa più rabbia che l’Italia venga lasciata sola dagli altri Paesi a gestire l’emergenza, ad accogliere questi che possiamo chiamare rifugiati, prima che immigrati. Detto ciò, noi non siamo miliardari, ma filantropi, ovvero persone che hanno dei beni e li mettono a disposizione di altri. Potevamo investire in altri settori, l’abbiamo fatto nella solidarietà».
In due settimane avete già sottratto alle onde la metà delle persone salvate l’anno scorso. Ci può essere sollievo, non gioia davanti alla dimensione del problema.
«La questione centrale sono le politiche sull’immigrazione: noi l’anno scorso abbiamo collaborato con Mare Nostrum. Operazione che si è chiusa ma non è stata rimpiazzata. E certo non si può sostituire con la nostra nave e con il nostro equipaggio di venti persone a bordo. Perché, sia chiaro, Triton è un’altra cosa, è un programma di controllo delle frontiere. E da solo non è sufficiente».