lunedì 13 aprile 2015

La Stampa 13.4.15
Guerra del Vietnam, la strage era la regola
A 40 anni dalla fine del conflitto, un giovane giornalista americano indaga sulle verità rimosse: My Lai non è stata un’eccezione, gli States sono caduti nella trappola dei guerriglieri comunisti che si facevano scudo dei civili
di Gianni Riotta


Narrando dell’assedio a Dien Bien Phu, cittadella a Nord del Vietnam dove nel 1954 i paracadutisti francesi cedono all’assedio del generale Giap, Bernard Fall - grande autore dimenticato del XX secolo - si commuove per la crudeltà dei combattimenti. I vietnamiti vincitori sgombrano il campo fortificato e, per far strada ai superstiti, un ufficiale di Hanoi ordina: «Ci sono mine dappertutto, camminate solo sui cadaveri». Vedendo un francese esitare nella macabra marcia, lo incalza urlando. Il paracadutista gli indica il vietnamita in agonia su cui dovrebbe camminare, l’ufficiale Vietminh non si impressiona, «Saligli addosso, fa il suo dovere per la Patria».
Guerriglia asimmetrica
Guerra di nazionalisti contro i colonialisti, giapponesi e francesi, poi ideologica tra comunisti di Ho Chi Minh e americani preoccupati dall’effetto domino che avrebbe sconvolto la Guerra fredda, il conflitto in Vietnam 1941-1975 occupa nella coscienza del XX secolo una parte più cospicua rispetto alle sue modeste dimensioni storiche. Prima sconfitta americana, trionfo della guerriglia asimmetrica, perfetta campagna di propaganda politica con gli studenti occidentali a solidarizzare con i vietcong, la tragedia, due milioni di morti vietnamiti, 76.000 francesi e 58.000 americani, genera infiniti film, saggi, romanzi, documentari - ultimi The fog of war di Errol Morris e The last days of Vietnam di Rory Kennedy. Ora Piemme traduce Così era il Vietnam del giovane giornalista, laureato alla Columbia University, Nick Turse, pubblicato negli Usa nel 2013.
La tesi di Turse, documentata da una ricerca in archivi a lungo riservati, è che le atrocità dei militari americani contro la popolazione civile siano state assai più diffuse di quanto la storia corrente non abbia assunto, messaggio feroce «Sparate contro tutto quel che si muove» che semina morte negli hamlet, i villaggi rurali dove la popolazione coltiva il riso, pascola i bufali d’acqua secondo tradizioni antiche e modeste.
Prove soppresse
La strage di My Lai, località della provincia di Quang Ngai dove nel 1968 gli uomini di un battaglione della XXIII divisione Usa «Americal», agli ordini del tenente William Calley, uccisero fra 300 e 500 civili inermi, non sarebbe stata dunque - secondo Turse - eccezione drammatica, ma regola di battaglia. E la sorte di Calley, il solo condannato da una corte marziale, ergastolo ridotto a tre anni, conferma come stato maggiore Usa e Casa Bianca non intendessero perseguire i crimini di guerra.
Turse accusa in particolare il ministro della Difesa Melvin Laird e il ministro dell’Esercito Stanley Resor di aver soppresso le prove delle atrocità, forzato giornali e tv a occultare le prove, ignorando i reduci testimoni delle barbarie. Il giornalista fatica negli archivi e un bibliotecario gli confessa che è il primo a studiare l’intero dossier e intervistare i veterani.
Tipica operazione di terra bruciata è la campagna Speedy Express, condotta tra il dicembre 1968 e il maggio 1969 dalla Nona divisione di fanteria del generale Ewell nello strategico delta del fiume Mekong, dove i vietcong, i guerriglieri vietnamiti, si infiltravano per raid contro americani e truppe del Sud Vietnam. Ewell stesso conta in diecimila i morti nemici, di cui almeno la metà civili, contro 242 caduti americani.
Per convincere una riluttante opinione pubblica che «Stiamo vincendo la guerra», la catena di comando civile e militare a Washington insiste nella perdente, sanguinosa tattica del «body count», contare i caduti nemici uno per uno, e dedurre dal loro numero crescente la presunta debolezza dei comunisti di Hanoi, piegandoli infine al negoziato diplomatico.
Nella cupa ragioneria finiscono però anche vecchi braccianti, donne intente a bollire il riso, bambini colti a giocare nel luogo sbagliato. Turse si indigna perché, a parte la leggera condanna al tenente Calley, non c’è un rinvio a giudizio per gli ufficiali coinvolti - a lungo il Tribunale Russell li rivendica - e quando i reporter del settimanale Newsweek Shimkin e Buckley stendono un reportage che inchioda il generale Ewell alle sue responsabilità, in redazione annacquano la denuncia e l’ufficiale, promosso, partecipa alla trattativa di pace di Parigi.
Esami di coscienza
Toccava alla Criminal Investigation Division dell’Esercito indagare sui colpevoli delle stragi, ma il ministro Laird e i suoi collaboratori prevengono ogni rivelazione seria.
Autore dell’ultima generazione (è nato nel 1975), Nick Turse lascia dedurre dall’inchiesta sulle stragi di civili in Vietnam nata sulla rivista di sinistra The Nation una requisitoria contro le guerre del XXI secolo, in Iraq e Afghanistan. L’America vive di questi esami di coscienza periodici e dolorosi, rarissimi invece in altre culture, dalla Russia in Cecenia e Afghanistan, alla Francia in Algeria e Vietnam, all’Italia in Libia, Etiopia, nei Balcani. In Vietnam la guerriglia comunista si faceva scudo dei civili senza scrupolo alcuno, sacrificandoli con i militari alla vittoria finale. La «terra bruciata» Usa cade nella trappola, e il risultato sono morti, sofferenze, la sconfitta umiliante americana di 40 anni fa in questi giorni e, per i vietnamiti, dittatura e povertà che durano ancor oggi.