domenica 31 maggio 2015

Il Sole Domenica 31.5.15
Born e Einstein
Uomini e «quanti»
L’epistolario tra i due amici scienziati è uno dei documenti storici più importanti del XX secolo. Copre quaranta anni cruciali fino al ’55
di Vincenzo Barone


«Dio non gioca a dadi col mondo»: è la celebre espressione con cui Albert Einstein era solito criticare il carattere probabilistico della meccanica quantistica. La frase ricorre per la prima volta in una lettera indirizzata nel dicembre 1926 all’amico e collega Max Born (che la pensava in maniera opposta): «La meccanica quantistica è degna di ogni rispetto – scriveva Einstein –, ma una voce interiore mi dice che non è ancora la soluzione giusta. È una teoria che ci dice molte cose, ma non ci fa penetrare più a fondo il segreto del gran Vecchio. In ogni caso, sono convinto che questi non gioca a dadi col mondo». Einstein avrebbe in seguito usato la stessa metafora in molte altre occasioni (guadagnandosi una volta l’altrettanto famosa replica di Niels Bohr: «Smettila di dire a Dio che cosa deve fare!»). Nel 1944, quando nessuno ormai metteva in dubbio la validità e la coerenza della teoria quantistica, scrisse ancora a Born: «Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto ubbidisca a una legge, in un mondo di realtà obiettive che cerco di cogliere per via furiosamente speculativa…. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità, anche se so bene che i colleghi più giovani considerano quest’atteggiamento come un effetto di sclerosi».
L’aspetto interessante della faccenda è che il caso e la probabilità avevano fatto la loro comparsa in fisica atomica proprio con i lavori di Einstein sull’emissione e l’assorbimento della luce. Nelle sue intenzioni, l’apparizione di questi sgraditi ospiti doveva essere temporanea, in attesa di una teoria più avanzata che li eliminasse. «L’idea che un elettrone esposto a una radiazione possa scegliere liberamente l’istante e la direzione in cui spiccare il salto è per me intollerabile», confessò nell’aprile 1924 al solito Born, aggiungendo che se le cose fossero state davvero così, avrebbe preferito fare il “biscazziere” invece che il fisico. Born lo deluse profondamente, perché fu proprio grazie a lui (e al suo giovane collaboratore Werner Heisenberg) che la probabilità si insediò stabilmente nella fisica. Fu Born a suggerire che la funzione d’onda quantistica avesse un significato probabilistico, cioè fornisse solo la probabilità di trovare una particella in un certo punto dello spazio (per questo contributo egli ricevette – piuttosto tardivamente – il premio Nobel nel 1954).
Le lettere citate fanno parte dell’epistolario Born-Einstein, uno dei documenti più importanti della storia culturale del XX secolo. Pubblicato originariamente nel 1969 con i commenti dello stesso Born, il carteggio è ora riproposto al lettore italiano, dopo molti anni di assenza dalle librerie, dalla casa editrice Mimesis, con una nuova prefazione di Mauro Dorato. I Born che dialogano con Einstein sono in realtà due, perché, oltre a Max, c’è la moglie Hedwig, donna di grande tempra e notevole spessore intellettuale, protagonista di alcuni degli scambi più gustosi (e più profondi) con Einstein. Come indica il titolo del libro, Scienza e vita, nelle lettere non troviamo solo il dibattito scientifico-epistemologico, ma anche – pienamente dispiegata – la ricca personalità dei tre corrispondenti e, in trasparenza, le vicende storiche di un quarantennio cruciale (il primo dopoguerra, Weimar, l’antisemitismo, il nazismo, la seconda guerra mondiale, la questione della Palestina, l’inizio dell’era atomica).
Sebbene l’epistolario rappresenti anche un’occasione per scoprire la straordinaria - ma poco nota al pubblico - figura scientifica e umana di Max Born, è inevitabile che l’attenzione di chi ne scorre le pagine sia attratta soprattutto da Einstein. Dal dialogo a distanza con i coniugi Born emergono con chiarezza le sue opinioni politiche – l’iniziale simpatia per la rivoluzione bolscevica, l’antinazionalismo, il pacifismo, la repulsione maturata nei confronti della Germania e del popolo tedesco, la critica alla politica estera americana –, e gli aspetti fondamentali del suo carattere – l’indole solitaria e il desiderio di non lasciarsi dominare dagli affetti e dai sentimenti personali. Si veda, a questo proposito, il modo in cui all’inizio del 1937 comunica di sfuggita, all’interno di una lunga lettera dedicata prevalentemente a questioni di politica accademica, la notizia della scomparsa della seconda moglie Elsa: «Me ne sto come un orso nella tana, e durante la mia vita movimentata non mi sono mai sentito tanto a casa mia. Questa orsaggine si è accentuata dopo la morte della mia compagna, che era più di me legata agli altri esseri umani». Nel suo commento, Born rimarca il “singolare” atteggiamento di Einstein. «Nonostante la sua gentilezza e socievolezza e il suo amore per l’umanità», osserva, «egli era completamente distaccato dal suo ambiente e dalle persone che ne facevano parte». Non mancano neanche gli esempi della leggendaria irriverenza del creatore della relatività: nel 1944, all’amico Max, che in una conferenza ha assunto posizioni empiristiche distaccandosi dalla fisica più speculativa coltivata in passato, ricorda il proverbio «Giovani mignotte, vecchie bigotte», e aggiunge: «Non posso credere sul serio che tu sia arrivato a far parte con pieno diritto di questa seconda categoria».
Le ultime lettere del carteggio, scritte tra la fine del 1954 e l’inizio del 1955, accennano alla polemica che si era scatenata attorno a un’altra famosa affermazione di Einstein («Se tornassi giovane, non cercherei di diventare uno scienziato; sceglierei piuttosto di fare l’idraulico o l’ambulante»). «Gli scrivani al soldo di una stampa addomesticata – scrive Einstein a Born – hanno cercato di attenuare la mia dichiarazione… Ciò che volevo dire era solo questo: nelle condizioni attuali, sceglierei un mestiere in cui il guadagnarsi il pane non avesse niente a che vedere con la ricerca della conoscenza». Il suo pensiero non era rivolto alla bomba atomica, come alcuni pensarono, ma alla persecuzione maccartista degli intellettuali. Qualche giorno dopo, un’associazione di idraulici gli inviò la tessera di membro onorario.
Albert Einstein, Max e Hedwig Born, Scienza e vita. Lettere 1916-1955 , a cura di Mauro Dorato, traduzione di Giuseppe Scattone, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI),pagg. 290, € 28,00.