venerdì 24 aprile 2015

Repubblica 24.4.15
L’illusione della guerra pulita
di Vittorio Zucconi


L’ETERNA illusione della “guerra pulita” e del suo mitico corollario caro ai generali, quella “azione chirurgica” e asettica che dovrebbe risanare senza uccidere, trafigge ancora una volta proprio la vita di coloro che le super armi dovrebbero proteggere.
ANCHE i robot uccidono, perché ubbidiscono agli uomini. Volumi di definizioni e di eufemismi, dalla “nebbia della guerra” di von Clausewitz citata da un contrito Obama per spiegare la morte degli ostaggi italiano e americano, all’asettico “effetto collaterale” fino al cinico shit happens, la merda accade, gridato dal soldato al fronte, sono stati sfornati per nascondere una verità conosciuta da chiunque abbia visto o partecipato a combattimenti. Che la guerra è una porcheria, magari a volte inevitabile, ma sempre una porcheria.
Nell’uccisione di Giovanni Lo Porto e di Warren Weinstein, tenuti come ostaggi umani in un accampamento di Al Qaeda fra l’Afghanistan e il Pakistan, è crollata — e non per la prima volta — un’altra delle leggende che la prima guerra nel deserto del 1991 aveva accreditato. La favola delle Smart Bomb delle bombe intelligenti capaci di colpire sempre e soltanto l’obbiettivo militare voluto, di infilarsi nei camini e di evitare quei bombardamenti indiscriminati a tappeto che annientarono le città europee nella Seconda Guerra Mondiale da Coventry, a Rotterdam, a Dresda fino a Hiroshima, si era dissolta quando il Pentagono stesso, passata la fase della propaganda fatta per la tv, confessò che il 93,6% delle bombe sganciate sull’Iraq erano vecchie dumb bomb , ordigni stupidi affidati alla gravità terrestre.
Un quarto di secolo dopo il prematuro annuncio del Wall Street Journal che entusiasticamente affermò nel 1991 che «l’era dei massacri e delle distruzioni di massa in guerra era finita», l’inevitabile stupidità degli esplosivi torna a chiedere la propria libbra di carne. Lo fa attraverso l’ultima evoluzione del mito della “guerra pulita”, quei droni che sembrano offrire tutti i vantaggi del bombardamento aereo descritto per primo da un ufficiale dell’Aeronautica italiana, Giulio Douhet, cento anni or sono proprio in Libia, senza rischi per il pilota seduto ai comandi a migliaia di chilometri di distanza e senza stragi di innocenti. Ma soltanto la prima parte dell’equazione, l’invulnerabilità del tele pilota, si è dimostrata vera. La seconda, dopo stragi di matrimoni o di funerali scambiati per assembramenti di terroristi, è vistosamente falsa. E vile. La robo war, la guerra dei robot alla quale Barack Obama ha fatto ricorso più di ogni suo predecessore per evitare di sporcarsi politicamente le mani e di mettere a repentaglio le vite dei militari americani, è una forma di sofisticatissima, ultra tecnologica vigliaccheria. Toglie anche quell’elemento di confronto che non rendeva certamente pulite le guerre, ma almeno esponeva i combattenti di entrambe le parti al rischio di essere uccisi uccidendo. Come i soldati blu e grigi della Guerra Civili, che si scaricavano addosso i moschetti a pochi metri quando riconoscevano il bianco degli occhi del nemico, come i piloti dei Phantom e dei B52 che erano abbattuti nei cieli del Vietnam o i nostri aviatori Bellini e Cocciolone catturati dopo i raid dei Tornado in Iraq fino ai Marines americani esposti agli agguati dei ribelli a Baghdad, la guerra era stata, fino ai droni, un duello, per squilibrato che fosse. Anche l’arsenale nucleare di Russi e Americani era congelato dalla certezza della reciprocità devastante.
Il drone che ha ucciso i due ostaggi, come finalmente, e tardivamente, Obama ha ammesso, è dunque un’arma particolarmente odiosa, se una scala di odiosità potesse essere stabilita. Ed è, ancora peggio, una tentazione tanto più grande nella certezza che nessuno di coloro che li azionano con i joystick del videogame a distanza sarà esposto a un missile terra aria o alle raffiche della contraerea. Nei primi cinque anni della campagna aerea condotta da Obama con i robo bomber dal 2009 al 2014, con i droni, almeno 2.500 persone sono state uccise, tra le quale un numero minuscolo di leader o militanti jihadisti e centinaia di innocenti. E così come l’uccisione di Lo Porto, che Obama forse non sapeva e non aveva rivelato al primo ministro italiano Renzi pur avendone la Cia già conoscenza, solleva indignazione e risentimenti anti americani in Occidente, ancora più lancinante è l’effetto sulle popolazioni arabe o musulmane in Africa e in Asia. La guerra dei droni si sta rivelando un formidabile strumento di propaganda e quindi di reclutamento per gli organizzatori del terrorismo islamista.
Per tele ammazzare un “quadro” di Al Qaeda o di Is se ne generano sicuramente altre decine e neppure la somma algebrica della robo guerra funziona. Un monito, questo lanciato dalla morte dei due ostaggi, che dovrebbe dare pausa a coloro che in questi giorni di concitata agitazione demagogica immaginano stormi di droni armati in pattuglia sopra le coste della Libia, per fermare la flotta dei barconi e colpire i magnaccia della disperazione. Lo sappiamo, ormai: farebbero strage di innocenti, perché non è ancora stato inventato il robot che sappia colpire soltanto i “cattivi” e risparmiare i “buoni”.