lunedì 27 aprile 2015

Il Sole 27.4.15
La voglia di Cina passa dagli studi di economia
di Alberto Magnani


Quasi 150 candidati, 22 aziende, una trafila di colloqui vis a vi. Destinazione? Cina. La voglia di decollare per l’Asia si scrive nei numeri della quinta edizione dell’Italy China Career Day, l’evento di recruiting organizzato lo scorso 20 aprile dalla Fondazione Italia Cina in partnership con Associna, la collaborazione di Assolombarda e la sponsorizzazione di Assicurazioni Generali. Sui 438 curricula inviati per le sessioni di colloqui pomeridiani, meno della metà (144) ha superato la selezione e una quota di poco inferiore (138) è finita in lista d’attesa.
Ma cosa serve per candidarsi a un impiego nel gigante asiatico? E quali sono i settori con più “fame” di neolaureati italiani? Francesco Boggio Ferraris, responsabile della Scuola d formazione permanente della Fondazione Italia-Cina, sfata alcuni miti sulle (ex?) carte giuste per fare breccia tra le aziende operative nel Far East: «Un tempo si pensava che potesse bastare, ad esempio, una laurea in lingue orientali. Solo per questa tornata di selezioni, si sono presentati 88 ragazzi con una laurea linguistica tradizionale e ben 121 con una laurea in lingue rinforzata da specializzazione economica. Vuol dire qualcosa».
Tra i big presenti sono emersi nomi come Pirelli, Bulgari e Magneti Marelli, oltre a Bank of China e lo sponsor Generali. E non a caso, spiega Boggio Ferraris, «gli identikit più richiesti sono quelli con formazione in economia, luxury e fashion, ingegneria (soprattutto aeronautica, elettronica, gestionale, automazione, chimica, dei materiali), design industriale e informatica. Ma non bisogna trascurare le occasioni offerte da settori inediti».
Qualche esempio? Agroalimentare, sport e spettacolo: dal cinema alle gallerie d’arte, business in fermento per una Cina che sta già corteggiando produttori europei e statunitensi. La maggioranza dei curricula arriva da under 30, ma è la stessa Fondazione a precisare che non c’è alcun «range anagrafico» prefissato. Anzi: «Se cinque anni fa si presentavano solo candidati freschissimi di laurea, oggi l’asticella si sta alzando. Così come non è necessario aver fatto esperienza in Cina» dice Boggio Ferraris.
Molto meno morbidi i requisiti linguistici: difficile superare uno screening senza un livello di 4-5 nella certificato Hsk, una valutazione simile al B2 in lingua inglese.
Ed è solo la premessa, perché lavorare in Cina significa conoscere il mercato cinese, le sue sfumature e le differenze più radicali rispetto al modello europeo: «La lingua non basta più, per essere assunti. Si è andato assottigliando il valore della lingua, per far inspessire quello della cultura. La persona deve saper entrare nella psicologia dei consumatori cinesi, deve saper entrare nel mercato».